Ci chiamano diversi

È un progetto del giovane film-maker Enzo Monaco, che prova a raccontare chi sono le persone LGBT in Italia.

E lo fa, lui, da eterosessuale, facendo parlare gli altri e le altre, per vedere se noi siamo poi davvero così diversi/e come ci dipingono.

Se volete capire un po’ meglio di cosa sto parlando potete andare a visitare il blog del regista, Ci chiamano diversi, su Blogspot. Lì troverete il work in progress del documentario e qualche assaggio di molte delle storie già narrate.

Io ho raccontato la mia:

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Antiomofobia: meglio una legge giusta che una cattiva legge

Stavo scrivendo un post sull’incontro, tra gli altri, con Ivan Scalfarotto alla Festa democratica del Pd Portuense di venerdì scorso, 6 settembre a Roma, in cui si è parlato di questione omosessuale e di legge contro l’omo-transfobia.

Mentre elaboravo ipotesi e opinioni, un grande senso di vuoto si è impadronito di me. Ripetere le stesse cose, di fronte a una legge assurda e figlia delle grandi intese, per cui per salvare Berlusconi, il suo partito e gli interessi di quella parte, si sacrificano – tra gli altri – i diritti delle persone LGBT. Per non parlare del salvacondotto dato a vescovi e cattolici che grazie a questa legge, così com’è concepita, potranno continuare a propagandare odio sociale contro le persone omosessuali, bisessuali e transessuali.

Purtroppo non c’è nessuna possibilità di confronto dialettico con questa gente. Queste persone vanno sconfitte sul piano politico. Sia i creatori della situazione istituzionale attuale, sia coloro che si sono ritrovati – forse impotenti – a dover subire diktat e imposizioni in merito, finendo, tuttavia, nelle maglie del collaborazionismo.

Mi limiterò a due soli constatazioni.

1. Molta gente voleva intervenire, alla fine del dibattito, ma i tempi stretti hanno impedito il confronto. Evidentemente le persone sono molto interessate all’argomento, più di quanto la politica sia disposta a credere.

2. Scalfarotto ha detto che con il solito mantra “meglio nessuna legge che una cattiva legge” non si è arrivati a nulla in Italia sul piano della questione LGBT. Affermazione interessante per almeno due ragioni. La prima, perché ha riconosciuto implicitamente che le leggi fino a ora proposte (i DiCo e la sua) sono non buone. La seconda, perché dimentica che proprio su certi temi a non far nulla sul piano politico è stata l’intera classe politica a cominciare dal suo partito. Non certo il movimento omosessuale che al contrario di quanto ha lasciato credere non ha mai oscillato tra il niente e lo pseudo-niente, ma ha sempre e solo chiesto provvedimenti veri, efficaci, rispettosi del concetto di dignità.

Le larghe intese, evidentemente, tengono Scalfarotto in ostaggio e questo dispiace. Perché in nome di privilegi di casta non si guarda agli interessi reali del paese, sebbene di una sua parte minoritaria. Ma sarebbe ora di guardare la cosa, forse, proprio da questa prospettiva, richiamare la politica alle sue responsabilità oggettive e smetterla di fare generalizzazioni che offendono ulteriormente un’intera comunità (quella gay, nella fattispecie) e il suo movimento politico di riferimento.

Noi non vogliamo “tutto o niente”. Come ha detto Daniele Viotti, uno dei relatori dell’incontro, il problema non è scegliere tra il meno peggio e il niente, preferendo quest’ultimo. Il meglio sarebbe, appunto, una buona legge. Un provvedimento giusto.

In altre parole: vogliamo la stessa dignità umana e parità giuridica di ogni altro/a cittadino/a.
La politica è andata in questa direzione, o ha cercato di disattendere questa domanda di democrazia da parte di una minoranza specifica?
Le leggi fino a ora presentate sono state considerate “cattive” per capriccio di una parte sociale precisa (la comunità LGBT) o forse perché lesive del concetto di eguaglianza?

Riflettiamo su queste domande e poi ognuno faccia i conti con la propria coscienza.

Nudi e vestiti, domani pride!

Domani sarà il mio primo pride della stagione. Si comincia con Roma, per proseguire con Palermo e Catania.

