Sul Civati misogino di certi big LGBT

civatiIeri su Twitter leggevo della (presunta) boutade misogina di Pippo Civati durante la trasmissione In onda ai danni di Michaela Biancofiore, sottosegretaria di questo governo scellerato nonché berlusconiana di ferro. A sostenere questa teoria, in prima linea, c’erano importanti voci del movimento LGBT italiano e della politica di palazzo, come Aurelio Mancuso, ex presidente nazionale di Arcigay poi approdato in Equality Italia, e la ex deputata Paola Concia. Il giudizio di questi due rappresentanti delle istanze della questione omosessuale nel partito in cui militano è stato netto e implacabile: Civati ha offeso Biancofiore (magari mettendoci un bel “la” davanti al cognome) ed è, di conseguenza, misogino.tweetmanc1

Ho rivisto il programma, stamattina, con l’intervento incriminato. Ho riscontrato un certo garbo nella pacatezza dei toni sin dal principio. Poi, dopo l’ennesima interruzione da parte di una persona estremamente maleducata (Biancofiore appunto), il rappresentante del Pd ha sbottato, dicendo “adesso basta dire cretinate”. Le cretinate in questione erano frasi del tipo: “abbiamo dieci milioni di elettori”, “Berlusconi è un perseguitato politico”, “abbiamo la maggioranza in Senato”, “Ruby era davvero la nipote di Mubarak” e via discorrendo. Nessun riferimento all’esser donna dell’interlocutrice, che invece ha cavalcato la cosa ribadendo di sentirsi offesa in quanto tale (come se una donna non potesse dire sciocchezze perché di sesso femminile e, soprattutto, ripresa per questo).

tweetmanc2Adesso io capisco l’esigenza di Mancuso e Concia di insistere sulle ragioni della misoginia in Italia, problema effettivamente reale che se portato alle estreme conseguenze può portare a fenomeni ben più gravi, dalle discriminazioni al femminicidio. Tuttavia sarebbe anche il caso di aggiustare un po’ il tiro e di smettere di gridare “al lupo al lupo”, magari affossando un proprio compagno di partito per dar ragione a chi, come l’esponente del PdL, si fa fiera avversaria dei diritti per le persone LGBT. Fosse non altro una questione di coerenza con la propria storia. Poi capisco che in tempi di larghe intese - e soprattutto in vista di battaglie congressuali - ogni berlusconiano fa sostanza, parafrasando un famoso proverbio siciliano in cui nutre pure anche un “fegatino” di mosca (fate voi le dovute sostituzioni). Ma la serietà in politica, insieme al suo seguito di credibilità intellettuale, è un’altra cosa, sempre a mio modesto parere. tweetconcia

Concludo facendo notare che poco prima delle presunte “gravissime” offese di Civati a Biancofiore, Cicchitto - in collegamento da non ricordo più quale piazza – paragonava il giudice Esposito, che secondo Telese aveva rilasciato l’ormai famigerata intervista sulla sentenza Berlusconi con certi toni e dichiarazioni poiché stressato dalla macchina mediatica, alla stregua di una signorina. Strano che i due nostri eroi, ipersensibili sulla questione femminile, non si siano sentiti in dovere di replicare anche su questo punto, che lascia passare, lo ricordiamo, l’equazione:

[donna (giovane e/o single)] = debolezza + inadeguatezza.

Saranno le larghe intese a fare questo effetto, chi lo sa.

Italia, omofoba e volgare

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Buongiorno da una Parigi malinconica e uggiosa. Oggi, in Italia, si doveva votare su quella legge antiomofobia pensata per permettere agli omofobi di rimaner tali.

Mi chiedo come potranno andare in giro i parlamentari del Pd senza provar vergogna. In modo diverso dal solito, intendo.

