Unioni civili: quanto si può ancora trattare perché sia “meglio di niente”?

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foto dal sito di Gay.it

La retorica utilizzata nel dibattito sulle unioni civili, che a partire dalla riapertura delle camere si promette rovente, è indicativa del clima culturale che si respira nel paese, rispetto alla vicenda in corso. L’anatema di Bagnasco, il silenzio di Renzi al meeting di CL, il famigerato articolo su Avvenire, il balletto delle smentite, le dichiarazioni di Cirinnà sull’eliminare i riferimenti al matrimonio e l’intervista di ieri del premier al Corriere forniscono un quadro indicativo, che non rende onore alle buone intenzioni da cui si era partiti. Dichiara la relatrice della legge: «tutti sanno che questo istituto giuridico non è il matrimonio». Una questione di forma, «la sostanza non cambia». Ma ne siamo così sicuri?

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Meno cinquantatré per i gay renziani

Il Corriere della Sera si è svegliato e concede spazio alle affermazioni omofobiche di Bagnasco il quale dice che è scorretto applicare «gli stessi diritti della famiglia ad altri tipi di relazione». Non so cosa sia immensamente più triste in tutta questa vicenda. Se le parole del quotidiano quali “governo diviso” sulle unioni civili, come se prima invece fosse compatto. Se le solite ingerenze di un’organizzazione che sa dire di no solo ai diritti delle persone LGBT e poi chiude gli occhi su pedofilia al suo interno, mafia ai suoi funerali e altre amenità similari. Se l’ira di Scalfarotto. O del ruggito dell’afide. Perché il sottosegretario si è arrabbiato, a quanto pare. Ma dubito che il Vaticano sia stato percorso da un fremito di terrore.

Al di là di quelle che sembrano questioni di gossip di palazzo – dov’è la notizia su Bagnasco contrario, col plauso di Lega e Ncd? – andiamo alle questioni sostanziali.

La legge sulle unioni civili è stata utilizzata come cavallo di battaglia nella retorica del premier prima per vincere le primarie, poi per arrivare a palazzo Chigi. Da quando è su quella poltrona, Renzi è riuscito a portare avanti riforme impopolari – jobs act e “buona” scuola, per fare due soli esempi – infischiandosene del malumore suscitato tra sindacati e insegnanti, base elettorale del Pd stesso (pare, per altro, che il partito del premier sia scivolato sotto il 30% nei sondaggi). Dopo diciannove mesi quella legge è ancora in Senato, impantanata tra migliaia di emendamenti e senza nessuna volontà governativa di portarla avanti. Strano che un presidente del Consiglio così decisionista su molte altre questioni, non faccia pressioni analoghe su un suo tema di campagna elettorale. Lo spettro di trovarci di fronte l’ennesima presa per i fondelli è lì all’orizzonte. La data ultima è il 15 ottobre. Vedremo che passi si faranno, alla riapertura delle camere.

Mentre si spaccia per “la volta buona” un sostanziale ritardo sull’approvazione della legge (io ho perso il conto sul numero di rinvii, non so voi), tra le file dei gay renziani (e pure delle lesbiche) cresce il nervosismo. Categoria singolare, quella. Almeno in Italia. Non serve, infatti, per portare le istanze della piazza dentro i palazzi del potere. Funzionano esattamente al contrario: stanno lì perché si possa dire che il Pd del “cambia verso” di occupa di questioni LGBT e per insultare quella militanza che, pur tra mille contraddizioni, qualche risultato a casa l’ha portato (dalla Corte Costituzionale ai pronunciamenti dei tribunali, il merito va alle associazioni). Si ricordi Scalfarotto, appunto, cosa disse alla gay community che si mostrò perplessa di fronte a una legge che sdoganava l’omofobia. E si vedano certe firme sulla nuova Unità, affidata a ventenni che si scagliano contro il matrimonio egualitario, considerandolo l’origine di tutti i mali. Dopo gli attacchi, poi, arrivano puntuali le lodi al leader. Solo che stavolta hanno fatto un errore: indicare una data. E la data è, appunto, il 15 ottobre. Entro quel giorno, dovremmo avere l’ok alla camera alta.

