Sinodo e gay: parole nuove, ma stesse idee

il sinodo apre davvero alle persone LGBT?

Le parole scaturite dal sinodo dei vescovi sull’accoglienza delle persone omosessuali vengono salutate da molti e molte come una novità assoluta, come un’apertura senza precedenti, come il cambio di passo del Vaticano rispetto alla questione dei diritti civili. Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay, in qualità di gay credente nota parole nuove che gli riempiono il cuore di gioia. Sergio Lo Giudice, senatore del Pd, scrive su Facebook «A questo punto alleiamoci direttamente col Vaticano e lasciamo perdere gli integralisti omofobi di NCD».

Ma quali sono queste parole nuove che dovrebbero colmarci di gaudio e farci giubilare come in una domenica di Pasqua?

Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana. Siamo in grado di accogliere queste persone garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare la chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di essere, accettando e valutando il loro orientamento sessuale senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio? La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa.

Adesso, che tra queste parole e quelle di Ratzinger che faceva coincidere il matrimonio egualitario ai pericoli intrinsechi in una guerra ci sia un abisso è cosa più che evidente. Ma Benedetto XVI era un estremista ultraconservatore. In altri termini: ci vuole veramente poco ad essere migliori. Oltre le questioni di forma, tuttavia, bisognerebbe anche capire qual è la sostanza effettiva di certe dichiarazioni.

Quanto detto dal cardinale Peter Erdo, lascia intravedere per lo più uno “spazio di fraternità” – che non è piena inclusione, soprattutto dentro un sistema di fede che concepisce la società su struttura gerarchica – e si pone la questione se la comunità cristiana possa accogliere le persone LGBT senza rinunciare alle proprie idee su famiglia e matrimonio.

Sembra quindi che oltre Tevere si sia disponibili ad abbassare la tensione sugli attacchi contro gay e lesbiche, mantenendo inalterato il concetto di peccato – che non viene minimamente riconsiderato – e soprattutto la visione tradizionalista e conservatrice di una società che si struttura sul matrimonio di tipo religioso.

Adesso, io sono anche contento che un gay credente si possa sentire rincuorato dal fatto che la sua chiesa non lo tratterà più da “frocio”, ma solo da peccatore, ma nel mondo dei giusti il concetto di rispetto si costruisce su altri presupposti. Ma, ribadisco, questa è questione interna a chi non ha il dono di non avere una fede. E lì taccio.

Più problematico il fatto che un senatore della Repubblica cerchi l’alleanza con queste persone, ribadendo di fatto che il proprio partito è ostaggio – su questi temi come su altri, con tutta evidenza – di uno psedo partitino omofobo. Lo Giudice fa outing e dimostra, forse inconsapevolmente, l’inadeguatezza della classe dirigente di essere autonoma rispetto alle questioni dei diritti civili.

E qui il problema non è più di tipo privato, ma politico e quindi pubblico: è davvero necessario l’avallo delle istituzioni religiose per poter legiferare in materie come matrimonio egualitario, omogenitorialità, legge contro l’omofobia e trattamento di fine vita? Anche perché dalle parole che leggo, se la chiesa da una parte sta indietreggiando su generici riconoscimenti delle convivenze, dall’altra mantiene inalterate le sue posizioni su matrimonio e famiglia. Il senatore Lo Giudice quando arriverà il momento di votare sulle unioni civili, come si comporterà? Aspetterà il benestare di qualche vescovo, ne seguirà le indicazioni o propenderà per quella laicità dello Stato che dovrebbe essere recinto di garanzia per tutti e tutte, credenti inclusi/e?

Credo sia preoccupante che due ex presidenti di Arcigay vadano in brodo di giuggiole nei confronti di parole che non si discostano di molto da quello che la chiesa ha sempre detto sulle persone LGBT, indicate come fautrici di peccato, sempre da condannare, ma da comprendere e accettare in quanto esseri umani. Poi per carità, i toni sembrano più morbidi, ma le diffidenze da quella parte ci sono tutte, per il momento. Evidentemente il poter essere accettati in chiesa, in una panca a parte e magari col permesso di vedere che gli altri prendano la comunione per qualcuno è rassicurante.

