Scuola, 24 ore: suicida insegnante

Dal Fatto Quotidiano:

Amava la scuola. A settembre aspettava la chiamata per l’incarico che non è arrivata. Carmine Cerbera, 48 anni di Casandrino, provincia di Napoli, era un professore precario da anni, insegnante di discipline pittoriche, storia dell’arte. Si è tolto la vita, giovedì mattina, con una coltellata…

Una frase di quell’articolo restituisce il senso del dramma che sta vivendo la scuola, attualmente: «Ma quella chiamata che non arrivava e la proposta del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo di aumentare le ore lavorate dei docenti, tagliando fuori incaricati annuali e supplenti, era il suo tormento.»

Bene signor ministro. Credo che lei ci debba un po’ di lacrime, visto che questo suicidio le pesa sulla coscienza. E se vuole sapere come agire, in questi casi, chieda alla sua collega, Elsa Fornero. Tra coccodrilli ci si intende che è una meraviglia.

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Profumo di rovina per la scuola

Dopo il concorso truffa, il ministro Profumo esordisce con un’altra impopolarissima misura a danno del mondo della scuola: ovvero, aumentare di sei ore a settimana il monte ore in classe di ogni singolo insegnante, a stipendio invariato.

Cercherò di spiegare perché, a mio giudizio, tale norma è irricevibile.

1. Il lavoro dell’insegnante non si svolge solo in aula, ma anche al di fuori di essa. Per ogni ora di lezione dobbiamo conteggiarne un’altra di lavoro da svolgere a casa, tra preparazione delle lezioni, adattamento delle strategie didattiche, correzione dei compiti, l’aggiornamento professionale, ecc.

2. A tale lavoro frontale va aggiunto quello pomeridiano: collegi docenti, riunioni per i portatori di handicap, incontri con i genitori (questi anche mattutini), laboratori, mense scolastiche, consigli di classe e scrutini, ecc.

3. Il lavoro in aula è di per se stesso psicologicamente usurante. Per non parlare delle responsabilità legali – con rilievo civile e penale – in caso di incidenti a danno di un minore. Il tutto per 1300 euro al mese, contrariamente a molti colleghi di altri paesi dove si lavora di meno (in media sedici ore d’aula a settimana) e si guadagna il doppio.

4. Se ne deduce che l’aumento delle ore in aula comporterebbe a un incremento di tutte queste attività. Il che è possibile, va da sé. Ma da che mondo è mondo, un maggior carico di lavoro dovrebbe essere pagato di più, altrimenti si rischia lo sfruttamento.

5. L’incremento di tali attività genererebbe, inoltre, un maggiore carico di stress psico-fisico all’insegnante, che avrebbe minori energie da dedicare a classi già affollate, per effetto dei tagli della “riforma” Gelmini-Tremonti. E se a questi elementi aggiungiamo la frustrazione di una classe docente nemmeno ben remunerata per il lavoro che fa, ci rendiamo conto che tale norma andrebbe solo a totale danno di insegnanti, allievi e genitori.

6. Se un contratto dice che bisogna lavorare 18 ore a settimana, durante l’anno scolastico, occorrerebbe capire la ragione per cui, per decreto legge, un ministro si arroga il potere di cambiare le norme senza averne parlato prima con le parti sociali. Questo è un attentato nei confronti di regole e democrazia.

7. Tale provvedimento taglierebbe, per altro, decine di migliaia di posti di lavoro in un colpo solo affamando ancora di più i precari, oggetto di vero e proprio disprezzo istituzionale da parte di Profumo.

8. Infine: l’incipit di Profumo nel presentare la norma che prevede l’aumento del monte ore è decisamente offensivo. «Con i professori ci vuole il bastone e la carota». Credo che la categoria che ha in mano il compito di formare le generazioni future meriterebbe più rispetto da parte del ministro che ha l’onere di provvedere al suo benessere. E invece…

Tutte queste considerazioni, già di per se stesse indicatrici della gravità del momento che stiamo attraversando, si ammantano di una certa irricevibilità se pensiamo che Profumo è stato messo a capo di un ministero da un governo che non ha neppure l’avallo democratico. Una legge siffatta, infatti, dovrebbe essere valutata dall’elettorato attraverso libere elezioni. E dubito che in qualsiasi paese serio un provvedimento simile sarebbe accettato dalla società come semplice imposizione dall’alto.

