Essere al pride: per chi ancora non è libero

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“Il viso non lo mostro, sono riservato.”
“Andare al pride? Sei pazzo? Poi la gente pensa che sono gay.”
“Sei dichiarato, non possiamo uscire insieme, sono insospettabile e cerco altrettanto.”
“Ok, incontriamoci. Ma solo se sei maschile”.
Questi i discorsi in cui puoi imbatterti a Siracusa, nel 2017, in chat come nelle chiacchiere tra amici.
Nonostante i progressi fatti a livello giuridico e culturale.
Nonostante le unioni civili (che come previsto, prendono atto di un cambiamento e non spostano nulla nella coscienza collettiva).
Per queste persone che ancora non sono libere, è importante dare visibilità di noi stessi/e. Per essere da esempio. Perché il nostro coraggio sia più forte della paura.
Per questo oggi, al Siracusa Pride 2017 è importante metterci la faccia. La differenza tra esserci e non esserci è la stessa tra vivere pienamente e arrancare nell’esistenza. Ed io credo che bisogna sempre scegliere la vita nella sua pienezza. Buona fierezza, buona festa dell’orgoglio. Anche oggi.

P.S.: tesoro, tu che hai paura ad andare al pride perché la gente poi pensa che sei gay, ti do una notizia. Sei gay. Ed è bellissimo. :)

Momento simpatia #6: la pseudo-star ex velata e il pride

viso manichino uomo con capelliAdesso non è che siccome uno è gay, pseudo-famoso ed emette un peto verbale su come deve essere un pride si deve, per forza:
– pensare che abbia una qualche forma di ragione
– dargli, di conseguenza,visibilità
– inseguirlo, quindi, nel suo delirio.

Così è facile: dopo che per una vita hai fatto la velata – che la moglie di uno sceicco in Arabia in confronto è Belen all’Isola dei Famosi – capisci che la carta dell’omosessualità è l’ultima chance per ottenere un residuo fama. E lo fai, magari, buttando fango sul lavoro di quei/lle militanti che per decenni hanno lavorato anche per te.

E se permettete, la colpa non è poi tanto di chi si avventura in queste forme di sciacallaggio identitario, quanto di chi fornisce a certa gente un megafono. La grettezza si combatte con l’oblio. A fare da eco a un peto, per tornare al discorso di partenza, ottieni solo un certo tipo di effetto sonoro: e non è certo bello o elegante, converrete.

Gli amici gay delle sentinelle? Forse esistono davvero

Vi prego di indugiare su alcune delle frasi proferite nella foto che segue:

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il resto dei commenti potete leggerli, integralmente, nel post di sabato. Vorrei solo far notare a certa gente – evidentemente un po’ troppo ingenua, poco colta, o ancora convinta che basti aver dato qualche esame all’università per dominare la conoscenza del mondo – quanto segue: Continua a leggere

Tra pride normali, diversi e divertiti

normalitàDopo secoli di azioni di vario tipo – manifestazioni, marce, convegni, flash mob, fiaccolate, ecc –, qualcuno in data 13 giugno 2015 ore 11:59, mi ha scritto in privato le magiche parole “pride normale”. Ancora. Ora, tralasciando il fatto che in momenti come questo spero che certa gente rinasca figlio di Adinolfi, vorrei porre la questione su un piano più squisitamente linguistico.

Normale deriva da norma, ovvero da una regola imposta. Un bel giorno qualcuno si sveglia e dice cosa è giusto e cosa no. Il concetto di norma, tuttavia, è vario e molteplice: si struttura su questioni “naturali”, “numeriche”, “consuetudinarie”, ecc. Ovvero: se una cosa esiste in natura è normale, se in tanti la seguono è normale, se esiste da sempre è normale.

Tutto semplice, quindi? Basta l’evidenza? No. Si incappa, infatti, in storture di sistema. E cioè:

1. In certe specie naturali è normale che l’atto sessuale sia di tipo stuprativo. Per non parlare dell’incesto. Vogliamo allora dire che violentare qualcuno/a o sposarsi i propri genitori rientri nella normalità delle cose?
2. Per secoli neri e donne hanno vissuto in regime di subalternità rispetto al maschio bianco. Secondo il concetto di “consuetudine”, Hillary Clinton e Barack Obama sarebbero una perversione rispetto alla regola standard.
3. E ancora, sempre seguendo questa falsariga: i cinesi sarebbero i più normali tra gli esseri umani. Seguirebbero i musulmani. E la vedrei molto male, invece, per gli abitanti di micro-stati come il Principato di Monaco e la Città del Vaticano.