In uno stato laico e pienamente democratico – in una parola soltanto, libero – una classe politica seria dovrebbe comportarsi in modo diverso, a parer mio. Innanzi tutto, non andare in brodo di giuggiole nei confronti della più piccola apertura che andrebbe valutata con ogni cautela possibile . In secondo luogo, agire nell’interesse superiore della collettività e nel rispetto delle minoranze. Piaccia o meno a sacerdoti, rabbini o imam. Da noi questo passaggio essenziale deve diventare patrimonio comune. A cominciare da chi, fino a ieri, si faceva paladino della causa LGBT e che oggi si riscopre un po’ più guelfo del dovuto.

L’insostenibile leggerezza di Adinolfi

Giuro che non è una battuta e no, non c’è nessun riferimento al peso. Per insostenibile, intendo proprio l’inaccettabilità, soprattutto sul piano morale, delle sue argomentazioni. Per leggerezza, intendo la superficialità, che poi è cifra politica del suo approccio sui temi LGBT. Di cosa parlo?

Stavo navigando sul web quando, puntuale come il passeggiar di una blatta in una calda e umida notte siciliana, compare un suo “ragionamento”, indirizzato a tre parlamentari (in carica ed ex) che hanno la colpa di essere gay: Franco Grillini, Sergio Lo Giudice e Daniele Viotti.

Riporto integralmente l’ennesimo sproloquio, ammantato dell’ormai solito vittimismo di cui si dotano le frange omofobe per sperar d’essere più credibili:

il piagnisteo omofobo di Adinolfi

il piagnisteo omofobo di Adinolfi

come ben si sa, non sono un fan del partito di Viotti e Lo Giudice e non appartengo alla schiera dei sostenitori di Grillini. Conosco personalmente Daniele, ma l’ho pure attaccato per come si stanno comportando, lui e il suo gruppo, al Parlamento Europeo. Ho visto Lo Giudice un paio di volte e nulla più e anche con lui non sono affatto tenero quando è necessario. Visto lo stato delle cose, non mi si può accusare di avere simpatie politiche per nessuno di loro.

Eppure li difendo per una semplice ragione: quel promemoria agitato sui loro guadagni a carico dei contribuenti è un inno alla cretinaggine. Per i seguenti motivi:

1. quegli stipendi e quelle cifre non sono dati ai tre personaggi citati in ragione della loro omosessualità, ma per gli incarichi che coprono o che hanno coperto. I 15.000 euro mensili li prendeva anche Adinolfi, quando era onorevole, e se ragionassimo come fa lui, potremmo dire che li percepiva “a carico dei contribuenti” per la sua obesità. Discorso idiota, siamo perfettamente d’accordo, ma è questo ciò che risulta dal parallelo “deputato gay = pagato dai contribuenti perché tale”

2. Viotti, Lo Giudice e Grillini non hanno fatto carriera in base alla loro omosessualità, ma in base al loro attivismo politico per i diritti delle persone LGBT. Quindi, hanno continuato il loro operato dentro le istituzioni dopo regolare mandato elettorale. Un po’ come può accadere ad un/a ipotetico/a attivista di un’associazione ambientalista, di una realtà antimafia, di un’organizzazione per i diritti umani, ecc. Se ragionassimo come Adinolfi, mutatis mutandis, si potrebbe dire che Rosy Bindi è diventata parlamentare per il suo essere credente. Altra boiata, giusto? Ma è così che ragiona il leader di Voglio la mamma

3. non so a che tipo di “mantenuti” si riferisca Adinolfi, ma se Viotti – per fare un esempio di fantasia – avesse preso come collaboratore il suo compagno – e non lo ha preso, come dichiara egli stesso – e se questo non è illegale, che problema c’è? Avrebbe comunque dovuto assumere un assistente parlamentare. Non è come dare un posto pubblico (tipo una cattedra universitaria, un posto da primario, un seggio sicuro in parlamento) a un fratello, un’amante, un cugino stretto…

4. forse i tre politici gay non hanno attaccato Adinolfi perché è contro l’utero in affitto e contro la compravendita di infanti (non credo che nessuno sano di mente sia a favore di queste pratiche), ma perché fa passare queste cose come specifiche del mondo LGBT, contribuendo ad alimentare odio sociale contro le minoranze.