Ancora di recente vedo, nei dibattiti pubblici e nei discorsi sui social network, come la querelle della presunta sobrietà (o mancanza della stessa) della manifestazione tenga banco, a dispetto della valenza politica e dell’importanza della rivendicazione che essa porti con sé. Trovo anche molto triste – per non dire politicamente suicida – che a fare certe considerazioni siano proprio le stesse persone omosessuali. Ciò dimostra come la cultura della nostra comunità, qui in Italia, sia ancora all’anno zero della questione omosessuale.

Adesso, parlare di “carnevalata”, “sobrietà”, “non rappresentatività” della marcia dell’orgoglio è inutile, demistificatorio, fuorviante, addirittura moralista. Perché?

Prima di tutto, il pride non è una “carnevalata” per un’evidenza culturale: al corteo alcuni/e – per altro largamente minoritari/e – si spogliano dell’identità che la società cuce loro addosso per appropriarsi del loro io più vero, mentre per la festività chiamata dal banco dell’accusa ci si traveste per nascondere se stessi. Da una parte abbiamo la ribellione al sistema sociale, dall’altra la mimetizzazione al fine di contestare lo stesso. I due eventi, quindi, sono semmai l’uno l’antitesi dell’altro. Poi ben venga anche il carnevale, sia ben inteso!

Il concetto di “sobrietà” poi impone alla comunità LGBT quel sentimento di supremazia che la maggioranza agita contro le culture ritenute marginali. Si pretende con essa, imponendola o evocandola, che omosessuali e transessuali dimostrino di essere moralmente migliori rispetto alla massa che non è in grado di, e soprattutto non vuole, fare altrettanto. La società siffatta mercifica il corpo, soprattutto quello femminile, lo sfrutta nei processi produttivi, lo sacrifica quando necessario per questioni etico-mediche, lo mortifica per fatti religiosi. Questi aspetti vengono dati per normali e non messi in discussione. Vengono persino visti come indicatori garanti di libertà personale. Però quando tale libertà si modula in modo non convenzionale, scatta il dispositivo della censura. Benvenuta coerenza, che in questo caso ha le iniziali e il significato di coercizione.

Sulla “non rappresentatività” io vi dico: volete che il movimento LGBT vi assomigli? Benissimo, siamo in democrazia. Lavorateci sodo, fecondaleto e trasformatelo come più vi piace. Credo che l’ingresso di nuove menti e nuove energie non possa far altro che rivitalizzarlo. Ovviamente bisogna anche immettervi contenuti politici. Ma è politica “nuova”, mi e vi chiedo, un’ideologia basata sulla paura del sé? Riflettiamo, per favore.

Concludo con una questione: vogliamo forse impedire un messaggio di liberazione? Sicuramente forte, di impatto e politicamente scorretto. Ma la domanda è: non rientra nella libertà dell’individuo il poter esprimere, laddove è possibile, liberamente il proprio io? E guardate, è proprio in nome di ciò che sono nati il movimento di liberazione sessuale, il femminismo, la questione omosessuale. Quando qualcuno/a un bel giorno ha detto: «tu mi obblighi ad essere come tu vuoi? Ebbene, la mia risposta è no!».

Per cui, domani venite e vestitevi o spogliatevi come più vi piace. Io parteciperò in maglietta o camicia, jeans a mezza gamba perché fa caldo e scarpe comode. E così come (quasi) tutte le persone che conosco. E non andrò per esibire un look “normale” o per rassicurare qualche ben pensante. Andrò a chiedere il matrimonio egualitario, le adozioni, la protezione dei bimbi delle famiglie omogenitoriali, la legge contro l’omo-transfobia, i diritti per i/le trans e quello alla salute per le persone HIV-positive e per i malati di AIDS. E lo farò col linguaggio della gioia! Vi fa davvero così paura?

Se non vedete tutto questo, ma solo tette e culi, vuol dire che non riuscite a capire nient’altro di più complesso di un perizoma o di un reggiseno. E il problema sarebbe comunque vostro. La libertà, converrete, ha maglie decisamente più grandi di un “sentimento dello scandalo” da agitare solo quando fa più comodo per stare in pace con sé.

