I am hungry

amiciziaQuando nel lontano 1998 conobbi Lucia – all’epoca sul mio primo blog la chiamavo Chanel – entrai in contatto con una delle persone che avrebbero cambiato la mia percezione con l’esistenza e, di conseguenza, con la vita. Lucia era (ed è) lesbica, io un giovane gay che non sapeva nulla e che era infarcito di tutti i dogmi patriarcali, sessisti e misogini possibili. Non perché mi piacesse esser tale, ma perché quando vieni educato in un mondo in cui si dice ancora “auguri e figli maschi”, la forma che ti danno è quella. La conobbi all’Open Mind di Catania, un’associazione che faceva pratiche di femminismo e che mi insegnò come l’autodeterminazione – ovvero, la capacità di dare un nome alle proprie scelte e di rivendicarle – sia l’unica strada da percorrere per arrivare a ciò che conta davvero: essere pienamente se stessi. O in altre parole: la felicità.

Con Lucia, che è lesbica e femminista, ho vissuto i miei vent’anni. Considerando che non avevo vissuto la mia adolescenza – ero troppo impegnato a dover nascondere ciò che ero davvero – fu per me l’equivalente della migliore amica delle medie e del liceo, allo stesso tempo. Non che in passato non avessi avuto amici e amiche con cui divertirmi, ma non avevo mai avuto il coraggio di confessare a quelle persone chi ero davvero. La mia identità non aveva una parola possibile. E l’unica parola possibile mi era stata insegnata come un insulto. Capirete, insomma, il casino. E non aver potuto dire a sedici anni che anche a me piaceva il bello della scuola è una mancanza che mi segnerà per sempre. Con Lucia quei vuoti vennero, in un certo qual senso, colmati.

amicizia 2Con Lucia abbiamo fatto molte cose. Abbiamo cominciato accorciando le distanze, chiacchierando su un divano nelle sere di primavera e anche in quelle degli inverni a venire, abbiamo condiviso birre e sigarette, abbiamo scritto una canzone insieme e insieme abbiamo visto il nostro primo porno comprato in edicola – eravamo curioseh e fu un’esperienza lancinante, la bruttezza di quel video è ancora leggenda nella nostra memoria – ero con lei quando sua madre si ammalò ed ero a casa sua dopo che morì, perché sapevo di non poter essere altrove. Poi, il destino si è divertito ad allontanarci e unirci come fosse il suonatore di una fisarmonica e noi fossimo nelle sue mani, ma la musica composta è sempre stata bellissima: è lei che mi ha accolto le volte che non avevo casa, a Catania come nella capitale. È lei che mi diede forza per trasferirmi a Roma. Ero con lei e la sua compagna quando ha detto sì, qualche mese fa, e come sempre succede in queste occasioni non ho trattenuto le lacrime.

Nelle mie chiacchiere con lei si parlava di tutto: di politica e di questioni femministe – a proposito del porno, fu lei che mi fece notare come la pornografia, quella “lesbo”, è costrutto per maschi, perché la sessualità al femminile ha altre grammatiche – dei sussulti del cuore e di amenità, di uomini e di donne, di fallimenti e di quella cosa che è la speranza. Mai dimenticherò di quel giorno che, dopo una delusione con un ragazzo, chiedevo vendetta al cielo. Lei mi guardò a stento. Aveva un telo da mare addosso, lo tolse via, per rivestirsi – non c’era pudore tra noi – e poggiandolo sulla sedia con la stessa levità con cui Botticelli disegnava le stoffe delle sue veneri, mi disse: «Sii felice, è la migliore vendetta».

amicizia (3)Dico tutto questo perché lei mi ha insegnato molto del mondo lesbico, dal punto di vista umano. Insieme a lei molto ho appreso, dal punto di vista politico. Non riesco a concepire la mia esistenza – e con essa, come sempre, la mia vita – senza quell’esperienza che ancora è parte della mia carne. È ovvio, non posso avere la pretesa di conoscere tutto, di quel mondo, ma l’ho toccato, l’ho vissuto, è stato anche il mio seppur con tutte le differenze possibili. Differenze che ho rispettato, quando era il momento di vivere esperienze “a parte”, ma che mai mi ha escluso per il mio essere maschio, per il mio essere gay, per avere un pene tra le gambe. La mia esperienza con le lesbiche e con il femminismo è anche questa. Per tali ragioni le polemiche degli ultimi giorni – Arcilesbica vs mondo trans, per capirsi – mi lasciano basito, perché le cose che leggo e le prese di posizione che ravviso non si agganciano per nulla a quello che è il mio vissuto.