Vero è invece che dopo non esser riuscito ad accedere a nessun tipo di carriera degna di questo nome, Adinolfi – come altri/e insieme a lui – sta agitando la bandiera dell’omofobia per darsi un’identità politica. Non sarà mai come un Casini, un Lupi, un La Russa, sicuramente lugubri politicamente e anche omofobi, ma le cui fortune politiche non si legano (esclusivamente) all’aver sposato un certo estremismo ideologico.

Insomma, sembra che la recente sentenza contro le discriminazioni su matrice omofoba di Carlo Taormina abbia fatto perdere parecchia lucidità – ammesso che l’abbiano mai avuta – ai supporter del “pensiero” (lo chiamiamo così per comodità terminologica) omofobico. Qualcuno dica a queste persone che dovrebbero smetterla, non tanto per far un favore ai tre parlamentari di cui sopra, ma per evitare di cadere in un senso del ridicolo di cui, Adinolfi & Co., non hanno piena consapevolezza.

***

P.S.: faccio infine notare che sia Grillini sia Viotti sono stati eletti con le preferenze, anche da migliaia di eterosessuali. Lo Giudice ha preso migliaia di voti alle primarie. Adinolfi è finito in parlamento come nominato e solo dopo che un collega di partito ha rinunciato al suo incarico. Possiamo dire che, contrariamente a qualcun altro, i soldi percepiti se li sono guadagnati con la loro credibilità sul piano elettorale e non certo perché messi in parlamento da un segretario di partito.

Sul Civati misogino di certi big LGBT

civatiIeri su Twitter leggevo della (presunta) boutade misogina di Pippo Civati durante la trasmissione In onda ai danni di Michaela Biancofiore, sottosegretaria di questo governo scellerato nonché berlusconiana di ferro. A sostenere questa teoria, in prima linea, c’erano importanti voci del movimento LGBT italiano e della politica di palazzo, come Aurelio Mancuso, ex presidente nazionale di Arcigay poi approdato in Equality Italia, e la ex deputata Paola Concia. Il giudizio di questi due rappresentanti delle istanze della questione omosessuale nel partito in cui militano è stato netto e implacabile: Civati ha offeso Biancofiore (magari mettendoci un bel “la” davanti al cognome) ed è, di conseguenza, misogino.tweetmanc1

Ho rivisto il programma, stamattina, con l’intervento incriminato. Ho riscontrato un certo garbo nella pacatezza dei toni sin dal principio. Poi, dopo l’ennesima interruzione da parte di una persona estremamente maleducata (Biancofiore appunto), il rappresentante del Pd ha sbottato, dicendo “adesso basta dire cretinate”. Le cretinate in questione erano frasi del tipo: “abbiamo dieci milioni di elettori”, “Berlusconi è un perseguitato politico”, “abbiamo la maggioranza in Senato”, “Ruby era davvero la nipote di Mubarak” e via discorrendo. Nessun riferimento all’esser donna dell’interlocutrice, che invece ha cavalcato la cosa ribadendo di sentirsi offesa in quanto tale (come se una donna non potesse dire sciocchezze perché di sesso femminile e, soprattutto, ripresa per questo).

tweetmanc2Adesso io capisco l’esigenza di Mancuso e Concia di insistere sulle ragioni della misoginia in Italia, problema effettivamente reale che se portato alle estreme conseguenze può portare a fenomeni ben più gravi, dalle discriminazioni al femminicidio. Tuttavia sarebbe anche il caso di aggiustare un po’ il tiro e di smettere di gridare “al lupo al lupo”, magari affossando un proprio compagno di partito per dar ragione a chi, come l’esponente del PdL, si fa fiera avversaria dei diritti per le persone LGBT. Fosse non altro una questione di coerenza con la propria storia. Poi capisco che in tempi di larghe intese – e soprattutto in vista di battaglie congressuali – ogni berlusconiano fa sostanza, parafrasando un famoso proverbio siciliano in cui nutre pure anche un “fegatino” di mosca (fate voi le dovute sostituzioni). Ma la serietà in politica, insieme al suo seguito di credibilità intellettuale, è un’altra cosa, sempre a mio modesto parere. tweetconcia