Per la cronaca, ieri il gruppo omofobo “Manif pour tous” ha aperto a Roma la sua sezione italiana. Pochi i manifestanti gay contro le centinaia di simpatizzanti, cattolici e preti in primis, per l’iniziativa che pretende che insultare (e magari anche picchiare) le persone LGBT rientri nelle libertà fondamentali.

Per cui mi raccomando, finocchie elettroencefalogrammicamente piatte, fate passare lo scandalo sulla legge andandovene al mare e parlando di idiozie in discoteca.

Faccio notare, infine, un triste paradosso storico: quando una componente sociale viene discriminata, essa tende a emigrare in paesi più sviluppati. Si pensi ad Einstein, ebreo, fuggito negli USA. O alla fuga di gay e lesbiche verso quei paesi dove esistono diritti e tutele.

Gli omofobi invece riparano in Italia… un paese, il nostro, che per azione di qualche solerte giudice non si può più accostare ad escremento alcuno ma in cui vivono o trovano rifugio interi eserciti di elementi siffatti.

Spero che almeno mi sia concesso di dire che il nostro è un paese decisamente volgare, proprio per la classe politica asservita agli interessi di partito (o di qualche suo imbarazzante leader) e smarrita di fronte all’eventualità di non poter più dire “ah frocio” allo stadio, magari in mezzo a una rissa, o all’uscita dalla messa domenicale.

Il mondo, altrove e per fortuna, funziona in modo completamente diverso.

Legge antiomofobia e l’inutilità del parlamentare gay

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Partiamo dal presupposto fondamentale che io sarei anche in vacanza e dovrei avere il diritto, almeno questo, di non dover pensare alla politica gay italiana. E invece il mio telefono ribolle. Di rabbia.

È la rabbia di amici/he e militanti che non si capacitano del fatto che una banale legge come quella contro l’omo-transfobia stia diventando l’ennesima farsa targata Pd ai danni della comunità LGBT.

Si era partiti dall’estensione della legge Mancino per i reati di odio contro la gay community, si è passati per una visione più generica che punisce le discriminazioni ma non i reati e si è finiti con un testo che non può contenere al suo interno neppure riferimenti ai soggetti da tutelare.

Nel frattempo personcine a modo come Carfagna, Sacconi e Gelmini chiedono una moratoria, ovvero che non se ne parli e basta, visto il delicato momento politico istituzionale del paese. Che poi sono le stesse persone che, sempre quando il paese era in crisi, votavano che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak. E vi faccio notare come la signora Carfagna sia ancora oggi vista come interlocutrice affidabile nella lotta per i diritti dei gay. Per dire.

Nel frattempo risorgono pure i teodem del Pd, capeggiati dall’inossidabile Rosy Bindi, che firmano un documento in cui si vanifica la legge stessa e che dà la sponda a teorie religiose e parascientifiche per continuare a poter dire che essere gay è un male e pure un malanno da guarire. Non pare ancora vero a Bindi, Fioroni & co di poter proferire parola sui gay dopo la batosta di febbraio scorso.

Adesso si arriverà alle camere con un testo svuotato. Il relatore, Ivan Scalfarotto, si consola dicendo: “meglio una legge che arriva in aula e da migliorare che niente”. Un’aula dove dominano le larghe intese, dove abbiamo una maggioranza che ha salvato Alfano, dove abbiamo un governo che permette la deportazione di dissidenti politici, dove abbiamo 101 eletti che fanno fuori Prodi, dove abbiamo un Pd che non elegge Rodotà. Un’aula che comprerà gli F35. Un aula dove, tra Camera e Senato, i numeri per fare questa legge si hanno da febbraio. Ma che per onorare le larghe intese e salvare il governo con Berlusconi si sta sacrificando una battaglia di civiltà.

Questa è l’aula a cui fa affidamento Scalfarotto. E siamo tutti e tutte grondanti da un immane senso di pacificazione interiore. Converrete.