Non riesco a concepire il piano della realtà senza quell’armonia e senza quel dialogo: dialogo non sempre facile, perché è vero che siamo diversi/e e che si arriva a dei punti di rottura, ma che ha avuto il privilegio di una sintesi – umana, prima di ogni altra cosa – che andava oltre l’esclusione, il separatismo fine a se stesso, la diffidenza. Non riesco a concepire la mia vita – e quindi la mia intera esistenza come luogo fisico, oltre che empirico – senza le mie amiche, a prescindere da quello che può essere il proprio orientamento sessuale e la loro identità di genere. Non riesco a vedere l’etichetta, ma la persona sulla quale qualcuno vorrebbe attaccarla. E noi sappiamo – Sense8 ce lo insegna – che le etichette impediscono la comprensione. E comprendere significa “prendere con sé”, non certo escludere. 

Una sera d'estateNon riesco a concepire, in altre parole, un mondo che ragiona per schemi, per incasellamenti e per recinzioni identitarie. Una classificazione dovrebbe servire a descrivere, non ad escludere o a discriminare. Sono gay perché mi piacciono gli uomini, non certo perché vedo nell’eterosessuale “il nemico”. Anche se l’eterosessismo, con tutto quello che comporta, è quel sistema di rapporti di potere che genera “dolore sociale” e scompensi tra generi e identità. Dolore di cui anche le stesse persone non Lgbt sono vittime e dovremmo forse cominciare a parlare anche di questo, se vogliamo creare un contesto in cui dalla guerra tra identità – e tra sessi e generi – si arrivi a un’alleanza tra diversità.

Non posso pensare a una vita senza la mia amica Lucia, femminista e lesbica. Così come non posso pensare alla mia vita senza i miei amici, maschi di tutte le identità possibili, ai miei studenti e alle mie studentesse (con cui si cresce insieme giorno dopo giorno), alla mia famiglia, alle mie famiglie, a tutta la gente che ho l’onore di conoscere quando mi invitano a un’iniziativa, per presentare un libro o per moderare un dibattito, ai miei gatti, agli estranei con cui ci si scambia qualche gentilezza gratuita e via discorrendo. Io sono affamato di tutte queste identità, mi arricchiscono, mi completano, mi aiutano a correggere le asperità del mio carattere e ad esaltarne gli aspetti più luminosi.

chagallCredo, temo, invece che dall’altra parte non si voglia rinunciare alla rabbia – per comodità politica o per incapacità di “prendere con sé”? – non si voglia fare un passaggio ulteriore per arrivare a una pratica di conoscenza vera, invece che a una dinamica di etichettatura per generi e categorie. Mi sembra, in altri termini, che non rinunci alla vendetta. E non contro il sistema patriarcale, sessista e maschilista, bensì contro coloro che lo incarnano in quanto, semplicemente, maschi. Si ha la spiacevole sensazione che non si cerchi il riscatto, ma il suo esatto opposto: il mantenimento di un rancore che è identificativo di un’identità. E dentro esso – dentro il rancore, per mia esperienza – non c’è nessuna possibilità di felicità. Che poi è l’unica “rivalsa” possibile. O così mi ha detto Lucia. La mia amica di sempre. La mia amica lesbica e femminista.

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Halloween e i preti che nessuno invita alla festa

hungry-history-the-halloween-pumpkin-an-american-history-EE Amicone – quello che i gay si possono curare – fa tripli salti carpiati per dimostrare che è una festa che qualcuno ha rubato all’unica, vera religione esistente.
E padre Amorth parla di zampino del demonio.
E le menti più provate fanno cartelloni da esibire su Facebook in cui parlano di cultura della vita (e aridaje) contro cultura della morte.
Eccetera eccetera.

