Sera d’estate (e considerazioni sulla felicità)

Una sera d'estateMettiamola così: le lenzuola sono morbide e mi fanno pensare a chi, un questo mese di nomadismo, mi ospita (e mi ha ospitato) facendomi sentire a casa. E questo è un dono.
Fuori le cicale cantano, è una sera d’estate calda, placida, e c’è un silenzio tutto sommato benevolo. Tornando a casa, dal mare al tramonto, ho pure visto una fenice tra le nuvole e questo, invece, è di buon auspicio.
Ho sentito la mia famiglia, stanno bene, mi fanno sempre percepire la loro vicinanza e credo sia un altro dono da non sottovalutare.
Ho passato un weekend in compagnia delle mie amicizie più care e anche quelle più recenti, che mi hanno supportato nei miei momenti più “pubblici” e mi hanno “sopportato” nella mia biondaggine di sempre. A tutti/e loro: grazie!
Adesso sono a letto, la mia pelle è pure morbida, calda, e profuma di crema per il corpo. Non so se uscirò o starò ad ascoltare i miei pensieri, ma in momenti come questo mi affiora l’idea di avere davvero tutto ciò che mi serve per essere felice (ma non diciamolo troppo ad alta voce, che la sfiga è invidiosa).

P.S.: sì, lo so, manca l’uomo. Ma non è colpa mia se là fuori è popolato da stolti e qua dentro c’è un casino che levati.

La nostalgia di una vita che non c’è

la-malinconia-a23070048È un po’ questa la mia vita.

Il rumore della pioggia, là fuori.
Il fumo della tisana, sul comodino.
Le risate degli altri, che non mi appartengono mai del tutto.
Questo chiudere i pugni. Tremando, a volte.
Il suono della pioggia, là fuori.
La lealtà di Brainie, che adesso dorme nel mio letto.
La voglia di innamorarsi. E sapere di non riuscirci, perché troppo grandi sono i demoni che ti popolano da dentro.
Mangiare troppo, per riempire il vuoto (sempre dentro).
La rabbia del cielo, che tu solo sai quanto ti somiglia.
E le parole, come tuoni.
Il ricordo e il sapore della sottrazione.
(Sempre aspro).
I pensieri, come ombre nella notte.
Le mie tazze bellissime.
Non sapere che ne sarà di me.
Tutte le paure.
La nostalgia di una vita che non c’è.
Tutte le cose che potrei ancora scrivere e invece…
Aspettare che ci sia di nuovo il sole e dissipare i fantasmi.

Come fa Mercurio contro le nuvole, col caduceo, nella Primavera di Botticelli: con la stessa leggerezza, ma più per istinto.

Lezione

Sentirsi dire: «Dovresti entrare nella vita delle persone in punta di piedi», perché dire subito chi sei può essere destabilizzante. Come se non avessi vissuto fin troppo senza far rumore. E voler rispondere: «Il mio dolore è uguale al tuo, tranquillo, non voglio invadere il tuo spazio, anche se siamo costretti e condividere questo che il caso ci ha assegnato. A entrambi».

Lo so, ti dà fastidio che non ho paura ad essere ciò che sono. Penso a quella frase, di quel film “Per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno”. Non ti imporrò i miei desideri, la mia identità. Nemmeno le cose in cui credo ti porterò in dono, se non le vuoi. Meno che mai. Ma sono ciò che sono, non mi sforzo più di tanto, non dopo la fatica che ho fatto per stabilire i miei confini, per quanto mobili. E non chiederò mai scusa per questo.

Sentire tutta l’energia di cui si è capaci, del corpo che vibra, il tremare delle braccia, le mani attorcigliano il braccialetto di caucciù, i miei piedi disegnano cuori (come sempre quando muovo i piedi e nessuno se ne accorge). Sapere che è lo stesso agitarsi delle onde e del vento sul mare, quella cosa che mi suggerisce che il pianeta che sono è vivo.

Capire che il mondo ha le dimensioni del recinto che altri hanno costruito per me e che non crederci è il primo atto di ogni liberazione.

