Gay di larghe intese e altre catastrofi

Militanti gay che aspirano a entrare in Parlamento, costi quel che costi.
E molto spesso il prezzo da pagare è quello a discapito dei nostri diritti.
Politici gay che poi sono solo politicanti comuni.
Politici che nascono sotto l’arcobaleno e poi, una volta eletti, lo abbandonano per il grigiore delle larghe intese.
Attivisti gay di vent’anni vecchi come burocrati in voga negli anni ’70.
Attivisti gay di vent’anni la cui massima aspirazione è quella di entrare in una segreteria. Una qualsiasi.
I “soliti noti” gay che si attaccano alla gonna (e al portafogli) del “solito noto” politico.
I gay del Pd. Non tutti, ok. Ma a quanto pare molti, purtroppo.
E i gay padovani – e non solo – che difendono a spada tratta Rosy Bindi. Solo per fare un nome.

Capite perché non arriveremo mai da nessuna parte?

Annunci

Il movimento (gay) dei campanili

Il mondo gay è strano.

Il nemico ci accerchia, un po’ ovunque. Lo fa nelle scuole, con l’omofobia dilagante e con la disattenzione, verso le problematiche a noi care. Lo fa negli ospedali, in mano a un potere religioso che nega l’interruzione di gravidanza, la pillola del giorno dopo, la morte dignitosa dei pazienti terminali o in stato vegetativo. Lo fa nei palazzi di potere, impedendo qual si voglia forma di riconoscimento e di tutela verso le persone GLBT  e le loro famiglie. Lo fa per strada, con la violenza, gli insulti, gli sberleffi, le aggressioni.

I problemi sono tanti, enormi e davanti agli occhi di tutti.

Eppure c’è un incantesimo strano: di fronte all’apoteosi del male, in non pochi, ancora, preferiscono dividere un movimento già di per sé sfibrato, ai limiti del collasso. Non si guarda al poco di buono che c’è. E non si pensa al tanto che c’è da fare.

Si attaccano i militanti, o questa o quella fazione, o questa o quella realtà politica e associativa, trasformandoli prima in avversari, poi in nemici. E questa gente, chi alimenta il conflitto – che si assume una responsabilità politica enorme nei confronti delle generazioni future – non sa comunicare in altro modo se non con il sospetto, l’insulto, la malafede. Esaltando quegli animi che, poi a ben vedere, nulla fanno di concreto per il movimento ma che accorrono al richiamo di parole chiave, ormai ridotte a mero, sterile, esercizio di ripasso lessicale: da antifascismo in giù.

Il movimento GLBT nostrano funziona un po’ come gli staterelli italiani, nel rinascimento. La storia ci insegna che quando arrivò lo straniero queste piccole realtà, arroccatissime dentro e sopra i loro gloriosi campanili, crollarono miseramente. Per arrivare a parlare di politiche unitarie si aspetterà il 1861. È la storia, con tutto quello che ne consegue. Il prezzo lo paghiamo ancora oggi.

Il movimento, così facendo, si prenderà la responsabilità politica e culturale delle prossime aggressioni, dei prossimi insulti, del costante disinteresse istituzionale nei confronti della questione omosessuale. Certo, rimarranno le dichiarazioni di principio e le parole chiave che rassicurano alcuni e irritano altri. I moderni campanili ideologici, privi però di idee, che si ergeranno ancora sulle rovine del futuro di milioni di gay, di lesbiche, di bisessuali e di transessuali.

Contenti loro. Io no.

Opus gay: o della chiesa, dell’omosessualità e della mancanza di immaginazione di Dio

L’altro giorno sono andato alla sede per Partito Radicale per la presentazione del libro Opus Gay, di Ilaria Donatio.

Tra gli ospiti, oltre l’autrice, c’era Rosso Malpelo, al secolo Gianni Gennari, titolare dell’omonima rubrica sull’esempio di liberalità e di illuminismo nostrano che è L’Avvenire.

Gennari ha esposto le sue idee sul libro e sull’omosessualità in un lungo e articolato intervento il cui succo è, Bibbia citata alla mano: poiché voi siete fuori dal disegno di Dio, non veniate a chiedere la benedizione dei vescovi.

Al che mi sono sentito in dovere di intervenire, ricordando al signore in questione quanto segue:

1. Citare i versetti della Bibbia usandoli come pallottole contro la vita delle persone è sempre un fatto negativo. Ma se dovessimo giocare a questo gioco, usare i testi sacri per giustificare il presente, allora la Bibbia diverrebbe il testo cardine a favore della pena di morte.

2. Il progetto di Dio non prevede l’affettività tra gay e lesbiche? Forse la questione è malposta. Non mi sono mai posto, infatti, il problema del mio modo di amare dovendoci appiccicare sopra un aggettivo qualsiasi. Quando mi sono innamorato, è successo. Ed è successo semplicemente, senza rincorrere definizioni. Se Dio non ha previsto tutto questo, forse ne consegue che forse è lui in deficit. Ed io dubito che Dio abbia così poca immaginazione.

3. Riguardo ai vescovi, essendoci libertà di pensiero possono continuare a dire e pensare ciò che vogliono. Non gli piacciono i gay? Liberi di continuare questa condotta di pensiero. Il problema, semmai, è che fanno pressioni sullo Stato per non garantire tutele e garanzie ai progetti di vita delle persone omosessuali. E questo è male. Il mio modello di riferimento, laico e di sinistra, ammette che la chiesa eserciti le sue funzioni e il proprio credo. Il modello di Dio, al contrario, non ammetterebbe non solo la mia condizione ma nemmeno la libertà dello Stato di fronte alla chiesa. E questo è, ancora una volta, imbarazzante perché non voglia il cielo che il mio modello di riferimento sia più grande e capace di quello di Dio! Tra me e Lui, a ben vedere, non sono io quello infinito e onnipotente.

