39 volte coming out

La prima volta che ho fatto coming out lo dissi a me stesso. E per uno che pregava la notte per tornare eterosessuale, capirete da soli che è stata una grande ammissione. Anche perché, diciamoci la verità: uno, non ne potevo più di sentirmi sbagliato e due, avevo giurato a me stesso, e cito a posteriori Eleonor Roosevelt, che non avrei più permesso a nessuno di farmi sentire inferiore senza il mio permesso. Anche se all’epoca non sapevo nemmeno chi fosse questa gentile signora.

All’inizio, quindi, ed era il 1995, decisi di accettarmi con una piccola clausola interiore: non era necessario che il mondo lo sapesse. Clausola che, per fortuna, osservai come rispetto ogni tentativo di fare una dieta degna di questo nome o di andare in palestra con costanza e regolarità.

Se sei te stesso non puoi esserlo solo dentro la tua pelle. Ogni cosa di te reclama gioia, ogni cellula del tuo corpo vibra di verità. E quindi conobbi lui. Non dirò il nome e non certo per damnatio memoriae. Ma se qualcuno leggesse queste parole potrebbe capire di chi si tratta e non sta a me rivelare i fatti degli altri. Lo chiameremo semplicemente lui, scritto con la l minuscola, perché gli unici che pensano a quel pronome con la maiuscola sono Emilio Fede, Sallusti e parecchi dalemiani. E anche no.

Mi innamorai di lui che era eterosessuale, almeno a parole. E poi mi pianse nella mia stanza, mentre lo abbracciavo teneramente, perché gli avevo detto che se non potevo averlo tra le mie mani in quel modo non aveva senso averlo a spasso nella mia vita. Ma sapete come sono fatto. A volte sono così tragico…

Ma sto andando oltre. Lui mi portò, prima di ogni sofferenza plausibile – e sia ben chiaro: mai innamorarsi di un eterosessuale, presunto o reale che sia – alla consapevolezza che io volevo vivere un amore alla luce del sole. Se Wilde fu condannato per l’amore che non osa pronunciare il suo nome, io quel nome ce lo avevo sulla punta della lingua ed era pronto a varcare il confine visibile delle mie labbra per conquistare il mondo intero. Le parole, d’altronde, creano significato e la realtà cos’altro è se non il significato che noi diamo, chiamandole, alle cose che ci succedono? Chiamiamola pure: benedizione di Adamo.

La prima volta fu con Fiorella, la mia compagna di banco del liceo. Anche se al liceo non c’eravamo più da un pezzo. Ma certe amicizie sono come certe storie adolescenziali. Te le porti dentro per sempre. Fanno un tutt’uno con te come la linfa all’albero. Credo sia stata l’amicizia a salvarmi la vita da un tentativo di suicidio che ho accarezzato più volte, quando mi sentivo “sbagliato”. Adesso, io sono forte, cazzuto (si fa per dire), so essere simpatico come Aldo Busi quando pesta una merda e, last but not least, ho affilato la mia lingua che il guanto rasoiato di Freddy Krueger è, in confronto, un ventaglio di piume di pavone.

Ma io ho avuto culo. Perché quando tutto era buio, ho trovato, a un certo punto, delle mani che, come raggi di luce, mi hanno tirato fuori da quell’universo fatto di terrore: la paura di uscire di casa perché potevo essere preso in giro. La paura di camminare per i corridoi della scuola, per le risatine, gli insulti, le spinte “improvvise”. Ecco, queste cose ti uccidono. In pochi sanno che quasi la metà dei suicidi tra adolescenti è dovuta a omofobia. Io mi son salvato. E lo devo a persone come Fiorella.

Per ringraziarla decisi di andare a casa sua a dirle «Fiory, io sono gay!». Così, bello, spavaldo, forte dei miei ventidue anni! Ci vedemmo alle due e mezza o su di lì. Mi piantai sul suo divano in pelle nera e riuscii a pronunciare la fatidica parola magica verso le sette di sera. Tutt’oggi mi chiedo come mai non mi abbia fatto uscire di casa dopo un paio d’ore, visto che, in teoria, dovevamo studiare…

Dopo Fiorella, toccò a Himelda, la mia sorellina. La quale si preoccupò così tanto che decise di non dare esami universitari per un mese. Quindi comprese che non ero intenzionato a diventare una priscilla siciliana – e capì che, anche se fosse, ero comunque sereno e risolto – e continuò a macinare trenta sul libretto con una velocità che ancora le invidio.