Io credo che dietro la querelle di certi cattolici contro Halloween ci sia una profonda invidia. Il mondo occidentale ha recuperato, trasfigurandola, una tradizione pagana che non ammette intermediari. Un po’ per gioco, un po’ per business, un po’ perché c’è chi ci crede davvero. E fa presa, anche a sud delle Alpi. E questo ai preti non va bene, perché non sono previsti. Un po’ come quelli non invitati alla festa del momento che non possono fare altro che parlarne male.

***

P.S.: io non credo a forme di vita superiori, divinità di vario tipo, ecc. Ma una parte di me ama i simboli e conserva una sua spiritualità. A me fa bene credere che, per una notte, il mondo dei morti e il mondo dei vivi si uniscono e non ci vedo nulla di diabolico, in tutto questo. Ieri ho celebrato Samhain (l’altro nome della notte del 31 ottobre) così: una candela accesa, fuori nel terrazzino, melograni e frutta secca per le anime dei defunti, le voci dalla cucina e i pensieri dentro. Verso chi non c’è più, con profondo affetto. Poi qualcuno saprà dirmi cosa c’è di malvagio in tutto questo.

Expo 2015 e froci del terzo millennio

polemicaHo espresso pubblicamente il mio sdegno, su Twitter, per la questione Expo – e il relativo patrocinio a un convegno omofobo, come denunciato da Gay.it – e mi sono sentito dire, nel giro di pochi minuti, che faccio “tipica polemica a senso unico di chi vede solo cospirazioni contro gli omosessuali”, che chi vuol andare a un convegno “pro famiglia” ha tutto il diritto di farlo (in nome della libertà d’espressione) e che “con voi attivisti gay è un’impresa parlare”.

L’oggetto del contendere è nato da un mio tweet: «a quanto pare l’ sponsorizza convegni omofobi. Pensavo di farci un salto, mi sa che cambio idea».

Quindi, ricapitolando: i soliti movimenti antigay hanno tutto il diritto, secondo certe persone, di poter diffondere il loro odio omofobico, in nome della libertà d’espressione. Se io dico, a titolo personale, che finché ci saranno certi patrocini – consapevoli o meno, poco mi importa – diserterò l’evento, sono un estremista, un individuo che vede cospirazioni ovunque, uno a cui piace far polemica, ecc.

Mi fa specie che il ragazzo in questione, che è gay, dia stessa cittadinanza sia agli incontri in cui si dice che l’omosessualità è una malattia da curare sia all’associazionismo LGBT, sempre in nome del cosiddetto libero pensiero. Come se la lotta per i diritti (anche suoi) e le solite fandonie e gli insulti contro la stessa vita delle persone LGBT fossero la stessa identica cosa.

Taccio sul fatto che si qualifichino certe iniziative come incontri “a sostegno della famiglia”, come se il termine fosse appannaggio di una parte e di una soltanto (quella vicina a personaggi come Adinolfi, Miriano, alla rivista Tempi, per intenderci).

Insomma, giovani froci del terzo millennio, ditemelo subito se è a questa umanità che sto sacrificando – dopo aver impegnato i miei venti e trent’anni – l’età matura della mia esistenza. Perché io a fare il gay da vetrina, tutto week end a Berlino e serate fighe nei locali di grido, non ci metto manco un minuto. Poi però quando tra qualche tempo verranno a sprangarvi perché vi tenete mano nella mano, come fate oggi (forse grazie a chi a venti e trent’anni si costruiva un’opinione critica sulle cose) non venite a piangere. Perché ve la sarete meritata tutta la merda che oggi difendete a spada tratta in nome di un pensiero che volete libero e che sta lavorando alacremente per relegarvi al rango di “invertiti”, in un momento storico in cui dovreste ambire ad essere società civile al cento per cento e a volere il massimo della dignità possibile, come minimo sindacale della vostra umanità. Sempre che la meritiate ancora, va da sé. Ma forse questo, appunto, non deve essere affar mio. Non più.