Se Profumo vuole recuperare denaro da investire dentro il mondo della scuola, cominci a tener chiuse le scuole di sabato – con conseguente risparmio di elettricità e riscaldamento – e, soprattutto, azzeri i finanziamenti ai diplomifici cattolici che, in barba al Dettato Costituzionale, succhiano le già magre risorse pubbliche prelevandole alle uniche scuole che meriterebbero di averle: le scuole pubbliche italiane!

Il ministro e il suo governo, invece, si guardano bene dal fare provvedimenti giusti e sembrano occupati, semmai, a tagliare ancora l’istruzione pubblica a danno di milioni di contribuenti. Ragion per cui queste persone devono essere rimosse al più presto dal loro incarico e lasciare spazio a libere e democratiche elezioni. È sempre più una questione di giustizia sociale.

Paura dei sogni?

Ho scritto una lettera al ministro Profumo, lo sapete. L’ho scritta qualche giorno fa. Ed era un grido. Un grido, non certo disperato. Ma pur sempre un grido. Ho ricevuto moltissime visite, molti commenti, tante e-mail. La stragrande maggioranza delle persone è d’accordo con quello che io dico. Molti altri mi dicono che, pur essendo d’accordo, proveranno lo stesso a fare il concorso. Un paio di commenti sono stati di scherno, di rimprovero – per cui sarei un bambino capriccioso a cui hanno rotto il giocattolo –  o di disprezzo – considerandomi, addirittura, un fallito.

Ho semplicemente detto, e credo che chiunque sappia leggere possa riscontrarlo in modo sereno e limpido, che avevo un sogno e che scelte politiche scellerate lo hanno trasformato in qualcosa in cui non mi riconosco più. È forse un male denunciare questo stato di cose?

Ho anche detto che il mestiere che faccio adesso – l’insegnante alle medie – non mi assomiglia, non mi rende felice. Poi, ed è sempre scritto lì, nero su bianco, massima stima per chi fa questo lavoro, perché è difficile e duro.

Credo, ancora, di svolgere bene il mio lavoro, perché anche se non mi piace, faccio l’interesse esclusivo dei miei allievi e delle mie allieve. Le persone di cui sopra hanno invece messo in forse la mia professionalità, giustificando il mio successo didattico come mera fortuna o fortuito caso.

Eppure io ho solo detto che il punto a cui siamo arrivati non mi piace, che lo Stato – con questo concorso – sta compiendo l’ennesima ingiustizia ai danni del mondo della scuola e che, stanco di tutto ciò, proverò anche altre strade. È forse un crimine, il mio?

Mi chiedo perché la gente abbia così paura del fatto che qualcun altro possa sentirsi libero e inseguire i suoi sogni. Io rispetto sempre le aspirazioni e le ambizioni degli altri, anche quando le sento distanti anni luce dalle mie.

A quelle persone – non so se buone a criticare in modo rancoroso o forse, più semplicemente, incapaci di leggere un testo per quello che è – dedico una canzone, Your woman, il cui video è indicativo del concetto di libertà e, soprattutto, di libertà di scelta.

La scuola si ribelli!

Penso che noi precari e – per buona creanza, solidarietà e anche per una buona dose di interesse personale – docenti di ruolo dovremmo cominciare a paralizzare la scuola.

Uno sciopero ad oltranza, magari a staffetta.

In un mese ci sono quattro settimane. A scuola tre aree didattiche. Una settimana di sciopero per area. E la quarta, il personale amministrativo e di supporto.

E così, di fila, fino a quando Profumo non apparirà in tv per (ri)mangiarsi il decreto del concorso-truffa.

La scuola deve ribellarsi, o dimostrerà di meritare almeno gli ultimi cinque-sei ministri della Pubblica Istruzione e il massacro sociale perpetrato fino ad adesso.

