Un regione “normale”…

Dunque, se ho ben capito:

1. l’ex governatore del Lazio, Marrazzo, si è dovuto dimettere solo perché frequentava una prostituta transessuale, senza che la cosa incidesse sulla vita delle persone – almeno quelle non omo-transfobiche

2. l’attuale gestione della regione Lazio, in mano a Renata Polverini e al centro-destra, UdC compresa – che tanto piace a Bersani – è al centro di uno scandalo senza precedenti a base di sperperi e di festini da ventimila euro l’uno (per non parlare degli stipendi coi consiglieri regionali, ingrassati oltre modo) il tutto a discapito, tra le altre cose, dei posti in ospedale, ridotti dall’attuale governo regionale, e la presidente in carica rimane ben ancorata al suo posto.

Temo che, ancora una volta, l’odio indiscriminato verso le persone LGBT, agitato come questione morale contro il centro-sinistra, abbia colpito fasce di popolazione ben più larghe. In nome del più becero moralismo – cattolico, omofobo ed eterosessista – si è premiato chi prometteva una regione “normale”, dopo lo scandalo Brenda. Una regione “normale”, appunto. E invece…

Se fosse il nostro paese a essere normale – come possono esserlo Francia, Germania, USA e Regno Unito, tanto per citarne alcuni – certa gente andrebbe in galera e, subito dopo, nel posto più lontano possibile da ogni carica pubblica e politica. E invece.

Regionali 2010 e caso Bonino: il pd ha drogato la democrazia?

Cerchiamo di ricostruire i fatti.

L’intervento di Concita De Gregorio potete sentirlo direttamente voi qui: http://www.radioradicale.it/scheda/340729

Poi c’è il comunicato dei Radicali Italiani, pesantissimo, che si può riassumere così: «il Partito Democratico ha voluto far perdere Emma Bonino alle Regionali del Lazio».

La cosa di per sé non è una novità. Che certi partiti di centro-sinistra non amassero la candidatura di Emma Bonino è stata cosa fin troppo evidente.

Ma cosa ha detto l’ex direttrice dell’Unità? Raccontando di un suo incontro con un “altissimissimissimo” (sic) dirigente del partito democratico, sull’appoggio alla leader radicale, allora candidata per la coalizione progressista contro la destra, emerge che l’anonimo interlocutore abbia risposto così:

«A noi questa volta nel Lazio ci conviene perdere. Perché, siccome la Polverini è la candidata di Fini e siccome è l’unica sua candidata della tornata, se vince, Fini si rafforza all’interno della sua posizione critica del centrodestra e, finalmente, si decide a mollare Berlusconi e a fare il terzo polo, insieme a Casini. E noi avremmo le mani libere per allearci con Fini e Casini e andare al governo.  Senza ovviamente che gli elettori ci mollino, senza perdere troppo consenso. Perché non saremo noi a condurre questa operazione, noi perdendo oggi daremo solo il via, il resto lo farà la crisi economica».

Gli aspetti inquietanti di questa vicenda, finora non smentita da nessuno dei “altissimissimissimi” del pd, e contestata, per altro male, da alcuni suoi militanti (Cristiana, mi duole dirlo il tuo ragionamento fa torto alla tua onestà intellettuale), sono molteplici:

1. Concita De Gregorio non è una giornalista qualsiasi. È la direttrice dell’organo ufficiale del pd. È stata, cioè, la voce del partito. E questa voce ha detto che il partito, nella persona di un suo massimo dirigente, ha lavorato contro se stesso e contro i suoi militanti, che invece puntavano alla vittoria delle regionali del 2010.

2. Se quanto detto da De Gregorio è vero, e fino ad adesso pare che lo sia, cosa ci autorizza a non pensare che il pd non farà lo stesso in altre competizioni elettorali per seguire il disegno neoconservatore e reazionario dei suoi leader?

3. Il progetto di un’alleanza che coinvolga Casini – che, ricordiamolo, ha portato in parlamento un condannato per rapporti con la mafia (Cuffaro) e un indagato per lo stesso reato (Romano) – e Fini – ex fascista – è nei piani manifesti dell’attuale dirigenza del pd. I conti tornerebbero, in tal senso.

4. Il principale partito di opposizione pare aver bisogno dell’aiuto di frange integraliste cattoliche per poter ritornare al potere. Si mostra, dunque, incapace di riprodurre una strategia politica vincente che lo renda autonomo dai suoi alleati. Questi, per altro, non sono cercati a sinistra – come IdV o SEL – bensì in quella stessa destra che ha contribuito fattivamente a fare le fortune di Berlusconi negli ultimi diciotto anni.

5. Ancora sulle alleanze: il pd è fermo al 27% dei consensi secondo tutti i sondaggi. SEL e IdV, insieme, arriverebbero al 18%. Ancora, secondo i sondaggi, l’UdC non va oltre il 7% e Fini è fermo al 3%. Per quale ragione preferire un patto con una forza accreditata tra il 10-12%, per di più di destra clericale?

Da queste evidenze, emergono due ulteriori considerazioni.