 

Poliamori e altre catastrofi

relazioni poliamorose

relazioni poliamorose

Punto primo: diamoci una svegliata, tutti e tutte – anche se dovrei dire tutti e basta, perché a scandalizzarsi per la questione sono stati i maschietti e questo la dice lunga su un legame atavico tra sessismo, maschilismo ed altre amenità. Ma non è questo l’argomento di cui voglio parlare.

Diamoci una svegliata, dicevo, perché il discorso sul poliamore  – che tanto ha disturbato il sonno dei soliti moralisti e bacchettoni, non importa se nelle file di Manif pour Tous o tra i gay da tastiera e basta – è presente nel documento del Roma Pride già dall’anno scorso sebbene sia arrivato alla ribalta solo nel 2014. Quindi voi che tutto questo casino che avete generato, fornendo per altro argomenti di discussione a quelli che leggono in piedi nelle piazze contro i gay, ma non sanno nemmeno scrivere un SMS contro i pedofili che la loro chiesa protegge, siete un attimo in ritardo.

Poi visto che avete fatto le pulci a un termine su un documento di 2282 parole e 15.394 battute, sarebbe stato il caso di:

  • leggerlo davvero, tenendo conto di punti, virgole e tutto il resto
  • interpretarlo, perché un testo ha una densità di significato che va oltre alla parola buttata lì
  • capire cosa c’era scritto, possibilmente.

Ma vediamo il pezzo incriminato, che ha sortito un’inedita alleanza tra sentinelle  e gay sconvolti.

Per questo esigiamo leggi che guardino laicamente alla realtà plurale e multiforme delle identità, degli affetti, delle famiglie, delle figlie e dei figli: il matrimonio civile per le coppie formate da persone dello stesso sesso, su un piano di piena uguaglianza formale e sostanziale rispetto alle coppie eterosessuali, l’accesso alle adozioni e la tutela dell’omogenitorialità, il riconoscimento dei poliamori e delle relazioni aperte come differenti forme di affettività che ciascuna e ciascuno di noi può scegliere liberamente.

Quindi le priorità sono tre, tutte in grassetto e pure evidenti. Matrimonio, genitorialità e adozioni regolate per legge, da una parte. E riconoscimento di situazioni affettive, come libera scelta, dall’altra. Si pone nello stesso periodo, ma in posizioni di polarità opposte, un modello di normalizzazione (sposarsi e avere figli) e un modello alternativo alla norma (libera scelta di situazioni che si pongono proprio al di fuori delle situazioni coniugali).

Perché inserirlo in un documento di rivendicazione, mi si chiede? Perché il movimento LGBT è anche un movimento di liberazione sessuale, perché vi piaccia o no è la sessualità il punto nevralgico della questione. E fare l’elenco della spesa, non significa pretendere che il tuo supermercato – il parlamento, nello specifico – ordini tutte le cose che hai in lista.

Fa veramente tristezza che all’ennesimo colpo di tosse della solita marmaglia omofoba non pochi gay siano stati percorsi da un sentimento di allarme. Invece di rispondere a certa gente con frasi del tipo “Poliamore? Coppie aperte? Esistono e noi ci chiediamo come possiamo tutelarne almeno alcuni aspetti” (grazie Luci, per il suggerimento) rimandando al mittente qualsiasi pretesa di superiorità morale – sappiamo benissimo come funzionano i matrimoni di personaggi come Silvio Berlusconi, Cosimo Mele, Alessandra Mussolini, ecc – si sono sentiti in dovere di apparire “rispettabili” nei confronti di chi non li rispetta a prescindere.

Di fronte a un sentimento legittimo di perplessità nei confronti di un argomento che si può prestare a facili fraintendimenti – e ricordiamo che nessuno vuole tutelare la poligamia – ma che andrebbe sicuramente discusso, in un processo di crescita condiviso, è prevalsa la paura di essere liberi per cedere alla voglia di essere accettati dalla massa, che però ti accetta se non sei come vuoi.

