Nello stesso punto

Il colore delle nuvole, sospese tra la pioggia e il pomeriggio.
La poesia dei violini.
Quella canzone che sa di lacrime e fiamme.
E quell’altra, che racconta tutte le volte che ho abbracciato il cuscino.
Il ricordo di Te, col quale ho fatto pace. Perché di Te è il ricordo che amo, adesso.
Il pensiero di te, che ricordo non sei, perché una meteora che riga il cielo non è una cometa e men che mai una stella. Ed è inutile affidarvi desideri.
I dolci fatti in casa, da tua madre o da un’amica. E la di loro bellezza, riposta un po’ a caso, tra le mensole e i mestoli che odorano di cioccolato.
Una mail che tarda ad arrivare.
Parole che tra poco avranno tutte un significato.
La nuova disposizione dei mobili della mia stanza, con la parete di cielo azzurro.
I mandorli fioriti, perché c’è sempre una speranza.
La sciarpa, il regalo di un amico, il suo sogno fatto di cotone e seta.
La consapevolezza che dopo parole forti e gridate c’è sempre l’opportunità di un abbraccio vero. Reale. Eterno.
I capelli non ancora biondi della mia amica bellissima.
Le confidenze notturne di Anna Nim.
I vetri taglienti. La pelle di mirtillo nero, da difendere oltre modo.
Il progetto di andare al mercatino giapponese.
I progetti di fuga.
Il mio angelo custode, anch’egli con gli occhi di ghiaccio.
Il deposito delle cose da sapere. E quello delle cose da conservare.
Le parole carezzevoli. Impudenti. I pugni stretti, lungo ai fianchi.
Ogni lacrima versata.
Ogni risata da regalare al cosmo.
Il mare. Di notte, sotto le scaglie lunari.
L’abbraccio di un’amica lontana.
Le carezze di Maria.
Un bacio che, prima o poi, arriverà.

E ogni cosa, insieme, nello stesso punto. Adesso.

Crisis of infinite age

Hai trentasei anni. E a ottobre saranno trentasette.

Un bel giorno ti svegli e vedi che un tuo allievo piange perché la fidanzata lo ha lasciato, allora lo abbracci come se fosse figlio tuo e capisci che da quel momento in poi tutto è cambiato nella tua vita. Perché è come se fosse figlio tuo.

Sempre a partire da quel giorno cominci a non dare più importanza alle parole, perché sai che quando credi alle parole degli altri, che siano un «io ci sarò sempre» o un «non mi dimenticherò mai di te», poi dovrai fare i conti con l’assenza e l’oblio. Cominci pure ad averne le palle piene di gente che rompe le cose, a cominciare dalla tua fragilità, e poi devi essere tu a mettere insieme i cocci. Perché dover prendere scopa e paletta per spazzar via silenzi, distrazione e pezzi sanguinanti del tuo corpo a volte è umiliante, quasi insostenibile.

Addirittura ti guardi indietro e quasi non hai pentimenti, a parte qualcuno che, se vogliamo, ci sta tutto. Pensi che alla fine il percorso non poteva che essere quello, che le scelte fatte sono giuste, che gli errori comunque ti hanno aiutato a capirti meglio. Ti piace addirittura il lavoro che fai, se solo quei quattro pagliacci messi lì a governare ti permettessero di farlo.
Certo, qualcosa ti manca. Ti manca una casa tutta tua, col tappeto e il divano come quello che hai comprato per poche lire ma che tutti ti invidiano, a ben vedere, e che adesso giace in un garage a mille chilometri di nostalgia. Ti manca qualcuno che ci venga più degli altri, e in modo speciale, in quella casa e che magari un giorno ti dica che gli piacerebbe non andarsene più. Ti manca la certezza della noia e invece sei costretto a nutrirti del tedio dell’incertezza. Forse addirittura ti manca un figlio, però ok, andiamoci piano, non corriamo troppo.

E mentre tutto questo ti attraversa il cervello, nel pomeriggio ozioso allietato dal canto degli uccelli ai quali hai lasciato le briciole della tua colazione sul balcone, e scrivi queste parole sconnesse e anche un po’ patetiche, scorri la tua playlist su eTunes e il fatto di non trovare un’adeguata colonna sonora a questo impetuoso ruscello di pensieri lo leggi come un segno, come una metafora gigante, come il suono più adeguato, assieme ai rumori che provengono da fuori, per tutta l’incertezza che c’è.