I sudditi di Matteo

verso la sudditanza renziana?

Riporto due commenti che mi sono stati rivolti in una discussione su Facebook sulla riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi, supportata dal Pd e suggerita da Berlusconi. Il discorso che cercavo di fare è che certi cambiamenti possono portare a una rapida deriva autoritaria del nostro paese.

Ecco come mi ha risposto il primo dei miei interlocutori: «Il programma di Renzi ha vinto le primarie e la base ha scelto quel programma quindi in democrazia si rispetta e si va avanti con quel programma perché la leadership esiste in tutti i paesi democratici. Renzi non mi sembra abbia fatto un colpo di stato e starà lì fin tanto che la maggioranza lo sosterrà e il partito lo voterà. Fatevene una ragione!»

L’altro: «Caro Dario, te ne devi fare una ragione, gli elettori del PD hanno scelto Renzi, perché per la sinistra novecentesca che sogni tu, non c’è più spazio neppure sui libri di storia.»

Sembra che la parabola renziana sta completando l’involuzione in cui è caduta la società italiana a partire dalla famigerata “discesa in campo” del 1994. Con il leader di Forza Italia, infatti, essa ha subito una metamorfosi in senso di “popolo”. Adesso, con l’ex sindaco di Firenze, quello stesso popolo si sta tramutando in “massa di sudditi”. Massa acritica e che funziona per slogan, purtroppo.

Inoltre: siamo arrivati dove dovevamo arrivare, al “Renzi ha vinto le primarie, adesso governa lui, fatevene una ragione!”. Come se il voto di due milioni di persone (per me illuse, per altro) avesse più valore di elezioni democratiche e regolari. Questi vorrebbero ridisegnare il paese sulla base di un’allucinazione di massa. Andiamo benissimo.

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Il new deal renziano

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Dobbiamo rassegnarci all’evidenza che quello che in altri paesi sarebbe un buon leader di destra, in Italia sta a capo di un sedicente partito di centro-sinistra. Con una sinistra interna che sta attorno il 30% (divisa tra conservatori e progressisti reali).

Il restante 70% raccoglie un po’ tutto. Dirigenti diessini e democristiani (La Torre, Fassino, Franceschini), sostenitori della destra ultra liberista, fan di Margareth Thatcher, ex berlusconiani, ex bersaniani di ferro, giovani dirigenti che hanno cambiato qualsiasi corrente pur di finire in quella che alla fine ha vinto e via dicendo. Questo è il nuovo che si porta con sé Renzi.

E poi certo, c’è anche la base vera. Quella che ci crede, quella che popola la Leopolda o si lascia affascinare da discorsi molto ben costruiti ma che, a ben scavare, non offrono soluzioni e non danno idee.

Solo indicazioni di massima, tipo andare in guerra contro il sindacato, togliere l’IMU, tagliare le tasse per le aziende… roba mai sentita in Italia. Se si esclude Berlusconi, va da sé.

Faccio anche notare che tra gli entusiasti di Renzi al potere c’è già chi mi accusa, assieme ad altri, di estremismo bolscevico solo perché non mi lascio affascinare dal nuovo uomo della provvidenza. Vediamo quanto tempo ci impiegheranno a rispolverare perifrasi quali “toghe rosse”, “magistratura politicizzata” e amenità similari.

Apro una parentesi sulla questione LGBT. Dei tre ha vinto quello con la visione più fumosa. Ai tempi delle primarie 2012 aveva una posizione, il sindaco di Firenze, abbastanza accettabile a condizione che fosse l’incipit di qualcosa di nuovo e sicuramente migliore dei DiCo, chiamati in altro modo per non dispiacere i gayo-comunisti che lo supportavano, di Bersani.

Adesso qualcosa è cambiato. Innanzi tutto perché abbiamo già visto cosa sono in grado di fare certi gay renziani inebriati dal potere: ottenere agevolazioni per se stessi e il proprio partner in barba alle migliaia di coppie che nulla hanno in questo paese (ma loro sono contro la casta, si badi), fare leggi sull’omofobia insultando il movimento LGBT e ricevendo lodi da Bindi, Binetti, Buttiglione e altri teodem. Queste le premesse.