La definizione di norma – e la classificazione di ciò che è normale – sfugge quindi all’aggancio col dato reale (e all’evidenza delle cose) e la realtà si qualifica, conseguentemente, come insieme di varianti. Ovvero, come mix di diversità le quali dovrebbero, a rigor di logica, avere tutte lo stesso status.

Diverso, a ben vedere, si configura come l’esatto contrario di normale. Ciò che non segue il “verso giusto” (la norma) lo “di-verte”, cioè lo fa deragliare. E dovrebbe essere chiaro che l’ordine precostituito se è “naturale” e si basa su usi e costumi millenari, accetta anche tutta la violenza implicita nella natura e nelle consuetudini umane. Conseguentemente se possiamo scindere tra ciò che ci piace e ciò che non riusciamo ad accettare da ciò che è “normale”, allora la costruzione della norma è un processo culturale e quindi “artificiale”.

Tutto questo per dirvi, cari fautori e care fautrici di ciò che è normale e ciò che non lo è, che siete vittime non solo della vostra ignoranza, ma anche figli di un sistema che vi fa fare ragionamenti del cazzo.

Concludo con un’altra evidenza, rigorosamente semantica. Norma ci porta al termine normalità, e abbiamo visto il delirio che si nasconde dietro questo termine. Il “non normale” è il diverso e da questo termine ne nasce un altro: “divertimento”. Per questo, tornando al discorso di partenza, ai pride ci si diverte. Per questo amiamo le baracconate, le carnevalate, i culi e le tette. Perché siamo liberi e libere. Perché al concetto di reputazione – ovvero, le etichette degli altri – abbiamo sostituito quello di autodeterminazione. Alla norma calata dall’alto (e dall’altro), la nostra facoltà di dire sì o no. Perché possiamo decidere quando è il momento di sculettare e quando è il caso di esser più seri. Voi potete dire lo stesso?

Per cui, e vi lascio con questa riflessione, quando fate certi discorsi già obsoleti ai tempi di Odoacre, pensate di essere liberi, emancipati, portatori di qualsiasi tipo di avanguardia, o state solo recitando pappagallescamente un codice di “norme” che nulla hanno da spartire con la complessità del reale?

Detto questo, vi auguro un buon week end. Io mi preparo per andare al Roma Pride.

“Pride” e la voglia di crederci ancora

titolo: Pride – anno: 2014 – regia: Matthew Warchus – durata: 120 minuti

L’ho scritta per il sito del Mario Mieli. E la ripubblico qui. Perché Pride va visto. E ogni altro commento è inutile. Eccezion fatta per la mia recensione, va da sé! :)

***

Londra, 1984. Al telegiornale scorrono le immagini degli scontri tra i minatori in sciopero contro il governo di Margareth Tatcher e la polizia. Mark, giovane attivista gay, ha una brillante intuizione: quei lavoratori hanno gli stessi problemi della comunità LGBT, poiché vessati dallo stato che non riconosce i loro diritti. Perché non aiutarli, cercando così nuovi alleati e sposando una causa giusta? Ne parla ai suoi amici. Non tutti lo seguono, ma la scelta sembra ormai fatta. Nasce quindi il gruppo LGSM, “Lesbians and Gays Support The Miners” e si raccolgono fondi per sostenere la protesta.  Si fa qualche chiamata, ai vari sindacati. Troppi telefoni chiusi in faccia. Quella parola, gay, non va proprio giù. Fino a quando qualcuno risponde, forse per caso o per distrazione. E succede il miracolo…

Pride è una storia che parla di orgoglio. Quello di chi decide di starci, in questo mondo, per come è, perché stanco degli insulti della gente, dell’ignoranza che fa da padre a ogni pregiudizio possibile. Ed è anche la storia di un altro tipo di fierezza: la dignità che ti dà il lavoro, il senso del tuo stare su questo pianeta non solo per quello che sei, ma per quello che fai. Per te stesso, per la tua famiglia, per gli altri. E Mark raccoglie questa sfida, trascinando la sua comunità in un viaggio nell’Inghilterra degli anni ottanta.

