Primarie e brutte persone

Matteo Renzi, sulle regole delle primarie: «Non capisco perché non vadano bene le regole del passato, quelle che andavano bene quando hanno vinto Prodi, Veltroni, Bersani».

Molto semplicemente, egregio sindaco di Firenze, perché Prodi, Veltroni e Bersani non sono stati scelti con elezioni primarie: sono state così chiamate, invece, delle acclamazioni aperte a un pubblico indistinto di elettori – che potevano essere dell’ex PCI così come di Forza Nuova – in cui non c’era reale competizione.

Adesso che c’è lo spauracchio che la classe dirigente venga messa ai margini, l’esercito di D’Alema, Bindi & Co. si attrezza per fare in modo che diventino primarie vere ma a risultato minimo garantito: ovvero, la vittoria di quelli di sempre. Si legga La casa degli spiriti di Isabelle Allende. È illuminante, in tal senso, oltre ad essere un capolavoro assoluto.

È giusto, per altro e a mio giudizio, che a questo tipo di elezioni votino i militanti e i simpatizzanti di quel partito o di quell’area specifica – io, ad esempio, le restringerei solo agli iscritti del Partito democratico o dei partiti di coalizione – ma ciò che sta accadendo dimostra un’evidenza, per certi versi, tragica: i precedenti segretari e candidati premier erano semplicemente delle emanazioni di apparato. E il popolo si è limitato ad accettare lo stato delle cose. Non era, in altri termini, democrazia. Era farsa.

Questo ci rende – noi italiani e italiane dell’area di centro-sinistra – delle brutte persone. Anche noi, anzi, proprio noi di sinistra. Quasi uguali, per dire, a certi berlusconiani che ci fanno tanto orrore per le stesse, identiche ragioni.

Berlusconi al potere? Tutto merito di Veltroni

Quando dicevo, anche su questo blog, che il ritorno di Berlusconi al potere è un gentile omaggio che Veltroni & Co. hanno fatto agli italiani, veniva fuori l’immancabile piddino che mi inveiva contro, accusandomi di non capire una mazza di politica e di esser reo del fatto di aver fatto vincere la destra non avendo votato, magari respirando a pieni polmoni e con entusiasmo le zaffate veltroniane, il glorioso partito democratico, padre di tutte le sconfitte elettorali della sinistra dal 2008 a ieri.

Fino a quando, tra ieri e oggi, ben due esponenti di spicco del partito in questione hanno confermato quello che era più di un sospetto.

Il primo è stato Romano Prodi, che ha affermato – cosa che a dire il vero aveva già fatto da Fazio a Che tempo che fa – che se il suo governo è caduto il responsabile primo era proprio lui, l’ex sindaco di Roma.

Quindi viene fuori la sempregrigia Rosy Bindi, che ammette: “con lui abbiamo già perso in un sol colpo governo, alleanze ed elezioni.”

Certo, il quadro che ne vien fuori per l’intero partito democratico è, per l’ennesima volta, di estremo squallore politico: un pollaio dove tante galline si sono messe in testa di fare i galletti, rimanendo, alla fine dei giochi, solo dei polli.

Per di più le soluzioni che i leader di questa uccelliera profilano per il futuro oscillano dall’emulazione delle tecniche comunicative dei testimoni di Geova – andare porta a porta – fino alla riproposizione del terzo Ulivo, allargato a chi, come Casini, fa eleggere al Senato persone come Cuffaro, plurinquisito e condannato già due volte. Questo è il nuovo che propone l’attuale intellighenzia del pd, della quale, bisogna ricordarlo, anche la Bindi fa parte a pieno titolo.

Il panorama che si profila è quello di un centro-sinistra sempre più cialtrone e litigioso, dove i dissidi non avvengono tra partiti diversi ma tra anime di un unico soggetto nato da un grossolano sbaglio: quello di pensare di poter regalare l’elettorato ex comunista a un progetto centrista, reazionario e di matrice squisitamente cattolica.

In un qualsiasi paese basterebbe poco a far fuori Berlusconi: basterebbe avere un leader credibile. L’Italia ha Bersani che fa il porta a porta, Veltroni che cova rancore e la Bindi che pensa di avere l’autorità morale di fare reprimende ai suoi compagni di partito. Prepariamoci al peggio.

Vendola, le primarie e il circo dei clown che non fan ridere nessuno

C’era da aspettarselo. Se domani si facessero le primarie, tra Bersani e Vendola vincerebbe il secondo. E grazie tante. Per essere un leader, lo storia ce lo insegna, non devi solo essere bravo. Devi essere qualcuno. E attenzione, non sto dicendo che Bersani sia nessuno, parlo, in realtà, di carisma.

