Seibezzi tra diritto, “cultura della vita” e minacce di morte

Camilla Seibezzi è una consigliera comunale di Venezia, con la delega da parte del sindaco Orsoni ai Diritti civili e contro le discriminazioni. Coerentemente con il suo lavoro, ha fatto una proposta che reputo giusta e condivisibile: ha proposto di modificare la modulistica per l’accesso agli asili nido: invece di inserire i termini “padre” e “madre”, questi verranno sostituiti con “genitore”.

La ragione la spiega la consigliera stessa in un video all’Ansa: «La scelta di “genitore” non esclude l’uso corrente del termine “padre” o “madre” come molti temono semplicemente li comprende. Questo provvedimento fa sì che qualsiasi tipo di famiglia che va a iscrivere i propri figli a scuola non subisca discriminazioni né viva delle situazioni di disagio. Così la madre single piuttosto che il padre vedovo, la coppia eterosessuale piuttosto che la coppia omosessuale che iscriva i propri figli venga compresa a pieno titolo dalla parola “genitore”».

Viviamo in una società in cui la famiglia eterosessuale è, ormai, una delle tante realizzazioni possibili. Sicuramente maggioritaria e certamente degna di ogni rispetto, ma altrettanto relativa rispetto ad altre forme familiari ormai presenti anche nel nostro paese.

Una scelta di buon senso, dunque, che non solo non è lesiva per le coppie eterosessuali, sposate o meno, credenti o laiche, ma che include nell’ambito del diritto anche tutte quelle realtà familiari e genitoriali che al momento sono escluse dal riconoscimento pubblico. Un atto di giustizia, per dirlo in altre parole.

Ovviamente la cosa non ha tardato a infiammare polemiche da parte dei soliti noti. UdC, Lega e Fratelli d’Italia – rispettivamente: un partito che ha fatto eleggere diversi esponenti condannati o indagati per mafia, un altro che ha fatto del razzismo la sua cifra politica (si ricordino gli insulti a Kyenge) e un drappello di ex fascisti che si sono fatti un partito a parte per la vergogna di stare nella stessa sigla di Berlusconi, ma non abbastanza coerenti con quel sentimento per correre da soli – hanno tuonato le solite litanie apocalittiche sulla fine della famiglia tradizionale.

E si sa: poiché viviamo nel paese in cui viviamo, all’omofobia di palazzo segue sempre quella di strada. E questa ha un linguaggio e uno soltanto: la violenza. Camilla Seibezzi, infatti, è stata minacciata di morte sul web per la sua iniziativa.

Evidentemente, la cultura della vita – tanto decantata dai tutori della famiglia eterosessuale e cattolica – ha bisogno dell’istigazione alla violenza, del mantenimento delle disparità, delle discriminazioni e delle minacce di omicidio per poter salvaguardare i milioni di “padri” e “madri” che vivono in Italia. Fossi in loro non vivrei poi così tranquillo…

Ci dovremmo essere abituati, visto che quella cultura ha già prodotto fenomeni analoghi con chi, nel corso dei secoli, ha semplicemente tentato a pensare con la propria testa: roghi, caccia alle streghe, inquisizioni e crociate dovrebbero renderci avvezzi a un certo tipo di esternazioni. Eppure la ragione umana non si rassegna di fronte all’esibizione di certa inciviltà.

Personalmente esprimo la mia più totale vicinanza umana e la mia più assoluta solidarietà per Camilla Seibezzi. Il suo impegno testimonia che, a volte, non è vero che la ragione – intesa anche come intelletto – non può stare da una parte sola. In tutta questa storia vedo, da un lato, un tentativo di rendere questo paese più civile; dall’altro, la solita logica basata su arroganza, prevaricazione e odio sociale. Quest’ultima non può e non deve avere cittadinanza. Non più.

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Gay, unioni civili e neri sui bus

Arrivata, finalmente, la proposta di legge del Pd sulle unioni civili. Un provvedimento che dal partito è già stato salutato ed esaltato come un enorme progresso in materia. E in effetti molte delle proposte contenute nel documento di presentazione rientrerebbero – apparentemente – nel concetto di uguaglianza, perché ricalcano la dicitura “come per il matrimonio”.

Tuttavia tale uguaglianza è più apparente che reale, per almeno tre ordini di ragioni. Vediamo quali.