Poi mettiamoci una campagna elettorale per le primarie che ha di fatto cancellato il dibattito su questi temi. Non una parola sui diritti civili nel programma di Renzi. Nel confronto pubblico ha pure preso in giro Civati che si dichiarava per il matrimonio, sostenendo che non possiamo chiedere la piena uguaglianza perché il suo partito non può concederla. E loro, Renzi e le sue truppe, sarebbero quelli che cambieranno profondamente il sistema. Chissà perché, tuttavia, il sistema diventa graniticamente fermo quando si tratta di affermare certi diritti…

In base a tutto questo io resto della duplice idea che:
1. non ci si può fidare di questa gente, proprio per le premesse di cui sopra;
2. occorre dimostrare, a livello di movimento, massima unità sulla richiesta del matrimonio se vogliamo davvero ottenere qualcosa.

I gay renziani ovviamente già imprecano contro la mancanza di lungimiranza del movimento, sostengono la rivoluzionaria idea che è meglio poco che niente (come se la storia dei PaCS non avesse loro insegnato nulla) e che chi parte dal presupposto della piena uguaglianza tra eterosessuali e persone LGBT è un estremista. Bolscevico magari. Poi magari fino a qualche giorno fa si strappavano le vesti al suono del nome di Mandela…

Proprio per queste ragioni io non mi fido. Poi certo, si può anche rimanere stupiti favorevolmente. Ma ricordiamoci chi c’è in quel 70% che ha votato Renzi. Giovani inclusi che già accusano di comunismo chi, come me, vorrebbe solo che l’articolo 3 della Costituzione venisse pienamente applicato. O che non ti rispondono nemmeno quando chiedi loro come mai nella segreteria appena nominata non c’è nemmeno un responsabile con delega sui diritti civili. Per dirne una, eh!

Primarie, voterò Civati. E poi libera tutti

In poche battute: alle primarie di domenica voterò Civati, perché mi sembra un uomo di sinistra, una sinistra moderna, europea e coraggiosa.

Perché non ha paura, soprattutto quando si parla di questione LGBT, di usare le parole per quello che sono: sì al matrimonio, sì alle adozioni, sì alla tutela dell’omogenitorialità.

E mettiamoci pure che conosco personalmente molti/ volontari/e che si sono impegnati/e nel sostenere e mandare avanti questa candidatura, e sono persone valide, impegnate, limpide. Amici e amiche di cui mi fido.

Per queste ragioni mi recherò ai box di un partito a me sostanzialmente inviso e gli darò l’ultima chance di essere ancora “credibile” sul panorama nazionale. E coerentemente, se dovesse vincere Civati potrei anche pensare di votare in futuro in una coalizione di centro-sinistra. E si noti il condizionale.

Se invece non dovesse vincere e dovessero andare a capo della segreteria Renzi o Cuperlo, in quel caso scatterebbe il ragionamento opposto. Mani libere sul dopo, e pazienza se alle primarie ti sei “impegnato” a votare Pd anche alle prossime elezioni politiche. Questa logica della cambiale in bianco e questa pretesa di fedeltà da parte di un partito che ha sempre tradito tutte le sue promesse elettorali – e di conseguenza milioni di elettori ed elettrici – è francamente ridicola. Se poi i dirigenti piddini vogliono essere presi in giro, sarà un piacere regalar loro due euro e quest’illusione.

Faccio notare, infine, come sia attualmente bersaglio di renziani, su Twitter, che stanno contestando questo mio modo di pensare. Una di loro sostiene che il mio non votare centro-sinistra, un domani, coinciderebbe col voto alla destra. Le ho fatto notare che esistono liste come il M5S o Rifondazione, che non sono proprio filoberlusconiane… mi ha risposto che sarebbe comunque o un voto fascista, il mio, o sostanzialmente “inutile”. Evviva la democrazia, insomma.

Un altro renziano, invece, mi sta addirittura suggerendo di non andare proprio. O scelgo Renzi o me ne sto a casa. Oppure se voto Civati, secondo la sua logica, sarò poi obbligato a votare Pd. Mi piacerebbe proprio vedere come mi costringeranno a farlo. E se questa è la democrazia dei renziani – o voti me o stai a casa – vedo un futuro ancora più cupo del ventennio appena trascorso.

