Ogni tanto…

…ci si prende una pausa. Perché gli anni passano e si fanno i bilanci. Perché il panorama al di fuori dalla finestra non è quello che avevi pensato, tempo addietro. Perché la pioggia è pesante, a volte.

E allora ci si rannicchia, ginocchia al petto, si rimane nella penombra di se stessi e si ascolta ogni cosa, attorno. E dentro.

Ma che sapore ha…

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I pensieri si assomigliano.
L’odore del pranzo, dalle case socchiuse.
Le sue offerte di passione, dentro il muro delle apparenze.
Un uomo che va sempre via.
Le parole delle canzoni. Quelle interiori.
Il ruggito dei tuoni. Come il canto di un drago.
Il bicchiere di troppo.
Il silenzio, ogni tanto.
E poi la pioggia, viva più della disperazione.

«…ti ho ritrovato tra i miei libri, in una pagina bianca di emozioni sbiadite, e non è colpa mia se non so dire “ti amo”, ma del coraggio distratto che se ne è andato lontano.»

Dottore che sintomi ha la felicità?

A volte il calore delle coperte è insufficiente. Per quanto morbido esso possa essere.
Forse la mia scrittura non graffia e a volte mi chiedo che senso abbia.
Tutto questo, intendo.
A volte vorrei lasciare tutto e andarmene altrove. Solo che non puoi scappare in eterno dal lato oscuro di te.
La città, là fuori, è insolitamente fredda e questo può ferire. Come la pioggia sottile e insulta.
Qualcuno ha scritto che nessuno si salva da solo. E invece io credo l’esatto contrario.
Puoi. Salvarti. Solo. Da solo.

Perché solo tu conosci l’unisono fatto di sangue che scorre, dei respiri arrabbiati, del battito ribelle e prigioniero, della parola sempre sfuggente quando magari trovi le sillabe. Come quando ricostruisci il puzzle delle tue emozioni.

Intanto domani è un altro giorno e il sole provvederà a diradare le ombre dell’ora. Di adesso.

«Rabbia stupore la parte l’attore
dottore che sintomi ha la felicità?
Evoluzione il cielo in prigione
questa non è un’esercitazione
forza e coraggio
la sete il miraggio
la luna nell’altra metà
lupi in agguato il peggio è passato
forse fa male eppure mi va…»

Jovanotti, Mi fido di te

Quell’unico punto

Le fusa del gatto.
Quello che resta della pioggia, in strada. E alle macchine il privilegio di trasformarlo in suono.
La confusione, qui in camera da letto. Fuori e dentro.
Quel desiderio.
E il caos dei pacchi da incartare, per andare altrove. Un’altra volta.
I consigli degli amici. I sì, i no, i “non devi”.
Tracy Chapman. E una canzone di Luca Carboni, come quando avevo diciott’anni.
Tutte le parole che stanno qui dentro. Proprio tutte. E tutte in quell’unico punto.
Il vuoto ha lo stesso rumore del silenzio.

Potrei anche dirti di venire a riempirlo. Perché vedi, io sarei anche disposto ad accoglierti.
E. Tu. Tuttavia.

Il suono del tempo che

Il tempo che verrà avrà il suono di queste strade bagnate. Un suono di tetti, da poter gestire senza troppe aspettative. E avrà il un cielo di latte oscuro, a metà strada tra il rosso e le tenebre, sebbene incapace di spaventare davvero, perché quando nel buio ci vivi, alla fine, anche le ombre hanno contorni familiari e ogni cosa ha un suo volto.

Sarà rassicurante come il sonno che ti abbraccia la sera, nella parte sinistra del tuo letto.

Si ripeterà, sempre uguale, nella risacca marina dei giorni. Nel sapore delle tazze bianche e del caffè del risveglio. Nell’attesa del treno, nell’orizzonte scrutato, sgombro di nubi, ma pronte a invaderci come pennacchi di cavalieri celesti. Nelle telefonate dense di amore, di quello che, tuttavia, non infliggi agli alberi dentro cardioidi intagliati con un coltello o come quando, da bambini, usavamo le chiavi di casa. Nell’attesa di una pioggia come questa. Verticale. Come il suono di un’arpa con una corda sola.

Sarà una comoda, rassicurante quotidianità. Scevra delle vesti dei fantasmi impigliate nei rami morti, anch’essi. Sarà un tempo indenne ai loro richiami, ai loro pentimenti tardivi. Avrò il profumo delle mandorle, il suono di una musica ascoltata altre volte, la voce di una telefonata che arriva sempre.

Sarà uno spazio interiore dove trovar rifugio per quella profonda inquietudine che ti tormenta per ricordarti che sei vivo. Quell’insieme di domande che non ti aiutano a mettere radici. Quel rimbombo eterno, che va oltre la sicurezza degli oggetti, alla certezza delle immagini mentali. Che ti fa sentire disperatamente solo, di fronte al baratro. Ma che, subito dopo, ti fa aprire le ali per trasformarlo in orizzonte.

