Il rovescio della medaglia

Facciamo l’errore di pensare che le persone ci saranno per sempre. E non per hybris, sappiamo di non essere immortali. Ci aspetta, a turno, o la solitudine o il silenzio, ne siamo coscienti. Quel posto a tavola che fino a qualche giorno prima era riempito e adesso non più. E poi un altro e un altro ancora. Fino a quando conti i tuoi anni non solo sui giorni che passano, ma anche in base ai processi di sottrazione. Al vuoto che diventa sempre un po’ più grande. All’inevitabile smarrimento. E sai che non può essere altrimenti, è una legge alla quale chiunque deve obbedire. Sebbene questo la rende solo più ingiusta, non certo più accettabile.

E poi c’è il rovescio della medaglia. Sai già che ci saranno cose nuove, città mai viste prima. Una ricetta che non hai mai provato, il cuore che batte ancora, forse per uno sconosciuto. Ci saranno le cose abituali, il Natale come tutti gli anni e i regali da scartare. Le attenzioni dei tuoi familiari. Ci saranno momenti di gioia, di luce incontenibile. Le carezze alle gatte. Il profumo della pioggia. La poesia della strada che percorri quando vai nel tuo mare d’inverno. Quella strada in cui anche il grigio della tempesta esplode come un colore. Sai già che ci saranno ancora pugni battuti sul tavolo, le vene che pompano sangue alle tempie. L’abbraccio di un’allieva che non trova altro modo per farti capire che ti vuol bene. Gli amici e le amiche di sempre. Le abitudini di casa. Le persone nuove, quelle che ancora non conosci, ma che il destino ha già prescelto come tue alleate.

Tutto questo è lì, in un miscuglio di presente e futuro. E come ogni luce, dietro ad essa e alle cose che illumina, deve esserci l’ombra. Anche questo sai. Ti fa amare la vita, questa certezza. Ma non ti fa smettere certo di essere arrabbiato con lei. Perché è così che è. Perché non c’è alternativa.

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AIDS: combattere il virus, non le persone

Oggi lo ricordiamo perché è l’uno dicembre, ma l’HIV si combatte tutto l’anno. E se volete sapere come, un valido aiuto può arrivare da Plus Onlus, un’associazione di persone LGBT sieropositive.

Grazie agli amici di Plus, che conosco da qualche anno ormai, ho imparato molte cose.

Innanzi tutto, va chiarito una volta per tutte che il nemico non è la persona sieropositiva. Il nemico è il virus. Ed è lì che bisogna concentrare le nostre risorse, le energie, la ricerca. Per anni ci siamo concentrati sull’alone viola, lo stigma che la società ha cucito addosso a chi ha contratto l’HIV. E questo lo ha reso più potente.

Da una parte perché le persone, per paura di scoprirsi sieropositive, non solo continuano nei comportamenti a rischio, facendo finta di nulla, ma evitano i controlli sanitari. Cuor che non vede… ma far finta di nulla non annienta il pericolo. Lo rende solo invisibile.

In secondo luogo perché la società bacchettona ha raccontato l’AIDS per molti anni come un male tipico della comunità gay. Questo porta moltissimi eterosessuali – a cominciare dalla quasi totalità di quelli che conosco io – a non usare il preservativo. E se lasci le porte spalancate, l’infezione può viaggiare indisturbata.

Ancora: non può e non deve esistere solo un approccio medicale alla questione. Perché è vero che le infezioni si combattono con i farmaci, ma i comportamenti sociali non li cambi a suon di pasticche. Ed è lì che bisogna intervenire, con una politica sanitaria nuova e inedita che in Italia – complice la matrice cattolica di una cultura che salva le apparenze ma uccide le persone – questa svolta non si è mai neppure tentata.

Plus invece ci prova. E i risultati non tardano ad arrivare. «Al congresso Simit di Milano è stato varato il nuovo “registro” interattivo messo a punto da tutte le persone coinvolte, a vario titolo, nella gestione dell’Hiv», si legge sul Corriere della Sera, un importante progetto nazionale sull’ottimizzazione della cura nel paziente hiv in cui l’associazione è stata coinvolta.