Anche per queste ragioni, tolto un Cuperlo che significherebbe optare per un Pd per come è sempre stato – ovvero dannoso, inutile e bugiardo – ancora una volta vedo il voto a Civati come l’ultima speranza per il centro-sinistra in questo paese.

Alicata si dimette: a lei la mia solidarietà

Leggo sul profilo di Cristiana Alicata la sua dichiarazione di dimissioni:

Mi dimetto da ogni carica che ricopro nel PD (e la mia tessera è a disposizione del segretario Bersani)

a cui fa seguire:

L’accusa di razzismo e di istigazione all’odio razziale è infamante e mi difenderò con serenità nelle sedi opportune anche querelando singolarmente alcune persone

e altre puntualizzazioni, tra cui:

Il risultato delle primarie di Roma è stato probabilmente “salvato” dal fatto che in molti hanno denunciato non “stranieri che votavano” ma “numeri anomali” che riguardavano stranieri come altre categorie. Così come molti per giorni denunciavano lo sperpero di denaro in manifesti abusivi, spesso attaccati da migranti, probabilmente in nero. Chi vuole vedere razzismo nella statistica preferisce colpire le cose che non si vogliono sentire piuttosto che domandarsi cosa accade spesso durante le primarie o durante le elezioni. Anche questo verrà circonstanziato nelle sedi opportune.

Quindi Alicata proseguirà nella sua operazione di denuncia di un’anomalia, per altro a suo tempo segnalata da altri militanti del Partito Democratico, come si legge nella dichiarazione di Romagnuolo:

Primarie Bersani/Franceschini/Marino. Seggio di Via Oratorio Damasiano (Roma). Ero tra i volontari che spesero una bella domenica di democrazia in un gazebo. Arrivò una fila di rom (circa 40) a votare. Proprio perché credo nella assoluta uguaglianza, chiesi loro – come a chiunque altro – il “contributo volontario” di 2 euro. Ingenuamente, il capofila mi rispose “io ne do due a te e a me ne danno 20, a me va bene comunque”. La frase è stata messa a verbale alla chiusura del seggio, ma nessuno – NESSUNO – ha preso alcun provvedimento. Il problema non sono assolutamente i rom, che da cittadini italiani godono esattamente dei miei stessi diritti e ne vado orgoglioso, ma del fatto che qualun altro – dentro un partito – abbia sfruttato una situazione di indigenza per comprare un voto. È tutto verbalizzato.

Il fatto grave è tutto lì: sfruttare una situazione di indigenza per comprare voti. Cristiana ha denunciato questo, in un momento troppo veloce per poter pensare alle conseguenze a alla “felicità” e all’opportunità di quella frase.

L’hanno crocifissa perché “razzista”. E la questione del presunto voto comprato – vero scandalo di tutta questa vicenda – rimane intatta.

Faccio notare un altro aspetto della vicenda: le è stato detto, visto che sapeva, di denunciare. Sappiamo tutti e tutte che a volte le cose che sai sono poco “dimostrabili”, perché o ti metti contro poteri troppo forti o perché sei solo/a nel portare avanti certe battaglie. Provengo da una regione in cui un’organizzazione come la mafia ha costruito la sua fortuna proprio su certe dinamiche. Giusto per fare un esempio parallelo (e sia ben chiaro: non sto dando del mafioso a nessuno).

A Cristiana va la mia vicinanza umana e politica, sebbene chi ben mi conosce sa quanto siamo stati distanti, proprio politicamente, e in più di un’occasione.

Alla sinistra romana, democratica e radicale, dico: si è chiusa una pagina nerissima della vostra storia. E forse sta per aprirsene una con tinte non certo luminose. Ma ogni cosa a suo tempo.

Al movimento LGBT faccio notare che si è spaccato, per l’ennesima volta, non sul fatto, ma sulla persona, senza entrare nemmeno nel merito della questione. Andava attaccata perché era lei. Con buona pace delle sue battaglie dentro il Pd per la questione omosessuale. Una solidarietà diffusa, seppur con qualche distinguo sulla leggerezza di quel tweet incriminato, avrebbe fatto del bene non solo a una specifica militante, ma anche a tutti/e noi, dentro la comunità e il movimento LGBT.

