Quel 19 settembre

Non era un giorno di pioggia come questo, il 19 settembre di tre anni fa.
Non sapevo, quel giorno in cui ero tornato a prenderti, che te ne saresti andato di nuovo e, stavolta, per sempre. Così come ignoravo che, a distanza e a dispetto di tutto il tempo trascorso, alla fine non avresti fatto più male di qualsiasi altra scheggia d’oblio.
Non avrei mai potuto immaginare che mi sarei innamorato di nuovo e che avrei torturato Barbara per le follie mie e degli altri.
Una cosa la intuivo, e cioè che gli amici di sempre, anche se lontani, sarebbero comunque rimasti. Così come conoscevo già il piacere delle foglie calpestate sotto i miei piedi, per i viali alberati di Trastevere.
Non sapevo che avrei dovuto fare i conti con i miei sogni, in una lotta serrata tra desiderio e realtà.
E non sapevo neppure dell’abbraccio con il buio, ancora, nonostante gli angeli del passato (ma stiamo lavorando anche per questo).
Non avrei mai creduto che avrei pubblicato un libro e che, in un modo o nell’altro, avrei trovato la mia dimensione – per carità, sempre imperfetta… eppure stiamo parlando di qualcosa che, bene o male, ha il mio volto.
Non potevo conoscere, invece, il volto delle persone che avrei incontrato, dei pini solitari, delle case in cui ho abitato, delle strade percorse quotidianamente, sotto gli alberi sempre più spogli, sotto i colpi dell’autunno.

Tutto questo è successo, in questi ultimi tre anni, da quel 19 settembre in cui mi sono trasferito qui a Roma. Un po’ per caso, un po’ per follia, sicuramente per amore… le tre cose che ho deciso di non perdere mai, proprio in questo anniversario un po’ strano, dal sapore di pioggia e dello stesso colore di un cielo come piace a me.

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Una vita da precario

Come al solito.
Non è che sono sparito, è che mi sono ritrasferito a Roma.
Adesso, io non so se sapete com’è la vita da insegnante precario, ma tradotto in poche parole, significa non sapere dove sarai per i prossimi dodici mesi della tua vita. Per cui, hai serie difficoltà a fare cose che il resto degli esseri umani riesce a svolgere con una certa serenità, quali:

  • iscriversi in palestra (sul frequentare, è un altro discorso lo so),
  • frequentare un corso di yoga,
  • studiare inglese,
  • abbonarsi a un cinestudio o a teatro,
  • avere un contratto abitativo o un domicilio per più di tre mesi consecutivi.

Appena mi sistemo un po’ meglio ritorno a delirare come sempre. Un po’ di pazienza, suvvia.

Il tiro alla fune

Tu che ritorni. E che mi parli del mondo senza di me, di quella sottile e impenetrabile differenza tra solitudine e assoluto. Perché a fare la differenza, a volte, è solo un atto di volontà. La mia, o la tua. Il voler vedere cosa succede, crederci, tentare ogni cosa è in nostro potere fare. Oppure l’esatto opposto. Avere paura, e rimanere dentro il guscio.

La vita continua. I giorni, i mattini, la luce che ferisce le persiane, gli autobus che scivolano indolenti. L’estate che non ci grazia, le voci e il sole bugiardo. La vita continua e guardi il tuo corpo che non è esattamente quello che avevi progettato. Ti guardi addosso e forse non c’è nemmeno, il progetto. Eppure si va avanti, si deve. Perché non siamo mosche o camaleonti. Non siamo pesci, che hanno gli occhi ai lati. Noi possiamo solo guardare avanti, per andare avanti. E per sopravvivere, a volte, bisogna andare oltre.

Fare il vuoto dietro me
è sembrato facile
arrivata fino a qui
non posso arrendermi
alza gli occhi e guarda su
pensa se cadessi giù
per un attimo sarei tutto ciò che vuoi…

e sì, resterò io sospeso in alto, solo io, per questo salto. Contrariamente a ogni canzone che mi fa pensare a te, non basterà un passo solo per cambiare ogni cosa. A volte non è solo questione di equilibrio: ci vuole anche forza, resistenza, addirittura l’ennesimo atto di volontà. È necessario, a volte, andare oltre. Per scegliere se vivere o sopravvivere.

Quello che…

Quello che mi chiese di fidanzarci e io gli sbuffai a ridere in faccia.
Quello che era più grande di me e alla fine non mi piaceva manco, ma era più grande.
Quello che fu amore a prima vista e evidentemente quel giorno avevo dimenticato di mettere le lenti a contatto. E poi diciamoci la verità: sei pure diventato un cesso.
Quello che poi ha preferito il cinquantenne.
Quello che volò sul nido del cuculo.
Quello che ce lo aveva enorme, perché tutte/i nella vita hanno avuto a che fare, almeno una volta, con qualcuno che ce lo aveva enorme. E sottolineo almeno.
Quello che era così bello che manco tu ci credevi.
Quello che era solo innamorato di se stesso e tu gli servivi per ricordarglielo (e per cui hai fatto una galassia di cazzate).
Quello che voleva solo fare un dispetto al fidanzato che era andato in Erasmus.
Quello che è il corrispettivo sessuale del milite ignoto.
Quello che guardavi da sempre e che quando si è accorto di te ha perso tutto il suo fascino. Come per magia.
Quello che volevi portartelo a letto e poi è diventato uno dei tuoi migliori amici.
Quello che quando lo hai baciato hai capito che non volevi baciare altra persona al mondo all’infuori di lui. E che quando se ne è andato ha lasciato una voragine.
Quello che aveva le urgenze affettive.
Quello che alla fine di tutto se ne esce con “perché io sto male” (ma per favore!).
Quello che ha risvegliato tutti i tuoi sensi, che ha dato di nuovo colore al cielo e a cui avresti dedicato chissà quanto tempo ancora, ma alla fine non c’è stato il tempo.
E quello che ti dice che non è come tutti gli altri ma, alla fine, è come tutti gli altri.

(musa ispiratrice: la splendida Wonder)