1. Innanzi tutto per il nome. Se creiamo due istituti giuridici che hanno gli “stessi” diritti del matrimonio – tranne alcuni, poi, a ben vedere – ma si chiamano in modo diverso perché per i gay non sarà possibile considerarsi “sposati”, ma al massimo “uniti civilmente”, generiamo – a livello simbolico e collettivo – una prima grandissima disuguaglianza. E in quella crepa possono crescere ancora i semi dell’omofobia. Una questione culturale non di poco conto, a ben vedere. Ma il Pd non ha ancora sviluppato gli strumenti adeguati per farsi sfiorare da questa preoccupazione.

2. In tema di adozioni, queste risultano riservate alle coppie eterosessuali. Senza una ragione evidente se sempre nella stessa legge si prevede che il/la partner possa adottare la prole biologica del/la compagno/a ma non altra precedentemente adottata. Questa distinzione è e rimane, al momento, tanto oscura quanto discriminatoria. E nutre il pregiudizio sulle capacità educative delle persone LGBT.

3. La pensione di reversibilità, infine. Riporto testualmente:

a tutela della finanza pubblica e per prevenire facili elusioni, andrà prevista una durata minima della unione (matrimonio, unione omosessuale), e in assenza di figli minori, quale condizione per l’accesso alla pensione di reversibilità.

la stessa frase è offensiva. Si dà per scontato che la natura delle unioni tra gay o tra lesbiche sia facile terreno di coltura per elusione fiscale. E si suggerisce, implicitamente, che dietro le unioni tra persone dello stesso sesso vi sia un connaturato pericolo per le finanze statali e quindi per la società tutta.

La misura poi è discriminatoria. Lo Stato non dovrebbe indagare sui reali motivi che portano le persone a sposarsi o a vivere insieme. Lo Stato non disciplina l’amore, ma i diritti legati alla convivenza. E non mi risulta che alle coppie eterosessuali si richieda altrettanto.

Emerge, in sintesi, ancora una volta quell’arroganza da parte del gruppo maggioritario di pretendere dalle minoranze una moralità superiore rispetto a quella che la maggioranza stessa non è in grado di garantire.

Certo, non sono i DiCo di bindiana memoria – e non che ci volesse tanto a essere migliori rispetto a un provvedimento che sanciva per legge le discriminazioni – ed è già partita in rete la tiritera del “sempre meglio di niente”, magari proprio dai gay di partito o da quei militanti eterosessuali che godono già di tutti i diritti di cittadinanza. Ho anche letto, da qualche parte, frasi del tipo “voi gay non meritate nulla!”, proprio perché magari osiamo chiedere la piena parità e non la pallida imitazione di un matrimonio.

A tutte queste persone chiedo: se avessero dato ai neri la possibilità di prendere gli stessi mezzi dei bianchi, ma di sedersi in fondo e di poter utilizzare solo una parte dei sedili disponibili, magari dovendo prima dimostrare di essere sufficientemente puliti per potervici sedere, noi come chiameremmo tutto questo? Uguaglianza o razzismo? Adesso sostituite “neri”, “autobus” e “sedili” con “gay”, “unioni civili” e “diritti” e poi fatemi sapere che ne pensate.

Una volta di troppo

Ho appena finito di leggere la proposta di legge popolare sulle unioni civili presentata da vari esponenti di partito LGBT – Concia (Pd), Zan (SEL), Grillini (IdV), ecc. – e cercherò di mettere in luce i miei dubbi e le mie perplessità, assieme a quelle che possiamo definire dei punti di forza della proposta stessa.

Tra gli aspetti positivi trovo la valenza pubblicistica delle unioni. Esattamente come il matrimonio, anche per gli istituti più blandi, sarà lo Stato, attraverso un suo rappresentante, a sancire la legittimità giuridica davanti alla legge delle unioni delle persone LGBT.

Bene anche la piena equiparazione dei diritti e dei doveri analoghi a quelli matrimoniali.

Concorde con Alicata, dico inoltre che se questo testo fosse quello che venisse approvato in parlamento, oggi o nella prossima legislatura, dall’attuale classe politica – quella che ha dentro i Fioroni, le Bindi, i D’Alema, certi nominati dell’IdV, Vendola stesso et alii – la considererei una mediazione accettabile.