Adesso, io sono molto scettico sulla vicenda. Temo che finirà come per le unioni di fatto nel 2007: dai PaCS ai DiCo, dai DiCo al niente.

Tutta questa storia ci insegna delle cose che hanno la solidità di verità emerse dall’evidenza. Le passo in rassegna.

1. Il Pd si laurea come principale ostacolo al progresso civile di questo paese. E lo ha dimostrato non solo in questa occasione. Se in Italia non si fanno le leggi per la comunità LGBT non è perché non lo si riconosce come interlocutore. Ciò avviene proprio perché c’è questo partito.

2. Il nuovo parlamento, più giovane e più rosa della storia d’Italia, ha l’handicap di essere popolato da italiani/e. Ciò lo porta a essere incapace di esprimere governi degni, grazie anche all’imbecillità di personaggi a cinque stelle, leggi solide e provvedimenti ad interesse del popolo tutto.

3. Il concetto di parlamentare gay non ha senso. Penso che personaggi come Scalfarotto, Lo Giudice et alii abbiano ogni diritto di sedere in aula come deputati o senatori, ma senza la dicitura di “parlamentare gay”, visto che non sono in grado di portare avanti in modo serio e coerente le istanze del movimento al quale dicono di fare riferimento. Sarebbe il caso che la smettessimo dunque di mandare gay alle camere, visto che varcata la porta questi abbandonano l’arcobaleno per il grigiore delle trame di palazzo, pardon, per il grigiore della mediazione e del compromesso.

4. Se la legge passerà così come è concepita, per i prossimi trent’anni avremo un provvedimento che permette di fatto agli omofobi di esser tali. Nella piena filosofia dei DiCo, creati per non riconoscere le coppie gay e lesbiche in quanto famiglie. A questo punto sarebbe meglio abbandonare la cosa e lavorare in altri ambiti. Il movimento, di contro, dovrebbe smettere di sonnecchiare e dare una risposta durissima, dovesse arrivare a far le barricate.

5. Ancora una volta non si fa una legge per la comunità LGBT perché c’è una forte resistenza a tutelare dei cittadini e delle cittadine in quanto omosessuali e transessuali. In pratica anche questo parlamento sta dando prova di essere omofobo, come quello licenziato a febbraio scorso. E non è bello da pensare. Eppure.

Di fatto, non ci di può aspettare nulla di buono dai palazzi del potere. Questa vicenda ci insegna tale lezione. Ed è anche su questi temi che la classe politica tutta disaffeziona la cittadinanza al concetto di democrazia. È triste, lo so. Ma è questo che sta succedendo. E per l’ennesima volta sulla pelle e sul sangue delle persone LGBT.

Gay di larghe intese e altre catastrofi

Militanti gay che aspirano a entrare in Parlamento, costi quel che costi.
E molto spesso il prezzo da pagare è quello a discapito dei nostri diritti.
Politici gay che poi sono solo politicanti comuni.
Politici che nascono sotto l’arcobaleno e poi, una volta eletti, lo abbandonano per il grigiore delle larghe intese.
Attivisti gay di vent’anni vecchi come burocrati in voga negli anni ’70.
Attivisti gay di vent’anni la cui massima aspirazione è quella di entrare in una segreteria. Una qualsiasi.
I “soliti noti” gay che si attaccano alla gonna (e al portafogli) del “solito noto” politico.
I gay del Pd. Non tutti, ok. Ma a quanto pare molti, purtroppo.
E i gay padovani – e non solo – che difendono a spada tratta Rosy Bindi. Solo per fare un nome.

Capite perché non arriveremo mai da nessuna parte?

L’errore politico di invitare Bindi a Padova

20130710-110656.jpg“Voglio essere trattato come qualsiasi cittadino.”
“È per gente come te che non otterrete mai nulla, voi gay!”