E poi venne il momento di mamma, detta la Fricanea, per un curioso lessico familiare che ci porta a essere dissacranti anche all’interno di quel complesso e multiforme fenomeno chiamato amore. O meglio, fu lei a fare coming out con me: «credi che io non abbia capito niente?». E, fidatevi, quando una madre capisce, capisce davvero, ma non è detto che voglia sapere… ma se capisce e viene a chiedertelo, non avete scampo. E fu così che, con qualche lacrima, ammisi che tra mascolinità e femminilità esiste una favolosità di cui ero, e sono, fiero portatore sano!

Con papà non ne parlammo. I padri, soprattutto quelli siciliani, vivono in un silenzio in cui si coccolano per poi poter dire, fieramente, che sono sempre gli ultimi a sapere. Molte volte è pure vero. Ma quando un giorno mi disse «hai visto, quel tipo del CCD non vuole farvi manifestare al corteo», parlando del pride di Catania, compresi che avevo vinto. Che tutti e tutte, in casa, avevamo vinto.

E capite perché da tutti questi momenti, inanellati nel filo invisibile della vita come perline, è stato come rinascere, di volta in volta? Perché conquisti spazi di vita, di esistenza, di sempre crescente libertà.

Da allora sono rinato più e più volte. Il mio ultimo coming out risale all’anno scorso. Ero a scuola, con una collega, e le rivelai, più precisamente, quanto fosse gnocco il mio psicologo. Lei arrossì lievemente, ma poi il giorno andò avanti come se nulla fosse. Ed è così che dovrebbe essere: come se nulla fosse. Perché essere gay, lesbiche o tutto il resto, significa semplicemente vivere. E tutti e tutte abbiamo questo diritto. Converrete.

Oggi è la Giornata mondiale del Coming Out e quindi ho deciso di raccontare la mia storia. Oggi, per una particolare coincidenza, è pure il mio compleanno. Trentanove anni. L’ultimo con il tre davanti – e sarà pianto e grande stridor di denti, lo so… – e in tutto questo tempo sono successe cose stupende, piccole e grandi tragedie, che poi però si son dissolte nel nulla, per quanto spaventose potevano sembrarmi mentre le attraversavo.

Ho imparato a innamorarmi. Ho appreso l’arte imperfetta della vita. Se non avessi deciso che ero stanco di non essere ciò che sono, sarei stato come quel fiore che sboccia sotto terra perché ha paura che il suoi petali con i colori dell’arcobaleno siano inadeguati rispetto al campo in cui i fiori crescono o solo di colore azzurro o solo di colore rosa. E invece le api delle cose nuove e degli eventi lieti vengono a posarsi anche su di me, fecondandomi di vita di volta in volta.

Per questo è importante ammettere a noi stessi/e quello che siamo. E vivere di conseguenza. Altrimenti non c’è vita, non c’è verità. C’è solo un’esistenza stanca e afflitta che qualcuno, in nome di una convenzione, di un dio invisibile o di una tensione intellettuale degna di una clava preistorica, ha deciso per noi.

E noi siamo quelli i cui petali hanno il colore dell’arcobaleno. E, per inciso: l’arcobaleno viene sempre dopo la pioggia. Chi non è in grado di apprezzarci, di conseguenza, non è degno del cielo. Noi, invece, ne abbiamo pieno diritto. E cominceremo a prenderci questo spazio appena riusciremo a dire, prima timidamente, poi ridendoci su, le magiche paroline: «sì, sono gay». È faticoso, ok. Ma io penso che ne valga la pena.

Il principe azzurro è gay

«Prof, ha visto che c’è scritto sulla mia maglietta?»
«Cosa c’è scritto?»
«E legga!»
Leggo ad alta voce la scritta “IL-PRINCIPE-AZZURRO-È-GAY”.
A caratteri cubitali, fuxia. Fuxia. Su maglia bianca.
L’aula, intanto, veniva sconquassata da risate atomiche.

«Prof, lei all’inizio ci faceva paura…»
«E ora?»
«No, no… lei è buono.»
«E cosa vi faceva paura?»
«Gridava… però poi ci guardava con quello sguardo…»
Ecco, la mia fottuta umanità che viene fuori e mi rende meno credibile.

