Ditelo a Poletti

Conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri

Giuliano Poletti – Foto di Fabio Cimaglia

Ditelo a Poletti: mi sono laureato a 28 anni – per fatti di natura privata, c’è stato un blocco nel mio percorso – con 110 e lode e ho sempre lavorato dopo la laurea.

All’inizio con piccoli contratti a tempo determinato. Con collaborazioni e borse di studio. Nel frattempo ho pure preso un master, una specializzazione e ho fatto un dottorato, recuperando gli anni “persi” e rimettendomi in carreggiata con le persone della mia età. Oggi ho una professione che mi soddisfa pienamente, anche se io voglio sempre andare oltre.

Nel corso della mia vita ho avuto lavori per lo più gratificanti, altri li ho fatti fuori dal mio percorso di studio. Poi altri ancora, anche se non mi piacevano. Ma ho lavorato. E contrariamente a quello che mi suggerivano in molti, senza dire grazie a nessuno. Perché non si deve dire mai grazie quando qualcosa ti appartiene di diritto, o lo depotenzi.

Tutto ciò senza  l’ombrello di un partito che, magari, prima mi fa gestire una coop e poi mi assegna un dicastero strategico con un semplice diploma di perito agrario. Perché quando si studia e si lavora davvero, non si ha il tempo di maturare l’arroganza tipica dell’uomo di potere, lontano dalla strada e ben protetto dai palazzi che, strano a dirsi, risultano sempre più invisi alla gente per bene di questo paese. Ditelo al ministro.

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Cara Elsa, scusa se ti dico stronza

Egregia ministra Elsa Fornero,

per l’ennesima volta lei e il suo governo vi qualificate non solo come incapaci di superare questa crisi che, tra l’altro, il mondo da cui provenite ha determinato a creare, ma anche offensivi nei confronti di milioni di giovani che stanno pagando, sui loro sogni e sul loro futuro, il risultato delle vostre scelte scellerate, quelle di ieri e quelle di oggi.

Già la ministra Cancellieri ci offese, a suo tempo, giovani o meno, quando dichiarò che siamo mammoni. Come quei milioni di ragazzi e ragazze che vanno prima a studiare fuori e poi a lavorare altrove.

E adesso arriva lei, che usa un termine inglese per darci degli schizzinosi, perché, magari dall’alto di una delle sue proprietà a Courmayeur pensa che sia inaccettabile il fatto che dopo aver preso laurea, master e dottorato, si voglia fare ciò per cui si è studiato tanto. Un po’ come ha fatto sua figlia Silvia Deaglio, 37 anni, «ricercatrice in oncologia e professore associato alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino» con un doppio lavoro, «quello di responsabile della ricerca presso la HuGeF, una fondazione attiva nel campo della genetica, genomica e proteomica umana».

Per chi non lo sapesse, inoltre, «la figlia del ministro ha preso a insegnare medicina, a soli 30 anni, proprio nella stessa università in cui insegnano economia il padre Mario e la madre neoministro».

Questi sì che sono esempi di virtù, figli che si accontentano delle prime cose che gli sono capitate tra le mani e che con fare poco choosy, le hanno umilmente accettate. Mi immagino lei e la sua collega Cancellieri, tronfie e arroganti come solo il potere sa essere, e nel vostro caso – me lo permetta ministra, anzi, mi scuso, di solito non mi rivolgo così ai politici, ma siamo nell’ambito dell’immaginifico – anche un po’ stronze, gorgogliare con le vostre pappagorgie da tacchini farciti di boria e superficialità nei corridoi di Palazzo Chigi o alla buvette della Camera a mangiare caviale a 50 centesimi, tanto paga il popolo fesso e cornuto, di quanto sono fighi i vostri figli – quello di Cancellieri si è accontentato di un posto milionario di dirigente – ecco io tutto questo lo immagino e lo capisco pure, lei fa parte di una schiera di privilegiati che dà per scontato che il popolo è una fattoria di bestie da spremere e usare a proprio piacimento. Ce ne siamo accorti da quando avete messo piede al governo.

Questo, tuttavia, non le dà la facoltà di insultare il popolo italiano, perché, almeno fino a prova contraria, lei e il suo governo – che nessuno ha mai eletto dopo libere e democratiche elezioni – dovete rispondere ai cittadini e alle cittadine di questo paese del vostro operato, non certo lanciare strali verso un’opinione pubblica che, vero mistero del terzo millennio, vi tiene ancora lì senza defenestrarvi come meritereste.