Ne consegue che se ciò non dovesse verificarsi – e ho i miei dubbi, visto l’iter parlamentare – questa gente dovrebbe rispondere non solo del loro atteggiamento verso la comunità LGBT italiana, ma anche del loro ruolo dentro il Pd. Il tempo sta scadendo. Dopo il 15 ottobre non si accetteranno più scuse, né per il loro partito, né per il governo che difendono, né per quello che rappresenterebbero agli occhi dell’opinione pubblica. Ma ci rivediamo, appunto, a ottobre. Fino a quel momento sospendiamo il giudizio.

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Omofobia italiana: riassunto delle puntate precedenti

073704292-026f2718-74c3-4ddd-b23f-d82db5b703d42013, il parlamento prova a fare una legge (per altro di merda) sull’omofobia. Introduce un emendamento che giustifica quei prof di religione che a scuola ti dicono “l’omosessualità è una malattia dalla quale si può guarire” e amenità simili. Il relatore, Scalfarotto, cerca di convincerci che solo con il voto dei cattolici si può arrivare ad avere una legge che in un certo qual modo ci tutela. Il ddl però si arena al Senato e non viene mai approvato. Passa però il fatto che le affermazioni omofobiche, in chiesa come nelle aule, sono libere opinioni. Grazie Ivan.

Intanto nasce Manif pour tous Italia, associazione impegnata in prima linea perché la legge di cui sopra non passi e, all’occasione, perché non vengano mai votate altre di qualsiasi natura a favore di gay, lesbiche e trans. Si accodano le Sentinelle in piedi, che passano il tempo per le piazze d’Italia a leggere best seller di Mario Adinolfi – un uomo dall’irrisolto complesso edipico – e Costanza Miriano, paladina di un certo modo di intendere il sadomaso. Alcuni militanti di entrambe tali realtà si caratterizzano per il curioso hobby di cercare foto di vecchi uomini nudi sul web e spacciarli per partecipanti dei pride italiani. Ognuno ha i suoi gusti, converrete.

Bergoglio-ammonisceAncora 2013. Bergoglio, intervistato sui gay interni alla chiesa, dice “chi sono io per giudicare?” e continua “è tutto scritto nel catechismo”. E nel catechismo è scritto che i gay sono infermi di mente che vanno trattati, al massimo, come tali. L’opinione pubblica italiana, tendenzialmente analfabeta, si ferma solo alla prima frase pensando di avere un papa frociarolo. Questo permetterà al signore in questione di poter continuare a dire cose tremende contro le persone omosessuali, passando per quello simpatico solo perché ha l’accento di Maradona. Per i gay credenti è comunque un risultato epocale: prima erano ancora fermi al rango di “pericolo per la pace”, adesso sono stati promossi a malati di minchia. Un gran risultato, converrete.

La chiesa nel frattempo si inventa l’ideologia del gender, ovvero: si prendono programmi di educazione alle differenze e di educazione sessuale, si travisa il loro contenuto e si spacciano per party sessuali da fare nelle scuole italiane a discapito di ignari bambini che, giustamente, tornano a casa brutalizzati e sconvolti come se avessero incontrato un prete pedofilo. Lo scopo di questi signori è semplice: in Italia si parla di leggi sulle unioni civili e contro l’omofobia. Loro trasformano i destinatari di quelle leggi in potenziali pedofili e il gioco è fatto. Nasce lo slogan “giù le mani dai bambini”. Viene il dubbio che qualcuno voglia l’esclusiva.

Gender-sterco-del-demonio1-990x615Ancora, secondo i fautori dell’ideologia del gender, i prof gay e le maestre lesbiche vorrebbero imporre ai loro allievi matrimoni con bambini dello stesso sesso, abiti da drag queen, seghe di gruppo e amenità similari. Il movimento LGBT e la gente di buon senso inorridisce di fronte alla mente perversa che ha concepito tutto questo. Dico, chi può essere così perverso da immaginare sesso coi bambini  pur di far fallire una legge sulle unioni civili? Ah sì, vero: abbiamo detto che il gender nasce in parrocchia.