Quel 19 settembre

Non era un giorno di pioggia come questo, il 19 settembre di tre anni fa.
Non sapevo, quel giorno in cui ero tornato a prenderti, che te ne saresti andato di nuovo e, stavolta, per sempre. Così come ignoravo che, a distanza e a dispetto di tutto il tempo trascorso, alla fine non avresti fatto più male di qualsiasi altra scheggia d’oblio.
Non avrei mai potuto immaginare che mi sarei innamorato di nuovo e che avrei torturato Barbara per le follie mie e degli altri.
Una cosa la intuivo, e cioè che gli amici di sempre, anche se lontani, sarebbero comunque rimasti. Così come conoscevo già il piacere delle foglie calpestate sotto i miei piedi, per i viali alberati di Trastevere.
Non sapevo che avrei dovuto fare i conti con i miei sogni, in una lotta serrata tra desiderio e realtà.
E non sapevo neppure dell’abbraccio con il buio, ancora, nonostante gli angeli del passato (ma stiamo lavorando anche per questo).
Non avrei mai creduto che avrei pubblicato un libro e che, in un modo o nell’altro, avrei trovato la mia dimensione – per carità, sempre imperfetta… eppure stiamo parlando di qualcosa che, bene o male, ha il mio volto.
Non potevo conoscere, invece, il volto delle persone che avrei incontrato, dei pini solitari, delle case in cui ho abitato, delle strade percorse quotidianamente, sotto gli alberi sempre più spogli, sotto i colpi dell’autunno.

Tutto questo è successo, in questi ultimi tre anni, da quel 19 settembre in cui mi sono trasferito qui a Roma. Un po’ per caso, un po’ per follia, sicuramente per amore… le tre cose che ho deciso di non perdere mai, proprio in questo anniversario un po’ strano, dal sapore di pioggia e dello stesso colore di un cielo come piace a me.

Oggi è così

Fuori dalla mia finestra l’odore della pioggia.
E dentro la cucina, il profumo di caffè.
L’andirivieni bagnato delle macchine, sull’asfalto mai così opportuno.
Un’aria vagamente londinese e il sole irriverente.
Il ricordo dei girasoli offesi dal cielo e dei papaveri discreti. E delle scaglie di mare, sotto una luce irreale e al cospetto del castello delle fiabe.

Oggi è così.

Tra le costanti della vita e le incertezze interiori. Ma senza più paura.
Sarebbe bello se là fuori fosse sempre il momento della fine della tempesta.

Vernice

Se questa pioggia potesse servire a sciogliere i demoni di vernice vischiosa. Della vernice che è parte di.

Te.

Perché per quanto ci ostiniamo ad apparire forti e indifferenti, c’è sempre una parte di qualcuno che a un certo punto decide di andar via. E strappa la tela, incurante di tutta la tempera usata per renderla più bella. Fuoriesce. Esce fuori.

Lascia la lacerazione del vuoto.
La tirannide dell’evidenza.
I toni e gli sfumati del non colore.
Il varco tra ciò che doveva essere. E ciò che è. Il terrore che tutto il futuro c’è già stato.
Perché non esiste il tempo dentro un dipinto interrotto da chi ne dava un senso.

E tu, per sopravvivere, reciti la parte di chi oltrepassa i brandelli, oltre la cornice, e non si volta mai indietro.

Somebody that I used to know

 

A volte.

L’estate si trasforma nello spazio vuoto, dove gli altri si spartiscono ogni altrove.
Le scelte, invece, nel tempo dell’esilio. Nella periferia delle cose.

E da un po’ di tempo a questa parte ritorna la stessa pioggia che cade sempre nello stesso punto.

L’apostrofo

Mi piace la pioggia di primavera. Esattamente come i temporali ad agosto. Perché il grigiore del cielo non sa di sonno. Non sa dell’esilio di Persefone. È il colore di una pausa. È un apostrofo tra il cielo e il pomeriggio allungato, tra gli alberi in fiore sulla via e le madri con le carrozzine, a coppie, a parlare di cose invisibili.

Non è come la sinfonia del silenzio bianco, nei mesi cupi di città, sotto la burrasca sul cemento o la neve indiscreta sulle rovine agitate.

Ieri ho raccontato di te. Di quando ho cucinato per te. Di quando quello che è stato amore, e che in un certo qual modo lo è ancora, a distanza e senza nessun rancore, era disposto su una teglia da forno, come un mosaico di cose a venire. E poi, ho rivelato, il futuro ha sparigliato le tessere.

Ho raccontato di te e di tutto questo. E chi mi ascoltava ha assaporato la stessa commozione, lo stesso impeto di un tempo, che prima produceva programmi, abbracci incrociati e nomignoli inventati, mentre oggi è come la pioggia al di là di tutte le finestre di adesso. Cade, e accade. Inaspettata.

E poi un tuono, là fuori. E di nuovo tu.

Perché i ricordi sono come i tuoni e le piogge di primavera. Un apostrofo tra i pomeriggi celesti e il “per sempre” pronto a fuggire e che credevamo di avere in tasca, a portata di mano. Per sempre.