Questa la sintesi di una discussione avuta ieri su Facebook quando mi chiedevo che senso avesse invitare personaggi discutibili come Rosy Bindi in una piazza gay, gestita da associazioni di settore, che così facendo vanificano la credibilità della loro azione politica in merito alla questione LGBT.

Sia ben chiaro, io credo che il confronto con l’avversario sia fondamentale, sia per destrutturare pregiudizi, sia per arricchire il dibattito politico. Credo tuttavia che questo debba avvenire in spazi terzi. Faccio parte di Arcigay Catania e del Mieli di Roma. Non avrei nessun problema a sostenere un testa a testa con un Giovanardi qualsiasi. Ma non lo inviterei mai a casa mia, perché così facendo avallerei il pensiero di chi mi considera titolare di diritti minori.

Alcuni interlocutori intervenuti su questa riflessione insistevano sulla necessità democratica di un confronto aperto. Ho fatto notar loro che un’associazione per i diritti dei migranti non inviterebbe mai chi auspica rimpatri forzati, per non dire peggio.

E quando la discussione si è estesa ai diritti è emerso che noi, in quanto gay, dobbiamo aspettare. Perché il tutto e subito è un capriccio. Peccato che quando si è dato il voto alle donne, per fare un solo esempio, dopo secoli di discriminazione il tutto coincise col subito. Non si è aperto quel diritto prima alle amministrative e poi alle politiche.

Rosy Bindi è stata invitata per leggere una pagina sul libro di Serena Dandini sul femminicidio. Mi chiedo, ancora, a quale titolo.

Mi pare si faccia portatrice di un pensiero, quello del cattolicesimo parlamentare, che non mette in discussione il patriarcato e l’eterosessismo, ingredienti primari di ogni violenza sulle donne. E brodo di coltura dell’omofobia.

È stata accolta nonostante le sue dichiarazioni sulle famiglie omogenitoriali, per le quali non ha mai chiesto scusa.

Il village di Padova, così facendo, ha dato spazio anche nella mentalità collettiva al pensiero che quegli insulti forse hanno ragion d’essere. “Il desiderio di avere figli i gay se lo devono scordare”, ricordate? Ma se nonostante queste affermazioni, tu associazione gay inviti chi non ti vuole come un qualsiasi cittadino, perché io eterosessuale dovrei pensarla diversamente?

Questo è stato l’errore politico di questo episodio. Poi ognuno può invitare chi vuole, sia ben chiaro. È un problema di coscienza e di credibilità. Ognuno ha la propria.

Via i “passivisti” dal movimento LGBT!

Gli attivisti gay dovrebbero aprire una seria riflessione sulla presenza dei cosiddetti “passivisti” del movimento LGBT. Ovvero, le sordide dive di se stesse, sempre presenti al momento della fanfara mediatica e poi assenti il resto dell’anno. Gente pronta a litigare per una foto in prima pagina, nel trafiletto di un quotidiano locale. Irresistibilmente attratte dalla fama di un quarto d’ora qualsiasi, pronte ad uccidere pur di tenere in mano lo striscione di apertura di questo o quel pride, purché a telecamere accese.

Questa gente, che si nutre della burocrazia di qualsivoglia associazione e che vive nel brodo di coltura di trame e vendette incrociate, è solo un poderoso freno a mano per la sana azione politica del movimento LGBT del nostro paese. I risultati politici lo dimostrano, per altro: lo zero assoluto, al momento attuale.

Faccio queste riflessioni all’indomani del pride di Catania, di fronte agli entusiasmi che ha raccolto tra gli/le ospiti che sono venuti ad arricchirlo – dall’associazione Plus alle Eyes Wide Drag, giusto per fare due esempi – e, di contro, alle solite beghe da botte-gaya per non aver ottenuto il “giusto spazio”. Senza magari capire che la visibilità la conquisti con il lavoro sul territorio e non con la mera presenza e un sorriso da spot per dentifricio.

