Movimento LGBT: cosa fare, subito!

un momento del Roma Pride 2013

«Ok Dario, la critica l’hai fatta e l’analisi pure. Ma la sintesi qual è?»

Questa la domanda che mi ha fatto un amico, dopo il mio post di ieri sulle prospettive che ci attendono con Renzi e i suoi al governo. Proverò a rispondere a quella domanda, procedendo per punti su cosa andrebbe fatto secondo me.

1. Unità del movimento

So che sembra un mantra che dovrebbe prenderci per sfinimento, ma è il punto imprescindibile di partenza. Il movimento LGBT italiano vive due mali. Uno è quello dello scollamento con la comunità, l’altro è la sua parcellizzazione interna. Tanto per capirci, abbiamo qualcosa come cinque o sei associazioni nazionali (quando ne basterebbe una soltanto). Accanto a queste, e spesso in polemica con esse, una miriade di associazioni territoriali.

Premetto che sono convinto che la presenza di molte realtà sia una manifestazione di fermento e quindi di ricchezza. Ma una cosa è la pluralità, un’altra è la balcanizzazione. Occorre fare uno sforzo per trovare una formula confederativa, in cui c’è una grande realtà nazionale – rappresentativa di tutti e col mandato di tutti – che dialoga o si oppone con le istituzioni.

Credo sia stato un errore (uno dei tanti) quello di aver incontrato il 26 febbraio a Roma i deputati del Pd – da parte di Arcigay, Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno, Agedo, Certi Diritti, Mit ed Equality – senza aver concordato una linea comune con le altre realtà territoriali. Anche perché occorre ricordare che queste “piccole” realtà – faccio un solo esempio: il Mario Mieli sarà territoriale, ma credo abbia più iscritti e più rilevanza di certe associazioni nazionali – le piccole realtà, dicevo, sopperiscono al vuoto associativo soprattutto in zone di provincia. Vogliamo fare alcuni nomi? Stonewall GLBT a Siracusa (per anni unica realtà della zona), Iken ad Avellino. Disconoscere questo lavoro significa fare un torto non solo alle associazioni in questione, ma alla nostra stessa comunità. E questo ci lacera e ci rende più vulnerabili.

Un secondo passaggio dovrebbe essere quello del recupero con la base. Percorso più lungo, ma ugualmente imprescindibile. Una proposta potrebbe essere quella della creazione di assemblee permanenti, città per città, funzionali al dialogo tra militanti e membri della comunità. Per ascoltarsi, per trovare un accordo su varie questioni, per abbattere la diffidenza che si sta creando anche sull’associazionismo LGBT. Percorso meno immediato e con rischi incalcolabili, ma necessario.

2. Mobilitazione continua

Ci si scanna per la sede e la data di un pride, da celebrare in estate. Abbiamo l’occasione di fare una serie di manifestazioni, sia nella capitale sia nelle rispettive città di appartenenza. Dobbiamo farlo in tempo brevi, perché il tempo è poco. Va da sé che le manifestazioni della capitale assumono rilevanza nazionale non perché le associazioni romane siano più importanti di altre, ma perché – piaccia o meno – a Roma ci stanno le istituzioni.

Arcigay ha la forza di mobilitare migliaia di iscritti e di iscritte. I circoli romani indipendenti altrettanto. Si pensi al pride di Palermo e a quello capitolino, per capirci. Si costruisca un percorso politico, anche insieme a partiti e altre associazioni, per manifestare in migliaia e chiedere garanzie democratiche ben precise.

Occorre altresì trovare alleati. Bisogna far capire, come già accennato, che la lotta per i diritti LGBT è un anello di una lotta più ampia. Non si può combattere per le nostre rivendicazioni se non viviamo in uno stato che garantisca l’individuo nella gestione della sua felicità. Lavoro, educazione, libertà individuali, diritto alla salute, autodeterminazione, gestione dei corpi sono aspetti imprescindibili che si legano tra loro.

Si diventi massa critica, si recuperi lo spirito genuino della stagione delle fiaccolate. Il fatto che non ci scappi il morto non rende la situazione meno urgente. Stanno cercando di decidere per il nostro futuro, mettendoci un bel freno a mano. Se vi sembra poco… a me sembra troppo. Troppo pericoloso.

3. Creazione di una cultura critica

Per mobilitazione non intendo solo la piazza, ma anche la creazione di uno spazio di riflessione. Università, scuole, sindacati, sedi di partito sono i luoghi deputati per discutere della questione LGBT. Occorre parlare alla gente, far capire la bontà della nostra lotta politica che è una lotta per tutti e per tutte (noi sì che siamo pour tous!), perché la questione dei diritti civili è un giro di perle e se spezzi il filo della collana, verranno via man mano tutte le altre.

Nelle scuole va fatta una campagna contro l’omo-transfobia sociale – prima che venga approvata la legge Scalfarotto, che renderà vane proprio questo tipo di iniziative – nelle università vanno organizzati convegni sullo stato del diritto, sul linguaggio, sulle ricadute sociologiche ed economiche delle discriminazioni contro le persone LGBT. Abbiamo belle teste pensanti, nel movimento – un nome per tutti: Rete Lenford – e allora usiamo questi talenti per fare cultura contro l’ignoranza e la rozzezza culturale del fronte omofobo.

