Plenilunio

luna

Scrivere di notte.
Per cercare le parole che ti somigliano di più.
Al suono di quella musica che tu solo sai.
Tu.
Solo.
Nell’anelito delle stelle boreali.
Nella promessa dell’aurora, sotto i cieli della fine del tutto.
Tenendo per mano il bambino alla porta.
Accarezzandone la rabbia.
Come Orfeo con Cerbero. E niente inferi. Solo il buio di questa parte del mondo.
Sotto il trionfo della luna guardinga.
Nel labirinto delle intenzioni.
Per rompere lo specchio con la sua immagine, che mai sarà tua.
Mai come te.

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Il gatto in un appartamento vuoto

Morire. questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti
strofinarsi contro i mobili?
Qui niente sembra cambiato
eppure tutto è mutato
niente sembra spostato
eppure tutto è fuori posto
la sera la lampada non è più accesa
si sentono passi sulle scale
ma non sono quelli
anche la mano
che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.
Qualcosa non comincia
alla sua solita ora
qualcosa non accade
come dovrebbe
qui c’era sempre qualcuno. Sempre.
e poi d’un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci
in ogni armadio si è guardato
si è cercato sulle mensole
e infilati sotto il tappeto
ma non ha portato a niente
si è persino infranto il divieto
di entrare nell’ufficio
e si sono sparse carte dappertutto.
Cos’altro si può fare
aspettare e dormire
che provi solo a tornare
che si faccia vedere se osa!
Deve imparare che
questo non si fa a un gatto.
Gli si andrà incontro
con aria distaccata
un po’ altezzosi
come se non lo si vedesse
camminando lentamente
sulle zampe molto offese
e soprattutto
non un salto nè un miagolio.
Almeno non subito.

Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia

(stasera mi manchi, piccola Maria, perché tu mi aspetti sempre: in tutti questi anni mi hai sempre aspettato e ogni volta vieni a sederti sulle mie gambe, per rassicurarmi che per te non cambia niente, anche se io a volte mi sento spaventosamente egoista e disperso nella mia vita assurda e senza direzione)

Neppure per errore

Sveglia alle sei, perché ho l’aereo alle otto del mattino. Esatto. L’aereo. Alle otto. A Pasquetta. E siccome noi siamo uomini che non dobbiamo chiedere mai, la sera prima ce ne siamo andati pure a ballare. Quindi sveglia alle sei, con due ore di sonno alle spalle.

In aeroporto lotto ferocemente col sonno, leggo il mio libro di poesie e all’improvviso arriva lui. Si, proprio lui. Quello con cui ero uscito qualche mese fa e che, manco a dirlo, prima ha fatto il simpatico e poi se l’è tirata a morte. E voi sapete cosa succede se non mi dai una buona ragione per tenere il tuo numero di telefono entro quarantotto ore da quando hai fatto qualcosa per cui è auspicabile applicare una damnatio memoriae

Memore della fanculizzazione senza se e senza ma, mi aggrappo al mio libro di poesie, e voi non potete sapere quanto è stato vicino al concetto di “coperta di Linus”.  E lui che mi ha guardato per tutto il tempo. Certo, col suo fare distratto. Come se nulla fosse. Perché prima ti comporti da divo di Hollywood, bello e irraggiungibile, e poi magari ti stupisci e ti chiedi perché fingo di non vederti…

Arriva il mio amico Mel, prendiamo posto in aereo, mi parla di una festa religiosa e c’è pure la “madonnologa”, accanto a noi, che lo contesta, perché no, non si è mai vista se non nel paesino che dice lei la Madonna che va in giro vestita di lutto e io vorrei dirle: guarda stronza che al paese di mio padre la fanno pure per cui non ti intromettere e torna a sentire canzoncine dimmerda nel tuo finto ipod. Sfigata!

Quindi atterriamo, il treno farà tardi e scende a Ostiense… io e Mel Plummer prendiamo un caffè, per ingannar l’attesa. E poi ci dirigiamo in treno. Parliamo di varie amenità, guardo il suo bagaglio, mi giro intorno, osservo con smarrimento ed è lì che scoppia la tragedia.
«La mia valigia!»
L’ho lasciata al bar…  scendo dal vagone, un po’ come nella scena finale di The bodyguard, solo che come colonna sonore, invece di Whitney Houston, nella mia testa andava Loredana Bertè in uno dei suoi momenti light.

