In direzione opposta

Io sono di quelli che leggono le poesie, nei bar del pomeriggio.
Io sono di quelli che si immedesimano nelle canzoni.
Oscillando tra rabbia e dolore. Senza mai passare dalla noia. E concedendo, raramente, il diritto di parola alla gioia.
Di quelli che piangono guardando i telefilm alla tv. Contravvenendo a tutte le leggi dell’ “essere uomini”.
Io sono di quelli che bruciano.
Io sono di quelli che baciano una volta soltanto. Ormai troppo spesso.
Di quelli che a volte non baciano nemmeno.
Di quelli che, però, guardano ancora i cartoni animati. Manga giapponesi, possibilmente.
Che ancora, a volte, e pur tuttavia, ci crede. E non sappiamo del tutto perché Pandora aprì il vaso di ogni male possibile, ma conosciamo l’ultimo che vi rimase.
Io sono di quelli che pecca di hybris. Per scontare la punizione degli dèi.
Io sono di quelli che non vedrai mai sul carro della vittoria. I trionfi assoluti richiedono luci nitide e anime intatte. È ogni piccola crepa, al contrario, uno scrigno d’ombra.
Sottolineo le righe dei libri che leggo. Nell’illusione di trattenerli meglio nel vaso rotto della memoria.
E sono di quelli che non riesce a perdere dieci chilogrammi ormai da due anni a questa parte.
E che non segue nessuno sport con la dovuta regolarità.

Io sono di quelli di cui nessuno si innamora. E quando questo è accaduto, gli eventi e i venti spiravano in direzione opposta.

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Apologia felina, II

Dedicato a lei che non c’è più, ma sempre lì, tra cuore e memoria:

Sonetto Felino (Minou)

Il corpo sottile e allungato
il sole benigno accarezza,
e all’improvviso una brezza
e il manto s’increspa arruffato.

Alzi il tuo fianco dal prato
leggera e senz’amarezza
e un volo di rondine spezza
il sonno residuo e non agitato.

Corri felice allora
ed è complice l’erba
di un sogno che non tieni a bada:

un volo felino, ancora
nel cielo altera e superba;
e invece guardi con occhi di giada.

Quindici autori

Da qualche giorno su Facebook gira una nota in cui taggare i propri amici su un elenco di scrittori che hanno avuto la funzione di segnare una svolta nella nostra vita. Il giochino è malefico e perverso, perché dovresti scrivere i primi quindici autori che ti vengono in mente ma molto spesso quelli che ti sovvengono non corrispondono a quelli che sono stati importanti, bensì riescono a farsi strada prima tra i ricordi rispetto ad altri comunque fondamentali.

Penso, tuttavia, che non è l’autore a esser stato imprescindibile, quanto la sua opera. Di un autore non arriviamo, infatti, a conoscere tutta la produzione, ma parte di essa. E, ne converrete, a volte solo una parte di ciò che ha scritto ci piace, prendendo le distanze dal resto.

Per questa ragione, ho deciso di pubblicare il mio elenco di scrittori fondamentali con alcune aggiunte sulle opere che me li hanno resi tali e su alcuni veloci perché.

1. Italo Calvino per Il barone rampante, che mi ha fatto sognare a occhi aperti e mi fa guardare con nostalgia e benevolenza agli alberi.
2. Chuck Palahniuk per Invisible monsters, che ha segnato per sempre la mia scrittura. E per Ninna nanna e Diary, che trovo deliziosamente pulp e, in fin dei conti, anche molto sentimentali, nonostante tutto.
3. Gabriel Garcia Marquez per Cent’anni di solitudine, che mi ha fatto innamorare di Ursula Iguaran e Pilar Ternera, che mi ha fatto sorridere per Fernanda del Carpio e per Remedios la bella, che mi ha fatto commuovere per Melquiades e per José Arcadio. E perché lo rileggerò, perdendomi per sempre per i vicoli e per le strade fangose di Macondo.
4. Michael Ende per Momo, che mi ha accompagnato in un momento buio della mia vita, in gioventù, così come Cassiopea ha accompagnato la protagonista del libro quando il tempo si è fermato.
5. Milan Kundera per La vita è altrove e L’insostenibile leggerezza dell’essere, che ho usato come medicine di carta contro il mio male di vivere.
6. Wisława Szymborska per le sue Poesie, in un’edizione a quattromilanovecento lire, e in particolare per Il gatto nell’appartamento vuoto e per Amore a prima vista.
7. David Leavitt per La lingua perduta delle gru, il mio primo romanzo a tematica gay, che mi ha fatto innamorare di una New York piovosa che non ho mai visto ma che sta da qualche parte dentro di me.
8. Pablo Neruda per i suoi Cento sonetti d’amore, soprattutto quando dice, della donna amate, che è figlia del mare e cugina dell’origano (o qualcosa del genere).
9. George Orwell per 1984 e per La fattoria degli animali, perché sono opere che dicono la verità di adesso, in modo crudele e assoluto.
10. Kostantinos Kavafis per le sue Poesie, eterne e sensuali, mediterranee e assolate. Greche.
11. Luis Sepulveda per Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, per Zorba, gatto grande e grosso, gatto nobile, gatto del porto.
12. Antonio Tabucchi per Sostiene Pereira e per alcune lettere di Si sta facendo sempre più tardi, il cui equilibrio, la cui tragedia, il cui sentimento purissimo mi hanno attraversato in modo imprescindibile.
13. Giovanni Verga per I Malavoglia, opera totale, isolana, che vive ancora adesso dentro il mio sangue, annientandomi.
14. Ian McInerney per Professione: modella, che a dispetto del titolo dice una grande verità sulla “nuova ontologia”.
15. Zoe Trope per Scusate se ho quindici anni, che mi ha spiegato e mi ha fatto capire che essere gay è un casino, perché la gente capisce cos’è un gay ma non capisce l’amore.

Rimangono fuori tanti altri autori che pure dovrebbero esserci, come il Dante del canto XV dell’Inferno, che mi ha commosso, o Ariosto, padre nobile di tutta la letteratura italiana, assieme a pochi altri. O Petronio, terribilmente moderno, o ancora Manzoni, i cui Promessi sposi ci hanno insegnato a odiare e che invece sono un romanzo divertente e attuale.

Ma come dice Mister Brother, le selezioni sono come le traduzioni: impossibili ma necessarie. E questo è quanto.