Viaggio nel tempo

403883_10150417854610703_732356119_nSuccede, di tanto in tanto.
Immagini rade, i tramonti all’orizzonte. Il colore dell’uva e del sangue.
Al loro cospetto, in questa giostra di memorie.
Di fronte a ciò che ero. Che avrei voluto essere.
Poeta, eroe, principe.

Adesso.

Con tutto quello che fa parte di me, sotto questa pelle. Con le mie cicatrici.
Con le parole destinate a non avere destino.
E tutto il tempo, perduto.
Che ci rende colpevoli nel tribunale dei sogni.
Perché è come il ricordo di un sapore, un movimento papillare.
La dolcezza acerba dei primi giorni in cui si scopre se stessi allo specchio.
Il colore delle mandorle verdi e dei tuoi occhi.
Ritrovarsi smarriti in viali di terra, tersa, arsa, le piante agli angoli, i glicini in fiore, i cancelli di ferro.
Percepire l’esatta consistenza dell’assenza, il suo vuoto di marmo, levigato, ineccepibile.
L’ingrediente primigenio della tua rabbia di adesso. Della tua forza senza destinatari.

Vorrei abbracciarti, per ciò che sei stato e che non sono riuscito a proteggere.
Nel perdono, nel qui ed ora.

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La rabbia e l’orgoglio (gay)

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“Dario stai esagerando con questa storia della legge sull’omofobia.”

“Stai diventando aggressivo.”

“Stai perdendo lucidità.”

Queste alcune obiezioni da parte di chi mi legge, da parte di qualche conoscente e amico.

Mettiamola così: la rabbia, a volte, ti fa essere poco lucido. Ma essere poco lucido, a volte, è ciò di cui hai bisogno per sbollire la rabbia.

La rabbia è la voce di un sentimento che nasce dopo la delusione, dopo una ferita o dopo il reiterarsi delle stesse. Credo che rientri nelle facoltà delle persone vivere i propri sentimenti, anche quando questi non sono positivi o propositivi.

Spero che non si pretenda che un omosessuale, in quanto tale, debba essere migliore rispetto ad altre categorie nel gridare la propria delusione. Soprattutto se quell’ottimalità sembra coincidere con il silenzio o, peggio ancora, con l’adorazione del potente di turno.

Capisco chi mi dice questo per salvaguardare la mia credibilità.

Capisco un po’ di meno chi mi invita al rispetto a chissà quale galateo istituzionale.

In questi giorni ho deciso di far voce a quella parte di me che vuole urlare, che vuole prendere a schiaffi qualcuno, che manderebbe all’aria tavoli, mediazioni, equilibri politici e amenità similari.

Poi verrà il tempo per rimettersi in sesto. Pe rimettere in ordine i cocci del vaso rotto da qualcun altro. Per ora sbraito e bestemmio, perché quel vaso, quello della speranza e dell’illusione di vivere in un paese tutto sommato civile, è stato definitivamente distrutto.

Credo di interpretare il sentore di molti che la pensano come me. Chi non accetta questo, chi lo trova sconveniente, non ha rispetto a mio parere di quel sentimento collettivo di disillusione. Ed è da lì che si dovrebbe ricominciare, non certo inseguendo il plauso e l’autocompiacimento di chi ci ha portati allo squallore di adesso.

A pugni chiusi

Rabbia.

Come questo cielo, offeso con l’umanità che ha dimenticato le cose vere.
Per questo piove, laddove dovrebbe esserci il sole.
Per questo Dio ha abbandonato le sue creature, su questo pianeta periferico, non concedendo più miracoli e neppure punizioni stellari.

La mia è rabbia. A pugni chiusi. Con gli occhi feriti. Con lo stomaco attorcigliato in un nodo gordiano, ad aspettare il suo colpo di spada. E se potessi cancellerei tutto come si fa con il mouse: seleziona, clicca, pagina bianca. Cestino. E quindi svuota. Tutto.

Se potessi, a volte, in quel cestino ci butterei il mondo intero.

Con la rabbia nel cuore (e la laicità nell’anima)

Tra poche ore andrò a votare. Dopo pranzo. Ogni tanto, la domenica con la mia famiglia andiamo a mangiare in una trattoria tipica di Siracusa, sull’isola di Ortigia. Si mangia pesce, il prezzo è buono, la cucina ottima. Da lì poi ci sposteremo, in branco, al seggio elettorale. Sazi nel corpo e nello spirito e con la speranza che il buon sapore del cibo ci aiuti ad affrontare l’impresa, ormai leggendaria, di esprimere una preferenza senza doversi dannare troppo l’anma.

Ero orientato per il non voto, ma poi ho cambiato idea e ho già esposto altrove le ragioni di questa scelta.

Non ho scritto in quell’articolo che molto spesso i militanti di questo o quel partito (ma soprattutto a sinistra) assumono l’arroganza dei loro leader quando ti dicono: “se non voti poi non puoi lamentarti”. Ecco, io credo che il non voto sia un messaggio politico molto forte. Non è il rifiuto della democrazia. Semmai, è il rifiuto di un certo tipo di politica. E se sono costretto a scegliere tra escrementi e cibo avariato e decido di non mangiar nulla, poi a maggior ragione ho il diritto di lamentarmi per avere cibo migliore.