Come sostiene Delia Vaccarello nel documentario Ci chiamano diversi, di Vincenzo Monaco, ci spettano i diritti non perché siamo uguali, ma perché siamo come siamo. Se non si capisce questo non ha senso impegnarci nelle scuole, nelle sedi istituzionali e nelle piazze.

Frasi come “non ho nulla contro i poliamori, ma che senso ha farne oggetto di rivendicazione politica”, hanno lo stesso effetto di affermazioni quali “niente contro i gay, purché non ostentino”. E porre la questione della necessità di altre lotte su cui concentrarsi non rende dissimili chi le pronuncia da chi dice che prima delle unioni tra gay ci sono cose più urgenti e importanti da fare. E noi dovremmo essere un attimo migliori della mediocrità dilagante e milioni di anni luce più avanti di una Roccella e un Giovanardi qualsiasi. Ma qualcuno ha reputato più giusto rassicurare questi personaggi e, cosa ancora più grave, lo ha fatto in modo inconscio.

Credo che dietro a certe rigidità ci siano sentimenti di non compiuta accettazione di se stessi e un sentimento “antigay” molto capillare, che colpisce anche le persone al di fuori di ogni sospetto. Dico questo perché in molti sostengono che non è il tema del “poliamore” in sé il problema, ma il fatto che sia stato immesso in un documento LGBT. Con la conseguenza che è quella sigla, LGBT appunto, a dar fastidio in un modo o nell’altro. E comunque, se può mettervi l’animo in pace, i poliamori sono per lo più una cosa da etero.

Perché forse, poiché siamo gay, lesbiche e trans, dobbiamo – appunto – dimostrare di essere moralmente migliori, inattaccabili. Rispetto a una massa maggioritaria, ripeto, che ha una morale sessuale e di genere a dir poco raccapricciante. Ricordiamoci dei femminicidi, delle violenze in famiglia, a cominciare da quelle sui minori.

Concludo questo lungo post – insufficiente e non esaustivo e, per altro, scritto anche di getto – con alcune considerazioni finali.

Un argomento di discussione giusto e importante è stato trasformato nella solita caciara antiassociazionista da personaggi che poi, nel loro concreto, nulla fanno per la causa. Questi stessi se esigessero dai partiti per cui votano la metà della moralità che pretendono dalle associazioni LGBT vivremmo meglio che in Svezia. E invece…

A questi stessi ricordo, ancora: vi piaccia o no, se potete dire in giro che vi piace il cazzo è perché c’è stato il lavoro delle associazioni che tanto disprezzate.

Credo che un errore del movimento, uno dei tanti, sia quello di non aver (più) approfondito a livello teorico tutta una serie di questioni sulla liberazione del sé, del corpo e dell’eros. Ci siamo appiattiti sull’emulazione di specifici modelli, dimenticando cosa significa essere persone davvero libere.

E ve lo dice uno che un giorno vorrebbe sposarsi – figli no, mi separerebbero dai miei aperitivi del venerdì sera – e non crede in forme di relazione che comprendano altre realtà che non siano quelle di coppia. Ma non ho la presunzione di dire che debba essere così per tutti/e, né credo che per avere i miei diritti si debbano negare la dignità e le richieste, per quanto possano apparirci lontane, di altri esseri umani.

***

Per chi volesse documentarsi su questioni di genere e queer theory, riporto una bibliografia minima essenziale:

F. Bilotta, B. De Filippis, Amore civile. Dal diritto della tradizione al diritto della ragione, Mimesis, Udine, 2009.
S. Cucchiari, “Le origini delle gerarchie di genere”; in Sherry B. Ortner, Harriet Whitehead (a cura di) Sesso e genere. L’identità maschile e femminile, Sellerio, Palermo, 2000, p. 113.
F. Héritier, Maschile e femminile. Il pensiero della differenza, Laterza, Roma-Bari, 2002
M. Mieli, Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli, Milano, 2002
L.G. Tin, L’invezione della cultura eterosessuale, Duepunti Edizioni, Palermo, 2010

Non toccare le suore dei talent o muori

Al solito, un post di critica contro il potere precostituito (e mediatico) diventa una polemica epocale. Parlo dell’articolo di ieri, quello su suor Cristina, per intenderci. Nello specifico, mi si è descritto – e cito a caso – come talebano, omofobo, cattofascista, ecc. Quando invece l’unico termine corretto era: nauseato. Ma capisco che per certi tutori di certo garantismo il diritto del peggio ad essere tale coincide con l’impossibilità che tu possa essere critico nei confronti del peggio in questione. Ne prendo atto.

