Renzismo, cittadinanza e plebe omosessuale

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gay renziani o adeguati al potere?

Ogni tanto mi arrabbio. Soprattutto con quei gay e con quelle lesbiche (di più i maschi, tuttavia) che ti fanno discorsi del tipo:

“Non puoi pretendere diritti in un momento di crisi come questo.”

“L’alleanza con Berlusconi è necessaria, solo così si può cambiare.”

“La legge di Scalfarotto, ok apre all’omofobia, ma cosa puoi pretendere di più dalla situazione attuale?”

E amenità similari.

Mi spaventa per altro il grado di accondiscendenza verso progetti politici che stravolgono l’equilibrio dei poteri, aprendo a derive autoritarie. Pare che il desiderio di una maggiore tranquillità sociale (ammesso e non concesso che certe riforme la garantiscano) sia più forte di quello della dignità.

La storia ci insegna che i processi di democrazia finiscono ogni qual volta si perde la cognizione, sicuramente più complessa, di essere cittadinanza per assumere il ruolo di popolo (e conseguentemente di plebe). Da questo si comprende il successo del renzismo.

Che questo sia patrimonio mentale collettivo è grave. Il popolo si sta adagiando a un processo che lo renderà servo, il dato storico appare evidente. Che lo facciano anche appartenenti alla comunità LGBT è semplicemente vergognoso: noi avremmo dovuto imparare sulla nostra pelle il prezzo della libertà. Che vale più di ottanta euro in busta paga, i della promessa che avrai non tanto più lavoro quanto la possibilità di essere licenziato per sempre. Per dire.

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