Vari piani si intersecano dentro quella che è una storia vera e, allo stesso tempo, straordinaria e incredibile: c’è il tema dei diritti delle persone LGBT, certo, il dramma del coming out di Joe, l’incomunicabilità con famiglie più attente al perbenismo che alla felicità dei/lle propri/e figli/e. Ma c’è molto altro ancora. Il tema del lavoro, la sua dignità, quella cosa che ci lega a un’ispirazione, ai suoi valori, alla solidarietà tra pari. C’è la tematica femminile (e femminista), per cui le donne non sono viste (non più) come supplementari alla figura dominante, ma diventano soggetti autonomi, portatrici di solidarietà, di amore, di nuova intelligenza. Il mondo femminile rappresenta il primo di quei microuniversi che fanno cadere, uno dopo l’altro, i pregiudizi sulla “diversità”. E questo a un certo punto ti avvolge, ti fa sorridere, ti fa ridere e alla fine ti commuove. Profondamente. E poi c’è il tema dell’AIDS: è l’Inghilterra dei primi anni in cui la malattia fa la sua comparsa nella gay community britannica, mietendo le prime vittime. Argomento, anche questo, toccato con intelligenza e sensibilità, come tutto il resto della pellicola d’altronde.

Pride è un’opera fondamentale per ogni giovane (e non solo) attivista LGBT dell’Italia di oggi, perché ci ricorda quanto siamo indietro sul tema dei diritti civili che dovrebbero far parte di una battaglia più vasta, che è quella della dignità della persona. Ed è un film che ti ricorda che sì, esiste sempre una guerra tra buoni e cattivi, ma in mezzo a quella follia c’è sempre spazio per un profondo altruismo, che va oltre le apparenze e i luoghi comuni, che mette da parte il sospetto che sempre nasce tra chi non si conosce, per poi scoprirsi fondamentalmente uguali, capaci degli stessi sentimenti e delle medesime passioni.

Un film bello, delicato, a tratti forte e irriducibile nella gestione del dolore. Ma al di là della rabbia e delle lacrime che suscitano alcune scene e certi episodi, ti lascia la migliore cura a tutti i mali del mondo: la speranza e la voglia di crederci ancora. E solo per questo – tralasciando la qualità della regia e la bellezza delle immagini che Matthew Warchus, che lo ha diretto, ci offre – merita di far parte della nostra memoria affettiva. Perché ci aiuta a recuperare quel pezzo di noi che sa emozionarsi ancora per la politica e l’umanità di cui può essere capace.

Oggi sul Fatto: “Unioni civili: se anche le marche diventano gay-friendly”

Renzi farà davvero le unioni civili?

E oggi sul Fatto Quotidiano si parla di unioni civili e pubblicità gay-friendly.

«…il costume è cambiato e le industrie non affiderebbero mai le proprie sorti economiche a una pubblicità che eleva a modello ciò che viene considerato come oggettivamente sbagliato. Insomma, l’Italia si sta svegliando e il cambiamento sta venendo innanzi tutto dal basso, grazie all’azione delle associazioni e al quotidiano di milioni di persone Lgbt che vivono, lavorano, producono, offrono servizi e pagano le tasse in mezzo a quella maggioranza che impara poco a poco che non c’è nessun mostro in agguato pronto a mangiare bambini (come un tempo gli iscritti al Pcus), imporre divorzi forzati alle coppie regolarmente sposate e a fare il lavaggio del cervello agli/lle adolescenti tra i banchi di scuola per invertirli e convertirli – a seconda del genere, pardon, del “gender” – al lustrino o alla chiave inglese.»

Buona lettura!

Essere gay con normalità?

Conchita Wurst, drag “fuori norma”

Mi sono imbattuto, proprio oggi, in un articolosull’Huffington Post in merito al recente spot della Findus, intitolato: “Essere gay con normalità: e se Capitan Findus aprisse il prossimo Pride?”. Già il titolo fa sorridere (anche se i sentimenti reali che suscita vanno in direzione opposta alla gioia) per tutta una serie di ragioni: chiederei, infatti, all’egregio autore com’è o come dovrebbe essere un gay normale. E di contro: chissà se un etero, proprio in quanto tale, può essere anche anormale… Insomma, si fa passare per l’ennesima volta il messaggio che dentro la fenomenologia dell’omosessualità alberghi naturalmente una componente di anormalità. Componente che invece non si considera nemmeno per chi LGBT non è. Basti fare un rapido esempio: si parla di omicidi in “ambiente gay”, ma nessuno si sognerebbe mai di indicare l’assassinio di Meredith Kercher come “vicenda etero”.