Concludo facendo notare che poco prima delle presunte “gravissime” offese di Civati a Biancofiore, Cicchitto – in collegamento da non ricordo più quale piazza – paragonava il giudice Esposito, che secondo Telese aveva rilasciato l’ormai famigerata intervista sulla sentenza Berlusconi con certi toni e dichiarazioni poiché stressato dalla macchina mediatica, alla stregua di una signorina. Strano che i due nostri eroi, ipersensibili sulla questione femminile, non si siano sentiti in dovere di replicare anche su questo punto, che lascia passare, lo ricordiamo, l’equazione:

[donna (giovane e/o single)] = debolezza + inadeguatezza.

Saranno le larghe intese a fare questo effetto, chi lo sa.

Italia, omofoba e volgare

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Buongiorno da una Parigi malinconica e uggiosa. Oggi, in Italia, si doveva votare su quella legge antiomofobia pensata per permettere agli omofobi di rimaner tali.

Mi chiedo come potranno andare in giro i parlamentari del Pd senza provar vergogna. In modo diverso dal solito, intendo.

Per la cronaca, ieri il gruppo omofobo “Manif pour tous” ha aperto a Roma la sua sezione italiana. Pochi i manifestanti gay contro le centinaia di simpatizzanti, cattolici e preti in primis, per l’iniziativa che pretende che insultare (e magari anche picchiare) le persone LGBT rientri nelle libertà fondamentali.

Per cui mi raccomando, finocchie elettroencefalogrammicamente piatte, fate passare lo scandalo sulla legge andandovene al mare e parlando di idiozie in discoteca.

Faccio notare, infine, un triste paradosso storico: quando una componente sociale viene discriminata, essa tende a emigrare in paesi più sviluppati. Si pensi ad Einstein, ebreo, fuggito negli USA. O alla fuga di gay e lesbiche verso quei paesi dove esistono diritti e tutele.

Gli omofobi invece riparano in Italia… un paese, il nostro, che per azione di qualche solerte giudice non si può più accostare ad escremento alcuno ma in cui vivono o trovano rifugio interi eserciti di elementi siffatti.

Spero che almeno mi sia concesso di dire che il nostro è un paese decisamente volgare, proprio per la classe politica asservita agli interessi di partito (o di qualche suo imbarazzante leader) e smarrita di fronte all’eventualità di non poter più dire “ah frocio” allo stadio, magari in mezzo a una rissa, o all’uscita dalla messa domenicale.

Il mondo, altrove e per fortuna, funziona in modo completamente diverso.

Legge antiomofobia e l’inutilità del parlamentare gay

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Partiamo dal presupposto fondamentale che io sarei anche in vacanza e dovrei avere il diritto, almeno questo, di non dover pensare alla politica gay italiana. E invece il mio telefono ribolle. Di rabbia.

È la rabbia di amici/he e militanti che non si capacitano del fatto che una banale legge come quella contro l’omo-transfobia stia diventando l’ennesima farsa targata Pd ai danni della comunità LGBT.

Si era partiti dall’estensione della legge Mancino per i reati di odio contro la gay community, si è passati per una visione più generica che punisce le discriminazioni ma non i reati e si è finiti con un testo che non può contenere al suo interno neppure riferimenti ai soggetti da tutelare.

Nel frattempo personcine a modo come Carfagna, Sacconi e Gelmini chiedono una moratoria, ovvero che non se ne parli e basta, visto il delicato momento politico istituzionale del paese. Che poi sono le stesse persone che, sempre quando il paese era in crisi, votavano che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak. E vi faccio notare come la signora Carfagna sia ancora oggi vista come interlocutrice affidabile nella lotta per i diritti dei gay. Per dire.