In parlamento, intanto, dopo il fallimento della legge Scalfarotto, si prova col ddl Cirinnà. Una legge che dà gli stessi diritti del matrimonio alle coppie gay e lesbiche, ma non si chiama matrimonio e non ha le adozioni. E, cosa non secondaria, è sepolto da migliaia di emendamenti da parte dell’Ncd, principale alleato di governo di Matteo Renzi. Il quale, tra “buona” scuola approvata in due mesi e riforma della RAI fatta volare in Senato, non spende una parola sull’argomento. La legge pare destinata a esser rimandata a tempo indeterminato. D’altronde Matteo cambia verso. A volte voltandoci le spalle.

mika-new-art-scritte-offensive-sui-manifesti2015. Per dire no a unioni civili, adozioni, reversibilità della pensione si convoca il Family Day a Roma, preceduto da un convegno omofobo col logo dell’Expo a Milano. A quel convegno c’era un prete accusato di pedofilia, nel pubblico, tale don Inzoli. A Roma un altro sacerdote col nome di una marca di mascara dice che se una donna viene accoltellata dal marito, la colpa è sua che non si sottomette a dovere (Costanza, ci leggi?). Ovviamente, manco a dirlo, è tutta colpa del gender che vuole far fare sesso ai bambini a scuola (hanno una fissa, col sesso e coi bambini queste persone qua!).

Intanto le aggressioni contro i gay aumentano. Gente pestata in autobus (strano, vero?) o a lavoro e insulti perfino a Mika su un manifesto del suo concerto a Firenze. Gli scrivono sopra la parola “frocio”. E comunque, tu che hai imbrattato il cartellone, volevo dirtelo: sei un’aquila, proprio. Su Facebook ritorna lo spettro del gender, ripetitivo come manco un matrimonio di Brooke Logan, e del sesso coi bimbi nelle scuole (aridaje!). Migliaia di persone ci credono, sentendosi rassicurate dal fatto che chi fa convegni con preti pedofili e ti dice che se tuo marito ti accoltella è colpa tua, poi ti dà il permesso di pensare che i froci sono brutti e cattivi. La vita, d’altronde, è fatta di certezze. E questa sarebbe la famiglia “normale”.

Buona sera e alla prossima puntata. Purtroppo.

AnnoUno: the day after (e non solo)

Giulia Innocenzi, conduttrice di AnnoUno

E quindi ricapitolando: la puntata di ieri di AnnoUno è stata più brutta di una messa in onda di “Uomini e donne”, ma con lo stesso spessore culturale, Aldo Busi ha fatto il suo solito show di gay d’ancien régime, si sono messe sullo stesso piano le acquisizioni della comunità scientifica internazionale e le boiate di chi vuole curare i gay, si è fatto pontificare il prelato di turno che ha detto che non ci darà i figli manco morto – e qui scatta l’unica considerazione possibile: non è che sei tu che non ce li dai, siamo noi che non ti chiediamo alcun permesso in merito – si è dato spazio al leghista di Neanderthal che non è omofobo, ma che schifo i figli per i froci, è passato il messaggio che i gay sono tutti ricchi e comprano i bambini negli USA, si è fatto il solito paragone con la pedofilia e, last but not least, non c’era nessuno in grado di rispondere alle cretinate proferite in studio da questo o quell’opinionista. Perché poi, non è che uno ci gode a dire “io l’avevo detto”, ma io l’avevo detto

Aggiungo inoltre: drammatiche certe testimonianze giovanili, sia pro sia contro, che testimoniano come la TV sia vista non tanto come luogo di confronto, ma come specchio sul quale riflettere il proprio autocompiacimento.