Due sole considerazioni, a chiosa di quanto accaduto:

1. Non ho mai detto che la suora non dovesse andare a cantare e amenità simili. Ho detto, semmai, che la “persona” Cristina non interpreta se stessa, ma interpreta un abito, un messaggio, un progetto politico di riqualificazione mediatica, già avviata con Bergoglio dopo il disastro ratzingeriano. Avallare e applaudire questo atto di restyling significa, né più né meno, appoggiarne il piano politico di cui si fa portatore. E per me è da imbecilli. Non vi piace se lo dico? Pazienza, ma se una suora può cantare e portare il messaggio di Dio in TV, io posso pure reagire così:

2. Non credo di aver offeso nessuno usando la chiosa finale “coglioni”. Ho solo usato un epiteto in un contesto volutamente dissacrante, così come avrei potuto scrivere o dire “raga’ non diciamo cazzate”.

Il problema semmai è che ci sono ambiti di intoccabilità per cui non si deve discutere su quanto si possa essere sgallettate dietro un talent (e ci sta, ognuno è libero di essere leggero come meglio crede) e, più in generale, contro il buonismo imperante, meglio se interpretato dalla tonaca di turno.

Il dramma è quando la leggerezza diventa veicolo di pericolosità sociale. E ogni indicatore politico ci suggerisce che la strada intrapresa è quella. Ostinarsi a non voler vedere la cosa è, per me, miope.

Forse non dovevo toccare il giocattolo, perché altrove e in altri contesti sono stato anche più sgradevole. Non capisco, tuttavia, perché posso descrivere un omofobo come un laido idiota ma non posso dire a uno o più gay che non rendersi conto della pericolosità del maquillage vaticano in atto – che passa anche per la suora in questione – sia un atto di imbecillità collettiva.

Poi non si condivide questo mio pensiero? Liberi/e di esternare in tal senso, ma faccio notare, visto che si gioca a chi è più liberal e a chi è più taleban, che io non dico che non si possa esprimere pareri contrari, mentre si pretende che chi ha certe posizioni non debba averle. Magari solo perché “offendono” la sensibilità da fan del talent del momento.

Poi sapete che c’è? Che uno può pure ritirarsi a vita privata. Poi voglio vedere come vi sposate votando Renzi e osannando suore.

Il carrello della spesa (lettera aperta a Finocchiaro e Marini)

Gentile senatore Marini, gentile senatrice Finocchiaro, le cronache di questi giorni vi vedono rispettivamente come possibili candidato e candidata per la Presidenza della Repubblica, la più alta carica dello Stato. A quanto pare, Renzi in una sua intervista vi giudica poco rappresentativi – per non dire impresentabili – per una serie di ragioni.

Lei, senatore, è stato trombato alle ultime elezioni e per di più, a sentire il sindaco di Firenze, farebbe leva sulla sua appartenenza religiosa per avallare la sua candidatura. Cosa che, appunto, accade solo in paesi come l’Iran. Lei reagisce sdegnato, perché, sempre secondo quanto apprendiamo dai giornali, non ha mai fatto leva sulla sua fede per ottenere incarichi.

Lei, senatrice, è stata beccata da Ikea con le guardie del corpo le quali sono state impegnate a contenere gli eccessi di un pericolosissimo carrello della spesa, dovendolo evidentemente spingere ai fini della sua sicurezza. Per tali ragioni, si è sentita in dovere di apostrofare come miserabili le parole di Renzi.