È questa la differenza con l’attivista: il quale fa.
Il “passivista”, invece, raccoglie il lavoro portato avanti da altri e su quello pretende ribalta e gloria. Niente di più nobile di una puntura di zanzara, insomma.

Scrivo questo per due ragioni.

La prima: dopo le fatiche del Catania Pride il comitato organizzatore si è riunito per una cena informale, tra amici, come sempre accade tra noi in queste sere d’estate. E si è parlato delle nostre vite e si è sorriso a lungo. Qualcosa vorrà pur dire.

La seconda: mentre le zanzare del movimento litigavano per le coroncine del regno del nulla, l’omofobia ha fatto altre vittime. Come è successo recentemente a Milano, dove un ragazzo è stato pestato a sangue perché gay.

Forse occorrerebbe ripartire dal basso, un po’ tutti/e. Abolendo cariche, dimenticando deleghe e magari, più semplicemente, lavorando sulle cose da fare. Se sei bravo gli applausi arrivano comunque. Sulle cose che fai, appunto. Ma se sei bravo e capace. E forse è questo che spaventa qualcuno.

Adesso è umano rimanere atterriti di fronte alla propria inadeguatezza e questo è comprensibile. Ciò che non si riesce proprio a capire è perché il movimento debba tenersi persone siffatte. Si hanno bisogno di teste pensanti e di schiene forti, non certo di dentiere e sorrisi (per altro falsi) che aspirano, come massimo momento di un’esistenza tutta, a una copertina su Vanity Fair.

Corte Suprema USA: matrimonio diritto per tutti/e

Cade l’ultimo tabù: il matrimonio non è, non può e non deve essere riservato solo alle coppie eterosessuali. Bastava leggere la Carta dei diritti umani per capirlo. E negli USA ci sono arrivati prima di noi, dove la Corte Suprema ha abolito il Doma, legge voluta dall’allora presidente Clinton che riservava le nozze solo alle coppie formate da persone di sesso opposto.

La situazione adesso nel mondo è la seguente:

1. Paesi che hanno istituito il matrimonio egualitario

 

2. Paesi che hanno istituito le unioni civili

Da oggi gli Stati Uniti sono un po’ più verdi. L’Italia rimane sempre nella zona grigia. Speriamo che le cose cambino e in fretta anche da noi. Ma per sperare bene occorre lavorar bene! Magari lasciando perdere leggine insulse alla Galan o alla Bindi – entrambe indistintamente bene accolte da certa politica – e ispirandosi al principio di eguaglianza garantito dalla Costituzione si può arrivare alla piena equiparazione.

Per oggi si festeggia, anche se il party è oltre oceano. Domani si ricomincia da qui.

Nudi e vestiti, domani pride!

Domani sarà il mio primo pride della stagione. Si comincia con Roma, per proseguire con Palermo e Catania.

Ancora di recente vedo, nei dibattiti pubblici e nei discorsi sui social network, come la querelle della presunta sobrietà (o mancanza della stessa) della manifestazione tenga banco, a dispetto della valenza politica e dell’importanza della rivendicazione che essa porti con sé. Trovo anche molto triste – per non dire politicamente suicida – che a fare certe considerazioni siano proprio le stesse persone omosessuali. Ciò dimostra come la cultura della nostra comunità, qui in Italia, sia ancora all’anno zero della questione omosessuale.

Adesso, parlare di “carnevalata”, “sobrietà”, “non rappresentatività” della marcia dell’orgoglio è inutile, demistificatorio, fuorviante, addirittura moralista. Perché?

Prima di tutto, il pride non è una “carnevalata” per un’evidenza culturale: al corteo alcuni/e – per altro largamente minoritari/e – si spogliano dell’identità che la società cuce loro addosso per appropriarsi del loro io più vero, mentre per la festività chiamata dal banco dell’accusa ci si traveste per nascondere se stessi. Da una parte abbiamo la ribellione al sistema sociale, dall’altra la mimetizzazione al fine di contestare lo stesso. I due eventi, quindi, sono semmai l’uno l’antitesi dell’altro. Poi ben venga anche il carnevale, sia ben inteso!