Nel frattempo risorgono pure i teodem del Pd, capeggiati dall’inossidabile Rosy Bindi, che firmano un documento in cui si vanifica la legge stessa e che dà la sponda a teorie religiose e parascientifiche per continuare a poter dire che essere gay è un male e pure un malanno da guarire. Non pare ancora vero a Bindi, Fioroni & co di poter proferire parola sui gay dopo la batosta di febbraio scorso.

Adesso si arriverà alle camere con un testo svuotato. Il relatore, Ivan Scalfarotto, si consola dicendo: “meglio una legge che arriva in aula e da migliorare che niente”. Un’aula dove dominano le larghe intese, dove abbiamo una maggioranza che ha salvato Alfano, dove abbiamo un governo che permette la deportazione di dissidenti politici, dove abbiamo 101 eletti che fanno fuori Prodi, dove abbiamo un Pd che non elegge Rodotà. Un’aula che comprerà gli F35. Un aula dove, tra Camera e Senato, i numeri per fare questa legge si hanno da febbraio. Ma che per onorare le larghe intese e salvare il governo con Berlusconi si sta sacrificando una battaglia di civiltà.

Questa è l’aula a cui fa affidamento Scalfarotto. E siamo tutti e tutte grondanti da un immane senso di pacificazione interiore. Converrete.

Adesso, io sono molto scettico sulla vicenda. Temo che finirà come per le unioni di fatto nel 2007: dai PaCS ai DiCo, dai DiCo al niente.

Tutta questa storia ci insegna delle cose che hanno la solidità di verità emerse dall’evidenza. Le passo in rassegna.

1. Il Pd si laurea come principale ostacolo al progresso civile di questo paese. E lo ha dimostrato non solo in questa occasione. Se in Italia non si fanno le leggi per la comunità LGBT non è perché non lo si riconosce come interlocutore. Ciò avviene proprio perché c’è questo partito.

2. Il nuovo parlamento, più giovane e più rosa della storia d’Italia, ha l’handicap di essere popolato da italiani/e. Ciò lo porta a essere incapace di esprimere governi degni, grazie anche all’imbecillità di personaggi a cinque stelle, leggi solide e provvedimenti ad interesse del popolo tutto.

3. Il concetto di parlamentare gay non ha senso. Penso che personaggi come Scalfarotto, Lo Giudice et alii abbiano ogni diritto di sedere in aula come deputati o senatori, ma senza la dicitura di “parlamentare gay”, visto che non sono in grado di portare avanti in modo serio e coerente le istanze del movimento al quale dicono di fare riferimento. Sarebbe il caso che la smettessimo dunque di mandare gay alle camere, visto che varcata la porta questi abbandonano l’arcobaleno per il grigiore delle trame di palazzo, pardon, per il grigiore della mediazione e del compromesso.

4. Se la legge passerà così come è concepita, per i prossimi trent’anni avremo un provvedimento che permette di fatto agli omofobi di esser tali. Nella piena filosofia dei DiCo, creati per non riconoscere le coppie gay e lesbiche in quanto famiglie. A questo punto sarebbe meglio abbandonare la cosa e lavorare in altri ambiti. Il movimento, di contro, dovrebbe smettere di sonnecchiare e dare una risposta durissima, dovesse arrivare a far le barricate.

5. Ancora una volta non si fa una legge per la comunità LGBT perché c’è una forte resistenza a tutelare dei cittadini e delle cittadine in quanto omosessuali e transessuali. In pratica anche questo parlamento sta dando prova di essere omofobo, come quello licenziato a febbraio scorso. E non è bello da pensare. Eppure.

Di fatto, non ci di può aspettare nulla di buono dai palazzi del potere. Questa vicenda ci insegna tale lezione. Ed è anche su questi temi che la classe politica tutta disaffeziona la cittadinanza al concetto di democrazia. È triste, lo so. Ma è questo che sta succedendo. E per l’ennesima volta sulla pelle e sul sangue delle persone LGBT.