Recupero per magia – ma sono un elfo no? – la valigia e riesco addirittura a prendere il treno. Mel Plummer mi prende in giro.
«Bastano un paio di baffi a farti girare la testa…»
No, a me i baffi manco mi piacciono. Se vogliamo dirla tutta…

E se vogliamo dirla tutta, è che mi sono stufato di gente che mi legge qui sul blog e pensa che io sia un figo da paura, quando invece sono solo una persona normale, e allora vogliono conoscermi, mi cercano su Facebook, mi chiedono l’amicizia, mi chiedono di uscire e io mi sforzo pure di essere simpatico e gentile, solo che loro si aspettavano una specie di scrittore di grido, tipo quelli che vedi in una puntata qualsiasi di Gossip Girl o di Sex and the city e ci restano male, perché magari sognano chissà chi e invece si trovano davanti uno che al massimo lo vedi a fare il cameo in una puntata di Un medico in famiglia e allora tu magari ci vuoi credere pure che la gente è poco superficiale e che esiste dell’altro oltre l’immagine della rappresentazione del sé, ma la verità è che in un mondo fatto di pixel tutto si sbriciola in coriandoli che non esistono e l’unica cosa che è vera – perché è vera – è che io quando dico certe cose le dico sul serio, se scrivo che mi piaci è perché ci credo, perché è così, e se ci resto male e poi non ti parlo nemmeno, per favore, credimi, perché è proprio così, per cui fammi un favore, dammi retta, fanculizzati due volte e non mi cercare. Neppure per errore.

Perché io esisto e se non sono quello che hai immaginato nei tuoi gloriosi pensieri è proprio là dentro che devi trovarlo, l’errore. Non in me.

Ecco, questo succede nelle mie sinapsi devastate da due ore di sonno e un incontro che manco volevo farlo. Per questo ho la testa per aria, altro che baffi. A me non fanno nessun effetto… ma vabbè, arrivati a questo punto non fa nessuna differenza.

Leggendo Wisława

In questi giorni leggo poesie. Di Wisława Szymborska, la mia poetessa preferita, morta da poco. Avevo sempre pensato di comprare qualcosa di suo. Un suo libro vero, per intenderci. L’ho sempre incontrata per caso, la sua poesia. In una raccolta dei Miti, ad esempio. O tra gli scritti di qualche amica. O sul web, per caso. Poi ho saputo della sua scomparsa e ho preso Vista con granello di sabbia. Un omaggio tardivo, tremendamente colpevole. Ma non retorico.

Adesso vado in giro, per la città, e a volte la gente mi guarda come se fossi uno studente fuori tempo, perché sottolineo singole parole, perché disegno schemi e relazioni, o perché di fronte a certe immagini, il rigo sul foglio fa seguito alla sottolineatura di una lacrima, fugace.

Tra le poesie che più mi piacciono ce n’è una che ha per tema la morte. Perché parla di vita. Per quanto destinati a divenir cenere e oblio, o per quanto destinati, in pochi, gli eletti e le elette, a sostare nel museo della memoria collettiva, la morte non può toglierci tutto quello che abbiamo vissuto. Se esiste un’immortalità, credo, sta nella coscienza, sin d’ora, di ciò che siamo. Questo non potrà mai cambiarlo nessuno. È una realtà che poiché è stata, sarà così per sempre.

Per questo abbiamo il dovere di vivere in modo più simile al concetto di felicità. Perché la realtà che disegniamo renda il nostro per sempre il più bello possibile.

Sulla morte, senza esagerare
Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

Il principe Davide (video e testo)

C’era una volta un re
che chiamò tutto il regno a sé
disse: «Ho perso la memoria,
darò venti rubini a chi la trova».
Per giorni, mesi ed anni
il popolo cercò
con lacrime ed affanni,
nessuno la trovò.
Al vecchio regnante
sul letto di morte
un bambino si presentò
e mentre questi spirava
al suo orecchio un segreto confidò…
Il bimbo fu premiato
il regno conquistò.
Accolto il nuovo nato
la corte festeggiò.
«Ciò che entra in testa
per sempre resterà»
sia questa la tua festa
nel tempo che verrà.

Marco Guazzone & Stag

…il testo è struggente.
Per quanto riguarda me, per un po’ di tempo potrete trovarmi nel suono di quella fisarmonica.

Apologia felina, 3

questa è la mia Maria…  (quanto mi manca il suo musetto gentile)

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;
trattieni gli artigli nella zampa
e lasciami sprofondare nei tuoi begli occhi,
mescolati di agata e di metallo.

Quando le mie dita carezzano a piacere
la tua testa e il tuo dorso elastico
e la mia mano s’inebria della gioia
di palpare il tuo corpo elettrico,

mi torna in mente la mia donna. Il suo sguardo
come il tuo, amabile bestiola,
profondo e freddo, taglia e fende come un dardo,

e, dai piedi alla testa,
un’atmosfera sottile, un temibile profumo,
nuotano intorno al suo corpo bruno.

Charles Baudelaire, Il gatto

Sanguineti su ideologia, poesia e bellezza.

In cinquant’anni molte cose sono profondamente cambiate, la poesia è cambiata, ma non è cambiato il compito dei poeti, quello di disegnare il profilo ideologico di un’epoca. L’ideologia non è una professione di fede, è una visione del mondo che, con il mondo, quindi cambia. Prendiamo ad esempio il concetto di bello: il suo valore è tra i più instabili della storia dell’umanità.
Edoardo Sanguineti
Mi limito a dire, e mi scuso se sembrarò retorico, che quest’uomo poteva ancora insegnarci tante cose.

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Constantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie (a cura di Margherita Dalmàti e Nelo Risi), Einaudi, Torino, 1968, pp. 62-65