«Quindi gli immigrati rappresentano una risorsa perché…
La classe osserva, in silenzio.
«Ma che succede?»
«Sta piangendo.»
«Lo vedo, ma che succede?»
E la compagna di banco della bimba piangente: «no prof, è che le dispiace che se ne va…»

(Ok, lo ammetto, si tratta di una delle mie preferite e me la sarei portata a casa. Ma questo non vi autorizza a pensare che mi piacciono le medie e che io mi stia rassegnando a fare questo mestiere. D’accordo?!)

Sirene smarrite

Sto pensando a te, e a tutti i baci mai stati perché hai avuto paura.
A te, che mi hai riportato alla vita, quando le ombre degli inferi mi circondavano al punto da non averne più paura. È questo, forse, il sapore della rassegnazione.
Sei stato come Orfeo, solo che ti sei voltato dalla parte sbagliata quando era troppo tardi. E ho ritrovato il sapore delle mele mature senza qualcuno a cui dare l’altra metà, per riacquistare il paradiso, rinnegando il peccato.

A tutto questo sto pensando, adesso, mentre il gatto dorme sulle mie gambe e una canzone parla di una sirena smarrita.

Andare avanti, andare oltre

Sintomi: oppressione al petto.
Il cuore che si sente in gabbia.
E invece deve solo capire che quello che vede non è acciaio, ma solo maltempo.

La cura: immaginare.
Immaginare l’abbandono in un abbraccio. Come se fosse la voce di ognuno di noi quando stiamo con chi ci è dato in dono dal caso tramutato in destino e confidiamo nell’unica grande verità. E cioè che là fuori succede un po’ di tutto e ciò che è vero sta solo laddove si è vestiti solo della nostra più intima essenza. Di ogni nostra fragilità. Senza aver paura.

Controindicazioni: timore di essere divorati.
Ma io non ho mai avuto paura di esser divorato.
Io so solo che quando ho amato davvero ero vivo.
Così vivo che a volte mi sembra d’esser morto, adesso.

Effetti collaterali: difficoltà nell’andare avanti.
E poi mi guardo allo specchio e vedo che non è così. E anche se è difficile vado avanti. Oltre. E mi guardo dietro. E dentro. Alla fine, penso, sono pure fortunato perché ho provato cosa significa esser vivi, esser veri. Perché sono stato e sono circondato da persone meravigliose e non potrei fare a meno di questa evidenza. È questa l’unica cosa che mi fa andare avanti. Perché è l’unica forza che ho.

(dedicato alla musa che mi ha ispirato queste parole, in un lontano mattino americano)

Uomini

Gli uomini.
Quelli che ti sorridono e lasciano sul cielo del tuo universo l’arcobaleno della scoperta.
Quelli che lasci al bancone di un pub, parentesi aperte di una storia che nessuno scriverà mai, perché li hai lasciati fuggire.
Gli uomini che sono padri e fratelli e non chiedono altro in cambio che tu lo sia per loro.
Quell’unico che ti ha dato la vita e che riscopri dopo una vita intera o forse mai, perché è grande il malvagio incantesimo che te lo rende invisibile, ostile, addirittura crudele.
Gli uomini che ti baciano una sola volta e va bene così, per sempre.
Gli uomini che, appena ti baciano, capisci che così sarà per sempre.
Gli uomini che ti lasciano, lasciandoti una medusa al posto del cuore.
Quelli che si innamorano di te per il semplice fatto che esisti e di cui mai ti innamorerai, perché tu, da solo, non ti basti. Mai.
Gli uomini che si aggrappano a te come innesti in una pianta da cui prendere la linfa vitale, ma maldisposti a far crescere frutti, a lasciarteli raccogliere.
Gli uomini che mai ti regaleranno una rosa, in inverno.
Quelli che non ti salveranno mai più, nonostante le tue richieste d’aiuto.
Gli uomini inutili che butti nel cestino senza averli salvati con nome.
Quelli che ti penseranno come un gran bastardo. Quelli a cui tu penserai come tali.
Gli uomini che ti hanno portato nel cuore dei loro giardini di collina, che ti han fatto scoprire il sapore del vino.
E quelli che dormono nelle culle, incoscienti dell’amore di altri uomini e di altre donne che si riverserà su di loro, come la paura delle tempeste, come la gioia dei temporali in estate.
Gli uomini, come me: dilaniati dal freddo delle strade notturne, che si abbracciano nelle stoffe leggiadre portatrici di venti propizi.