E adesso tutti vorrete parlare della terza

Lo dicevo ieri sera alla mia amica Sedanina. E non lasciatevi ingannare dal nomignolo, è persona serissima e di buon cuore! Le dicevo che è colpa della terapia. E della primavera. Perché in me si agitano tre forze, tutte insieme o una alla volta, a seconda del momento.

La prima è quella che ho chiamato del tipo “Grey’s Anatomy” ed è la sensibilità. Mi succede, infatti, di commuovermi ed emozionarmi anche per cose abbastanza ordinarie. O di fronte alla bellezza. Come un assolo di violino, capace di inumidirmi gli occhi e di farmi esplodere in lacrime.

Poi c’è quella del tipo “Incredibile Hulk”. Come l’altro giorno in via del Corso. Camminavo distrattamente e un’auto blu mi ha tagliato la strada, sulle strisce. Ed io a dargli addosso. Dovevate vedermi: una forza della natura! Perché loro si credono i padroni del mondo. Perché io ero sulle strisce e lui, con l’autobludimmerda, mi è passato davanti, solo perché ha il potere di stocazzo. E mentre me lo mangiavo vivo, lui dentro il finestrino, io di fronte a un negozio, una piccola folla, da dietro, mi invitava all’umità, a voce sempre più alta, con un «guarda che hai il rosso…». Ed io, che il semaforo non l’avevo proprio visto, non ho fatto niente, mi son messo da parte e ho fatto finta di mandare un sms. Comunque fiero e altero!

Infine c’è la terza forza. Quella che ho ribattezzato col nome di “Ilona e Moana”. Ma di questa, semmai, ne parlo in fascia protetta. Comprenderete, spero.

L’apostrofo

Mi piace la pioggia di primavera. Esattamente come i temporali ad agosto. Perché il grigiore del cielo non sa di sonno. Non sa dell’esilio di Persefone. È il colore di una pausa. È un apostrofo tra il cielo e il pomeriggio allungato, tra gli alberi in fiore sulla via e le madri con le carrozzine, a coppie, a parlare di cose invisibili.

Non è come la sinfonia del silenzio bianco, nei mesi cupi di città, sotto la burrasca sul cemento o la neve indiscreta sulle rovine agitate.

Ieri ho raccontato di te. Di quando ho cucinato per te. Di quando quello che è stato amore, e che in un certo qual modo lo è ancora, a distanza e senza nessun rancore, era disposto su una teglia da forno, come un mosaico di cose a venire. E poi, ho rivelato, il futuro ha sparigliato le tessere.

Ho raccontato di te e di tutto questo. E chi mi ascoltava ha assaporato la stessa commozione, lo stesso impeto di un tempo, che prima produceva programmi, abbracci incrociati e nomignoli inventati, mentre oggi è come la pioggia al di là di tutte le finestre di adesso. Cade, e accade. Inaspettata.

E poi un tuono, là fuori. E di nuovo tu.

Perché i ricordi sono come i tuoni e le piogge di primavera. Un apostrofo tra i pomeriggi celesti e il “per sempre” pronto a fuggire e che credevamo di avere in tasca, a portata di mano. Per sempre.

Per nessun altro

Mi piace.

La nobiltà dei gatti.
Il profumo del sapone al cipresso.
Il cielo di primavera.
Il suono del pianoforte, da un appartamento che non so, qui vicino.
Il profumo del bucato steso.
Il lungotevere, in certi suoi punti.
Le strade di Parigi.
Il piumone bianco della Pinzi.
Il tè verde e la tisana alla liquirizia.
Le poesie di Dina Basso.
Il sapere. E sapere sempre cose nuove.
Il sushi.
Le prospettive.
Il cortile della Casa delle donne.
Le fresie, in questo periodo.
Le finestre aperte, che lasciano passare l’aria.
Leggere all’ombra degli alberi.
Il pepe rosa.
Le fragole.
Le vie del Pigneto, verso il tramonto.
L’incenso alla rosa.
L’acqua effervescente naturale.
L’aperitivo da Cargo.
La sciarpa verde, che posso mettere per qualche settimana ancora.
Le onde giganti, nel mare del pomeriggio, a fine estate.
Il pensiero dei viaggi che intendo fare, in estate.

Adesso capisci perché, in mezzo a tutto questo, non c’è posto per nessun altro?

Sapere che potrebbe esserci un molo

È la primavera. Il sole che acceca, fin dentro le finestre della casa di adesso. Ripenso al passato, in Sicilia. Quando, per un curioso paradosso, proprio laddove la pietra è in rima col quarzo, casa mia era buia ed ero io a dover portarvi dentro i colori. E adesso che i raggi contendono le tende bianche al vento di marzo, canto con fare vago e indifferente, ascolto musiche allegre e pensose, coinvolto dalle cose quotidiane.

O, I need
The darkness
The sweetness
The sadness
The weakness
I need this

Io sono così. Sapere che potrebbe esserci un molo, una sponda in tutto questo mosaico di intenzioni mi fa sentire così vivo e spaventato e la possibilità che sia solo un porto di passaggio, che razionalmente domino, mi rigetta in una malinconia che vorrei lasciarmi alle spalle.

Ed è buffo come a volte
il tempo scorra meglio del previsto
un panico incombente ci costringe ad addomesticare
un fervido sorriso, un benessere improvviso

Un amico mi ha rivelato che riesco a vivere intensamente la vita. Diciamo che mi concentrerò su questo dono e sorriderò alle cose del destino, lanciando semi ingannevoli alle colombe del karma così che siano distratte da altro.

(In playlist: My skin, Natalie Merchant; Non molto lontano da qui, Carmen Consoli)

Bevendo tè verde

Alla fine tutto si risolve solo a quello. È una questione di stanchezza.
Sono troppo annoiato dall’idraulica del pene.
E troppo provato dalla peristalsi del cuore.

Intanto, nell’attesa che le cose prendano un nuovo corso, bevo infuso di tè verde e aspetto che si faccia primavera.