L’errore politico di invitare Bindi a Padova

20130710-110656.jpg“Voglio essere trattato come qualsiasi cittadino.”
“È per gente come te che non otterrete mai nulla, voi gay!”

Questa la sintesi di una discussione avuta ieri su Facebook quando mi chiedevo che senso avesse invitare personaggi discutibili come Rosy Bindi in una piazza gay, gestita da associazioni di settore, che così facendo vanificano la credibilità della loro azione politica in merito alla questione LGBT.

Sia ben chiaro, io credo che il confronto con l’avversario sia fondamentale, sia per destrutturare pregiudizi, sia per arricchire il dibattito politico. Credo tuttavia che questo debba avvenire in spazi terzi. Faccio parte di Arcigay Catania e del Mieli di Roma. Non avrei nessun problema a sostenere un testa a testa con un Giovanardi qualsiasi. Ma non lo inviterei mai a casa mia, perché così facendo avallerei il pensiero di chi mi considera titolare di diritti minori.

Alcuni interlocutori intervenuti su questa riflessione insistevano sulla necessità democratica di un confronto aperto. Ho fatto notar loro che un’associazione per i diritti dei migranti non inviterebbe mai chi auspica rimpatri forzati, per non dire peggio.

E quando la discussione si è estesa ai diritti è emerso che noi, in quanto gay, dobbiamo aspettare. Perché il tutto e subito è un capriccio. Peccato che quando si è dato il voto alle donne, per fare un solo esempio, dopo secoli di discriminazione il tutto coincise col subito. Non si è aperto quel diritto prima alle amministrative e poi alle politiche.

Rosy Bindi è stata invitata per leggere una pagina sul libro di Serena Dandini sul femminicidio. Mi chiedo, ancora, a quale titolo.

Mi pare si faccia portatrice di un pensiero, quello del cattolicesimo parlamentare, che non mette in discussione il patriarcato e l’eterosessismo, ingredienti primari di ogni violenza sulle donne. E brodo di coltura dell’omofobia.

È stata accolta nonostante le sue dichiarazioni sulle famiglie omogenitoriali, per le quali non ha mai chiesto scusa.

Il village di Padova, così facendo, ha dato spazio anche nella mentalità collettiva al pensiero che quegli insulti forse hanno ragion d’essere. “Il desiderio di avere figli i gay se lo devono scordare”, ricordate? Ma se nonostante queste affermazioni, tu associazione gay inviti chi non ti vuole come un qualsiasi cittadino, perché io eterosessuale dovrei pensarla diversamente?

Questo è stato, a parer mio, l’errore politico di questo episodio. Poi ognuno può invitare chi vuole, sia ben chiaro. È un problema di coscienza e di credibilità. Ognuno ha la propria.