Ma, mi dicevo mentre facevo queste considerazioni, magari il problema è del titolista e non dell’autore. Poi però leggo l’articolo e mi cadono le braccia. Affermazioni come “Il rito un po’ stanco dei Pride, non riesce neanche più a fare notizia se si esclude qualche foto delle più bizzarre, che poco hanno a che fare con la stragrande maggioranza di coloro che vanno ad una manifestazione senza né piume né paillettes” non solo non tengono conto del fatto che il Roma Pride quest’anno ha avuto una buona copertura mediatica proprio grazie al lavoro di comunicazione dei/lle militanti, che si sono spesi/e in prima persona e a titolo assolutamente gratuito per una battaglia di libertà, ma ricalcano i soliti stereotipi moralisti: per essere rispettabili, noi “froci” dobbiamo apparire come il pensiero uniformante (e molto spesso omofobo) ci vuole. Un po’ come dire a un nero di cambiar pelle e a un ebreo di cambiar religione per farsi accettare dai bianchi cattolici. A livello di dinamica culturale, sia chiaro.

Ritornano poi deja vu verbali come “Il colpo d’ala richiesto a gran voce alla politica non viene certamente favorito dall’esposizione da Carnevale di Rio di tette e culi al vento”, quando basterebbe ricordare all’autore che la politica italiana si è caratterizzata per anni proprio per la sovraesposizione, con conseguente sottomissione, della figura femminile a fenomeni di mercificazione – un nome su tutti: bunga bunga – che poi non hanno impedito al nuovo corso renziano di fare accordi con il responsabile di tutto questo.

Ancora una volta, si chiede alla popolazione LGBT un grado di moralità che la massa normale (?) e normata (!) non riesce a garantire, né ha intenzione di farlo. Il bue che da del cornuto all’asino. Anzi, all’arcobaleno, nel caso specifico.

Passino poi frasi quali: “È una questione di straordinaria, borghesissima, normalità”, perché sì, la normalità ci piace, ma dipende appunto cosa si intende per norma e quella “borghese” – ed uso una categoria politica – ha dimostrato di esser tale solo se esclude ciò che viene percepito come diverso da sé. La storia degli ultimi due secoli nella lettura dei gender studies avrebbero molto da insegnare a Gasparotti, l’autore dell’articolo, in tal senso.

Concludo questo momento di tristezza e scoramento ricordando che vedo nel paese una pericolosa involuzione culturale, per cui si è assunto un modello come punto di arrivo e non come start per una riconsiderazione della struttura sociale, dei rapporti tra i generi (e di potere tra i generi), del ribaltamento del rigido binarismo eterosessista.

Credo che il fine ultimo a cui tutti dovremmo mirare dovrebbe essere un modello di una società dove sia chi vuole sentirsi borghese, sia chi vuole sentirsi “fuori norma” trovi la sua collocazione. Invece si è adottato il sistema attuale, per cui c’è una realtà data per assodata, l’eterosessualità, e una minoranza che oltre a giustificarsi chiede di poter avere un recinto di accettabilità. Non piena liberazione, ma emancipazione da riserva indiana. Dimmi chi vuoi che tu sia per essere accettato, ed io lo sarò: questo articolo suggerisce questo. Ma delegare a terzi la nostra identità non ci rende davvero liberi/e…

La storia ci insegna che fine fanno certi ghetti, soprattutto mentali. Fa ancora più tristezza che a riprodurli siano persone che avrebbero dovuto imparare, dalla loro omosessualità, il valore “rivoluzionario” dell’essere e non la remissione rispetto a un modello ritenuto naturalmente o “normalmente” superiore.

Oggi sul Fatto: “Gay Pride Roma 2014, ora Renzi mantenga le promesse”

lo striscione del Roma Pride 2014

Se ne parlo dopo due giorni è perché:

1. volevo prenderne le distanze, a livello emotivo
2. domenica me ne sono andato al mare.