Gay di larghe intese e altre catastrofi

Militanti gay che aspirano a entrare in Parlamento, costi quel che costi.
E molto spesso il prezzo da pagare è quello a discapito dei nostri diritti.
Politici gay che poi sono solo politicanti comuni.
Politici che nascono sotto l’arcobaleno e poi, una volta eletti, lo abbandonano per il grigiore delle larghe intese.
Attivisti gay di vent’anni vecchi come burocrati in voga negli anni ’70.
Attivisti gay di vent’anni la cui massima aspirazione è quella di entrare in una segreteria. Una qualsiasi.
I “soliti noti” gay che si attaccano alla gonna (e al portafogli) del “solito noto” politico.
I gay del Pd. Non tutti, ok. Ma a quanto pare molti, purtroppo.
E i gay padovani – e non solo – che difendono a spada tratta Rosy Bindi. Solo per fare un nome.

Capite perché non arriveremo mai da nessuna parte?

L’errore politico di invitare Bindi a Padova

20130710-110656.jpg“Voglio essere trattato come qualsiasi cittadino.”
“È per gente come te che non otterrete mai nulla, voi gay!”

Questa la sintesi di una discussione avuta ieri su Facebook quando mi chiedevo che senso avesse invitare personaggi discutibili come Rosy Bindi in una piazza gay, gestita da associazioni di settore, che così facendo vanificano la credibilità della loro azione politica in merito alla questione LGBT.

Sia ben chiaro, io credo che il confronto con l’avversario sia fondamentale, sia per destrutturare pregiudizi, sia per arricchire il dibattito politico. Credo tuttavia che questo debba avvenire in spazi terzi. Faccio parte di Arcigay Catania e del Mieli di Roma. Non avrei nessun problema a sostenere un testa a testa con un Giovanardi qualsiasi. Ma non lo inviterei mai a casa mia, perché così facendo avallerei il pensiero di chi mi considera titolare di diritti minori.

Alcuni interlocutori intervenuti su questa riflessione insistevano sulla necessità democratica di un confronto aperto. Ho fatto notar loro che un’associazione per i diritti dei migranti non inviterebbe mai chi auspica rimpatri forzati, per non dire peggio.

E quando la discussione si è estesa ai diritti è emerso che noi, in quanto gay, dobbiamo aspettare. Perché il tutto e subito è un capriccio. Peccato che quando si è dato il voto alle donne, per fare un solo esempio, dopo secoli di discriminazione il tutto coincise col subito. Non si è aperto quel diritto prima alle amministrative e poi alle politiche.

Rosy Bindi è stata invitata per leggere una pagina sul libro di Serena Dandini sul femminicidio. Mi chiedo, ancora, a quale titolo.

Mi pare si faccia portatrice di un pensiero, quello del cattolicesimo parlamentare, che non mette in discussione il patriarcato e l’eterosessismo, ingredienti primari di ogni violenza sulle donne. E brodo di coltura dell’omofobia.

È stata accolta nonostante le sue dichiarazioni sulle famiglie omogenitoriali, per le quali non ha mai chiesto scusa.

Il village di Padova, così facendo, ha dato spazio anche nella mentalità collettiva al pensiero che quegli insulti forse hanno ragion d’essere. “Il desiderio di avere figli i gay se lo devono scordare”, ricordate? Ma se nonostante queste affermazioni, tu associazione gay inviti chi non ti vuole come un qualsiasi cittadino, perché io eterosessuale dovrei pensarla diversamente?

Questo è stato, a parer mio, l’errore politico di questo episodio. Poi ognuno può invitare chi vuole, sia ben chiaro. È un problema di coscienza e di credibilità. Ognuno ha la propria.

Via i “passivisti” dal movimento LGBT!