Ministro Profumo, ecco perché non farò il concorso

Egregio ministro,

sono un insegnante precario e, quest’anno, insegno alle scuole medie per il terzo anno consecutivo. Guardando il lavoro dei miei colleghi, mi rendo conto che è a dir poco arduo, poiché pieno di insidie e di enormi responsabilità, per cui sei sottoposto allo scherno sociale – gli studenti ti considerano uno sfigato – alla diffidenza dei genitori – pronti a “denunciarti” anche per il più banale dei rimproveri – e a un certo sfruttamento da parte dello Stato, visto che di fronte a ogni responsabilità possibile, si viene pagati poco più di 1300 euro al mese.

Mi perdonerà, dunque, se le dirò da subito che questo non era il mestiere che volevo fare. Eppure, per tirare a campare, come si dice tra le persone del popolo, ho accettato di lavorare anche quest’anno in un sistema in cui, molto più semplicemente, non mi riconosco: perché non è la mia missione, perché mi rende profondamente infelice.

Le dirò di più: ho altri titoli. Ho un master in Comunicazione didattica – che mi ha dato non poche competenze anche in quella pubblica – e ho un dottorato di Filologia moderna alle mie spalle. Sette anni passati in università, dapprima come “assistente” a costo zero, poi come dottorando, quindi come contrattista – io sono arrivato durante la fase Gelmini, quando sono stato pagato con la cifra stratosferica di 3 (tre) euro l’ora per due laboratori di due crediti l’uno.

Ho diverse pubblicazioni di Dialettologia, Linguistica italiana, Scienze onomastiche. Ultimamente mi interesso pure di Queer studies, sempre a livello universitario. E siccome da subito ho capito che l’accademia, da sola, non dà da mangiare, ho preso anche l’abilitazione all’insegnamento, la famigerata SSIS, ma per il liceo, per insegnare italiano e latino ai ragazzi più grandi. Non per snobismo, sia chiaro. Ma per affinità elettiva. D’altronde, c’è qualche articolo della Costituzione – non so se l’ha mai letta – che almeno su questo punto è dalla mia parte.

La mia strada me la sono costruita con le mie mani. In un sistema come quello italiano – e siciliano, nello specifico – in cui i concorsi si vincono grazie agli amici nei posti giusti, io ho vinto i concorsi pubblici fino ad ora svolti grazie alle mie uniche forze.

Parliamo della SSIS. Un concorso pubblico per accedervi, provato due volte. Poi una scuola di due anni e quattro sessioni di esami, per tre aree disciplinari a sessione con due-tre discipline ad area (qualcosa come trenta esami in due anni, per intenderci). Frequenza obbligatoria, il pomeriggio, tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 15:00 alle 20:00. La mattina, invece, il tirocinio a scuola.

Io affittavo un appartamento a Catania, la città dove frequentavo la scuola di specializzazione. Molti colleghi/e poi divenuti amici/he viaggiavano quotidianamente dalle città vicine e già allora i prezzi della benzina non erano proprio popolari… Il tutto alla modica cifra di 2500 euro – senza contare le spese di affitto – con un esame integrativo di Linguistica generale (altri 300 euro) per finire, in bellezza, con un esame di stato superato con il voto di 80/80. Più tasse amministrative, sia ben chiaro.

Ho, dunque, un master, un dottorato e una SSIS. Questi ultimi due titoli, li ho acquisiti dietro regolare concorso. Credo di aver dimostrato, a sufficienza, di essere idoneo a ricoprire il ruolo di insegnante o a livello universitario e a livello scolastico.

Poi, appunto, venne Gelmini. Tradotto in cifre: meno otto miliardi di euro alla scuola pubblica e all’università. Di quegli otto miliardi, quattro sono andati, in barba alla Costituzione, alle scuole private italiane.

Il risultato?

In Sicilia non c’era più lavoro, né a scuola né in università. Allora ho dovuto migrare. A 35 anni. Non a 25, ma a un’età in cui mio padre era già sposato e aveva due figli. Ho scelto Roma, sono finito qui, nelle graduatorie a esaurimento. Il primo sogno mi era stato tolto – fare ricerca – ma mi rimaneva il secondo: insegnare al liceo. Un sogno più piccolo, ma ugualmente bello.