Ad ogni modo, oggi sul Fatto Quotidiano ho pubblicato questo articolo, sul dopo Roma Pride, che fa:

Lo striscione di apertura è stato inaugurato dal sindaco Ignazio Marino, che ha promesso per l’occasione il registro delle unioni civili. La piazza ha visto anche altri big della politica e del mondo dello spettacolo, come Nichi Vendola, insieme al suo compagno, e Vladimir Luxuria. Assente invece Ivan Scalfarotto, che non ha potuto raccogliere i meriti della sua contestatissima legge. Le condizioni climatiche – la capitale è stata colpita da un caldo decisamente anomalo per le medie stagionali – non hanno impedito a migliaia di persone di reclamare a viva voce pieni diritti. Perché un pride, alla fine, è questo. Una festa, un modo diverso di fare politica. Ricordare, attraverso il linguaggio della gioia, che una società è davvero democratica e libera se prevede lo spazio dovuto a chiunque richieda cittadinanza.

Il resto lo potete leggere sul mio blog dall’altra parte. E possibilmente commentare, che di trolls il mondo è pieno e bisogna riportarli al senso del reale.

Movimento LGBT: cosa fare, subito!

un momento del Roma Pride 2013

«Ok Dario, la critica l’hai fatta e l’analisi pure. Ma la sintesi qual è?»

Questa la domanda che mi ha fatto un amico, dopo il mio post di ieri sulle prospettive che ci attendono con Renzi e i suoi al governo. Proverò a rispondere a quella domanda, procedendo per punti su cosa andrebbe fatto secondo me.

1. Unità del movimento

So che sembra un mantra che dovrebbe prenderci per sfinimento, ma è il punto imprescindibile di partenza. Il movimento LGBT italiano vive due mali. Uno è quello dello scollamento con la comunità, l’altro è la sua parcellizzazione interna. Tanto per capirci, abbiamo qualcosa come cinque o sei associazioni nazionali (quando ne basterebbe una soltanto). Accanto a queste, e spesso in polemica con esse, una miriade di associazioni territoriali.

Premetto che sono convinto che la presenza di molte realtà sia una manifestazione di fermento e quindi di ricchezza. Ma una cosa è la pluralità, un’altra è la balcanizzazione. Occorre fare uno sforzo per trovare una formula confederativa, in cui c’è una grande realtà nazionale – rappresentativa di tutti e col mandato di tutti – che dialoga o si oppone con le istituzioni.

Credo sia stato un errore (uno dei tanti) quello di aver incontrato il 26 febbraio a Roma i deputati del Pd – da parte di Arcigay, Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno, Agedo, Certi Diritti, Mit ed Equality – senza aver concordato una linea comune con le altre realtà territoriali. Anche perché occorre ricordare che queste “piccole” realtà – faccio un solo esempio: il Mario Mieli sarà territoriale, ma credo abbia più iscritti e più rilevanza di certe associazioni nazionali – le piccole realtà, dicevo, sopperiscono al vuoto associativo soprattutto in zone di provincia. Vogliamo fare alcuni nomi? Stonewall GLBT a Siracusa (per anni unica realtà della zona), Iken ad Avellino. Disconoscere questo lavoro significa fare un torto non solo alle associazioni in questione, ma alla nostra stessa comunità. E questo ci lacera e ci rende più vulnerabili.

Un secondo passaggio dovrebbe essere quello del recupero con la base. Percorso più lungo, ma ugualmente imprescindibile. Una proposta potrebbe essere quella della creazione di assemblee permanenti, città per città, funzionali al dialogo tra militanti e membri della comunità. Per ascoltarsi, per trovare un accordo su varie questioni, per abbattere la diffidenza che si sta creando anche sull’associazionismo LGBT. Percorso meno immediato e con rischi incalcolabili, ma necessario.

2. Mobilitazione continua

Ci si scanna per la sede e la data di un pride, da celebrare in estate. Abbiamo l’occasione di fare una serie di manifestazioni, sia nella capitale sia nelle rispettive città di appartenenza. Dobbiamo farlo in tempo brevi, perché il tempo è poco. Va da sé che le manifestazioni della capitale assumono rilevanza nazionale non perché le associazioni romane siano più importanti di altre, ma perché – piaccia o meno – a Roma ci stanno le istituzioni.

Arcigay ha la forza di mobilitare migliaia di iscritti e di iscritte. I circoli romani indipendenti altrettanto. Si pensi al pride di Palermo e a quello capitolino, per capirci. Si costruisca un percorso politico, anche insieme a partiti e altre associazioni, per manifestare in migliaia e chiedere garanzie democratiche ben precise.