Dopo che tutto questo si è consumato sotto i nostri occhi esterrefatti, si sappia, oggi la ministra Giannini ha cancellato la lotta all’omofobia dalla lista degli interventi educativi dentro le scuole del paese e questo dimostra – oltre il fatto che piove sempre sul bagnato – l’inutilità di militanti, dirigenti, parlamentari e sottosegretari gay nel Pd.

Poca rappresentanza, narrazione di noi stessi/e in modo macchiettistico sui media, azione politica ai limiti della segregazione, mancanza di una strategia comune da parte delle associazioni di settore, ancora troppo timide nei confronti dell’azione governativa. La situazione in Italia, oggi, è questa.

Vogliamo avviare una serena e pacata discussione – vaffanculo compresi – sul fatto che occorre agire, e di gran corsa, anche in modo critico nei confronti di una classe dirigente e un sistema di potere (anche mediatico) che ci usa per tornaconto elettorale e per lo share? O vogliamo continuare a fare gli zerbini di partito o a prendercela con chi dentro un documento politico inserisce tutte le differenze possibili e che al pride fa vedere una chiappa di troppo, magari mentre si sta comodamente seduti da casa a non fare un bene amato cazzo per la propria comunità di riferimento e a pensare che una stellina su Twitter sia un atto decisamente rivoluzionario? No, giusto per saperlo.

Conservatorismo e disumanità

Al renziano standard non sembra vero di poter dire che la debacle di Miliband, leader del New Labour, è dovuta al suo essere troppo di sinistra. Basta girovagare per i blog dei vari gay/lesbiche di regime per averne contezza. Secondo questi ed altri politologi, la vicinanza del laburista ai sindacati e la mancata adesione alla terza via blairiana hanno portato la società inglese a scegliere un’alternativa dall’identità più certa, sebbene in senso conservatore.

Quello che il renziano standard non riesce a confessare è la sua gioia per la sconfitta della sinistra nel Regno Unito, visto che le ricette progressiste sanno troppo di Pd vecchia maniera o meglio ancora: dato che la politica di Cameron è molto più simile a quella di Renzi. D’altronde, nella mente binaria dei/lle supporter del nostro premier, se non sei come il capo sei il nemico assoluto (possibilmente grillino).

Quello che il renziano standard non dice, ancora, e probabilmente per ignoranza, è che l’età di Tony Blair (presa a modello come perfetta sinistra che fa una politica anche di destra senza dover cambiar nome al partito) ha lasciato a casa una buona metà dell’elettorato inglese, cosa che sta facendo anche Renzi in Italia. Basta vedere le percentuali di votanti alle Europee, a Roma per il sindaco e alle regionali in Emilia per rendersene conto.

La mia chiave di lettura, invece, è un’altra: il trionfo del conservatorismo ci dimostra non tanto l’inconsistenza delle idee progressiste, quanto il fatto che l’umanità sia profondamente egoista. Chi è più fortunato non vuole cedere nulla a chi non ha. E chi non ha dovrà pagarne il prezzo. Questa disumanità si sta consumando in Europa, a discapito dei più deboli, a livello intra e internazionale. La storia chiederà presto il conto presto di questa follia. Sappiamo già chi chiamare in causa per tutto questo.

Se proprio volete essere trattati da froci…

«Svegliarsi con la consapevolezza che, quando si è circondati da puttanelle di regime e frocetti a identità limitata, la tua superiorità non è una scelta, ma l’unica strada possibile». Stamattina ho scritto questo, su Twitter. In reazione a uno scazzo sui social, per cui arriva sempre il solito gay di partito – guarda caso renziano – che a un certo punto ti dice che, anche se le unioni civili non fossero come dovrebbero essere, ci dovremmo comunque accontentare.

Perché non si può avere tutto e subito.
Perché negli altri paesi si è fatto così.
Perché pretendere da subito la piena uguaglianza è una cosa da comunisti brutti e cattivi. O da estremisti tipo Isis.
E amenità del genere.

Peccato che il “non tutto e subito” lo si insegua almeno dagli anni novanta e che non è vero che negli altri paesi si è fatto così (tipo Spagna e Sud Africa, per citarne solo due). Ma questo è un problema di cultura di base, che evidentemente qualcuno non ha.