Concludo con l’auspicio che la verità venga ristabilita e che in futuro, magari di fronte a parole meno istintive, al cospetto di specifiche denunce si guardi l’atto di accusa verso la cosa e non ipotetici e fantasiosi attacchi contro determinate categorie sociali, usate per…

Perché non so se ve ne siete resi/e conto: ma è discriminazione anche (soprattutto) quella.

Ma io difendo Cristiana Alicata

Ha fatto scalpore un tweet di Cristiana Alicata, in merito alle primarie romane di ieri, che riporto qui integralmente:

Le solite incredibili file di Rom che quando ci sono le primarie si scoprono appassionatissimi di politica.

Cristiana è stata accusata di essere razzista, qualcuno l’ha addirittura proposta come prossimo “assessore ai lager”, per non parlare dello squadrismo mediatico portato avanti da kompagni e avversari interni, per quella nobile arte del tutti contro uno (mi verrebbe da aggiungere “anzi, una: donna e lesbica”).

Credo che la frase sia infelice per due ragioni: non è contestualizzata, per cui potrebbe portare a fraintendimenti (come poi è successo); per le reazioni che ha scatenato. Ma di certo non è razzista.

L’autrice del tweet ha poi spiegato meglio il suo pensiero: il problema non sono certo i rom alle primarie, ma chi li paga per orientare l’esito del voto.

Un pensiero ad alta voce come molti se ne fanno nella quotidianità, forse peccando di generalizzazione, ma – e lo ripeto – non un pensiero razzista. Cercherò di spiegarlo con un esempio.

Vivevo al Pigneto, un quartiere multietnico di Roma la cui bellezza sta appunto nella moltitudine che lo popola. Ci sono, insieme alla componente italiana, cittadini/e di varie etnie: indiani, pakistani, egiziani, senegalesi, ecc. Tra questi, la stragrande maggioranza persone oneste che vivono del loro lavoro, una pattuglia di delinquenti che soprattutto la notte scatena(va) risse anche sanguinose per il controllo del mercato della droga nella zona. Da chiunque, italiani e non, quel gruppo di spacciatori era identificato con uno specifico appellativo etnico. E non per razzismo, ma proprio perché in quella zona – cioè, in quel contesto – era un gruppo ben riconoscibile e proveniente dal luogo x a delinquere.

Paradossalmente, poi, indicare l’etnia degli spacciatori era un modo per salvaguardare le altre etnie che vivono lì in modo pacifico. Ciò non significava, nelle intenzioni e nel linguaggio adoperato che tutti gli elementi dell’etnia in questione fossero delinquenti, ovviamente, ma solo quelli di quel gruppo e, appunto, in quel contesto.

Mi si è detto, quindi: «e se avesse scritto “i soliti froci”, non sarebbe stato offensivo?». A questa domanda risponderei con un sì. Ma stiamo parlando di una cosa che non ha mai scritto, per cui il paragone è assurdo (proprio perché è per assurdo). In secondo luogo, la parola “frocio” è un insulto, rom non lo è o non dovrebbe esserlo (a meno che chi fa questo tipo di paragone non consideri il termine come offensivo).

Poi, concordo sul fatto che quando si è un personaggio pubblico bisogna fare parecchia attenzione a cosa scrivere e come. Ma quel post, ribadisco per la terza, non è razzista perché non intendeva discriminare i rom, ma denunciare una presunta compravendita di voti.

Concludo con due domande.

La prima: chissà qual è il comportamento, in metro come per strada, degli attuali denigratori di Alicata in relazione alla minoranza in questione. Chissà come si comporterebbero se sapessero che loro figlio, a scuola, è stato messo nello stesso banco con un ragazzino rom. Così, solo per fare un esempio.

La seconda: chissà quanti tra costoro poi magari sono gli stessi che dicono o perorano frasi quali “per  gli omosessuali ok i diritti, ma matrimonio e figli mai” o ancora “Che Guevara ha ammazzato i gay, è vero, ma l’ha fatto per un alto ideale”. Magari scambiandole non per quello che sono – omofobia – ma come libero esercizio di pensiero.