Siamo in Italia, terra di tutte le ipocrisie. E ipocritamente direi loro: va bene. Se volete essere presi in giro, vi prendiamo in giro, in vista della prossima battaglia, quella che dà un nome alle cose per quello che sono.

Eppure.

Questa è una proposta di legge che non arriva come fine ultimo di un processo di mediazione tra chi vuole giustizia (noi) e chi vuole omofobia e l’attuale apartheid giuridico (la classe politica di cui sopra). No, questa legge arriva da chi, almeno a parole, si propone come portatore/portatrice delle nostre istanze dentro il parlamento. E quelle istanze, in questa legge, zoppicano. Zoppicano nel metodo e nel merito.

Anna Paola Concia mi ha personalmente scritto: «che ne sai che il movimento non è stato coinvolto?», in risposta ai miei dubbi sul fatto che le associazioni, almeno da quello che si legge in giro, non erano state interpellate in merito a questa iniziativa. Ne consegue, quindi, che alcune sono state coinvolte, altre no. Il risultato? L’ennesima spaccatura. Sarebbe interessante, a questo punto, capire quali raltà erano state avvertite e perché non si è creato un dibattito che portasse la proposta stessa ad avere un evidente e chiaro avallo associativo. Così, giusto per darle più forza.

Riguardo ai contenuti, molti sono i dubbi. Ho appena partecipato a un convegno dove ho portato una comunicazione sul linguaggio omofobico dei nostri politici. Un dato che è emerso è quello della confusione delle parole usate, o l’omissione di altre. Dico questo non certo per tacciare di omofobia i promotori e le promotrici della proposta di legge, perché è ovvio che non lo sono. Ma quella confusione rimane. Si crea un contenitore che abbia gli stessi elementi del matrimonio, ma non lo stesso nome. Voi berreste mai del latte in un cartone per le uova? Eppure, vi direbbero, è latte… Il principio è sostanzialmente questo.

Il movimento si è accordato, dopo anni di divisioni, per promuovere il matrimonio. Questi rappresentanti del triciclo del centro-sinistra, invece, sono tornati indietro al 2000. Quando si chiedevano i PaCS. Matrimonio, per tutta l’Italia, ha un significato specifico. PaCS no. PaCS ricorda i DiCo, che ricordano i CUS, che ricordano il niente attuale.

Ci ripropongono di nuovo la politica dei piccoli passi. E, attraverso questa, una legge che ha tre istituti. Unione civile, PaCS e DiCo. Tutti in un’unica soluzione. Cui prodest?

Mi chiedo, e chiedo loro: arrivare in parlamento con una proposta di legge popolare, che si sommerebbe ad altre già depositate, è utile? Si hanno buone speranze che questa e altre vengano approvate? Qual è la ricezione del testo da loro presentato dentro ai rispettivi partiti? Non c’è il rischio che dei tre istituti si veda riconosciuto solo quello più blando, per di più dentro la strettoia dei contratti privati? E se questo dovesse avvenire, ci diranno ancora “meglio poco che niente”?

Io credo, invece, che tornare indietro alle unioni civili quando il movimento chiede il matrimonio – anche di fronte a una situazione internazionale favorevole – è il più grosso regalo che si poteva fare ai partiti. E tra un anno, ricordiamocelo, si torna alle urne.

Ragazzi/e, non ci siamo per niente! Non possiamo essere noi, rappresentanti, o presunti tali, della galassia LGBT dentro i partiti a portarvi dentro elementi di discriminazione linguistica e giuridica. Con le parole creiamo la realtà. Con la legge la regoliamo. Avete, cari amici dentro SEL, Pd e IdV, creato una legge che ha espulso la parola “matrimonio”. La realtà che presentate di fronte ai vostri capi è questa: i gay e le lesbiche si accontentano di “poco”, perché meglio “poco” che “niente”. E siccome il poco può ridursi all’infinitamente piccolo non è escluso che, se mai si partirà dal vostro testo, si arriverà a meno ancora. I DiCo docent…

Personalmente non posso avallare questa scelta. Non mi rappresenta e mi sembra offensiva di un intero percorso politico. Per questa ragione non apporrò la mia firma per la petizione in merito e inviterei a un confronto tra partiti e movimento per arrivare a una proposta più forte, più condivisa, meno rappresentativa del gioco al ribasso.