Scialpi a Porta a porta e i tic del dibattito pubblico sulle unioni civili

Qualche giorno fa ho scritto un tweet, in merito a Porta a porta, per la puntata dedicata alle unioni civili.

tweet

Questo commento ha suscitato le ire dei fan di Scialpi, dai quali mi è stato chiesto a che titolo davo patenti di “titolarità” – e mi si scusi il bisticcio – rispetto all’argomento, con scandalo conseguente (e chiedendomi pure chi fossi io per permettermi di esprimere tali opinioni).

Vorrei tornare sull’argomento per spiegare sostanzialmente due cose:

  1. non ho visto la puntata, la mia era una considerazione a caldo sul fatto che a parlare di un tema tanto delicato ci fosse il solito nome preso in prestito dal mondo dello star system e politici non qualificati
  2. mi è stato detto che Scialpi è riuscito a mettere in difficoltà Sacconi, invitato da Vespa e fautore delle ragioni del no. Bravo al cantante, a questo punto, ma la sostanza non cambia di molto e spiegherò tra poco il perché.

Non sono io a dire che è tic della nostra informazione invitare persone che “non ci azzeccano” con il tema proposto quando si parla di diritti LGBT: lo dicono esponenti più qualificati di me. Accade spesso, infatti, che si invitino soubrette, calciatori, cantanti e gente non preparata sull’argomento con lo scopo di spettacolarizzare il tutto. Che Scialpi abbia detto cose condivisibili, perciò, va benissimo ma rientra in una logica fortunata. Avrebbe potuto proferire frasi dannose alla causa – come fece a suo tempo Sabrina Ferilli, parlando dei DiCo.

Occorre, in buona sostanza, che il dibattito pubblico sia condotto da esperti del settore: giuristi, attivisti politici, psicologi, persone preparate attraverso ciclo di studi e militanza attiva. La critica, perciò, non va intesa contro il cantante ma contro il sistema della comunicazione che trasforma i nostri diritti in carne da spettacolo da seconda serata. E meriteremmo un trattamento migliore, converrete.

P.S.: in tutto questo dovrebbe far riflettere il fatto che Scalfarotto non se l’è filato nessuno e che Scialpi sia stato più bravo di lui ad affrontare Sacconi. Ma questa è un’altra storia.

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Canone RAI? I gay devono “non pagare”

la presidente RAI, Anna Maria Tarantola

Ieri sera guardavo uno dei tanti spot della RAI, di quelli che ti invitano a pagare il canone pena la trasformazione di un familiare in una creatura mostruosa e inquietante, e ho scritto su Twitter: «la pubblicità del canone Rai è uno dei tanti buoni motivi per non pagare il canone.»

Stamane ho trovavo questo commento di risposta: «l’unico motivo è la disonestà … il resto sono panzane (detto da uno che lo paga sempre).»

Adesso lasciamo perdere che chi lo ha scritto è un renziano, e che dai renziani non accetto patenti di nessun tipo – non dopo che il loro leader ha riabilitato e dato agibilità politica a un delinquente comune – ma vi do un paio di buone ragioni per cui le persone LGBT devono non pagare il canone.

Ricordate il film Tutto su mia madre, di Almodovar? Più volte rimandata, poi programmata in prima serata, la pellicola – un capolavoro assoluto – ha subito un vero e proprio muro di fuoco,  per i temi trattati: quelli della sessualità e dell’amore tra donne e tra una donna e una trans.

Stessa sorte per I segreti di Brokeback Mountain. Il film, dopo mille polemiche, è stato sì trasmesso ma la scena del bacio tra i due cow boy è stata eliminata.

Non parliamo della miriade di programmi pomeridiani e non, nei quali la questione omosessuale viene ancora presentata come macchietta o come perversione. E i grandi talk show politici semplicemente ignorano la questione LGBT. Ballarò non ha mai trattato l’argomento, per fare un esempio.

Fa eccezione per il caso recente di Vespa, dove però è stato invitato l’immancabile Giovanardi, e la costante di questi programmi è invitare sempre un omofobo, come a voler dimostrare che i sentimenti d’odio contro le persone LGBT devono avere cittadinanza in questo paese. Ma a ben vedere, sul suo profilo Twitter il presentatore di Porta a porta pubblicizzava la cosa in termini di “guarigione”.

Dulcis in fundo, alla recente udienza con il pontefice Bergoglio, la presidente RAI Tarantola ha deliberatamente escluso tutte quelle coppie che non fossero regolarmente sposate. Conviventi e coppie gay/lesbiche sono stati trattati come parenti di cui vergognarsi.

Ergo: o ci ignorano, o ci descrivono come malati, o come mostri o come potenziali protagonisti di barzellette. Fermo restando che su di noi chiunque può dire la sua.

Voi andreste a comprare in un supermercato o in una boutique che vi tratta in questo modo?
E allora, mi spieghereste la ragione per cui un gay, una lesbica, un/a trans dovrebbe dare il proprio denaro alla RAI?

Abbiamo pochi margini di disobbedienza fiscale in questo paese. Non pagare il canone a una TV che ci tratta da reietti è un dovere morale specifico. Farlo ci renderebbe complici di una televisione che si fa promotrice di omofobia manifesta e indiretta.

P.S.: poi sarebbe buona cosa non guardare per nulla RAI e Mediaset e, come me, preferire il web e lo streaming.

Pensieri sparsi sull’assoluzione di Amanda e Raffaele

Giusto qualche pensiero sulla vicenda di Amanda Knox e Raffaele Sollecito:

1. se è vero che sono innocenti, e la verità processuale conferma questo, vuol dire che due ragazzi sono stati chiusi in carcere per quattro anni e le loro vite sono rovinate per sempre

2. se è vero che sono innocenti è anche vero che c’è un omicida a piede libero

3. Meredith Kercher, insieme alla sua famiglia, aspetta ancora che giustizia sia fatta

4. coloro che gridano allo scandalo dovrebbero capire che nei tribunali si accerta la verità, non si insegue la vendetta. Un tribunale può (e deve, in certi casi) anche assolvere. Si chiama Stato di diritto

5. i processi mediatici sono l’equivalente della gogna che tanto orrore ci farebbe oggi. Prima che la tv vi dia in pasto il prossimo fatto di cronaca nera, pensateci mille volte prima di esprimere un giudizio

6. i processi mediatici sono uno dei tanti aspetti della berlusconizzazione sociale e programmi come Porta a porta et similia andrebbero chiusi proprio perché fanno leva sui sentimenti di pancia dell’opinione pubblica, ridotta a popolo linciante

7. nessuno di noi era lì, quando l’omicidio è stato commesso per cui abbiamo il dovere di rispettare la sentenza, anche quando i dubbi ci inducono a credere a tutt’altro.

E adesso che scenda il giusto oblio su questa orribile vicenda.