Oggi, su Gay’s Anatomy: “Il Pd candida tre gay. E molti supercattolici”

«Sono tra quelle persone che sostengono la non necessità di una presenza confessionale in parlamento. Mi spiego meglio: non voglio dire che gli appartenenti a una fede, qualunque essa sia, non debbano essere votati ed eletti o addirittura esclusi. Semmai, dovrebbero essere scelti per le loro capacità politiche e non per un’adesione religiosa.

In Italia quella che dovrebbe essere una tara, ovvero il confessionalismo, viene invece visto dai nostri rappresentanti nei partiti come certificato di qualità e garanzia per determinare una candidatura. E il problema non finisce qui.

[…]

Emerge il dato, assolutamente angosciante, che nella prossima legislatura avremo una discreta componente di tipo religioso – e in questo caso, non stiamo parlando di una fede qualsiasi – a fronte di una pattuglia assolutamente simbolica di rappresentanti della gay community.»

Il resto leggilo su Gay’s Anatomy.

Primarie: vince Monti (bis)

Il miglior commento per queste primarie, pompate dai media, per lo più snobbate dai cittadini – è la consultazione col più basso numero di elettori da che esiste questo “istituto”, ma i giornali filo-dalemiani non ve lo diranno mai – sta nella vignetta che qui ripropongo:

italiani

A quelli che esultano per Bersani, dico: ci rivedremo al momento di dare l’IMU alla chiesa, i diritti ai gay, i soldi alle scuole private.

Ai vendoliani, ancora convinti di aver fatto una cosa di sinistra: voglio vedere quando SEL farà volare qualche aereo contro un regime mediorientale col suo voto. Sai le risate… (tutte a denti stretti, col labbro sinistro, per coerenza).

E a Bersani dico: lei non sarà mai premier. La sua alleanza con Casini porterà solo il Monti bis e, di nuovo, i soliti sacrifici ai soliti fessi. Contento lei. Contenti voi (di Pd e SEL)… io per niente.

Primarie da copione, con flop finale

Niente di nuovo sotto il sole, sarebbe da dire. Bersani primo, Renzi secondo, Vendola terzo e Puppato e Tabacci con percentuali tali da rendere gloriose le ultime tornate elettorali di Rifondazione & ko. Adesso nel teatrino della politica si consumerà ciò che in altri paesi si chiama consacrazione e che qui in Italia, patria di ogni corruzione semantica possibile, è definito col termine di primarie.

Perché dico questo? Cito Aldo Busi, sottile analista della pagina politica di ieri il quale, oltre ad aver definito i “fantastici cinque” con l’epiteto più idoneo di “smoscia-uccelli”, fa notare ad una Parietti in cerca disperata di visibilità, senza nemmeno l’attenuante dell’Isola dei Famosi –il momento più alto del suo eloquio è stato una citazione plurima dell’epiteto “culo” – che questa tornata “elettorale” è cosa modesta rispetto alle gare, quelle vere, che possiamo assistere altrove.

Queste primarie avrebbero avuto un senso, in altre parole, senza l’ingombrante presenta di un Bersani come espressione di un potere, quello dell’apparato di partito, che non ha intenzione di schiodarsi da poltrone et similia.

Votare l’attuale segretario del Pd ha avuto il solo significato di giustificare gli ultimi vent’anni di politica italiana. Tutta. Quindi il berlusconismo, che è il vero creatore dell’attuale classe dirigente di quel partito, tolte alcune eccezioni, va da sé.

Ieri perciò non si è votato tra due o più progetti di sinistra da presentare all’elettorato. È stata per lo più una conta per capire se il modello politico vincente in Italia debba essere quello della conservazione o quello dell’innovazione. E faccio presente che considero il primo modello quello proposto da Bersani e Vendola, il secondo quello seguito da Renzi. Certo, un’innovazione di tipo centrista e liberista, ma sempre preferibile al cattocomunismo che è stato fertile humus dell’ultimo ventennio. Fosse non altro per ridefinire su basi nuove il concetto di sinistra.

Il copione seguirà come deve: l’elettorato piddino, ligio nel prendere le parti del più forte, eleggerà senza nulla obiettare – a cominciare da tutto il male derivante dal governo Monti, sostenuto in tutto e per tutto dall’attuale segretario del Pd – Bersani, per poi lamentarsi, subito dopo, dei mali italiani. Un po’ come Susanna Camusso, la cui dichiarazione di voto ha di fatto distrutto ogni residuo di credibilità della CGIL (per chi non lo sapesse, la signora in questione ha votato il responsabile delle politiche per cui poi fa scioperare i lavoratori).