La prima: se domani si proponesse un’alleanza pd-terzo polo, sarebbe la fine di qualsiasi intervento politico su questioni vitali per i diritti civili. Testamento biologico e coppie di fatto, ad esempio, verrebbero cestinati per sempre nel nostro panorama politico. Per non parlare di altri settori strategici, come sanità e scuola. I fondi pubblici sarebbero destinati a enti religiosi, in spregio della nostra Costituzione e del concetto stesso di laicità.

La seconda: i militanti e gli elettori del pd sono stati trattati, da quel dirigente, come pecore disposte ad accettare supinamente le decisioni dei piani alti. Vedremo se è vero. Perché in qualsiasi paese serio, un partito serio defenestrerebbe immediatamente quel dirigente. In alternativa, il partito perderebbe milioni di consensi in pochi mesi. Anche se io temo che non accadrà nulla di tutto questo.

Un fatto rimane, comunque, incontrovertibile: Emma Bonino ha perso e la democrazia pare esser stata drogata proprio dalla dirigenza di quel partito che porta, dentro il suo nome, l’aggettivo che si rifà ad essa. Non è decisamente un buon segno.

Notizia: anche Renata Polverini ha amici gay!

«Ho tanti amici omosessuali. Le persone che conosco io vogliono semplicemente poter vivere serenamente questa loro condizione.» Per cui niente matrimonio, che per la Polverini non è una priorità.

Allora, cara Renata.

Non è che siccome tu sei una coattona zitella, adesso vale la regola che il matrimonio non è una priorità per nessun gay e per nessuna lesbica!

E poi, esattamente come sostiene Cri, anch’io ho un sacco di amici gay e vogliono sposarsi tutti. Come la mettiamo?

E poi ancora: basta con queste signore, dalla Cuccarini in giù, che hanno tutte amicizie finocchie! Come mi suggerisce la splendida Wonder, non è che confondono le due categorie antropologiche di “parrucchiere” e “amico gay”? Vista l’acutezza delle argomentazioni fin qui sentite, tutto lo lascerebbe credere.

(Im)manifesti elettorali

Non so se lo avete notato. Almeno chi vive a Roma. E pure Queerway ci ha fatto un post. Parlo della campagna elettorale delle regionali.

La cosa funziona più o meno così. Da una parte – a destra, cioè – una selva di personaggi, più o meno oscuri, almeno per me, che promettono, anche con ardite prodezze linguistiche, di realizzare qualsiasi tuo desiderio. Manco fossero la lampada di Aladino. A capo di questo olimpo, lei, la dea con tailleur e pantalone, colei che ha fatto della monotonia la bussola estetica per il taglio dei capelli, la sempregrigia Renata.

Roma è tappezzata dei suoi manifesti in cui assicura di proteggere la famiglia, le imprese, il lavoro e tutto ciò possa sembrare rassicurante a un elettore medio del centro-destra italico.

A questa sovraesposizione mediatica, le opposizioni rispondono male, in modo disorganizzato e, soprattutto, senza comunicare nulla.

I manifesti del partito democratico, ad esempio. Nessuno di questi pubblicizza la candidatura Bonino. Il pd ha messo in giro facce di elementi che sembrano venuti fuori da un film, uno qualsiasi, e che richiamano l’estetica di un album di Carmen Consoli o di una stagione di Lost e che dicono, guarda un po’, tutto ciò possa sembrare rassicurante a un elettore medio del centro-destra italico. A capo di questa montagna di niente, spunta fuori il faccione di Bersani, eccitante come un attacco narcolettico, a commentare “in poche parole, un’altra Italia”. E amen.

Per cui: da una parte il candidato della destra alle regionali, con tutto il suo empireo ghignante. Dall’altra Bersani col suo esercito del niente. E adesso, io sono uno di quelli che si impressiona facilmente – e a dirla tutta, amo sia la Consoli sia Lost – ma vedere quei visi sofferenti che suggeriscono, senza dir come, che tutto dovrebbe essere migliore non è che ti mette esattamente di buon umore.

La ciliegina sulla torta di questo delirio che ha, come unica conseguenza, il trionfo del peggio – a cominciare dagli alberi tagliati inutilmente per permettere a questi loschi individui di esporre impunemente certe inanità – è rappresentata dalla campagna elettorale dell’UdC, che ha scelto una linea chiara e elementare: il tricolore ricucito, il simbolo del partito sul bianco e il nome del leader in bella vista.

Casini – che almeno ha avuto il buon gusto di risparmiarci il suo ipocrita sorrisino da secchia – vuol dare l’idea di essere colui che salverà l’Italia dalle lacerazioni tra una sinistra incapace e una destra oscena. Sì, alleandosi con entrambe. Vuol far dimenticare, forse, che se Berlusconi è arrivato dov’è arrivato è anche per merito suo. In quanto allo slogan “estremo centro”, ho reminiscenza di qualche lettura passata (perdonerete se non ricordo il titolo del testo) in cui furono proprio i fascisti a esser definiti estremisti di centro. Forse  l’elettore medio del centro-destra italico non lo sa ma, a livello subcosciente, anche questo potrebbe essere rassicurante. Almeno per quella fetta di elettorato che vede nello strapotere di un uomo solo una garanzia di libertà per tutti.

Per noi, invece, che crediamo allo stato di diritto, non rimane che qualche cartellone con volti sofferenti e, allo stesso tempo, senza espressione alcuna.