Il concetto di “sobrietà” poi impone alla comunità LGBT quel sentimento di supremazia che la maggioranza agita contro le culture ritenute marginali. Si pretende con essa, imponendola o evocandola, che omosessuali e transessuali dimostrino di essere moralmente migliori rispetto alla massa che non è in grado di, e soprattutto non vuole, fare altrettanto. La società siffatta mercifica il corpo, soprattutto quello femminile, lo sfrutta nei processi produttivi, lo sacrifica quando necessario per questioni etico-mediche, lo mortifica per fatti religiosi. Questi aspetti vengono dati per normali e non messi in discussione. Vengono persino visti come indicatori garanti di libertà personale. Però quando tale libertà si modula in modo non convenzionale, scatta il dispositivo della censura. Benvenuta coerenza, che in questo caso ha le iniziali e il significato di coercizione.

Sulla “non rappresentatività” io vi dico: volete che il movimento LGBT vi assomigli? Benissimo, siamo in democrazia. Lavorateci sodo, fecondaleto e trasformatelo come più vi piace. Credo che l’ingresso di nuove menti e nuove energie non possa far altro che rivitalizzarlo. Ovviamente bisogna anche immettervi contenuti politici. Ma è politica “nuova”, mi e vi chiedo, un’ideologia basata sulla paura del sé? Riflettiamo, per favore.

Concludo con una questione: vogliamo forse impedire un messaggio di liberazione? Sicuramente forte, di impatto e politicamente scorretto. Ma la domanda è: non rientra nella libertà dell’individuo il poter esprimere, laddove è possibile, liberamente il proprio io? E guardate, è proprio in nome di ciò che sono nati il movimento di liberazione sessuale, il femminismo, la questione omosessuale. Quando qualcuno/a un bel giorno ha detto: «tu mi obblighi ad essere come tu vuoi? Ebbene, la mia risposta è no!».

Per cui, domani venite e vestitevi o spogliatevi come più vi piace. Io parteciperò in maglietta o camicia, jeans a mezza gamba perché fa caldo e scarpe comode. E così come (quasi) tutte le persone che conosco. E non andrò per esibire un look “normale” o per rassicurare qualche ben pensante. Andrò a chiedere il matrimonio egualitario, le adozioni, la protezione dei bimbi delle famiglie omogenitoriali, la legge contro l’omo-transfobia, i diritti per i/le trans e quello alla salute per le persone HIV-positive e per i malati di AIDS. E lo farò col linguaggio della gioia! Vi fa davvero così paura?

Se non vedete tutto questo, ma solo tette e culi, vuol dire che non riuscite a capire nient’altro di più complesso di un perizoma o di un reggiseno. E il problema sarebbe comunque vostro. La libertà, converrete, ha maglie decisamente più grandi di un “sentimento dello scandalo” da agitare solo quando fa più comodo per stare in pace con sé.

Pride 2013: orgoglio e libertà!

Ricomincia la stagione dei Pride italiani. Ogni anno sempre più città organizzano le marce della fierezza LGBT. Una manifestazione contestata, dal versante eterosessuale (parte di) perché “poco per bene” e da quello omosessuale (sempre una parte di) perché poco rassicurante.

Apro una parentesi su questo.

Ok, è vero: se andate ai pride qualche tetta e qualche muscolo unto lo potrete incontrare. Ma per ottenere lo stesso risultato vi basterà accendere la TV in qualsiasi ora del giorno o della notte, osservare cartelloni pubblicitari per strada, addirittura nelle pagine dei quotidiani. Di che vi lamentate, allora? Solo perché il corpo, in alcuni casi, investe una rivendicazione politica? O solo perché non tollerate un certo cattivo gusto? Libertà dovrebbe essere poter manifestare il proprio lato trash senza la pretesa (soprattutto se proiettata dall’esterno) di essere moralmente superiori agli altri.