Oggi la vita mi ha insegnato tutto questo.

Sigla d’apertura

Se la mia vita fosse una fiction questa sarebbe la sigla di apertura.

E poi vabbè, ci sarebbe quella voglia di nord Europa che ogni tanto ti prende, per dare un colore giusto al tuo spleen, per la poesia di della pioggia che scivola sulle finestre grandi e bianche e per il cielo vichingo.
Per il sapore della colazione del mattino che ha quell’altrove.
Per fuggire, occasionalmente, all’irriverenza del sole di qua, anche se ne sei perdutamente innamorato. E quando ami un po’ è così: sai che non te ne andrai mai, anche se una parte di te vuole scappare, per non perdersi per sempre.

Eh sì, vi dedico questa canzone oggi, mentre cercherò di rimettere insieme i pezzi della mia mente, della mia vita e del suo significato in una domenica un po’ volgare, a causa del caldo e per del sapore residuo della notte, che ancora si impasta con la lingua e i pensieri.

Lo spazio che resta

E lui è di fronte a me, dall’altra parte della stanza. Il mio angelo ritrovato. Come in passato, in mezzo ai libri di Jung e Kierkegaard. Tra i suoi dipinti di fenici binarie, lo stesso sguardo di ghiaccio e di fuoco. Qualche anno prima era venuto a me con fattezze di donna. Le stesse costanti: i ricci, gli occhi rubati all’oceano, le parole che curano…
«Comincia.» Mi distoglie dai miei pensieri, come sempre quando mi legge dentro.
«Lui non mi ama.»
E allora lui fa un passo avanti.
«È troppo per me.»
E un altro passo.
«Non merito il suo amore.»
Ancora uno.
«Ma quella sera, mentre pensavo a tutto questo, mi sono detto basta!, non ha senso. Fanculo se è così. Ho me stesso.»
E si ferma. A metà della stanza, mentre una nuvola copre il sole, là fuori, per un momento.
«Ecco.» Dice lui, immobile, a metà strada tra la parete della libreria e tutto il mio dolore.

E poi altrove.
Barbara, che mi ha accolto. E mi cerca sempre.
Ale, di cui non ho vergogna del mio sentirmi a metà. Ale che si fida di me al punto da lasciarmi in custodia le sue paure. E non sa quanto io gliene sia grato. Non ancora.
Mac che fa il gatto, si struscia, mi bacia, mi sussurra che mi vuol bene.
Le parole gentili di uno sconosciuto.
E Andrea mi abbraccia, “voglio venire al mare con te”, “mi piace quello che pensi, perché sei libero.”
La gente tutto intorno. Sentirsi un po’ fuori posto. Eppure essere al centro di qualcosa. Anche se non ti appartiene del tutto. E forse è anche giusto così.

Poi tutto è più veloce. L’ultima sigaretta, un sorso al bicchiere, gli ultimi baci, guardarli tutti con gli occhi colmi di stupore. Desiderare, dal profondo, che tutto questo ci sia ancora. E ancora. E poi in macchina, accendo la radio, una canzone mandata dal cosmo, “You´re not alone I´ll wait till the end of time”. E qualcosa cambia. In quel momento. Proprio sull’angolo delle labbra.

Ritorno al presente. Succede sempre, quando parlo con il mio angelo. Il futuro diventa liquido, si mescola al qui ed ora.
«È questo lo spazio che ti rimane» mi rivela, aprendo le braccia «quello che c’è dietro di me è lo spazio che concedi ai pensieri cattivi.»
L’osservo in diagonale. Ho lo stesso sorriso che avrò tra qualche giorno, in quella notte in cui mi sentirò fuori posto e accolto, tutto insieme.
«La prossima volta fermati prima. Lasciati più spazio.»
I miei occhi si fanno liquidi e caldi, un po’ trattengo il respiro.
«La prossima volta» mi dice il mio angelo di fuoco e di ghiaccio «lasciali all’angolo, i tuoi demoni.»