Or bene, a siffatte argomentazioni, vorrei farvi notare quanto segue:

1. esibire la qualifica di “cattolico” come indicativa di un’identità politica, senatore Marini – e lei lo ha sempre fatto –, significa esattamente utilizzare la propria fede per far carriera nelle istituzioni. Non so se ci ha mai pensato… (poi un altro conto è che questo sia avvenuto per lei, come per molti altri, dentro il gioco democratico, Renzi incluso);

2. se quando ho fatto il dottorato di ricerca il mio tutor mi avesse mandato a fare la spesa da Ikea, cara senatrice, si sarebbe parlato di baronie, di gerontocrazia, di demansionamento del mio ruolo. Mutatis mutandis, la inviterei a riflettere su questo esempio (e sul fatto che magari, per far spingere quel carrello al suo bodyguard, hanno tolto i soldi a qualche ente di ricerca dove altri dottori di ricerca come me non verranno mai assunti, per le ben tristi condizioni della nostra economia).

Adesso io non sono mai stato un fan di Renzi – non l’ho votato alle primarie – così come non ho mai votato il vostro partito, grazie anche alla presenza di personaggi istituziolmente lugubri come voi due, egregi Marino e Finocchiaro, ma posso garantirvi che un domani, se ci fossero nuove primarie e semmai Renzi dovesse essere candidato premier, forse il mio appoggio l’avrebbe.

Sarà “populista” (accusa tutta da dimostrare), sarà di “destra” (ma gli inciuci con Berlusconi li avete fatti pure voi, e anche meglio), ma almeno sa capire che la spesa al supermercato non è un affare di stato. E di questi tempi non è poco. Davvero.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Il World Pride e la macchina del tempo”

«Parlerò anch’io di World Pride. E lo farò da un punto di vista diverso: questa volta, infatti, da semplice spettatore. Perché, per chi non lo sapesse, e come ha già scritto Andrea nel suo articolo in merito, a Londra non potevi marciare se non eri registrato, ma potevi assistere ai lati del corteo e, credetemi, è stata un’esperienza ugualmente emozionante.

La cosa che mi ha stupito di quel pride è stata la presenza di tutte quelle diversità, dentro e fuori la comunità LGBT. Filopalestinesi e filoisrealiani a pochi metri gli uni dagli altri. Turchi e greco-ciprioti, insieme. Spezzone antagonista e grandi banche. Tutte nello stesso corteo.

Pare, infatti, che il messaggio che il World Pride britannico fosse, in parole più semplici: tutto può dividerci, nella vita di ogni giorno. Ma siamo uomini e donne che amano nello stesso modo. E questo non può che unirci.

Tutto ciò non può che portare a due conclusioni, se guardiamo la degradata realtà italiana. E dico degradata non solo per il nulla di fatto fino ad adesso, ma anche per lo stato dell’arte della comunità e del movimento gay del nostro paese.»

Vuoi leggere il resto? Fallo (e commenta) su Gay’s Anatomy!

Terremoto in Emilia: pride sì, pride no…

A scanso di equivoci: sono tra coloro che pensano che il corteo del pride, previsto per il 9 giugno, vada annullato. E lo penso per il bene del pride, oltre che il rispetto per la zona colpita.

Mi spiego meglio: secondo me il pride in quanto tale si concilia perfettamente alla sede bolognese, anche in occasione di eventi così nefasti. Non è la presenza di gay, lesbiche e trans, assieme a tutte le altre categorie del popolo rainbow, a offendere la memoria dei morti e la paura di chi è rimasto. Pensare questo sarebbe atto omofobo, sic et simpliciter. Infatti, e lo ripeto, andrebbe annullato il corteo, ma non l’evento nella sua globalità. Ben vengano tutti gli appuntamenti collaterali, in cui si potrebbe anche organizzare una raccolta di fondi da destinare alla ricostruzione.

Sono più critico, invece, nel senso che non credo sia politicamente proficuo per le persone LGBT, imporsi una manifestazione “più sobria”, come sento dire da più voci, alcune autorevoli, dentro il movimento.

