Il senso del tempo che è stato. Per Alessandro Motta

Caro Alessandro,

ti scrivo qui, in una nota pubblica, in un documento visibile a tutte/i, per onorare la dignità e il coraggio delle tue lacrime di ieri. Lacrime che hanno origini lontane e che io penso di conoscere tutte. Le definisco, per altro, coraggiose perché hai esposto la tua più nuda umanità e questo era il senso dei Diari dell’orgoglio. Ma hai fatto di più: non hai avuto paura di affrontare la tua fragilità e per fare questo occorre una dimensione interiore che non tutti sono in grado di contenere.

Non riuscirò a rispondere a tutti gli interrogativi che hai cercato di enucleare, tra i singhiozzi, la rabbia, la delusione degli eventi passati. Non perché non voglia, ma anche io, a un certo punto, ho smesso di seguire il senso delle parole per controllare un’emotività che avrebbe voluto essere forte e onesta come la tua. Allora risponderò a quello che mi ricordo e per quello che avrei voluto dire, che avrei dovuto dirti.

Ci chiedevi a cosa è servito il tuo impegno, in tutti questi anni. Anni in cui abbiamo affrontato, prima ancora delle questioni complesse della causa omosessuale italiana, le faide associative, gli odi incrociati, il riconoscimento del nemico e tutta una mole enorme di energie oscure, ingiustificate – col senno di poi – alimentate in nome di ideali non (più) attinenti con la realtà in cui siamo immersi e non come gay, ma come cittadini, come persone, come esseri umani.

Ci chiedevi qual è stato il prezzo del tuo sacrificio, di fronte ai tuoi studi, di fronte alla tua vita privata, per portare avanti una causa che i più sembrano ignorare. Molte volte ci siamo sentiti dire, anche da “insospettabili”, a cosa servissero i nostri sforzi. Come se dovessimo essere noi a spiegare le ragioni che ci portano a volere un mondo migliore, anche per coloro che ci denigrano e continueranno a farlo.

La prima risposta che ti do può apparire scontata, ma è quello che sento di dirti. La ragione delle tue scelte, che poi sono anche le mie, sta nelle scelte stesse per cui siamo diventati militanti gay. No c’è una giustificazione che dobbiamo fornire se vogliamo che l’Italia diventi come la Spagna, la Svezia o la Germania. Dovrebbe essere qualcun altro, semmai, o dover spiegare la propria ignavia o la propria inadeguatezza. Ho la presunzione di credere che siamo nel giusto, perché vogliamo che tutti vivano nella possibilità concreta di seguire le loro scelte e le loro aspirazioni.

La seconda risposta che ti do è invece più intima. La forza che ti ha spinto a sacrificare una parte di te stesso sta nella tua nobiltà, una nobiltà che ha, tra i suoi ingredienti, il tuo idealismo, la tua amarezza di fronte le ingiustizie, il tuo orrore di fronte all’ignoranza, l’amore per Marco per il quale e con il quale immagini un futuro.

Un futuro, aggiungo, che è legittimo così come lo immagini, col tuo desiderio di famiglia. E se qualcuno dei “nostri” non riesce a capirlo, perché non capisce quanto può essere rivoluzionario nell’Italia di adesso l’aspirazione alla “normalità” di ognuno di noi, credo che, ancora una volta, non debba essere tu a fornire giustificazioni.

Le tue domande di ieri contenevano in esse le risposte che cercavi. E a quelle risposte aggiungo un’evidenza che in molti, però, non fanno troppo caso. Il tempo che ci lasciamo alle spalle non è mai perso, se alla base di esso ci sono scelte, sogni e aspirazioni. La vita si vive e il prezzo che paghiamo, a volte, è la sconfitta o il senso di impotenza. Ma la vita, per fortuna, non è solo questo.

La vita, se ci fai caso, sono le nostre serate a giocare a Bang con Lele e Monica. Sono i cineforum con Fili, le chiacchiere di fronte a un mojito con la Fuschi e Selene, i nostri appuntamenti con Giovanni. La vita è riempire un cortile o un’arena, perché la gente ha voglia di sentire quello che hai da dire. La vita è una cena dal gusto meravigliosamente retro a casa di Carmina, la stessa che ieri ti ha sostenuto, col suo abbraccio, mentre leggevi.