Ovviamente, poi, è emerso anche che la colpa del nulla di fatto in merito ai diritti LGBT sarebbe di gente come me, con questa fissa dell’uguaglianza di fronte alla legge. E quindi, dopo l’ennesimo scazzo e un paio di defollow – dovuti al fatto che mi si dice di “scendere dal piedistallo” quando dico semplicemente che qualsiasi testo di legge che non comprenda gli stessi diritti del matrimonio, secondo il ddl Cirinnà che per altro sarebbe anche quello del Pd – ho scritto quanto riportato su.

Si badi: non è diretto a persone specifiche, ma ad un atteggiamento diffuso. So che il linguaggio si presta a proteste su “sessismo” et similia, ma è voluto proprio per dimostrare come un certo approccio determina, appunto, quel tipo di sensazione nella mentalità collettiva. Se per primo non affermi con forza, appartenendo a una minoranza, che hai gli stessi diritti di chiunque proprio perché fai parte di un gruppo minoritario – e attenzione: non nonostante, ma “proprio per il fatto di” come sta scritto sulla Costituzione – ti tratti da solo da “frocio”. E se lo fai per arrivismo politico, è “prostituzione”.

E ancora, sul discorso che occorre chiedere parità di trattamento “proprio per il fatto di”: esso rientra in un processo che ha già accomunato, nel passato, neri, ebrei, donne, altre minoranze. Le quali non protestavano “nonostante” fossero diverse, ma perché quella diversità doveva essere trattata così come si trattava l’identità degli uguali. Ma appunto, questo è un discorso di cultura. C’è chi ce l’ha e c’è chi invece si limita a dire sì a qualunque scempiaggine propinata dal partito per cui milita. Anche contro se stessi.

Ovviamente c’è stato chi non ha tenuto conto di tutta questa faccenda, nella sua complessità: io non dovevo usare certi termini. La forma invece della sostanza. Con richiami a eventuali similitudini con Adinolfi. Peccato che chi poi lavora alacremente dentro questo o quel partito affinché si venga trattati da ortaggi e non da esseri umani – così come pretende l’Adinolfi già citato – non sia stato criticato di una virgola. Ma appunto, il mio è puntiglio da comunista che strizza l’occhio all’Isis. Ce ne faremo una ragione.

Ahi serva Italia…

B2etylNIIAAgTkZ.jpg-largeL’immagine che vedete è estratta da un inserto del Corriere della Sera. Ed ecco cosa siamo diventati: il paese che ha la metà e oltre del patrimonio artistico mondiale e che fu patria del Rinascimento è divenuto un ricettacolo di cavernicoli (basta vedere come ha votato e come continua a votare il nostro elettorato, da Berlusconi ai due mattei).

Vorrei far notare anche che siamo un paese in cui le “radici giudaico-cristiane” sono viste come valore culturale imprescindibile per decifrare e comprendere la nostra società tutta.

Ed è così che ci siamo ridotti: un luogo abitato da gente che interpreta il mondo per pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni. Siamo un popolo di ignoranti. E questo spiega il fatto che se vedi le Femen ad AnnoUno realizzi che i/le giovani presenti in studio si incazzano perché criticano il potere clericale e lanciano preservativi al pubblico (meritate Giovanardi, ve l’ho già detto?). Questo chiarisce come mai fenomeni come “Manif pour tous” e “Sentinelle in piedi” – che in qualsiasi consesso civile andrebbero bollati come raduni di balordi che hanno fatto dell’omofobia un momento di visibilità politica e una scusante esistenziale – siano ritenuti interlocutori politici. Questo spiega il Nuovo Centrodestra al governo. O le leggi del solito Pd che invece di punire l’omofobia l’avallano. Questo spiega come mai abbiamo un esecutivo popolato da “avanzi da oratorio” (cit). E tutto il resto.