Poi è singolare il fatto che questo tipo di critiche, quando ne parliamo, mi vengano da gay e lesbiche che magari ancora non lo hanno detto a casa o, addirittura, da chi sostiene che leggi antiomofobia non devono essere fatte e che gli omofobi hanno tutto il diritto di essere tali, sempre per la questione della libertà individuale. Per questa gente i fascistelli hanno tutto il diritto di menare il frocio, ma il frocio non può stare su un carro in mutande. Ragazzi/e, andate da uno bravo, ve lo dico col cuore. Magari la finirete di percepire voi stessi come persone a umanità limitata.

E chiudo qui la parentesi.

Parliamo del contesto storico. Media e politica si sono alleati: fioccano lettere strappacuore di presunti ragazzini problematici che dicono: ok, sono frocio, diritti ne voglio pochi, figli men che mai, purché mi lasciate vivere in santa pace. Repubblica pubblica, i parlamentari leggono e finalmente si convincono: avrete diritti, uguali a quelli del matrimonio, ma diversi da quelli del matrimonio. Quindi di meno, e figli men che mai. E ti viene da dire: ma tu guarda!

Quindi, ricapitolando: abbiamo una comunità LGBT che parte ancora dall’ABC, una classe politica che si riassume in due parole – governo e Letta – e una previsione di bilancio dei diritti di tipo segregazionista. Se tutto va bene, e quel se è grande quanto una galassia, avremo un istituto separato, a diritti ridotti, che non deve toccare la sacralità del matrimonio e ci farà entrare nel palazzo dell’eguaglianza come un parente di cui vergognarsi entrerebbe dalla porta di servizio. Per molti questo si chiama progresso e unica strada percorribile al momento. Per me tutto questo è uno schifo. Ma io sono io e, parafrasando il marchese del Grillo, non sono nemmeno un cazzo. Ergo, non posso fare altro che guardare a quella che sarà storia come il momento in cui la sinistra ha abdicato – tanto per cambiare – la destra è diventata frocia col culo degli altri – come sempre – e la comunità LGBT si sarà accontentata dell’elemosina. Poi però non lamentatevi se vi trattano da mendicanti. Ok?

Fine della polemica.

Riporto di seguito le date dei Pride italiani, ripresa da Queer BLog:

• 8 giugno: Torino (slogan: Ma tu quante famiglie conosci?)
• 15 giugno: Barletta, Roma (slogan: Roma città aperta) e Vicenza
• 22 giugno: Palermo – Pride Nazionale
• 29 giugno: Bologna, Cagliari, Catania, Milano, Napoli
• 6 luglio: Viareggio

Proprio perché il pride non è solo “esibizione” – e Dio, o chi per lui, benedica l’esibizione del sé, dal culo in poi – faccio notare che nella mia città la “festa dell’orgoglio” quest’anno sarà tematica. E si occuperà del problema della salute e delle persone HIV positive.

Si legge nel documento di quest’anno:

Parlare di corpi liberati e autodeterminati senza parlare di salute è come voler procedere su un carro privo di ruote. Un corpo liberato è un corpo non marginalizzato né discriminato non solo per il proprio orientamento sessuale, la propria identità di genere o il proprio genere, ma anche per la propria condizione di salute. Vogliamo e dobbiamo combattere giorno per giorno, attraverso le politiche della prevenzione, il fenomeno di HIV (nel territorio di Catania l’incidenza annua è di 3,2 nuovi casi di persone HIV+, su 100.000 abitanti), ma dobbiamo combattere anche l’esclusione, lo stigma e l’emarginazione sociale che le persone HIV+ subiscono anche all’interno della nostra comunità. Per questo, il Catania Pride 2013 – Festa dell’Orgoglio Omosessuale e Transessuale di quest’anno è promosso insieme a PLUS-onlus e a LILA Catania.