L’aspetto critico del pride – inteso come marcia rivendicativa – sta nel linguaggio adottato: carattere specifico della nostra manifestazione è l’esplosione della gioia, della libertà, dell’abbandono delle costrizioni. In base a queste caratteristiche, dentro il corteo è possibile ascoltare musica, ballare e vedere, tra i tanti e le tante, anche persone travestite in modo eccentrico.

La domanda è: si può utilizzare il linguaggio della gioia, specifico della nostra rivendicazione, in un momento e in un luogo che ospitano quel dramma?

Sento dire: ma allora perché non aboliamo tutte le manifestazioni anche per i morti nel mondo del lavoro, per le guerre, ecc? Semplicemente perché noi non dobbiamo scontare tutti i mali del mondo, ma dovremmo aver imparato l’opportunità della presenza e di un determinato linguaggio quando le condizioni esigono altro tipo di comportamento.

Stiamo andando a fare, in altre parole, una manifestazione che dovrebbe svolgersi col linguaggio della gioia laddove adesso, e per le prossime settimane, ci sarà tutta la problematicità del dolore, della ricostruzione, della gente che farà i conti con i problemi legati al dopo-terremoto. Macerie in primis.

L’alternativa proposta, cioè fare un corteo “serio” significa ammettere che fino a oggi gli altri cortei sono stati poco seri. È davvero così? “Snaturare” il pride dal suo linguaggio non è un atto che gioca a favore di chi bolla tutta la manifestazione come carnevalata?

In altre parole: si rischia, per dare legittimità al pride, durante tale tragedia, di impoverirlo della sua carica di critica sociale – espressa anche attraverso la gioia, la nudità, un certo anticonformismo – di per essere accettabile ai più. Con l’eventualità che quelle peculiarità saranno comunque presenti e verranno date in pasto ai giornali come mancanza di rispetto.

Con una duplice conseguenza: siccome ci sono i morti, dobbiamo comportarci da “froci” normali, per essere più accettabili – e così tradiamo lo spirito proprio del pride, per cui l’accettazione e il rispetto prescindono dall’aspetto fisico e dalla pretesa sociale di certo obbligatorio perbenismo – legittimando le critiche omofobe del passato.

E siccome c’è chi se ne fregherà, come sempre avviene, e anche in questo gay ed etero sono uguali, i media ci dipingeranno come discoterari ignudi e insensibili dei fatti in corso.

Per tali ragioni, io credo sia necessario annullare del tutto la manifestazione. E si badi: la mia non è un’invettiva, ma solo un consiglio, umile per altro. Poi, gli organizzatori decideranno autonomamente e faranno ciò che è giusto – bisogna anche ricordare che stanno loro, lì, sul territorio, a tastare il polso della situazione.

Poi, ognuno deciderà autonomamente se sarà opportuna la propria presenza, anche in relazione a come la vicenda si evolverà nei prossimi giorni.

La sensibilità dei cattolici

Mi sembra più che logico.

Morgan ha dichiarato, tanto per fare il poeta maledetto de noantri, che fuma cocaina. E lì tutti a scandalizzarsi – soprattutto dentro certe famiglie politiche – e a metterlo in croce al punto tale che lo hanno esiliato addirittura da Sanremo (a quanto pare gli effetti della droga non sempre sono del tutto nefasti) e fatto passare per Bruno Vespa (…come non detto: la droga fa veramente schifo) con tanto di predica dell’immancabile don Mazzi.

Poi apri il giornale e leggi che, per l’ennesima volta, nella scuola cattolica di turno i soliti preti hanno procurato «abusi sessuali sugli studenti, pressioni per sedute di masturbazione, stupri segreti nei sotterranei degli istituti». Questa volta in Germania. Dopo Stati Uniti, Irlanda e così di seguito. Nessuno scandalo all’interno delle famiglie politiche di cui evidentemente più preoccupate per i destini del presentatore di X-Factor che a svicolare la loro immagine di fedeli serve di un’organizzazione che ammette episodi siffatti.

Coerenza vuole dunque che, al pari di Morgan, una società attenta ai bisogni e alla salute dei nostri giovani, in qualsiasi paese del mondo, allontani dalle scuole pure i preti. No?