Vendola intanto fa l’occhiolino ai due finalisti. Dimenticando di ricordare di aver firmato un documento di intenti che lo lega a doppia mandata al leader piddino… certo, potrebbe fare l’ago della bilancia e chiedere maggiori garanzie su diritti civili, scuola, spese militari (da ridurre), questione morale, ecc. Temo che si accontenterà di recitare la sua parte da comprimario, delegando Casini a perno della futura coalizione.

E questo è quanto, popolo. Con un’ultima considerazione. A votare, sono andati in tre milioni e poco più. Cifra rispettabilissima, per carità. Ma il Pd – e gli altri candidati – riflettano bene: è il dato più basso nella storia delle primarie italiane. Anche se temo che tale riflessione, come molte altre, su quello che in realtà è un flop, purtroppo non arriverà.

Primarie? No grazie

Il 25 novembre si voterà per le primarie. Secondo l’attuale moda italiana della politica – queste non sono primarie vere, per altro, sono consacrazioni del potente di turno, da Veltroni in poi – mi dovrei recare a votare uno dei “fantastici cinque” per dare all’Italia il futuro da me sperato.

Vi spiegherò le ragioni per cui non andrò a votare.

1. I candidati

Sono impresentabili. Non nel senso che sono persone poco oneste – sappiamo tutti e tutte dove vanno a finire ladri e delinquenti di questo paese – ma nel fatto elementare che dei cinque, solo due hanno la possibilità reale di vincere (Bersani o Renzi), mentre le altre candidature sono semplicemente delle conte di corrente.

Bersani non mi piace perché è asservito al peggiore clericalismo dalemiano: rappresenta, in altre parole, il peggio della politica italiana. Se vincesse lui rifarebbero i DiCo, per altro, una legge discriminatoria che quest’anno cambierà nome in “unione alla tedesca”. E i gay che gli andranno ancora dietro avranno la grossolana illusione di avere un leader europeo, quando invece ci troviamo di fronte solo un piccolo e grigio burocrate di provincia che ha imparato, non senza pochi sudori freddi, a pronunciare correttamente la parola gay

In tutto questo, si ricordi, Vendola ha stretto un patto con lui, per cui se si va al ballottaggio gli elettori di SEL voteranno in blocco Bersani e il suo programma ultraconservatore. Grazie Nichi, ti ricordo che tu sei pure gay. Grazie per la sensazione di nausea che mi hai ragalato quando speravo che il tuo partito fosse l’unica scelta possibile.

Renzi piace a Confindustria, va a cena ad Arcore e pensa che il capitalismo sia di sinistra. Adesso, farebbe pure una partnership all’inglese. Questo lo renderebbe il più votabile tra i due unici accreditati al ballottaggio. Peccato che poi anche lui sia tentato da vocazioni maggioritarie che, Veltroni docet, servono solo a far vincere la destra. Insomma, votare Renzi avrebbe senso solo per distruggere il Pd. Ma aspettiamo le prossime politiche e questo fatto si realizzerà da solo.

Puppato e Tabacci, infine, non li considero nemmeno: non mi piacciono le candidature di bandiera e i riciclati dell’UdC. Semplice. Ma andiamo oltre…

2. Le primarie del 2005

Ho già votato alle primarie del 2005. Scelsi Scalfarotto, per dar forza a una candidatura speficicamente gay. Ma votai soprattutto per dar consistenza a un progetto politico. In quel progetto c’erano economia sociale, i diritti per le coppie di fatto (non per gli individui, ma per le coppie!), la scuola pubblica, l’ambiente, ecc.

Ebbene, io votai per fare in modo che la politica fosse come io la volessi. Ma loro l’hanno trasformata in un incubo. Ancora soldi alle scuole cattoliche per esempio – e anche oggi: di recente il Pd ha votato un provvedimento che dà 232 milioni ai diplomifici cattolici, riducendo ancora le già scarse risorse per la scuola pubblica – zero diritti per le famiglie gay e lesbiche, una sinistra che di tale aveva solo il simbolo della falce e martello e lo stesso rigurgito ideologico dei gruppuscoli di estrema destra.

