“Pride” e la voglia di crederci ancora

titolo: Pride – anno: 2014 – regia: Matthew Warchus – durata: 120 minuti

L’ho scritta per il sito del Mario Mieli. E la ripubblico qui. Perché Pride va visto. E ogni altro commento è inutile. Eccezion fatta per la mia recensione, va da sé! :)

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Londra, 1984. Al telegiornale scorrono le immagini degli scontri tra i minatori in sciopero contro il governo di Margareth Tatcher e la polizia. Mark, giovane attivista gay, ha una brillante intuizione: quei lavoratori hanno gli stessi problemi della comunità LGBT, poiché vessati dallo stato che non riconosce i loro diritti. Perché non aiutarli, cercando così nuovi alleati e sposando una causa giusta? Ne parla ai suoi amici. Non tutti lo seguono, ma la scelta sembra ormai fatta. Nasce quindi il gruppo LGSM, “Lesbians and Gays Support The Miners” e si raccolgono fondi per sostenere la protesta.  Si fa qualche chiamata, ai vari sindacati. Troppi telefoni chiusi in faccia. Quella parola, gay, non va proprio giù. Fino a quando qualcuno risponde, forse per caso o per distrazione. E succede il miracolo…

Pride è una storia che parla di orgoglio. Quello di chi decide di starci, in questo mondo, per come è, perché stanco degli insulti della gente, dell’ignoranza che fa da padre a ogni pregiudizio possibile. Ed è anche la storia di un altro tipo di fierezza: la dignità che ti dà il lavoro, il senso del tuo stare su questo pianeta non solo per quello che sei, ma per quello che fai. Per te stesso, per la tua famiglia, per gli altri. E Mark raccoglie questa sfida, trascinando la sua comunità in un viaggio nell’Inghilterra degli anni ottanta.

Vari piani si intersecano dentro quella che è una storia vera e, allo stesso tempo, straordinaria e incredibile: c’è il tema dei diritti delle persone LGBT, certo, il dramma del coming out di Joe, l’incomunicabilità con famiglie più attente al perbenismo che alla felicità dei/lle propri/e figli/e. Ma c’è molto altro ancora. Il tema del lavoro, la sua dignità, quella cosa che ci lega a un’ispirazione, ai suoi valori, alla solidarietà tra pari. C’è la tematica femminile (e femminista), per cui le donne non sono viste (non più) come supplementari alla figura dominante, ma diventano soggetti autonomi, portatrici di solidarietà, di amore, di nuova intelligenza. Il mondo femminile rappresenta il primo di quei microuniversi che fanno cadere, uno dopo l’altro, i pregiudizi sulla “diversità”. E questo a un certo punto ti avvolge, ti fa sorridere, ti fa ridere e alla fine ti commuove. Profondamente. E poi c’è il tema dell’AIDS: è l’Inghilterra dei primi anni in cui la malattia fa la sua comparsa nella gay community britannica, mietendo le prime vittime. Argomento, anche questo, toccato con intelligenza e sensibilità, come tutto il resto della pellicola d’altronde.

Pride è un’opera fondamentale per ogni giovane (e non solo) attivista LGBT dell’Italia di oggi, perché ci ricorda quanto siamo indietro sul tema dei diritti civili che dovrebbero far parte di una battaglia più vasta, che è quella della dignità della persona. Ed è un film che ti ricorda che sì, esiste sempre una guerra tra buoni e cattivi, ma in mezzo a quella follia c’è sempre spazio per un profondo altruismo, che va oltre le apparenze e i luoghi comuni, che mette da parte il sospetto che sempre nasce tra chi non si conosce, per poi scoprirsi fondamentalmente uguali, capaci degli stessi sentimenti e delle medesime passioni.

Un film bello, delicato, a tratti forte e irriducibile nella gestione del dolore. Ma al di là della rabbia e delle lacrime che suscitano alcune scene e certi episodi, ti lascia la migliore cura a tutti i mali del mondo: la speranza e la voglia di crederci ancora. E solo per questo – tralasciando la qualità della regia e la bellezza delle immagini che Matthew Warchus, che lo ha diretto, ci offre – merita di far parte della nostra memoria affettiva. Perché ci aiuta a recuperare quel pezzo di noi che sa emozionarsi ancora per la politica e l’umanità di cui può essere capace.

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Oggi su Gay’s Anatomy: “Giovanni e Rosaria, alla conquista del mondo”

joele

La Sicilia è tragica. Per  via delle sue origini greche. Lo vedi nelle pietre di calcare, sbriciolate dal tempo, dal sole e dalla salsedine. Quella disperazione, che attraverso la storia si arrampica sulle rovine dei templi e dei teatri, si attacca al sangue degli abitanti dell’isola. Per questo le nostre reazioni sono così plateali. Per tale ragione uno schiaffo è una promessa di morte. Un bacio, invece, la più assoluta delle speranze.

Joele Anastasi, che è siciliano, ambienta a Palermo una storia di quotidiana fragilità, di una rivolta interiore e di ordinaria violenza.

E il resto leggetelo su Gay’s Anatomy.

 

I gay stanno tutti a sinistra su “Oltre le differenze”

Se ne è parlato nella «prima puntata della quarta stagione di Oltre Le Differenze, il format radiofonico sul mondo gay, lesbico, bisex e trangender che va in onda tutti i venerdì alle 21 su Antenna Radio Esse (in replica il sabato alle 15) anche in diretta online dal sito http://www.antennaradioesse.it».