Occorre altresì trovare alleati. Bisogna far capire, come già accennato, che la lotta per i diritti LGBT è un anello di una lotta più ampia. Non si può combattere per le nostre rivendicazioni se non viviamo in uno stato che garantisca l’individuo nella gestione della sua felicità. Lavoro, educazione, libertà individuali, diritto alla salute, autodeterminazione, gestione dei corpi sono aspetti imprescindibili che si legano tra loro.

Si diventi massa critica, si recuperi lo spirito genuino della stagione delle fiaccolate. Il fatto che non ci scappi il morto non rende la situazione meno urgente. Stanno cercando di decidere per il nostro futuro, mettendoci un bel freno a mano. Se vi sembra poco… a me sembra troppo. Troppo pericoloso.

3. Creazione di una cultura critica

Per mobilitazione non intendo solo la piazza, ma anche la creazione di uno spazio di riflessione. Università, scuole, sindacati, sedi di partito sono i luoghi deputati per discutere della questione LGBT. Occorre parlare alla gente, far capire la bontà della nostra lotta politica che è una lotta per tutti e per tutte (noi sì che siamo pour tous!), perché la questione dei diritti civili è un giro di perle e se spezzi il filo della collana, verranno via man mano tutte le altre.

Nelle scuole va fatta una campagna contro l’omo-transfobia sociale – prima che venga approvata la legge Scalfarotto, che renderà vane proprio questo tipo di iniziative – nelle università vanno organizzati convegni sullo stato del diritto, sul linguaggio, sulle ricadute sociologiche ed economiche delle discriminazioni contro le persone LGBT. Abbiamo belle teste pensanti, nel movimento – un nome per tutti: Rete Lenford – e allora usiamo questi talenti per fare cultura contro l’ignoranza e la rozzezza culturale del fronte omofobo.

Fondamentale il ruolo dei media. Invece di smuovere il galoppino di turno per scrivere trafiletti in cui far comparire lodi alle gaye baronie di pertinenza, usiamo i contatti con la stampa per proporre la bontà delle nostre rivendicazioni, per raccontarle col nostro linguaggio, per informare su ciò che vogliamo davvero a vantaggio non di una minoranza, ma della collettività democratica e civile.

4. Dialogo con le istituzioni

L’unità politica dovrebbe creare un programma definito e una comunanza di intenti. Credo che il movimento debba richiedere senza sconti ulteriori la pienezza dell’uguaglianza giuridica. Poi starà agli attori istituzionali spiegare perché non si vuole arrivare a quel traguardo. Ad ogni modo, il dialogo con le istituzioni è fondamentale, sia a livello locale (e qui rientra il discorso dell’importanza di tutte le realtà associative), sia a livello nazionale.

Dialogo non vuol dire compromesso al ribasso. E mediazione non vuole dire amputazione dei principi inderogabili dell’uguaglianza. Essere uguali, in quanto minoranze, è una prerogativa che descrive la democrazia. La qualifica come tale. Il Partito democratico, a dispetto del suo nome, sembra incapace di concepire questo assunto. Compito del movimento è porlo di fronte a queste contraddizioni e cercare di ottenere il massimo, a livello di confronto. Poi cosa accadrà nelle stanze del potere – considerando il grado di affidabilità delle persone coinvolte dentro i partiti – non può dipendere dalla volontà delle associazioni. Ma il tentativo deve essere fatto.

5. Considerazioni finali

Se non fosse chiaro siamo in guerra. Il fronte omofobo italiano è bene organizzato, armato fino ai denti, finanziato dall’otto per mille, che la chiesa rigira a questa o quella organizzazione. Poi ci sono le carnevalate tristi alla Manif pour tous, ma il problema sta altrove.

Abbiamo il dovere morale, per noi ma anche per la società tutta, di pretendere che questo paese sia migliore. E dobbiamo operare seriamente – cioè, facendo le persone serie e lavorando fattivamente al progetto – affinché ciò avvenga. Altrimenti non avremmo più scusanti. E sarà difficile, se non impossibile, non dar ragione alla rabbia di chi ci dice che il movimento è uguale a quelle caste che hanno affamato il paese. Economicamente e sul fronte della giustizia sociale. Io non voglio essere complice di questo sistema. Io voglio cambiarlo, con la democrazia, per la democrazia.