Per cui, da oggi:

• se non lo avete mai fatto, cominciate a comportarvi in modo intelligente
• fate il test, aiuterà a proteggere voi e chi vi sta accanto
• usate il preservativo, sempre e comunque, quando non si è sicuri della persona con cui si sta a letto
• se scoprite di essere sieropositivi, cominciate a capire che non è una colpa
• se scoprite di essere sieropositivi, sappiate che c’è chi può aiutarvi a vivere bene.

Se invece avete sempre fatto o pensato queste cose, vuol dire che siete persone in gamba. Se  siete arrivati tardi, non preoccupatevi: è sempre tempo per cominciare ad esserlo. Plus può dare a tutti e a tutte una mano in tal senso.

Sull’inutile e dannosa guerra tra froci

In merito al post che ho scritto sull’articolo che mi ritrae in tenuta nazista, lasciando intendere mie presunte conversioni all’estrema destra dopo un passato da lanciatore di molotov – operazione che mi ha fatto tanto ridere, in verità – mi ha colpito un commento che riporto qui di seguito:

«Mi aspettavo piú stile nella concorrenza dell’esprimere la propia Opinione e non farla diventare una guerra da vicini insopportabili! Che tristezza usufruire di armi verbali ma attaccarsi in modo primitivo! Cordiali saluti!».

Al mio commentatore, che si firma col nome di Franco Scavazza, ho risposto che è proprio questo concetto di concorrenza che non riconosco. Io e gli amici di Gaiaspia saremmo concorrenti rispetto a cosa? Siamo tutti figli, ahimè, della stessa discriminazione. Dovremmo combatterla insieme, invece di perder tempo a dividerci tra chi opera nelle associazioni e chi si nasconde dietro a un monitor a fare dossieraggio.

O forse perché riconducibili a due presunte anime, contrapposte dentro Arcigay? Premetto che sono dentro quest’associazione, che in passato ho criticato anche aspramente e che tutt’ora mi dà non poche perplessità, da pochi mesi sia perché con Catania abbiamo tentato un lavoro di aggregazione di diverse sigle – tutte confluite nello stesso direttivo – sia perché mi è sembrato intellettualmente onesto ufficializzare un lavoro cominciato dentro Open Mind, dove militavo, e proseguito negli anni.

Non ho ambizioni politiche dentro Arcigay. Se le avessi avute non sarebbe stato un problema, per me,  tentare di scalarne i vertici. Semplicemente, non mi interessa. Io lavoro – e ci tengo a sottolinearlo, da militante semplice – a stretto contatto con le gente, quella in carne e ossa. Se le persone di cui mi fido e con cui collaboro dovessero lasciare, andrei via con loro. Non è la sigla che garantisce la bontà del progetto. Ma chi ne fa parte. La sigla è solo uno strumento. Se usato bene può dare buoni risultati. Altrimenti…

Per me i ragazzi di Gaiaspia, dai nomi non verificabili e dai volti presi in prestito dal mondo della moda d’oltre oceano, nei loro profili Facebook, non sono concorrenti. Il mio fine è quello di arrivare a una società più giusta. Il loro fine qual è? Siamo avversari di fronte quest’obiettivo?

Per me, tutt’al più, sono solo compagni che hanno invertito le priorità: dal bene comune all’interesse privato, finalizzato non si è ancora capito bene a cosa. In questo non c’è e non può esserci concorrenza. C’è solo la stupidità di una guerra tra froci che fa solo il gioco dei nostri avversari, quelli veri.

A tutto questo ho già detto no grazie, dalla fine del 2006. Il resto è storia. Quella accaduta, rintracciabile nelle cronache dei giornali. Non l’allusione fatta con fotomontaggi che, ripeto, dimostrano la stupidità di una parte e una parte soltanto.

Puzzle

È da un po’ che mi succede.

Andare in posti che conosco già.
Visitarne altri mai visti prima.
Vivere esperienze. Assaporare persone, le loro vite, il loro stesso dolore.

E in tutto questo, non sentirsi pienamente parte di qualcosa. Come se fossi il pezzo sbagliato del puzzle.

Vivere a metà. Non riconoscere più cose e luoghi che fino a poco tempo prima pensavi di possedere, per poi renderti conto, magari, che non ti sono mai appartenuti davvero.