Gli attivisti gay dovrebbero aprire una seria riflessione sulla presenza dei cosiddetti “passivisti” del movimento LGBT. Ovvero, le sordide dive di se stesse, sempre presenti al momento della fanfara mediatica e poi assenti il resto dell’anno. Gente pronta a litigare per una foto in prima pagina, nel trafiletto di un quotidiano locale. Irresistibilmente attratte dalla fama di un quarto d’ora qualsiasi, pronte ad uccidere pur di tenere in mano lo striscione di apertura di questo o quel pride, purché a telecamere accese.

Questa gente, che si nutre della burocrazia di qualsivoglia associazione e che vive nel brodo di coltura di trame e vendette incrociate, è solo un poderoso freno a mano per la sana azione politica del movimento LGBT del nostro paese. I risultati politici lo dimostrano, per altro: lo zero assoluto, al momento attuale.

Faccio queste riflessioni all’indomani del pride di Catania, di fronte agli entusiasmi che ha raccolto tra gli/le ospiti che sono venuti ad arricchirlo – dall’associazione Plus alle Eyes Wide Drag, giusto per fare due esempi – e, di contro, alle solite beghe da botte-gaya per non aver ottenuto il “giusto spazio”. Senza magari capire che la visibilità la conquisti con il lavoro sul territorio e non con la mera presenza e un sorriso da spot per dentifricio.

È questa la differenza con l’attivista: il quale fa.
Il “passivista”, invece, raccoglie il lavoro portato avanti da altri e su quello pretende ribalta e gloria. Niente di più nobile di una puntura di zanzara, insomma.

Scrivo questo per due ragioni.

La prima: dopo le fatiche del Catania Pride il comitato organizzatore si è riunito per una cena informale, tra amici, come sempre accade tra noi in queste sere d’estate. E si è parlato delle nostre vite e si è sorriso a lungo. Qualcosa vorrà pur dire.

La seconda: mentre le zanzare del movimento litigavano per le coroncine del regno del nulla, l’omofobia ha fatto altre vittime. Come è successo recentemente a Milano, dove un ragazzo è stato pestato a sangue perché gay.

Forse occorrerebbe ripartire dal basso, un po’ tutti/e. Abolendo cariche, dimenticando deleghe e magari, più semplicemente, lavorando sulle cose da fare. Se sei bravo gli applausi arrivano comunque. Sulle cose che fai, appunto. Ma se sei bravo e capace. E forse è questo che spaventa qualcuno.

Adesso è umano rimanere atterriti di fronte alla propria inadeguatezza e questo è comprensibile. Ciò che non si riesce proprio a capire è perché il movimento debba tenersi persone siffatte. Si hanno bisogno di teste pensanti e di schiene forti, non certo di dentiere e sorrisi (per altro falsi) che aspirano, come massimo momento di un’esistenza tutta, a una copertina su Vanity Fair.

Corte Suprema USA: matrimonio diritto per tutti/e

Cade l’ultimo tabù: il matrimonio non è, non può e non deve essere riservato solo alle coppie eterosessuali. Bastava leggere la Carta dei diritti umani per capirlo. E negli USA ci sono arrivati prima di noi, dove la Corte Suprema ha abolito il Doma, legge voluta dall’allora presidente Clinton che riservava le nozze solo alle coppie formate da persone di sesso opposto.

La situazione adesso nel mondo è la seguente:

1. Paesi che hanno istituito il matrimonio egualitario

 

2. Paesi che hanno istituito le unioni civili

Da oggi gli Stati Uniti sono un po’ più verdi. L’Italia rimane sempre nella zona grigia. Speriamo che le cose cambino e in fretta anche da noi. Ma per sperare bene occorre lavorar bene! Magari lasciando perdere leggine insulse alla Galan o alla Bindi – entrambe indistintamente bene accolte da certa politica – e ispirandosi al principio di eguaglianza garantito dalla Costituzione si può arrivare alla piena equiparazione.

Per oggi si festeggia, anche se il party è oltre oceano. Domani si ricomincia da qui.

Nudi e vestiti, domani pride!

Domani sarà il mio primo pride della stagione. Si comincia con Roma, per proseguire con Palermo e Catania.