I gay si sposeranno in chiesa. A pagamento, naturalmente

È davvero curioso: certi vescovi o alti prelati di vario genere, un tempo strenuamente omofobi, si scoprono pro-unioni civili quando sta per essere votata la legge sul matrimonio egualitario nel paese di residenza. È successo all’attuale papa, in Argentina; e adesso si registra l’apertura della chiesa anglicana, mentre Cameron si dichiara a favore dei matrimoni tra gay e tra lesbiche.

Il messaggio di apertura del reverendo James Jones alle coppie omosessuali è addirittura commovente:

Il messaggio di Gesù Cristo abbraccia tutti ed è inclusivo. Perché, nei secoli, nonostante il suo grande contenuto d’amore, è diventato così alienante ed esclusivo?

Ma non illudiamoci. Quella che è un’apertura della chiesa di fronte ai diritti civili costituisce un tentativo di arretramento o quanto meno un freno al progresso civile degli stati in cui la questione omosessuale sta spostando le sue rivendicazioni dall’istituto separato per gay/lesbiche alla piena eguaglianza tra cittadini/e, allargando l’istituto matrimoniale a tutti i soggetti giuridici.

Quello che per un credente è un passo avanti, per un cittadino è un elemento di arretratezza culturale, giuridica e civile. In questo gap si riscontra ancora tutta l’inadeguatezza di una visione confessionale dell’esistenza umana.

Poi, certo, ci sono pure le interpretazioni delle malelingue. Che a pensar male si fa peccato, si sa, e non solo molto spesso si indovina, ma chi non riconosce nessuna dignità al concetto stesso di peccato non si fa nessun problema ad andare oltre nel processo di interpretazione dei fatti.

Il mio pensiero di stamattina, leggendo questa notizia e guardando a Bergoglio e alla chiesa anglicana, è stato il seguente: dategli tempo… appena capiranno che è un business, anche i preti cattolici apriranno al matrimonio tra gay. In chiesa e dietro parcella, naturalmente.

D’altronde si sa, pecunia non olet. E quella dei gay profuma pure, se vogliamo cavalcare uno stereotipo di troppo. Converrete.

Russia e diritti LGBT: una cartina al tornasole per la civiltà

Il vento della Siberia colpisce la comunità LGBT in Russia. Una proposta di un parlamento locale della regione siberiana di Novosibirsk è stato inviato e approvato dalla Duma e che prevede che qualsiasi atto di “propaganda” dell’omosessualità, dal parlarne ai minori fino ai gay pride, verrà punito con multe salate, con l’arresto e la prigione. La legge dovrà essere ancora discussa e votata in aula altre due volte, ma il primo sì dei deputati è stato schiacciante.

Tutto questo avviene mentre nel mondo il presidente americano Obama, nero e democratico, si appresta a varare norme a favore della gay community. E Obama, ricordiamolo, è quel presidente che sta cercando di costruire una forma di stato sociale nel suo paese, di dare più diritti alle classi disagiate e di far ricadere le spese di questi costi sociali sui ricchi.

Tutto questo avviene mentre in Francia il socialista Hollande sta cercando di rendere il matrimonio non più un privilegio per le coppie eterosessuali, ma un diritto di tutti e di tutte, scatenando le rappresaglie delle confessioni monoteiste, cristiani ed ebrei in prima linea.

La Russia di Putin, invece, si riallaccia al suo passato fatto di tirannide e di disprezzo per i diritti umani. Le argomentazioni del partito putiniano sono le stesse di certi nostri rappresentanti locali, da Albertini a La Russa, passando per le immancabili Bindi & Binetti: la salvaguardia delle giovani e future generazioni, il concetto “sacro” e/o “naturale” di famiglia, la condanna del vizio e della perversione e via discorrendo. Il tutto con la benedizione del pope di turno (o del papa di turno, se guardiamo a noi).