A Roma ho insegnato al Keplero. Dieci ore a settimana. Settecento euro al mese. Scarse. Ne pagavo quattrocento di affitto. Spese escluse. Ma ero felice. Perché con le mie classi di allora si è sviluppato un rapporto umano meraviglioso, basato sul dialogo, sul rispetto reciproco, sulla voglia di imparare, anch’essa reciproca.

Quindi, l’ennesima retrocessione. Alle scuole medie (sa, i tagli…). Scuole, ripeto, fondamentali, che richiedono un tipo di lavoro, da parte dei colleghi, a dir poco formidabile. Ma per le quali non sono portato.

Eppure, di fronte a quest’ennesima ingiustizia, mi ero “rassegnato” a dover lavorare alla scuola secondaria di primo grado. Ho pensato: mi permetterà di fare ricerca lo stesso – nel frattempo studio e pubblico, gratuitamente o a mie spese: a breve usciranno due miei contributi su Carmen Consoli in due pubblicazioni, una italiana e una internazionale, in USA, e un altro sul cambiamento del nome e delle identità dei partiti politici italiani, in Spagna (tutti tradotti a costo di alcuni sacrifici) – e mi permetterà di vivere nella città che ho imparato ad amare, dove ho nuovi legami, dove ho nuovi amici. Ubi maior… o far di necessità virtù. Spero che non pensi, arrivato a questo punto, che sia un bamboccione, che voglia vivere vicino a mamma – come ha proferito una sua collega, insultando milioni di migranti – che faccia i capricci.

Poi è arrivato lei. Nella triade che la vede dopo la coppia Berlinguer-Gelmini, lei, ministro Profumo, che è l’ultimo anello, rappresenta quello più beffardo e ingannevole. Berlinguer ci ha traditi, Gelmini si è lasciata odiare, limpidamente. Lei, caro ministro, col suo concorso, ci ha semplicemente truffati.

Perché?

Perché azzera tutti i sacrifici fatti fino ad ora. Aprendolo praticamente a milioni di potenziali partecipanti, lei mi ha derubato di 2500 euro, più le spese di affitto. Anzi, poiché quei soldi li hanno stanziati i miei genitori, credo di poter dire che lei ha derubato la mia famiglia.

Lo Stato mi ha chiesto di scegliere una città e di rimanerci a tempo indeterminato. Certo, me lo chiede ogni due-tre anni, e questo rende ridicola una situazione già insostenibile. E adesso io non so se lei è un figlio di papà o una persona che si è fatta da sola, ma dubito che lei sappia cosa significhi dover ricominciare ogni volta da zero. Istituendo il suo concorso che non a caso viene accompagnato dal termine “truffa”, lei sta chiedendo a tutti noi, precari e non, di scegliere una regione. Se vincessi il concorso sarei sballottato, a quasi quarant’anni, in qualsiasi punto del Lazio, della Sicilia o della Lombardia. E dovrei ricominciare, di nuovo, a dovermi ambientare, a farmi nuovi amici, a ricostruire la mia vita. In tal senso, lei sta cercando di derubarmi della mia vita.

Il suo concorso prevede prove stratosferiche – in tre parole: lo scibile umano – per avere un posto in luoghi fatiscenti, possibilmente in zone lontane da quelle che ormai tutti noi chiamiamo comunemente “casa”, e quindi a un prezzo umano elevatissimo, per 1300 euro al mese. Questo, forse, è pure sfruttamento.

Ma sto tergiversando.

Volevo dirle, egregio ministro, che, in virtù a quanto detto fino a ora, io non parteciperò al concorso. Perché sono stanco. In generale, intendo. E intendo, di uno Stato che pretende da me prove continue ma che non dimostra mai di essere all’altezza dei sacrifici che mi richiede. E, in particolare, perché, dopo ogni giorno passato a scuola – quest’anno su due istituti – quando torno a casa non ho la forza di mettermi a studiare tutto il programma di italiano dalle origini a Moccia e tutto il programma di latino dalle origini alle ultime bolle papali. In teoria (ma anche in pratica), sarei già stato valutato, in merito: 80/80.