Con stima pari a nulla.

Elfo Bruno

Il sapore che resta – Lettera a Gesù Cristo nell’anniversario della sua morte

Caro Gesù, diciamo che oggi per te è un anniversario importante. Quasi duemila anni fa, infatti, cominciava il tuo calvario: ti avrebbero messo in croce, avresti assolto tutti i peccati del mondo e, secondo il mito, sarebbe cominciata la nuova era, la fine dei tempi, l’inizio del regno di Dio.

E invece.

Venti secoli dopo il mondo non è migliore rispetto a quello che avevi immaginato. La società non crede più in troppe divinità, ma in una sola. Il potere. E questo ci ha reso, tutti e tutte, molto meno liberi di un tempo. Poi qualcuno, quel potere, lo chiama Dio, qualcun altro denaro, altri ancora conciliano egregiamente tutte e tre le cose – hai presente il concetto di trinità, no? – ma la sostanza non cambia.

Il popolo che preferì Barabba a te è sempre lo stesso. D’altronde, discendiamo dai nostri antenati. Non si è ben capito perché dovremmo essere migliori di chi ci ha preceduto, soprattutto quando la psicoanalisi ci insegna che riproduciamo, in modo più o meno conforme, i modelli che ci hanno educato. Ognuno è ciò che mangia, se vogliamo usare una metafora.

Certo, qualcosa è cambiato: non schiavizziamo più i neri in tuo nome. Le donne possono sedere a consesso con gli uomini nonostante i divieti di san Paolo. Pensa, se studiano e cercano di essere libere pensatrici non le si brucia nemmeno! Ma tanto per non perdere il vizio, siamo ancora razzisti – dal Ku Klux Klan alla Lega Nord, sai quanto orrore, caro Gesù? – siamo sessisti (hai mai guardato un reality o la pubblicità delle mozzarelle?) e, soprattutto, della Bibbia abbiamo dimenticato molte cose, a cominciare dal tuo invito alla povertà più pura – sei mai stato in Vaticano? – però Sodoma e Gomorra ce le teniamo ben strette e allora ce la prendiamo contro al frocio di turno. Di recente, nel Regno dei Cieli, avrai conosciuto persone come Matthew Shepard o Daniel Zamudio. Uccisi, entrambi, perché gay.

Ma se vogliamo, queste sono bazzecole, almeno di fronte ad altre chicche dell’umanità, come le guerre, la distruzione sistematica dell’ambiente in cui viviamo, il costante calpestare i diritti di miliardi di uomini e donne, con le dittature, il mercato, l’indifferenza…

Come facciamo a vivere, di fronte a tutto questo? Basta poco. Nel mio paese, ad esempio, è sufficiente appendere nelle scuole e negli uffici pubblici una statuetta di te, morente – dimmi tu se questo non è cattivo gusto – fare la comunione una volta l’anno e continuare a fottersene bellamente di tutto il resto. La coscienza ne vien fuori integra e pulita, almeno all’apparenza. Ma l’anima?

Per questo mi chiedo, io che non credo, ma che ho abbastanza stima di te da pensare che, anche qualora fossi solo un mito e non un personaggio realmente esistito, hai detto cose abbastanza fighe e rivoluzionarie per i tempi che hai vissuto, se ne è valsa la pena. Se ogni chiodo e ogni tortura che ti hanno attraversato il corpo non siano state un prezzo troppo oneroso, di fronte all’ipocrisia di chi oggi protegge criminali pedofili, va a braccetto con le dittature, vuol tenerci attaccati contro voglia a un respiratore e ci impedisce di amare al meglio delle nostre facoltà. E non sto parlando solo del tuo fan club. Se guardi bene, ho già scomodato tirannidi e distruzione di uomini e donne, animali, pianeti interi.

Era questo che volevi, quando hai deciso di affrontare il supplizio di una croce che ci assomiglia sempre di più? Perché a volte ho l’impressione di assomigliarti maggiormente io, gay, “peccatore” (se mai tale parola dovesse avere un significato qualsiasi), imperfettissimo e ferito dalle circostanze e da un’incontenibile bisogno di assoluto e di verità, che tutti coloro che dicono di parlare a nome tuo.