Le manganellate agli operai ai tempi del jobs act

carica contro i lavoratori: la copertina del Manifesto

carica contro i lavoratori: la copertina del Manifesto

Lo scorso week end Davide Serra, finanziatore della campagna per le primarie dell’attuale presidente del consiglio, alla kermesse della Leopolda auspicava un jobs act più aggressivo e proponeva di limitare il diritto di sciopero.

Contestualmente, Renzi ridicolizzava la piazza radunata dalla CGIL per poi dichiarare: «Le leggi non si scrivono con i sindacati ma in Parlamento. Nessuno può pensare di trattare sulla legge di stabilità». E scusa, Matteo, tanto se esiste la democrazia.

Quindi è il turno di una gigante del Pd (l’ennesima), Pina Picierno: che si avventura in dichiarazioni che chiunque eviterebbe, sui brogli che ci starebbero dietro l’elezione di Camusso alla segreteria del più grande sindacato d’Italia.

Quindi arriviamo a ieri: gli operai dell’AST di Terni manifestano a Roma, perché hanno perso il lavoro. La polizia li carica, tre feriti, Landini colpito. La polizia dello Stato che attacca liberi manifestanti e manganella un sindacalista. È aperta la gara a “chi ci ricorda?”.

In questo paese si comincia a respirare una brutta aria sui diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Il Manifesto titola “Tutele crescenti”. Il futuro è solo l’inizio, era lo slogan della Leopolda, ma la polizia carica i manifestanti come da tradizione. Non voglio certo dire che certi estremi abbiano mandanti a palazzo Chigi, ma il clima culturale che si sta creando contro il sindacato e contro chi lavora ha nomi e cognomi evidenti a chiunque abbia la capacità di leggere un quotidiano. Chi voleva cambiar verso, intanto, dorme tranquillo o si dedica ai selfie. Chi ci tiene ai diritti, alla democrazia e alle pari opportunità, in questo paese, un po’ meno.

Del perché, a parer mio, il gay renziano non merita stima

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Purtroppo è più forte di loro: i gay renziani non vanno contraddetti (così come i renziani in genere) o reagiscono male. In questo sono abbastanza simili ai loro pigmalioni berlusconiani. Stamattina sono incappato in una discussione, che si prolungava già da ieri, con alcuni sostenitori del premier e del suo nuovo corso, che io critico in quanto tale. Ne è nato il solito flame, sul quale non voglio dilungarmi.

Faccio solo notare che seguono svariati insulti sul fatto che scrivo per il Fatto Quotidiano e amenità similari. Adesso, stiamo appunto parlando di persone LGBT o che nella vita si dicono friendly e poi il massimo che riescono a concepire per una coppia dello stesso sesso è una leggina a diritti dimezzati.

Andrebbe loro risposto in modo congruo, tipo:

Ma poiché credo che l’argomentazione sia qualcosa che meriti di più rispetto a centoquaranta caratteri – anche se il loro leader li ha abituati a “tanto”, temo – cercherò di spiegare una volta per tutte perché credo che, se sei gay e voti e sostieni Renzi, sei una persona non degna della mia stima. Procederò per punti:

1. il Pd – la cui coalizione ho votato nelle elezioni del 2013 – ha prodotto, per mano di collaboratori renziani, una legge contro l’omofobia che permette, a determinati soggetti e in specifici contesti (tipo scuole, chiese e partiti) di poter affermare frasi anche offensive contro le persone LGBT. Secondo la vulgata che sostiene tale legge, poter dire che essere gay è una malattia dalla quale si può guarire rientra nella cosiddetta libertà di pensiero

2. la legge sulle unioni civili, poi, dimostra ancora una volta la vera natura del leader e dei suoi seguaci. Non si vuole infatti un provvedimento che vuole far rientrare nel rango degli/lle uguali anche le persone LGBT, attraverso l’accesso al matrimonio, ma creare un istituto a parte per gay e lesbiche. Insomma, ci tengono lontani dal matrimonio, riservato alla massa dei normali, in quanto”froci” e “lelle”. Adesso capisco che per qualcuno questa può essere una conquista, o il massimo a cui aspirare, ma per me è un insulto alla mia dignità di essere umano e di cittadino

