Il nuovo partito di Berlusconi: la metonimia del male

Si dovrebbe chiamare Italia. Come la nostra nazione. A ben guardare, un’evoluzione di un’idea malata. Facciamo un passo indietro, al 1994.

Tutto comincia con Forza Italia, slogan calcistico che fa leva sull’unico valore che accomuna la maggioranza dei nostri concittadini: il tifo da stadio. E so che potrei sembrare ingeneroso a dire ciò, ma abbiamo il patrimonio artistico più imponente del sistema solare e la gente al Louvre fa la fila per la Gioconda, ma ci sentiamo pienamente italiani solo se vinciamo i mondiali. E dalle mie parti si protesta per strada solo se il Catania calcio va in B, ignorando problemi quali la mafia nelle istituzioni è giù di lì. Per cui concedetemelo.

Forza Italia diventa il perno di alleanze che cambiano nome di volta il volta.

Il Polo della Libertà – e a tal proposito, a costo di ripetermi: quando si usa la parola libertà in modo semanticamente corrotto, cioè come facoltà di fare ogni abuso possibile, dai minori alla costituzione, dovrebbe scattare la galera in stile Monopoli, senza passare dal via – che poi diviene Casa delle Libertà, per approdare al Popolo (ovviamente, ripetitivamente e comunquemente) della Libertà.

Il nostro amato presidente del consiglio ha prima addensato il suo elettorato attorno a un logo, gli ha costruito un muro di cinta – con un tetto rassicurante, le sbarre alle finestre ma i teleschermi sempre accesi, – e ha marchiato a fuoco le natiche dei suoi elettori col suo “Berlusconi presidente” facendo coincidere, appiattendoli sotto il peso del suo ego, popolo e partito.

L’elettorato è stato ridotto al rango di plebe dal novello Napoleone – alto tanto-quanto a ben vedere – che adesso non solo fonde e confonde popolo (bue) e partito, ma assorbe anche il concetto di paese in un’unica concezione politica: la sua. Quella del disprezzo istituzionale, del puttanesimo di palazzo, della bestemmia contestualizzata e benedetta dai soliti faraoni vaticani, della mercificazione della donna, ridotta a vagina non pensante ma agente.

L’evoluzione malata sta in questo: se Berlusconi, che rappresenta il popolo, viene identificato col concetto di nazione, tutto ciò che non è Berlusconi verrà messo al di fuori del concetto di patria. Un concetto che, facciamo molta attenzione, è già stato sussurrato in passato contro le opposizioni, ree di infangare il buon nome (guarda caso) del nostro paese al di qua e, soprattutto, al di là delle Alpi.

L’italiano medio(cre) ovviamente non se ne renderà conto e si sentirà, al contrario, rassicurato da quest’operazione di copyright politico-onomastica. Al nulla semantico di nomi quali “partito democratico”, ma non solo, si contrapporrà un nome che include ogni cosa ma che significherà una cosa soltanto: lo strapotere di uno solo. Il quale non è più solo il leader, che non è più il (suo) capopopolo, ma che diviene metonimia di un’intera nazione.

E anche questo, a mio giudizio, è segno di decadenza. Siamo alla fine dell'”impero”, e questo è incontrovertibile. Ma in questa dinamica impazzita, l’imperatore, tuttavia, è sempre là. Decadenza e crisi sono, di solito, passaggi obbligati verso un nuovo inizio. Qui ci agitiamo e sguazziamo dentro la solita acqua stagnante da diciassette anni. E a quest’acqua si sta dando il nome che dovrebbe rappresentare tutti noi, di destra e sinistra, calciatori e letterati, pretaglia e società civile, puttanieri e salvatori della Costituzione. Ed è questo che non va affatto bene.

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Se si usano i gay solo per abbattere Silvio…

La gara di solidarietà che da ieri si è aperta a favore di gay, lesbiche, bisessuali e trans italiani/e – sebbene la battuta di Berlusconi fosse limitata solo ai “froci” del paese – se da un lato ha, per così dire, ricollocato al centro del dibattito politico la questione GLBT, dall’altro ha un certo fastidioso sapore di carità pelosa che serve solo a politici, media e anche a un certo attivismo, pure omosessuale, a logorare l’ormai obsoleta e squallida italietta del Popolo della Libertà e, soprattutto, il suo più insostenibile esponente.

Atteggiamento più o meno smaccato, a ben vedere. Se l’inutile Bersani ne prende spunto per gridare allo scandalo, senza spendere una sola parola di vicinanza contro gli offesi, seguito a ruota da una Bindi che ieri a Ballarò si è limitata a prendere le distanze dalla volgarità del nostro amatissimo premier senza null’altro aggiungere – questo per altro è quello che succede quando affidi un partito a gente omofoba e/o codarda – altri protagonisti dell’agone politico si sperticano in critiche contro l’infelice boutade del Cavaliere: a cominciare da Concita De Gregorio che, per carità, pare quanto di più lontano dall’omofobia ma quanto più vicino al concetto di ignoranza sui temi trattati se poi ti viene a dire, appena può, che i DiCo, scritti da un’omofoba per l’appunto, sono quanto di meglio possa capitare a una coppia gay o lesbica italiana. Contenta lei…

Gli stessi giornali come Repubblica e il Corriere – troppo spesso indulgenti verso un comportamento nel migliore dei casi riprovevole quando si è trattato, per questo o quel pride, di sbattere tette e culi delle “solite” trans in prima pagina (e di chiamarle al maschile seppur glielo si sia spiegato che è offensivo), ignorando il dato politico delle manifestazioni – affermano di non credere ai loro occhi e orecchie rispetto a quanto detto dal presidente del consiglio.

Ci sarebbe da chiedersi dov’erano tutti questi campioni di sentimenti gay-friendly quando altri attori politici, a cominciare dai loro datori di lavoro, hanno fatto battute forse meno volgari ma ugualmente violente: alludo alle dichiarazioni di D’Alema, della stessa Bindi, di molti altri esponenti di spicco del partito democratico, dell’UdC, del Vaticano e via discorrendo.

Fermo restando che quella battuta, meglio puttaniere che frocio, è sicuramente grave, ma non molto più grave di un “una coppia gay la genitorialità se la sogna”, “i gay smettano di offendere il sentimento religioso dei cattolici emulando il matrimonio”, accostamenti vari alla pedofilia, ad altre patologie mentali, all’evasione fiscale e tanto altro ancora.

La De Gregorio, l’Unità, Repubblica, il pd che ci crede (o che fa finta), altri settori della sinistra più o meno estrema e tutti i frociaroli dell’ultima ora quali barricate mediatiche hanno alzato quando c’era da scatenare tempeste di certo altrettanto urgenti e opportune?

Questo glorioso esercito della dignità del mondo gay sarà così pronto, così sferzante, così presente e puntuale quando si tratterà di parlare di cose fondamentali ovvero di leggi vere e efficaci sui diritti e contro le violenze e non le scempiaggini, dai DiCo in giù, offerte e per altro mai approvate, degli ultimi anni?

Perché, sia chiaro, se le parole di Berlusconi sono gravi non è perché sono state proferite da lui, ma perché rimandano a un sentimento condiviso da una grande percentuale di italiani: l’omofobia. Ma essere usati, come categoria sociale, non come strumento di lotta a quel sentimento, ma semplicemente di opposizione al premier per poi essere dimenticati quando sarà ora di dimostrare quanto in realtà si è vicini alla causa GLBT è grave e volgare tanto quanto certe battute, sicuramente gravi e offensive. A futura memoria.