Una critica che si faceva a Prodi era quella di essere soporifero. Se Prodi è soporifero, Bersani è nullificante, come lo zero nella moltiplicazione. Appena apre bocca sei già morto di noia. Un concetto elementare come “occorre pagare meno tasse” viene pronunciato con una lentezza indicibile e recitato o spiegato con un giro di perifrasi (che poi sarebbero giri di parole) capaci di narcotizzare un branco di rinoceronti inferociti. Bersani sarà un bravo tecnico, ma è più grigio di Fassino. Vendola ha il carisma, invece. E viviamo un’epoca in cui non vince la bravura, ma l’essenza. Essere qualcuno, appunto. Spiccare. Berlusconi è il segno più evidente dei tempi che viviamo: un’enorme scatola vuota, rivestista internamente di marcio. Ma la gente lo ama e lo vota, perché ha e dà l’impressione che dentro quella scatola, oltre il marcio, ci sia un sogno.

Bersani il suo curriculum ce l’ha. Le famose liberalizzazioni, la lenzuolata. Sepolta e azzittita dai clacson dei tassisti in rivolta. Vendola ha governato la Puglia, ha vinto per ben due volte le primarie contro l’apparato dalemiano, ha promesso che avrebbe impedito la privatizzazione dell’acqua e lo ha fatto. Non è un caso che se domani ci fossero le primarie le vincerebbe lui. Anche dentro l’elettorato del pd, uno dei più lenti a recepire il cambiamento (basta vedere chi è stato il primo segretario e con quali percentuali ha vinto), ci si è resi conto che a parità di valore tra il grigiore e il colore è più interessante la seconda ipotesi.

L’aspetto sostanziale, che adesso dovrebbe saltare davanti agli occhi di tutte e di tutti, è che l’autocandidatura del governatore pugliese e il sondaggio di Repubblica hanno visibilmente irritato Bersani, che lascia intendere che le primarie non sono poi questa panacea democratica e che, sopra ogni cosa (Vendola incluso), bisogna salvaguardare la coalizione. Il principio democratico che ha avuto valore per Prodi e Veltroni, adesso non piace più. Complimenti per la maturità.

Che Bersani voglia fare il leader è legittimo. Eletto pochi mesi fa, rischia di fare da portavoti a Vendola. Dovrebbe esserci abituato, visto che il pd è un contenitore in cui i voti degli ex comunisti sono stati regalati a piene mani al progetto cattolico, conservatore, neocentrista e anche malcelatamente omofobo di un partito che ha come presidente una criptolesbica che sostiene che un bambino africano è meglio che crepi in Africa piuttosto che essere adottato da una coppia gay. O almeno è questo ciò che i suoi dirigenti hanno creato in questi mesi – a proposito: a Pesaro il pd ha votato col PdL contro il registro delle unioni civili con tanto di demonizzazione delle coppie arcobaleno – in barba alla bontà di buona parte della base, che a Roma ha creato una festa dell’Unità che è stata un vero e proprio tripudio di confronto tra culture diverse.

Bersani, dunque ha le sue buone ragioni a voler fare il leader indiscusso di un partito-fantoccio. Il problema che si pone, tuttavia, è un altro. Ed è duplice.

Innanzi tutto la candidatura di Vendola e la sua possibile vittoria dimostrerebbero che il pd è, per l’appunto, un contenitore vuoto. Talmente vuoto da non riuscire nemmeno a esprimere un candidato premier, come avviene in tutti i paesi. Lasciar questo onere/onore a Vendola, leader di un partito che non ha nemmeno il 3%, dimostrerebbe che il progetto del pd è perdente ab origine. E io posso pure aggiungere: ve l’avevo detto…

Secondo poi: con la candidatura di Vendola si rischia di dare al centro-sinistra (e il trattino è d’obbligo) una fisionomia politica concreta. Non un blob indistinto di conventicole unite in nome dell’antiberlusconismo, ma un soggetto in cui c’è un candidato premier che ha alle spalle una storia di buona politica, che ha un suo seguito dentro l’elettorato di pd e SEL almeno e che non viene visto male dentro l’IdV e possibilmente anche dentro l’estrema sinistra. Dare al centro-sinistra un’aura politica, senza farne il circo di clown che non fanno ridere nessuno che per adesso è, è un rischio che preoccupa molti. Soprattutto un certo Pierferdinando Casini che aspira a fare da ago della bilancia tra destra e pd e che, in quanto leader di un partito fieramente omofobo, clericale e che candida condannati e delinquenti, osteggia un candidato di sinistra, dichiaratamente gay che in Puglia ha fatto fallire il progetto dell’UDC della privatizzazione dell’acqua pubblica. Tutti meriti, questi, che porterebbero molte persone come me, quelle affezionate alla democrazia, alla serietà e alla legalità, per intenderci, a non votare.

Bersani, a ben vedere, vuole difendere questo stato di cose quando parla di priorità della coalizione: sacrificare Vendola, fare il leader del pd e perdere le elezioni. Avviare quella vocazione peggioritaria che da Veltroni in poi ha sistematicamente fatto perdere al centro-sinistra tutto ogni importante competizione a livello nazionale. Ai vertici del pd ci sono evidentemente abituati. Noi, invece, ne avremmo un attimo le palle piene. Qualcuno, a questo punto, dovrebbe farlo sapere al direttore del circo che non fa ridere nessuno.