Adesso, per chi non lo sapesse, quando il dorato e incorrotto mondo eterosessuale si accorgeva del fenomeno dell’AIDS, liquidò la cosa come “peste gay”. L’allora ministro Donat Cattin evitò di affrontare la questione: «pubblicizzare l’uso del condom? Come fare la reclame al coito anale!”. Poi ci stupiamo ancora del perché del bunga bunga et similia…

Le prime forme di sensibilizzazione, le prime campagne di prevenzione – il lavoro “sporco” in altre parole – l’han portate avanti le associazioni LGBT. Se aspettavamo partiti e governo, sareste già ricoperti di pustole. Ricordatevelo sempre.

Bene, quest’anno a Catania, accanto a lustrini e coriandoli, si parlerà di salute. Non vi sembra una cosa fin troppo “seria”? A me tantissimo. Per questo credo che questo sforzo vada premiato e per tale ragione penso che la partecipazione dovrebbe essere massima.

Poi in Sicilia c’è pure il Pride Nazionale… ok, forse è un po’ tardi scriverlo ora, ma potete pensare di fare due week end di fila nella nostra bella isola. 22 e 29 giugno. Tutta vita, eh! In ogni senso.

E buon pride, a tutti a tutte. Anche a chi non ci viene. Stiamo comunque lavorando per voi. Per avere una società meno ipocrita e più libera. Adesso non potete saperlo, ma se vinciamo noi un giorno ci ringrazierete. Se invece no, continuerete a lamentarvi. Senza nemmeno sapere il perché. Noi, per metterci al sicuro, continueremo a lavorare. Per noi, per voi. Per tutti e tutte.

I saggi di Napolitano? Merito anche del M5S e Grillo

Vogliamo parlare dei saggi nominati da Napolitano per portare l’Italia fuori dalla crisi istituzionale di queste ultime settimane? Vediamone alcuni.

Mario Mauro, ciellino, ex berlusconiano, neo-montiano.
Gaetano Quagliarello, berlusconiano di ferro, gridò “ASSASSINI” dopo il no di Napolitano al decreto Salva Eluana. Sempre questo gentile e posato signore ha decretato, col suo voto in parlamento, che Ruby Rubacuori è nipote di Mubarak.
Luciano Violante, in quota Pd, quello dei ragazzi di Salò che lottarono per un ideale, un po’ come i nazisti ammazzarano milioni di ebrei per le stesse identiche ragioni.
Giancarlo Giorgetti è uno dei massimi fautori politici della famigerata legge 40. Oltre a essere espressione di un partito omofobo e razzista, quale la Lega Nord.

Tutti gli altri sono bocconiani, figli di stirpi aristocratiche, rappresentanti di quel sistema di potere sempre più distaccato dai bisogni della società italiana media, quella che la crisi la vive quotidianamente sulla sua pelle.

A volere questi signori, tutti maschi, tutti almeno cinquantenni, un presidente della Repubblica figlio di un apparato veterocomunista che non riesce ad andare oltre una politica vista come espressione (sessita, per altro) dei gruppi di potere che ci hanno portato a questo punto. La cosa veramente tragironica sta nel fatto che il M5S appare possibilista nei confronti di queste liste di saggi: tutto questo casino per esautorare il parlamento dei suoi poteri sovrani e affidare la gestione della cosa pubblica a un drappello di nominati. Nominati che, a differenza di quelli che siedono in Camera e Senato, non sono nemmeno passati dal vaglio delle urne.

Adesso, è evidente che questa classe politica è così autoreferenziale che non riesce a guardare oltre se stessa e questi nomi lo dimostrano egregiamente.
Ma sarebbe ingeneroso nei confronti della verità negare che Grillo e il suo MoVimento hanno fatto davvero un grande servizio alla democrazia: negandola.