3. se questo è vero, quindi se l’insulto contro una categoria di persone rientra nella facoltà che abbiamo di esprimere opinioni su qualcuno e se quelle stesse categorie vanno trattate come oggetti “a parte”, a cui riservare quindi apartheid di tipo giuridico, sarò libero di dispensare dal mio concetto di rispetto e di stima quei gay e quelle lesbiche che votano per chi li tratta in un certo modo. In quanto gay e in quanto sostenitori del premier, appunto

4. ne consegue che posso utilizzare l’aggettivo “renziano” come connotato negativamente. D’altronde, lo facevo già – secondo l’uso linguistico del tempo – con i berlusconiani, verso cui tutte le persone affezionate al concetto di legalità nutrivano un sano disappunto, potrò farlo con le loro brutte copie.

Concludendo, la mia idea personale è che leggi come quelle proposte (e mai votate) non aiutano al raggiungimento della piena uguaglianza, ma segnano un solco tra la norma e lo scarto da essa. Ciò non vuol dire che io “rifiuto” queste leggi – se le dovessero mai approvare potrei al massimo evitare di avvalermene – né che abbia gli strumenti per fare in modo che esse non vengano votate. Più semplicemente, me ne distanzio, vista qual è la filosofia che le anima.

Poi, se democrazia è accettare che una massa numerosa, la cosiddetta maggioranza, vada unita e granitica verso un “nuovo verso” che per me è poco dignitoso, sempre il medesimo concetto di democrazia mi dà la facoltà di pensare che quel nuovo corso sia orripilante e di non avere stima alcuna per chi lo propina come unico possibile: si chiama, appunto, libertà di pensiero. Se vale per gli omofobi con cui fanno accordi e per i politici che eleggono, varrà anche per un comune cittadino che esprime le sue idee. O no?

Dulcis in fundo, ci sarebbe da fare un lungo discorso sul fatto che non è vero che dopo Renzi c’è il nulla, e semmai che visto il nulla che c’è intorno abbiamo Renzi come suo prodotto conseguente. Ma questa è un’altra storia che mi appassiona ben poco. Per il resto, a buon rendere.

P.S.: onde evitare confusione, e visto che mi è già stato chiesto, definisco “gay renziano” chi difende Renzi per tutto quello che fa, in modo acritico, o chi lavora per lui dentro il partito. Passi chi lo ha votato nell’illusione di avere un leader normale, purché smetta ad un certo punto.

Dal patto di Arcore alle mozioni omofobe di Forza Italia

Il patto di Arcore tra Luxuria e Berlusconi

Il patto di Arcore tra Luxuria e Berlusconi

Sia ben chiara una cosa, una volta per tutte, giusto per tacitare i professionisti dell'”antigufismo”: che la destra si apra alla questione LGBT è qualcosa di assolutamente auspicabile e nessuno lo mette in dubbio, o almeno credo. Per cui se Vladimir Luxuria (o chi per lei) incontra il leader di Forza Italia e ottiene un accordo politico tanto meglio, ammesso che quell’accordo vada in direzione della piena dignità della categoria sociale che si dice di voler tutelare (e dovrebbe essere il minimo sindacale).

Dovrebbe essere altrettanto evidente, tuttavia, che una cosa sono i passi e gli accordi tra partiti e un’altra gli atti mediatici. E soprattutto che questi ultimi vadano presi per quelli che sono. Ritorniamo all’incontro di Arcore: Vladimir Luxuria chi rappresenta nel caso specifico? Il movimento, la comunità, una parte politica specifica? Ha avuto, ad esempio, mandato dal Pd, che della questione dice di voler farsi carico? E dentro Forza Italia c’è stato un dibattito serio che ha portato a un sostanziale ripensamento rispetto alle precedenti posizioni omofobiche? Questi aspetti non sono capricci da militante, ma precondizioni fondamentali (interlocutori/trici che parlano di progetti politici concreti) affinché i risultati siano effettivi. Le mie perplessità nel patto della grappa al cioccolato – o chiamatelo come volete – stanno tutte qui.