Va da sé che, al momento della risposta al contraddittorio, nessuno di questi temi è stato anche solo sfiorato da Gennari. Peccato. Ma sarà sicuramente stata distrazione e non incapacità argomentativa di fronte all’esercizio della logica.

***

P.S.: per chi volesse vedere tutti gli interventi, può cliccare su

http://www.radioradicale.it/scheda/317493/opus-gay-la-chiesa-cattolica-e-l-omosessualita

scorrendo troverete un certo Dario Colla, membro di Nuova Proposta. Il che non è vero, e il cognome è pure sbagliato. Ma, rettifica a parte già mandata, il vero problema è che sembro più grasso di quello che in realtà sono. E questo è insopportabile.

Il “nuovo” Ulivo, la solita idiozia

Se si potesse tornare alla terminologia degli anni 90, quando i partiti avevano nomi di fiore o di slogan calcistici, il partito democratico potrebbe essere ribattezzato con una sola parola: il neurone.

L’idea l’ho mutuata dall’amico Hismael Dos, il quale qualche anno fa, riferendosi alla stanza di importante luminare della facoltà di Lettere, etichettò così l’intero entourage della persona in questione in ragione delle geniali idee che venivano partorite in quell’ambiente.

Mutatis mutandis, la geniale idea questa volta è venuta all’immancabile, per niente ottima ma sicuramente immensa (e non alludo al peso) Rosy Bindi. La quale, dall’alto delle sue competenze da stratega elettorale, apre niente di meno che a Gianfranco Fini e al suo gruppo. E si badi, non per un’alleanza parlamentare, che sarebbe legittima, per progetti di breve periodo – come ad esempio la legge elettorale – bensì per quello che si profila come nuovo Ulivo.

Questa prova di acume d’ingegno fa il paio con le aperture di Massimo D’Alema a Casini: baffino, infatti, sembra non riuscire a fare a meno dell’alleanza con le fronde più becere del cattolicesimo parlamentare. Le stesse, per intenderci, che reputano legittimo che i gay vengano picchiati senza nessuna legge che faccia da deterrente – ma d’altronde D’Alema è omofobo – e che permettono che persone della caratura morale di Cuffaro siedano al Senato della Repubblica.

Questi geni delle alleanze parlamentari non si rendono conto che il nuovo Ulivo – che andrebbe ribattezzato con l’epiteto di “nuovamente Ulivo” – non può o non dovrebbe basarsi sull’ormai logora ricetta dell’ammucchiata elettorale. Il “nuovo” non è la riproposizione di vecchi schemi già sconfitti dalla storia degli ultimi quattordici anni. Per vincere Berlusconi ci vuole semplicemente un progetto, non un’accozzaglia di nomi. D’Alema e la Bindi, evidentemente, incapaci di aver creato l’alternativa, si aggrappano all’unica cosa che conoscono bene per andare avanti: il loro pressapochismo, nella speranza che l’elettorato del pd si faccia piacere anche quest’ennesima brodaglia neocentrista, paramafiosa e cattomofoba.

L’aspetto più deprimente, per altro, sta proprio nel fatto che D’Alema rivendichi con un certo orgoglio, tipico di ogni gradasso che non riesce a vedere la propria ridicolaggine, l’esperimento piemontese: UDC e piddì, dice l’eterno sconfitto, hanno già fatto un’alleanza. Già. Peccato che quell’alleanza ha portato alla sconfitta.

Dovrebbero poi spiegarci le due menti eccelse cosa dovrebbe indurre un ex missino, forse convertitosi a un certo repubblicanesimo all’italiana, a votare a una coalizione abitata da ex-dc ed ex-comunisti. O perché un elettore di Vendola dovrebbe farsi piacere le richieste dei ciellini. O ancora, perché un elettore gay vicino a SEL o a Di Pietro dovrebbe sentirsi a suo agio in una coalizione con la Binetti.

Per altro, se tutto questo dovesse portare dei frutti, finirebbe come nel 1996 e nel 2006: una maggioranza litigiosa, destrutturata, priva di un programma comune, disomogenea e in balia dei vari personalismi.

Il partito democratico in realtà teme le elezioni e non potendo rappresentare un’alternativa – lacerato com’è al suo interno tra veltroniani e dalemiani, tra laici e cattolici, tra persone che credono nei diritti civili e chi invece obbedisce agli ordini del Vaticano – si inventa l’unica via d’uscita che è in grado di produrre forse per tara genetica: la grande ammucchiata. E non è detto però che questa volta funzioni, come è accaduto in passato.

D’Alema e la Bindi, in buona sostanza, stanno preparando il terreno per l’ennesima vittoria elettorale di Berlusconi. Con buona pace di chi, forse perché in buona fede, forse perché per spirito di parte, elogia la geniale idea partorita da menti tutt’altro che geniali.

In tutto questo tripudio del niente aromatizzato con l’antico sapore dello stantìo emerge una solida unica certezza: a parlare di elezioni e di alleanze non è il segretario del pd. Bersani viene dietro le due eminenze grigie di un partito che, per giustificarsi agli occhi dell’elettorato, ha bisogno di prestanome e maggioranze fittizie. Quando basterebbe molto di meno per essere concorrenziali. A partire da un paio di idee buone e persone più motivate a portarle avanti.