Le dirò di più: adesso io sembrerò uno di quei professori frustrati che fanno male il proprio lavoro. Credo di poter affermare il contrario. Me ne rendo conto dalle parole di studenti, genitori e colleghi. L’altro giorno, tornando nella mia vecchia scuola, i miei ragazzi, appena mi hanno visto, hanno intonato cori da stadio. E una mamma, che mi ha incontrato all’uscita, mi ha detto, delusa: «ma quest’anno non è con noi?». Significherà qualcosa?

Ebbene, ritornando al discorso di cui sopra: io non parteciperò a questo concorso. Perché è iniquo. Perché è ridicolo, come quella classe politica che l’ha messa al posto che ricopre. Perché è ingiusto. Perché azzera gli ultimi dieci anni della mia vita. E io non posso permetterlo, a lei – che dovrebbe tutelarmi e che invece mi rovina – men che mai.

Non so se sono un bravo insegnante. So che faccio l’insegnante e lo faccio con scrupolo. So che i miei ragazzi mi chiedono di restare. So anche che quando vado a fare i convegni all’estero, mi sono sentito dire «ma che ci fa, uno come te, in Italia?». Me lo chiedo anch’io, egregio ministro, soprattutto quando vedo al potere gente come lei e come i colleghi del suo governo, che affamano il popolo e mantengono inalterati i privilegi dei potenti (cinque sole parole, a mo’ di domanda: ma l’IMU alla chiesa?).

Concludendo.

Per superare questo concorso dovrei studiare tantissimo in poco tempo – i pomeriggi, dopo il lavoro – per essere sballottato lontano dalla mia nuova casa per pochi spiccioli al mese. Si offende se le dico che della sua carità non so cosa farmene?

Ho deciso, perciò, di prendere una certificazione linguistica e di provare a fare, di nuovo, ricominciando da zero, la mia carriera accademica all’estero. Se non dovessi riuscirci, significa che ho fallito. Ma se farò una fine misera, sarà perché ho inseguito un sogno e ho obbedito alle ragioni della mia dignità. Conosce il significato di questa parola, ministro?

Forse la scuola perderà un bravo insegnante – o un insegnate che fa solo bene il suo lavoro – ma questo non dipende da me. Preferisco cambiare progetto di vita e paese, di nuovo, a quasi quarant’anni, per qualcosa di superiore a quello che lei ha da offrirmi. A quello che questo paese mi ha offerto fino ad adesso.

Anche se a lei non importerà nulla. Anche se lei mai leggerà queste parole. Ma so di non essere l’unico. E so che questo paese, se continuerà a perdere persone coscienziose, persone che fanno bene il loro lavoro, come me e moltissimi altri/e, sarà sempre un paese più alla malora di quello che è.

Se questo la fa star bene…

Cordialmente, con ogni disillusione, ma senza aver perso la speranza.

Dario Accolla

Scuola: il concorso? Un errore!

Questo video spiega perché il concorso che il ministro Profumo si appresta a varare è, in realtà, un gigantesco errore che non solo non ridurrà sensibilmente il problema del precariato, ma lo aggraverà.

Il video non dice alcune cose importanti, tuttavia: ad esempio che i tagli, che ammontano per otto miliardi di euro nel triennio 2008-2011, vanno a vantaggio della scuola cattolica, rifocillata – nello stesso periodo in cui veniva taglieggiata la scuola pubblica – di ben quattro miliardi di euro.

Hanno tolto ai poveri per dare ai ricchi, insomma. Per di più in barba alla Costituzione che vieta questo tipo di procedimenti. E a quanto pare, il percorso intrapreso sembra quello già tracciato da ministri/e quali Berlinguer, Moratti, Fioroni e Gelmini.

Oggi è così

Fuori dalla mia finestra l’odore della pioggia.
E dentro la cucina, il profumo di caffè.
L’andirivieni bagnato delle macchine, sull’asfalto mai così opportuno.
Un’aria vagamente londinese e il sole irriverente.
Il ricordo dei girasoli offesi dal cielo e dei papaveri discreti. E delle scaglie di mare, sotto una luce irreale e al cospetto del castello delle fiabe.