Eppure pare che tali perplessità non debbano nemmeno avere cittadinanza. Di volta in volta vengono bollate come amore pregiudiziale verso il disfattismo, capriccio da attivista LGBT (a quanto pare va sempre di più in voga l’idea che essere militanti corrisponda a un insulto), o precondizione di chi non ha solidi legami con la realtà. Anche quando la realtà suggerisce tutto il contrario rispetto al delirio di massa che si sta consumando sui social e sui media, più in generale, tra cene galanti e raduni di vescovi e cardinali.

Eppure che ci debba essere un collegamento imprescindibile tra presupposti culturali nuovi, dibattito politico, accordi tra interlocutori/trici e proposta legislativa dovrebbe essere il punto di partenza verso il raggiungimento dell’obiettivo. Fosse non altro per quell’amore verso il pragmatismo di cui molti e molte riempiono la propria bocca e, soprattutto, le rispettive tastiere dei computer.

A riprova di quello che dico, segnalo tre lieti eventi, tutti e due targati centro-destra, con l’appoggio fondamentale di Forza Italia.

Il primo: in Toscana, «Il Consiglio Comunale di Livorno ha approvato nella seduta del 13 ottobre (con il solo voto contrario della consigliera di Forza Italia Elisa Amato Nicosia) il regolamento per il riconoscimento delle Unioni Civili e l’istituzione di un registro amministrativo delle Unioni Civili» e mi direte, ok, la cena tra Vladi e il Cavaliere doveva ancora esser fatta, e buona pace per le dichiarazioni di Pascale e sante unzioni conseguenti.

Il secondo: il Consiglio regionale del Veneto ha approvato «una mozione che impegna la giunta a individuare una data per “la festa della famiglia, fondata sull’unione tra uomo e donna”». E siamo al 14 ottobre 2014, il giorno dopo la cena di Arcore, esattamente.

Il terzo: l’opposizione capitolina ha presentato un «esposto al prefetto perché fermi le trascrizioni dei matrimoni egualitari», come afferma Alemanno al programma L’aria che tira, dove per altro «ha spiegato che a sostegno dell’esposto hanno firmato tutti i consiglieri dell’opposizione in Campidoglio, Forza Italia inclusa». E siamo al 15 ottobre dello stesso anno.

Situazione paradossale, soprattutto quest’ultima, in quanto proprio Vladimir Luxuria, dopo i fasti arcoriani, aveva garantito a Gay.it che il nuovo corso si sarebbe avvertito addirittura a partire dalla capitale. Che sia finito l’effetto dell’ebbrezza procurato dalla grappa?

Poi, se vogliamo pure disturbare le evidenze storiche, andrebbe anche ricordato che Berlusconi è famoso per aver sempre fatto saltare mediazioni e tavoli di trattativa, dalla bicamerale in poi. E che a parità di protagonisti politici – in parlamento ci stanno ancora Gasparri e Santanché, per intenderci, e ricordiamoci che Forza Italia in questa legislatura ha già fatto saltare gli accordi sul ddl Scalfarotto – ci si sbellichi in applausi a piene mani, per quello che appare un disegno politico poco chiaro, a me pare un atto nel migliore dei casi miope.

Ricordiamoci, per altro, che l’apertura alle questioni LGBT rischia di minare il sodalizio Renzi-Alfano (in nome del quale si è già messo da parte il progetto di legge Cirinnà, da sostituire con un altro di fattura governativa), creando spazi di manovra politica dove FI potrebbe tornare protagonista. E anche questo dubbio dovrebbe solleticare le titubanze di tutti/e noi.

Poi, per carità, sempre pronto a ricredermi qualora arrivassero risultati concreti, sempre e solo nel nome della piena dignità delle persone LGBT. Ma l’elogio fine a se stesso del nuovo corso berlusconiano io lo eviterei. Fosse non altro per non avere il solito brusco risveglio.