Prendere forma

Casa prende forma. Il disordine del corridoio è un sinonimo, uno dei tanti, del caos. Da cui è nata tutta la storia possibile, dei pianeti e delle rocce. Da quello è nato il sussurro dei ruscelli di montagna, la fierezza dei gatti nell’estate del sud, il procedere pacato degli albatros e dei cammelli al cospetto dell’universo.

Prendiamo gli oggetti, pezzetti di noi, li riponiamo negli armadi nuovi, togliamo la polvere, asciughiamo il sudore dalla fronte, a dispetto del gelo oltre l’inferriata bianca. Buttiamo qualcosa che non ci assomiglia più. Diamo una nuova consistenza al piumone sul letto, nell’immagine di chi, domani, si sveglierà nell’ennesimo abbraccio, candidato, anch’esso, a divenire quello definitivo. Forse…

E mentre i libri ritrovano una nuova dimora e la musica accompagna ogni sforzo, mentre il sole disegna la sua parabola di un domani che insegue sempre se stesso, i tasselli della memoria si lanciano nella mente come coriandoli di ciò che è stato. Adesso penso a quando ero qui per amore, a come vi sono tornato per sopravvivere, al tesoro segreto trovato mentre, distratto, cercavo tutt’altro, al bacio di qualcun altro, troppo breve e assoluto per essere dimenticato, al morso del vampiro, agli errori dell’istinto, alle cicatrici delle parole cattive, alla maledizione estinta di quelle malate, al registro nuovo di quelle da pronunciare.

Tutto questo ha un senso, tra le mensole nuove, i vestiti messi in ordine e qualcosa che non trova ancora la sua giusta collocazione. Ogni cosa è uguale a me. Anche il dolore, ormai passato. Anche quell’anelito in assonanza col poi.

Casa intanto prende forma. La mia vita pure.

On air:

«Io devo diventare una persona normale
me lo dico spesso quando parlo d’amore
immagino di un cielo ricoperto di stelle
che viene ad abitare qui sulla mia pelle
(anche se, ad un’attenta analisi, e tenendo in considerazione le variabili del cambiamento)…»

Celeste Gaia, Io devo diventare una persona normale

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Trentasette

E adesso che tutto cambia, tutto appare come è sempre. Da sempre.
Adesso che dai un nome alla luce dei giorni, che non riconosci le strade che navighi quotidianamente e che un tempo ti erano amiche, ti erano amanti.
Adesso che il tempo non è indulgente, adesso è arrivato il tempo.

Di smettere di praticare il dolore, per capire che il dolore fa male.
Di smettere di credere che basta un abbraccio che arriva quando meno te lo aspetti per credere che tutto sia definitivamente cambiato.
Di smettere di credere che verrà il principe azzurro, fuxia o marrone-merda che ti salverà e ti porterà via da qui. Perché solo tu puoi salvarti, per andare in ogni altrove.
Di smettere di guardare al passato come l’unica occasione possibile. Di sentirti senza una direzione anche se la direzione, in fin dei conti, non c’è.
Di smettere di smarrire, un poco alla volta, ogni pezzetto di ciò che sei.

E poi.

Cerca di trovare quella parte di te che non ti rende ancora intero.
Di ritrovare le persone che ti hanno accompagnato, per tutto questo tempo, e che si sono un po’ disperse a guardare il vento e le foglie. Proprio come hai fatto tu.
Di capire che la vita va un po’ oltre la tua pelle, le tue dita, la tua tastiera e il tuo mondo fatto di equidistanze e di squilibri, di nascondigli e di cose che stentano a venir fuori.
Di porre fine alla tirannide delle tue manie.
Di avere più pazienza, ma di non avere paura di dire le cose come stanno.
Di osare.
Di crederci ancora, senza sperare l’inverosimile, perché il tuo cammino si è popolato di unicorni e di streghe buone, ma i miracoli non li hai mai incontrati e forse c’è una ragione.
Di volerti bene.

Per il resto buon compleanno. È questo il mio regalo.

On air: Win one for the reaper