Si ringrazia la redazione della trasmissione, sempre attenta alle questioni del mondo LGBT, per la recensione audio, molto gradita!

Diritti GLBT: ultimi in Europa? Ecco chi, come e perché

Più la leggo, più mi piace… un grazie di cuore a Stefano Bolognini per la sua splendida recensione su Gay.it!

Ultimi in Europa? Ecco chi, come e perché. I gay stanno tutti a sinistra (Aracne editore, 11,00€) è il titolo volutamente ironico del riuscito tentativo di Dario Accolla, un blogger conosciuto con il suo Elfobruno, di stilare un bilancio sul nulla di fatto sulla questione omosessuale nel nostro Paese.

E se la caccia alla cause di un regresso sociale che è sotto gli occhi di tutti può apparire come un “déjà vu”, questo lavoro, al contrario, riesce nel difficile compito di regalare al lettore una indagine ricca di punti di vista inediti, curiosi e mai esplorati fin qui. E apre un dibattito non più rimandabile dopo un ventennale nulla di fatto sui diritti gay e sul rapporto tra politica, omosessualità e società spingendosi caparbiamente fino a difendere tutta la bellezza dell’arcobaleno.

Prima di arrivare a questo però, I gay stanno tutti a sinistra racconta la guerra che ha attraversato gli ultimi anni e che ha regalato a omosessuali, lesbiche e trans solo speranze disattese e grandi frustrazioni. Sul campo di battaglia, almeno in teoria, opposti schieramenti (centro-sinistra e centro-destra, credenti e laici, gay e etero) e due visioni antitetiche della vita, della realtà e del futuro. Da una parte chi, in nome di Dio, assedia le tre fortezze del “diritto di (far) nascere, di amare e di poter morire”. Dall’altra le nuove democrazie che intendono i diritti come “elementi di bellezza” perché portano “la vita in situazioni problematiche (si pensi alle coppie sterili)”, ampliano “le possibilità affettive delle persone e , nel momento della fine” riducono “il carico di sofferenza dell’essere umano”. Peccato che sul campo di battaglia italiano i due opposti schieramenti si siano annusati, mescolati, parlati, e sedotti fino ad imporre al Paese una paralisi sui diritti, e non solo. E non basta un superficiale “in Italia c’è il Vaticano” per spiegare chiaramente perché in questa lotta sono stati sacrificati solo i gay e le lesbiche.  Accolla, che di destra evidentemente non è, sembra  piuttosto suggerire senza peli sulla lingua, e qui sta tutta la novità di questo lavoro, che le responsabilità dello stallo vadano cercate soprattutto a Sinistra. In questo centro-sinistra.

Lo stesso che dopo le spinte del World Pride del 2000, le promesse elettorali e i tentativi dell’Unione di Romano Prodi di trovare finalmente una sintesi sui diritti, ha bellamente ingranato una retromarcia inesorabile sui diritti civili. E il testo documenta questo processo con prove ed elementi in quantità tale da far emergere una vera e propria strategia della sinistra italiana per eludere la questione omosessuale. Le destre in effetti, non si fanno alcun problema nel dichiarare che gay e lesbiche non li riguardano direttamente. Lo confermava, sempre che ne fosse bisogno, nel 2007, l’allora leader di centro-destra Berlusconi dichiarando che i gay “sono tutti dall’altra parte”, frase che certamente ha ispirato il titolo di questo lavoro.

E Accolla, che in università lavora in ambito linguistico, come già accennato, per raccontare l’accantonamento della questione omosessuale a Sinistra si inerpica su terreni mai esplorati tra “bizantinismi linguisitici” e “corruzione semantica”  in testi, dichiarazioni e documenti che sembrano offrire legittimità, per esempio, alle coppie di fatto, ma che, ad un’analisi corrosiva come quella a cui sono sottoposti in questo lavoro, pongono le basi per non equiparare un bel niente.

Non va meglio ai media italiani, sottoposti allo stesso trattamento dall’autore, e che risultano complici di questa classe politica nella loro incapacità di confrontarsi serenamente con l’omosessualità tra spettacolarizzazione, vittimizzazione della comunità lgbt e immagini prepotentemente distorte delle rivendicazioni di piena cittadinanza. È mera propaganda e aiuta a cementare  pregiudizi politici che serpeggiano acriticamente persino tra gli omosessuali come: “i diritti sono una questione secondaria”, “ciò che facciamo in camera da letto non deve interessare allo Stato”, “l’adozione no ci vuole mamma e papà”, “prima viene il lavoro poi i diritti gay”, “no a cerimonie che facciano il verso agli etero”…

L’autore non risparmia davvero nessuno in questo scritto: dai leader di partito che balbettano quando si tratta di parlare gay, all’operato  dilettantesco e poco unito del movimento lgbt, fino ai politici gay visibili, che non sempre sembrano orientati nel soddisfare ideali di piena parità ma piuttosto logiche interne ai partiti. Questo j’accuse di Accolla mai urlato o pedante  e sempre motivato, grazie ad una ironia sottile che favorisce la lettura è una ventata di chiarezza su quanto ci sta accadendo e un’operazione verità di cui si sentiva urgentemente bisogno. Ma chi salvare nelle sabbie mobili in cui sono precipitati i nostri diritti?

Tranquilli, non Beppe Grillo (o almeno non ancora); Accolla non è autore da risposte facili a domande difficili. Ma una via d’uscita c’è, ed è persino a portata di mano, ma non la anticipiamo per non togliervi tutto il gusto di questo libro utile e importante.