E quindi di nuovo nel futuro, mentre ogni cosa è silenzio in questa notte che sa d’estate. Mentre penso a cosa succederà domani, a chi rivedrò dopo il lavoro, lasciandomi il tramonto alle spalle. Con lo stesso sorriso sulle labbra. E le stesse parole di quella promessa regalata dal cosmo.

Un posto dove i cuccioli non vengono abbandonati

La verità è che sarebbe bello vivere in un mondo dove non ci si fa del male gratuitamente, perché un tempo lo hanno fatto a noi.
Dove è facile rimescolare le carte e ricominciare da capo.
Dove non esiste la paura di perdere tutto quello che hai, anche se quello che hai non è poi tantissimo.
Sarebbe bello vivere in un posto dove i cuccioli non vengono mai abbandonati agli angoli delle strade.
In cui c’è sempre tempo per passeggiare in riva al mare.
E dove le periferie sono solo posti belli uguali, solo un po’ più lontani dal centro.
Un posto dove invecchiare e morire siano solo i passi di una dolce malinconia e di una inevitabile rassegnazione.

La verità è che voglio una vita più vera e un mondo migliore. Con tutta la libertà che serve per essere davvero ciò che si sente. Ciò che si è.

Il giro di boa

La bellezza del tramonto in estate, qui sempre dietro gli Iblei.
E la bellezza del tramonto dell’estate.
Gli ultimi scampoli.
I messaggi degli amici e delle amiche, sparpagliati qua e là.
Il viola della sera.
La pigrizia delle cicale. Come se la pigrizia, poi, fosse un disvalore.
Il sonno dei gatti.
La propria indolenza, nell’incertezza tipica di ogni crepuscolo interiore.
Che poi sto solo cercando di dire che non so se andare a mare o se poltrire il resto del giorno nella mia stanza.
I profumi della cucina di casa.
Le voci, di là. E quelle interiori.
Il venticello, gentile e dispettoso.
Tutti i pensieri. Tutti.
L’attesa dei temporali estivi. E l’auspicio dell’arcobaleno.
Il bacio che non c’è.
I buoni propositi, che per stavolta non scriverò, perché poi vanno via come sabbia tra le mani.

E il giro di boa, che sempre accade in momenti come questo, a metà agosto, in quella vibrazione tra ciò che è, ciò che sta finendo e quello che accadrà, come sempre.

Ma che sapore ha…

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I pensieri si assomigliano.
L’odore del pranzo, dalle case socchiuse.
Le sue offerte di passione, dentro il muro delle apparenze.
Un uomo che va sempre via.
Le parole delle canzoni. Quelle interiori.
Il ruggito dei tuoni. Come il canto di un drago.
Il bicchiere di troppo.
Il silenzio, ogni tanto.
E poi la pioggia, viva più della disperazione.

«…ti ho ritrovato tra i miei libri, in una pagina bianca di emozioni sbiadite, e non è colpa mia se non so dire “ti amo”, ma del coraggio distratto che se ne è andato lontano.»

Volersi bene

Oggi dirò alle persone che mi piacciono quello che penso di loro. Perché in un mondo fatto di cocci di vetro, è importante trovare un’oasi.
Oggi ho mangiato cioccolata e tiramisù, e pazienza se il rotolino di troppo, l’ultimo rimasto, starà ancora lì. In verità mi ci sto affezionando, perché è una delle poche parti di me che mi ricorda l’archeologia di tutto il dolore e della forza per superarlo.
Oggi mi accarezzo coi pensieri e ci metto dentro gioia, eros e speranza. Tutto insieme o uno alla volta.
Ascolterò le canzoni che mi piacciono e farò pace con questo cielo grigiastro e coi pollini che lo abitano.
Forse scriverò. E studierò, perché mi tocca e perché i sogni vanno trattati con cura.

Oggi mi guardo in faccia e sorriderò alla mia barba incolta, a quel fare un po’ sfatto dello sguardo che non ha mai perso i suoi connotati da bambino. Così, solo perché ne ho voglia.