Non sono l’unico che andrà a votare con la rabbia nel cuore. Riporto solo due commenti di alcuni miei amici su Facebook:

Voterò con tanta rabbia e vergognandomi ancora una volta di chi ha trasformato l’esercizio del diritto/dovere più importante in questa squallida agonia. (Vincenzo Branà, presidente di Arcigay Bologna)

Quando ero giovane ero contenta di andare a votare. Oggi invece è una lunga notte dell’Innominato. (Floriana Grasso, Catania)
Il tenore di molti altri è simile: si va a votare come se si partisse per la guerra.
Il prossimo parlamento ha il dovere morale di portarci, possibilmente tra cinque anni, alle prossime elezioni con la voglia di farlo. Non con quella di fuggire da questo paese, al momento orribile.
Infine: gira su Facebook una fotografia scattata in una scuola di Palermo. Una bandiera italiana, fatta da alcuni allievi, con l’immagine di padre Pio sulla parte bianca.
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Ecco, il prossimo passo sarà anche quello di ricondurre la sfera religiosa nei templi adibiti a luoghi di culto. La scuola dovrebbe essere, invece, il tempio del sapere, non quello della fede cieca e superstiziosa con il suo apparato iconografico da stregoneria di fine millennio.
Il prossimo parlamento, se vuole essere credibile e europeo, lavori anche su questo fronte. Quello di una democrazia matura, inclusiva, contemporanea. In una parola sola: laica.

Bombe alla scuola di Brindisi: solo rabbia e dolore

«A quanto pare gli ordigni – sarebbero tre – sono stati collocati su un muretto vicino a una scuola. I ragazzi sarebbero rimasti feriti mentre passavano di lì e stavano entrando per le lezioni.»

«Secondo la Protezione civile una studentessa è morta e altri sette ragazzi sono rimasti feriti – un altro sarebbe in pericolo di vita…»

«Centinaia di studenti sono ammassati dietro alle transenne e altri sono andati in ospedale. La notizia della morte della ragazza è stata confermata anche dal pronto soccorso, dove gli studenti sono scoppiati in lacrime. Tanti anche i genitori che sono arrivati sul posto e cercano i figli.»

«IL NOME DELLA VITTIMA È MELISSA BASSI, 16 ANNI.»

«Stavo aprendo la finestra e la deflagrazione mi è’ arrivata addosso. Ho visto i ragazzi a terra, tutti neri, i libri erano in fiamme. Una scena terrificante. Sono ragazzini, chi è che ha potuto fare una cosa simile?»

«Quello che si vede fuori dall’istituto è impressionante – prosegue il preside – ci sono quaderni zuppi di sangue, brandelli di oggetti. L’esplosione l’hanno sentita in tutta Brindisi, non era certo una azione dimostrativa.»

«È stato fatto per uccidere…»

«La scuola Morvillo Falcone aveva vinto il primo premio della prima edizione del concorso sulla legalità»

«La studentessa, gravemente ferita, Veronica Capodieci, è ancora nella sala operatoria del quinto piano dell’ospedale brindisino. Le sue condizioni sono disperate.»

Fonte: Repubblica

(non riesco a trovare parole. Le cose accadute sono più forti, purtroppo, di ogni cosa che potrebbe essere aggiunta)

Ore piccole

A volte hanno il suono di un violino silenzioso.
Dei bilanci di quanto accaduto fino un attimo prima di abbandonare i nostri vestiti sulla sedia, senza ordine, in armonia col caos. E in assonanza col dolore.
Hanno le parole della canzone che ascolti sempre in momenti come questo.
Il suo sguardo, fuggito per chissà dove. Ma nella rassicurante certezza del per sempre.
Il sapore del sonno, che tarda ad arrivare.
Il rumore delle cose perdute. E dei pensieri che si trascinano dietro, come barattoli dalla macchina di uno sposo. Uno soltanto.
Ripetono cose pronunciate da altri. Alle quali non credi, ma che ti appartengono. In un certo qual senso.
Si portano dietro il canto di un uccello ignaro dell’unisono con l’alba.
Hanno tutto il volume della solitudine. Impalpabile. Insostenibile.
Hanno il silenzio e si accontentano. Siamo noi a riempirlo di ogni cosa che, a ben guardare, esiste se non al di qua della pelle.

Hanno il silenzio e il nulla. Non hanno mai chiesto la rabbia e l’impotenza dell’asfalto. E si accontentano, appunto. Siamo noi semmai, ancora svegli e coi nostri dilemmi solo umani, ad esser fuori posto.

In direzione opposta

Io sono di quelli che leggono le poesie, nei bar del pomeriggio.
Io sono di quelli che si immedesimano nelle canzoni.
Oscillando tra rabbia e dolore. Senza mai passare dalla noia. E concedendo, raramente, il diritto di parola alla gioia.
Di quelli che piangono guardando i telefilm alla tv. Contravvenendo a tutte le leggi dell’ “essere uomini”.
Io sono di quelli che bruciano.
Io sono di quelli che baciano una volta soltanto. Ormai troppo spesso.
Di quelli che a volte non baciano nemmeno.
Di quelli che, però, guardano ancora i cartoni animati. Manga giapponesi, possibilmente.
Che ancora, a volte, e pur tuttavia, ci crede. E non sappiamo del tutto perché Pandora aprì il vaso di ogni male possibile, ma conosciamo l’ultimo che vi rimase.
Io sono di quelli che pecca di hybris. Per scontare la punizione degli dèi.
Io sono di quelli che non vedrai mai sul carro della vittoria. I trionfi assoluti richiedono luci nitide e anime intatte. È ogni piccola crepa, al contrario, uno scrigno d’ombra.
Sottolineo le righe dei libri che leggo. Nell’illusione di trattenerli meglio nel vaso rotto della memoria.
E sono di quelli che non riesce a perdere dieci chilogrammi ormai da due anni a questa parte.
E che non segue nessuno sport con la dovuta regolarità.

Io sono di quelli di cui nessuno si innamora. E quando questo è accaduto, gli eventi e i venti spiravano in direzione opposta.