E allora, mi chiedo ancora: ma davvero sei morto e risorto e lasciare tutto in mano a certa gente, senza intrometterti più, senza dare un segno di disapprovazione, senza far capire che davvero da duemila anni a questa parte hanno sbagliato ogni cosa? No, perché davvero, io ci crederei pure in quella storia dell’amore e del suo abbraccio ad ogni creatura che c’è. Ma il tuo silenzio, in tutto questo tempo, e scusami se te lo dico, mi sa davvero di una prova troppo evidente per convincermi del fatto che forse sei una bella favola: dolce, tragica, senza speranza. E nulla più. Perché è questo il sapore che alla fine resta in bocca.

Per cui, anche se a me non piace, perché mi piace avere sempre ragione, se volessi smentirmi, ecco… per una volta non mi offenderei. Lo prometto. E ti prego di credermi.

Wojtyła, sette anni dopo

Sette anni fa moriva Karol Józef Wojtyła, meglio conosciuto come Giovanni Paolo II. A commento di questa notizia, porterò tre commenti trovati su Twitter.

Il primo, di Tommaso Bucciarelli:

Leggo di persone che odiano il Vaticano per poi parlare con termini entusiastici di un uomo che l’ha guidato per 27anni. Trova l’errore.

Il secondo, di Davideddu, che recita:

7 anni fa moriva papa #Wojtyla…a me piace ricordarlo così:

E, infine, la risposta di Miss Tuzzica, che chiosa:

…a me invece… così!

Per quel che mi compete, taccio sulle cure da lui riservate ai sacerdoti accusati di abusi su minori.

Per il resto, riposi in pace.

Perché il Vaticano è ossessionato dai gay

…o almeno, io la penso così.

P.S.: non fate caso al fatto che spunto sempre con un cocktail in mano alla fine di ogni puntata. Non sono un alcolista. C’ho le prove.

Quando il popolo mette in fuga i potenti…

In queste ore su Facebook gira un video su Renato Brunetta. Il ministro è ospite al Convegno Nazionale dell’Innovazione, a Roma. A convegno concluso, dalla platea, alcuni lavoratori della Rete precari della Pubblica Amministrazione chiedono la parola. Brunetta, capito chi sono i suoi interlocutori, li liquida in modo brusco – con voi non ci parlo – scappando via, evidentemente impaurito, e chiosando con un insulto finale: siete l’Italia peggiore.

La ragazza che aveva chiesto la parola lo ha fatto in modo garbato, ma non le è stato nemmeno permesso di esprimersi. Snobbata, liquidata e insultata. La sua colpa: essere stata falcidiata dalla politica di questo governo.

Mi fa strano vedere come i grandi scappino alle domande di ragazzi, precari, gente comune. Cos’ha da nascondere il potere di fronte al popolo sovrano?

La stessa domanda potremmo farla anche a sinistra – o presunta tale – a gente del calibro di D’Alema e Veltroni, anche loro messi in fuga da Matteo Collacchio Marini, il blogger romano che ha posto domande scomode agli ex leader del PDS-DS-pd, i quali non hanno risposto e sono fuggiti precipitevolissimevolmente.

E anche in quel caso – basta fare una ricerca su Youtube per sincerarsene – il ragazzo, diciottenne e studente, è stato prima snobbato, poi insultato e aggredito (verbalmente) dai supporter dei personaggi in questione.

Ancora una volta, il potente di turno, tronfio e gongolante, che trema e scappa di fronte a qualcosa che potremmo definire come verità. E chi scappa di fronte a ciò che è vero, non potrebbe essere definito un bugiardo?

Domanda che andrebbe rigirata all’onorevole Stracquadanio che, in una sua dichiarazione pubblica sui referendum, non ha meglio da fare se non insultare i comitati referendari e il popolo, sempre sovrano, che ha fatto l’errore di esercitare un suo diritto: esprimere una propria posizione secondo gli strumenti garantiti dalla Costituzione.

Ed ecco che i cittadini che hanno creato coscienza civica diventano fancazzisti – gli amici del pd usano, invece, il termine di antipolitica, ma di questo magari ne parleremo altrove – perché tutti pubblici dipendenti, perché passano il loro tempo su Facebook invece di lavorare.

L’onorevole del PdL dovrebbe tuttavia dimostrare quello che dice. Accusare quattro milioni di persone di non far nulla per mandare avanti, coi soldi dei contribuenti, la causa del comunismo sovietico – secondo il retropensiero berlusconiano – non è affermazione da poco.

Non vorrei che domani un blogger o un impiegato pubblico facessero domande scomode, al punto da costringere anche Stracquadanio a dover fuggire, come i suoi onorevoli colleghi, di fronte all’ennesima pretesa di verità. E inseguito dalle sue menzogne.

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articolo pubblicato su Gay.tv