Oggi è così.

Tra le costanti della vita e le incertezze interiori. Ma senza più paura.
Sarebbe bello se là fuori fosse sempre il momento della fine della tempesta.

Turing, l’orgoglio gay e il colore delle rose

Alan Turing è il padre dell’informatica. Per chi non lo conoscesse, se adesso state leggendo queste parole è perché lui ha inventato una macchina che sta al mondo dei computer come la ruota sta allo sviluppo della civiltà umana.

E, sempre per capire di chi stiamo parlando, se adesso non siete tutti biondi, con gli occhi azzurri e se non parlate tedesco è grazie a una sua invenzione, Enigma, che permise di decriptare i codici cifrati dei nazisti e di far vincere al Regno Unito la seconda guerra mondiale.

Quindi, come ringraziamento, il regno di sua maestà decise di perseguitarlo. Perché Alan Turing era omosessuale. E fu oggetto di una vera e propria persecuzione che lo portò al suicidio, nel 1954, a soli quarantuno anni.

Scrivo tutto questo perché oggi ricorre il centenario della sua nascita. E a me piace festeggiare i compleanni.

E quindi, arriviamo ad oggi, 23 giugno 2012.

Mi chiamo Dario e ho trentotto anni. Non sono un genio. Sicuramente non sono uno stupido, ma non sono un genio come lo era Turing. Ma so di essere una brava persona. Sono onesto. Mi faccio fare lo scontrino al bar. E pago le tasse. Rispetto le persone. Insegno. E insegno anche il rispetto. Oggi, al mercato, ho ceduto il mio turno a una vecchietta, perché ci sono quaranta gradi, là fuori. E ho aspettato un quarto d’ora in più, al caldo. Perché a me le vecchiette ricordano tutte mia nonna, e io le volevo un bene dell’anima, a Bloody Nell.

Esattamente come Turing, ho subito il peso della discriminazione, del dileggio, dello sguardo divertito o severo della gente stupida, ignorante, senz’amore. Perché, come lui, sono gay.

Il mio denaro serve a pagare persone come D’Alema o Bindi, per sentirmi dire che io – cittadino per bene – non devo avere gli stessi diritti degli altri, a cominciare dal matrimonio.
O gente come Buttiglione, che dice pubblicamente che essere come me è uguale a chi evade il fisco – ma io, ripeto, mi faccio fare lo scontrino e pago le tasse.

Queste servono a pagare l’ospedale, la scuola e la pensione di chi mi ha già preso in giro, o di altri, che, magari, i gay li picchiano. E non chiedo, per questo, i miei soldi indietro. Io sono fiero di fare del mio paese un posto migliore.

Credo, ancora, di essere un buon amico, perché so ascoltare. E se qualcuno/a ha bisogno di me, cerco di esserci. Credo di essere anche un buon figlio e un buon fratello, per le stesse ragioni di cui sopra. E se lo credo è perché ci sono persone che non smettono di ricordarmelo. Mai. Persone che rappresentano la ragione per cui, adesso, io sono ancora vivo.

Ho i miei difetti: sono un po’ scorbutico, cinico… e distratto. Perdo chiavi e cellulari come fossero accendini. Non riesco a essere coerente col mio desiderio di assoluto e di bellezza, e forse questo è il mio più grande peccato. Sempre che Dio esista, va da sé. Non riesco a far innamorare nessuno di me… nessuno di unico, di speciale, intendo dire. Però, appunto, ho tanta altra gente che mi vuol bene. Conterà pur qualcosa.

Chi mi vuole bene, lo fa perché sono tutto questo. Perché sono anche gay. E il mio essere onesto, gentile con le signore di una certa età, paziente e forte quando serve, sta anche dentro il mio “essere gay”. Così come il genio di Turing c’era e stava anche nel suo modo di amare. O come il profumo delle rose si lega al loro colore.

Non siamo brave o cattive persone, o più sensibili, perché gay, lesbiche o transessuali. Ma il nostro essere qualcosa sta anche dentro questa realtà. Perché è così che siamo. E quando ci chiedono di non esserlo, più o mai, è come se chiedessero alle rose di perdere il loro colore. Quando ci chiedono questo, ci chiedono di morire. Come è successo all’inventore del mondo così come lo conosciamo oggi.