Tra poco in Italia ci saranno le elezioni. La scelta per i candidati al parlamento dovrebbe seguire, tra i vari criteri, anche lo spartiacque storico degli eventi che ci stanno davanti agli occhi: scegliere, cioè, quei politici che più si avvicinano, nella loro prassi e nelle loro idee a personaggi quali i presidenti americano e francese. E non votare quelle persone che vorrebbero l’Italia, Berlusconi in testa, fosse un paese più simile a quello del suo amico Vladimir. È una questione di civiltà. E la questione omosessuale è una delle sue tante cartine al tornasole.

I gay stanno tutti a sinistra?

Ok, ho scritto un libro e qualcuno di voi lo sapeva già.

Poi i miei amici di Stonewall, la splendida associazione GLBT di Siracusa, che fa cose più che egregie, mi ha fatto questo regalo. E io lo posto qui.

Il libro uscirà nelle prossime settimane, a maggio mi dicono dalla casa editrice. Ma sapete come vanno queste cose… intanto, mettetevi nell’idea di comprare il libro. Perché riflettere su certe cose non fa mai male. E poi, se vi piace il blog, non potrete fare a meno di amare il saggio che si ispira ad esso.

E buona (futura) lettura, dunque!

I GAY STANNO TUTTI A SINISTRA
Omosessualità, politica e società

un libro di Dario Accolla

L’opera affronta la varie fasi della questione omosessuale in Italia negli ultimi quindici anni prendendo in considerazione specifici aspetti politici, sociali e di costume.

Si analizza l’atteggiamento del ceto politico, di destra e di sinistra, con il suo atteggiamento ostile o le sue promesse elettorali tradite; della chiesa, con la sua predicazione e la sua influenza sulle masse; della società con la sua indifferenza, i luoghi comuni e le violenze perpetrate ai danni della gay community.

Si studia il fenomeno dell’omo-transfobia, sia nella sua forma più manifesta e violenta, con le aggressioni, sia nella sua forma più strisciante, con il perpetrarsi e il diffondersi di schemi mentali precostituiti e degli stereotipi diffusi.

Si approfondisce, per altro, il ruolo del linguaggio della politica e dei media attorno alla questione omosessuale.

Il saggio si conclude, infine, con una descrizione dell’universo GLBT – fenomenologie comportamentali, percezione di sé, stereotipi adottati e introiettati, la presenza delle famiglie arcobaleno (genitori gay) – e di alcune proposte per un nuovo approccio alla questione omosessuale da parte degli attori politici e sociali.

Che ne sanno Santanché e Checco Zalone del matrimonio gay?

Ci risiamo. Ancora una volta il giornalista di turno – in questo caso del Corriere, forse invidioso che tale pratica fosse divenuta quasi esclusiva di Vanity Fair – chiede pareri sulla questione omosessuale a chi non ha titolo per parlarne.

Come nel caso di Daniela Santanché che reduce dalle difese del bunga bunga, può adesso permettersi di dirsi impressionata all’idea che Paola Concia possa essersi unita davanti alla legge con la sua compagna: «Io mi impressiono, voglio impressionarmi, accidenti! Non voglio abituarmi a certe robe…»

La domanda conseguente è semplice: qual è l’esigenza da parte di giornalisti e cronisti di conoscere il pensiero di persone inammissibili su temi che andrebbero trattati con il dovuto rispetto?
Perché chiedere alla Ferilli che ne pensa dei matrimoni gay o a Checco Zalone delle adozioni? Qual è l’utilità? Che competenza hanno queste persone su questi temi?

Per altro: questa gente viene ugualmente interpellata per il nucleare, per la crisi economica, per l’acqua pubblica? No. E se la si interpella sui matrimoni gay è solo per svilire il discorso.

Perché se di certe cose può parlarne un saltimbanco qualsiasi è perché l’argomento non è serio. Questa è la filosofia.

Adesso sapere che l’ex leader di un partito di estrema destra sia favorevole o meno a certe questioni ha lo stesso valore della contrarietà di Massimo Boldi ai referendum sul legittimo impedimento o del biasimo di Flavia Vento rispetto all’aumento dell’IVA. Il problema però è che il giornalista interpella questa gente solo sui froci.

Un modo facile e semplice, a ben vedere, per riempire una pagina di un qualsiasi giornale italiano. Non importa se intrisa di luoghi comuni, di dichiarazioni offensive e di informazioni sbagliate.

(musa: Milla Delle Ore)