Insomma, io ci ho provato a crederci, l’altra volta. E due anni dopo mi è restituito un paese in mano a Berlusconi, con un tasso di omofobia enormemente aumentato rispetto a prima, per non parlare del fatto che ho perso il lavoro in università e che adesso rischio di perderlo a scuola.

Grazie ancora, davvero!

3. Conclusioni

Questa truffa, all’epoca, io la pagai un euro. Un’inezia, per carità. Ma voi paghereste anche solo cinquanta centesimi la vostra rovina?

Tutto questo mi ha fatto decidere, dopo una lunga e quasi silenziosa meditazione, di rimanermene a casa. Non posso avallare un progetto che vedo come un grosso imbroglio: a cominciare dalle probabili agognate alleanze con l’UdC di Casini.

Mi spiace, ma ho già dato. Stupitemi e poi, semmai, ne riparleremo. Ma non ora. Non vi devo nulla che non vi abbia già dato. Davvero, no grazie.

Ma D’Alema è “berlusconismo”. Vi spiego perché

La riprova che D’Alema è una delle cause del male – chiamato berlusconismo – che attanaglia l’Italia da vent’anni ad adesso? La sua reazione alla candidatura e alla probabile vittoria di Renzi.

Premetto: a me Renzi non piace. Non mi fa, di conseguenza, impazzire politicamente e ritengo che il suo programma sia viziato dal liberismo – ingrediente primario della crisi attuale – e dall’appartenenza al mondo cattolico, che lo rende incapace di relazionarsi serenamente su questioni fondamentali, quali il testamento biologico e le unioni delle coppie non sposate, etero o omo che siano.

La sua dirigenza, quindi, trasformerebbe il Pd in un partito liberale di centro, con un’ipoteca confessionale che, tuttavia, sarebbe leggermente migliore dell’attuale natura del partito-frankenstein, per cui abbiamo il corpo degli ex PCI dominato dalla mente degli ex DC, che mai hanno rinunciato a definirsi cattolici (contrariamente a Bersani & Co, che non sono più nulla).

Un partito siffatto avrebbe, quindi, un’identità certa. Starebbe quindi alla libera scelta dell’elettore se votarlo o meno. Si chiama democrazia. Occuperebbe il centro, lascerebbe spazio a una reale sinistra socialista e democratica sul modello europeo – ammesso e concesso che vi siano energie e forze per crearla, questa forza, oggi in Italia – e ridimensionerebbe la destra berlusconiana, obbligandola al cambiamento.

Se questo dovesse avvenire, sarebbe perché attraverso libere elezioni, oggi impropriamente dette primarie, la base elettorale del Pd decide di dare questa natura al soggetto politico di riferimento.  Nelle democrazie moderne succede che la linea data al partito – o alla coalizione, come in questo caso – debba essere rispettata dalle minoranze, le quali comunque continuerebbero a militare dentro il partito stesso.

In altre parole: Renzi avrebbe il mandato di presiedere in qualità di leader tutta la coalizione di centro-sinistra, perché i partiti e gli elettori che vi partecipano sanno che chi vince, poi, rappresenta tutti. È un concetto elementare di democrazia.

Cosa fa D’Alema, invece? Minaccia: «se vince Renzi, sarà battaglia politica».

Mi dovrebbe spiegare questo gentile signore, che ha al suo attivo fatti enormi quali la guerra in Serbia, i fondi alle scuole cattoliche – vietate dalla Costituzione – e la stima di Berlusconi, come pensa che un ulteriore, ennesimo conflitto interno alla coalizione di governo possa essere utile e funzionale a vincere le elezioni, prima, e a governare il paese, poi.

D’Alema con questa dichiarazione dimostra di essere al di fuori del concetto di democrazia, pur operando in essa. Che se vogliamo, poi, è la natura stessa del berlusconismo: usare l’impianto democratico per portare avanti i propri interessi e non quelli della collettività.

Ecco come è dimostrato che D’Alema è consustanziale al berlusconismo. E, per tale motivo, do ragione a Renzi, pur non essendo un suo fan, quando dico che va rottamato. O, in parole più semplici, licenziato in tronco da una carriera politica che ha fatto più il male del paese che altro.