Ancora di recente vedo, nei dibattiti pubblici e nei discorsi sui social network, come la querelle della presunta sobrietà (o mancanza della stessa) della manifestazione tenga banco, a dispetto della valenza politica e dell’importanza della rivendicazione che essa porti con sé. Trovo anche molto triste – per non dire politicamente suicida – che a fare certe considerazioni siano proprio le stesse persone omosessuali. Ciò dimostra come la cultura della nostra comunità, qui in Italia, sia ancora all’anno zero della questione omosessuale.

Adesso, parlare di “carnevalata”, “sobrietà”, “non rappresentatività” della marcia dell’orgoglio è inutile, demistificatorio, fuorviante, addirittura moralista. Perché?

Prima di tutto, il pride non è una “carnevalata” per un’evidenza culturale: al corteo alcuni/e – per altro largamente minoritari/e – si spogliano dell’identità che la società cuce loro addosso per appropriarsi del loro io più vero, mentre per la festività chiamata dal banco dell’accusa ci si traveste per nascondere se stessi. Da una parte abbiamo la ribellione al sistema sociale, dall’altra la mimetizzazione al fine di contestare lo stesso. I due eventi, quindi, sono semmai l’uno l’antitesi dell’altro. Poi ben venga anche il carnevale, sia ben inteso!

Il concetto di “sobrietà” poi impone alla comunità LGBT quel sentimento di supremazia che la maggioranza agita contro le culture ritenute marginali. Si pretende con essa, imponendola o evocandola, che omosessuali e transessuali dimostrino di essere moralmente migliori rispetto alla massa che non è in grado di, e soprattutto non vuole, fare altrettanto. La società siffatta mercifica il corpo, soprattutto quello femminile, lo sfrutta nei processi produttivi, lo sacrifica quando necessario per questioni etico-mediche, lo mortifica per fatti religiosi. Questi aspetti vengono dati per normali e non messi in discussione. Vengono persino visti come indicatori garanti di libertà personale. Però quando tale libertà si modula in modo non convenzionale, scatta il dispositivo della censura. Benvenuta coerenza, che in questo caso ha le iniziali e il significato di coercizione.

Sulla “non rappresentatività” io vi dico: volete che il movimento LGBT vi assomigli? Benissimo, siamo in democrazia. Lavorateci sodo, fecondaleto e trasformatelo come più vi piace. Credo che l’ingresso di nuove menti e nuove energie non possa far altro che rivitalizzarlo. Ovviamente bisogna anche immettervi contenuti politici. Ma è politica “nuova”, mi e vi chiedo, un’ideologia basata sulla paura del sé? Riflettiamo, per favore.

Concludo con una questione: vogliamo forse impedire un messaggio di liberazione? Sicuramente forte, di impatto e politicamente scorretto. Ma la domanda è: non rientra nella libertà dell’individuo il poter esprimere, laddove è possibile, liberamente il proprio io? E guardate, è proprio in nome di ciò che sono nati il movimento di liberazione sessuale, il femminismo, la questione omosessuale. Quando qualcuno/a un bel giorno ha detto: «tu mi obblighi ad essere come tu vuoi? Ebbene, la mia risposta è no!».

Per cui, domani venite e vestitevi o spogliatevi come più vi piace. Io parteciperò in maglietta o camicia, jeans a mezza gamba perché fa caldo e scarpe comode. E così come (quasi) tutte le persone che conosco. E non andrò per esibire un look “normale” o per rassicurare qualche ben pensante. Andrò a chiedere il matrimonio egualitario, le adozioni, la protezione dei bimbi delle famiglie omogenitoriali, la legge contro l’omo-transfobia, i diritti per i/le trans e quello alla salute per le persone HIV-positive e per i malati di AIDS. E lo farò col linguaggio della gioia! Vi fa davvero così paura?

Se non vedete tutto questo, ma solo tette e culi, vuol dire che non riuscite a capire nient’altro di più complesso di un perizoma o di un reggiseno. E il problema sarebbe comunque vostro. La libertà, converrete, ha maglie decisamente più grandi di un “sentimento dello scandalo” da agitare solo quando fa più comodo per stare in pace con sé.