Fino ad adesso hai vissuto. E a volte ti sei fatto male. Ma se ieri c’era tutta quella gente ad ascoltare le tue parole, un po’ (o un po’ troppo) arrabbiate, è perché in questi anni hai comunque costruito qualcosa. Spero di farne parte ancora per molto tempo.

Con affetto sincero, con stima, con orgoglio,

tuo Dario

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Alessandro Motta è coordinatore del Codipec Pegaso di Catania, membro del Laboratorio per il Pride e ha organizzato gli ultimi pride cittadini e il Sicilia Pride del 2009.

Ideatore, tra gli altri, della Queer Week, la nuova formula del Pride etneo del 2011.

Queer Week Catania: il Pride diverso

Anche quest’anno la festa dell’orgoglio LGBT etneo chiuderà la stagione dei pride italiani. Una stagione che ha visto, tra gli altri, il clamoroso successo dell’Europride di Roma, il pregevole bis di Palermo e le “nuove stagioni” di Milano, col patrocinio del neo-sindaco Pisapia, e di Napoli, che ha visto il primo cittadino De Magistris marciare assieme ai manifestanti.

Un anno di novità, in altre parole, sul solco di una tradizione che più volte ha suscitato critiche interne ed esterne, sull’opportunità di “festeggiare” un evento che commemora lotte lontane – come la rivolta di Stonewall, del 1969 – ma che non ha prodotto nessun progresso legislativo e sul piano dei diritti nel nostro paese. Proprio da queste considerazioni è nata la svolta delle associazioni siciliane riunite dentro il Laboratorio del Pride che quest’anno proporranno una formula nuova. Una settimana di eventi culturali, di riflessioni pubbliche, di incontri sulla salute e sulla condizione delle donne. In una sola parola, anzi, in due: Queer Week.

Non si farà, invece, il corteo finale. E questo non certo perché si considera obsoleto e superato il momento più elevato della visibilità di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali – molte delle associazioni presenti dentro il Laboratorio hanno aderito e/o partecipato all’appuntamento romano dell’undici giugno – ma perché dopo più di un decennio la parata finale rischiava di essere metabolizzata dalla cittadinanza non più come momento politico-rivendicativo, bensì come appuntamento folkloristico, come nota di colore facilmente assimilabile.

Gli organizzatori e le organizzatrici – Arcigay Catania, Citta Felice, Codipec Pegaso Catania, Collettivo Lesbico Goditive Generose, Gruppo Pegaso, Kalon GLBTE, LILA Catania, Open Mind Catania, Ossidi Di Ferro, Stonewall GLBT Siracusa – hanno invece deciso, per il 2011, di privilegiare la comunicazione con la città, su temi importanti e impegnativi.

Si comincia il 28 giugno, data simbolica scelta non ha caso, con i “Diari pubblici dell’orgoglio”, presso la libreria Feltrinelli, in cui militanti e esponenti del movimento LGBT siciliano condivideranno le loro riflessioni su amore, politica, sessualità, fragilità umane, ecc.; si continuerà con gli appuntamenti dedicati alla cultura, all’omogenitorialità, presso lo splendido chiostro nella sede della CGIL, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, per concludere, il 3 luglio, con una ricchissima giornata al femminile, alla scalinata Alessi, luogo storico della gay community catanese.

Un ciclo di incontri che mirano all’edificazione di un rapporto più consapevole, per certi versi più critico, con un tessuto sociale forse un po’ distratto o col quale, forse, non si è saputo dialogare fino in fondo, al fine – come si legge nel documento politico – di “poter costruire il senso della comunità, che è il senso della condivisione e dell’affetto profondo e della congioia!”.

La Catania rainbow riparte a viso aperto dal dialogo e dall’incontro nei luoghi della città. Una nuova formula della visibilità, forse più sussurrata ma non certo meno impegnativa e coraggiosa, per poter festeggiare, un domani, non solo una memoria storica, ma anche quel senso ritrovato in cui fare dei diritti e del rispetto delle differenze un territorio comune di confronto e di inclusione sociale.

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pubblicato su Gay.tv