Per tutte queste ragioni, nonostante il caldo, a dispetto di chiunque dica il contrario, io oggi andrò al Pride di Roma. E poi, sabato prossimo, a quello di Catania. E a luglio, a quello di Londra.

Perché il genio di Turing venga ricordato anche per ciò che era oltre la matematica, un po’ più vicino al petto, a ciò che si muove là dentro. Perché si capisca che se siamo bravi a fare i/le buoni/e cittadini/e, significa che dobbiamo esserlo sempre. Anche al cospetto di un “sì, lo voglio”. Perché un giorno, parole come queste, non abbiano più un senso così forte.

Per fare in modo che chiunque, domani, muoia, al massimo, d’amore. E non si suicidi (o venga ucciso/a) mai più a causa del suo modo di amare.

Scuola e concorsi: Profumo di imbroglio?

Il ministro dell’Istruzione Profumo ha dichiarato a Otto e mezzo che a metà del 2012 si farà l’ennesimo concorso pubblico della scuola italiana. L’ennesimo carrozzone che creerà altri disoccupati, altri precari, altre ingiustizie sociali.

Ragioniamo un attimo: se lo Stato ha la disponibilità di assumere a tempo indeterminato, infatti, non ha bisogno alcuno di indire un nuovo concorso, bensì di far scorrere le affollatissime graduatorie di docenti che aspettano di essere immessi in ruolo.

Non si capisce la ragione per cui, di fronte a un esercito di precari, si senta l’esigenza di “creare” altri insegnanti che poi andrebbero o a scavalcare quelli che già stanno negli elenchi o a seguirli, in coda. Come pensa, Profumo, di risolvere questa situazione a dir poco esplosiva?

Ancora, il ministro, cattolico e gradito al Vaticano, ha dichiarato: «la scuola italiana ha bisogno di un’iniezione di giovani».

No, signor ministro, la scuola italiana straripa di giovani insegnanti senza una prospettiva per il futuro. La scuola ha bisogno, semmai, di investimenti, di riqualificare la professione dell’insegnante, ormai svilita al rango di servitù intellettuale in mano a una società demotivata e rancorosa nei confronti della classe docente.

Ha bisogno di ristrutturare edifici scolastici obsoleti e fatiscenti, di snellire il numero di allievi per classe, di dotarsi di strutture moderne, di rendere il maestro o il professore una figura chiave dell’intera architettura sociale e non uno sfigato che tiene a bada orde di bambini e adolescenti depositati nelle aule mentre i genitori sono occupati a fare tutt’altro.

Fino a quando ci si limiterà a promettere nuovi concorsi senza intervenire a livello strutturale sui mali della scuola italiana – che sono tutti lì, da Berlinguer in poi – ogni promessa sarà solo l’ennesima proposta demagogica, inutile, dannosa e foriera di ingiustizie e di illusioni.

I poteri del cardamomo

Voglio.

Una casa. Il mio gatto. I miei sogni, che si avverano tutti.
Ci voglio dentro tutte le persone che amo e deve esserci non dico la felicità, ma il coraggio delle proprie scelte, quello sì.
Voglio una trapunta con un patchwork come quello dei film americani e le tende accarezzate dal vento di luglio.
Voglio le spezie, la cannella e lo zenzero per la passione, il pepe rosa per fecondare i pensieri con la curiosità e il cardamomo, di cui non ricordo i poteri, ma lo scelgo per il nome.
Ci saranno le fresie. E cercherò di piantarvi l’eliotropo.
Ci saranno, anche, milioni di libri. Tutti quelli che ho letto, quelli che vorrò leggere e quelli di cui ho perso la memoria.
Avrà il profumo del pane e l’aroma del caffè mattutino.
Darà sempre conforto, perché sarà fatta di ciò che va oltre il dolore.
Sarà lontana dal male. Sarà vicina a chiunque ne sia degno.

E non importa quanto grande. Non importa quanto povera.