Fondamentale il ruolo dei media. Invece di smuovere il galoppino di turno per scrivere trafiletti in cui far comparire lodi alle gaye baronie di pertinenza, usiamo i contatti con la stampa per proporre la bontà delle nostre rivendicazioni, per raccontarle col nostro linguaggio, per informare su ciò che vogliamo davvero a vantaggio non di una minoranza, ma della collettività democratica e civile.

4. Dialogo con le istituzioni

L’unità politica dovrebbe creare un programma definito e una comunanza di intenti. Credo che il movimento debba richiedere senza sconti ulteriori la pienezza dell’uguaglianza giuridica. Poi starà agli attori istituzionali spiegare perché non si vuole arrivare a quel traguardo. Ad ogni modo, il dialogo con le istituzioni è fondamentale, sia a livello locale (e qui rientra il discorso dell’importanza di tutte le realtà associative), sia a livello nazionale.

Dialogo non vuol dire compromesso al ribasso. E mediazione non vuole dire amputazione dei principi inderogabili dell’uguaglianza. Essere uguali, in quanto minoranze, è una prerogativa che descrive la democrazia. La qualifica come tale. Il Partito democratico, a dispetto del suo nome, sembra incapace di concepire questo assunto. Compito del movimento è porlo di fronte a queste contraddizioni e cercare di ottenere il massimo, a livello di confronto. Poi cosa accadrà nelle stanze del potere – considerando il grado di affidabilità delle persone coinvolte dentro i partiti – non può dipendere dalla volontà delle associazioni. Ma il tentativo deve essere fatto.

5. Considerazioni finali

Se non fosse chiaro siamo in guerra. Il fronte omofobo italiano è bene organizzato, armato fino ai denti, finanziato dall’otto per mille, che la chiesa rigira a questa o quella organizzazione. Poi ci sono le carnevalate tristi alla Manif pour tous, ma il problema sta altrove.

Abbiamo il dovere morale, per noi ma anche per la società tutta, di pretendere che questo paese sia migliore. E dobbiamo operare seriamente – cioè, facendo le persone serie e lavorando fattivamente al progetto – affinché ciò avvenga. Altrimenti non avremmo più scusanti. E sarà difficile, se non impossibile, non dar ragione alla rabbia di chi ci dice che il movimento è uguale a quelle caste che hanno affamato il paese. Economicamente e sul fronte della giustizia sociale. Io non voglio essere complice di questo sistema. Io voglio cambiarlo, con la democrazia, per la democrazia.

Il carrello della spesa (lettera aperta a Finocchiaro e Marini)

Gentile senatore Marini, gentile senatrice Finocchiaro, le cronache di questi giorni vi vedono rispettivamente come possibili candidato e candidata per la Presidenza della Repubblica, la più alta carica dello Stato. A quanto pare, Renzi in una sua intervista vi giudica poco rappresentativi – per non dire impresentabili – per una serie di ragioni.

Lei, senatore, è stato trombato alle ultime elezioni e per di più, a sentire il sindaco di Firenze, farebbe leva sulla sua appartenenza religiosa per avallare la sua candidatura. Cosa che, appunto, accade solo in paesi come l’Iran. Lei reagisce sdegnato, perché, sempre secondo quanto apprendiamo dai giornali, non ha mai fatto leva sulla sua fede per ottenere incarichi.

Lei, senatrice, è stata beccata da Ikea con le guardie del corpo le quali sono state impegnate a contenere gli eccessi di un pericolosissimo carrello della spesa, dovendolo evidentemente spingere ai fini della sua sicurezza. Per tali ragioni, si è sentita in dovere di apostrofare come miserabili le parole di Renzi.

Or bene, a siffatte argomentazioni, vorrei farvi notare quanto segue:

1. esibire la qualifica di “cattolico” come indicativa di un’identità politica, senatore Marini – e lei lo ha sempre fatto –, significa esattamente utilizzare la propria fede per far carriera nelle istituzioni. Non so se ci ha mai pensato… (poi un altro conto è che questo sia avvenuto per lei, come per molti altri, dentro il gioco democratico, Renzi incluso);

2. se quando ho fatto il dottorato di ricerca il mio tutor mi avesse mandato a fare la spesa da Ikea, cara senatrice, si sarebbe parlato di baronie, di gerontocrazia, di demansionamento del mio ruolo. Mutatis mutandis, la inviterei a riflettere su questo esempio (e sul fatto che magari, per far spingere quel carrello al suo bodyguard, hanno tolto i soldi a qualche ente di ricerca dove altri dottori di ricerca come me non verranno mai assunti, per le ben tristi condizioni della nostra economia).

Adesso io non sono mai stato un fan di Renzi – non l’ho votato alle primarie – così come non ho mai votato il vostro partito, grazie anche alla presenza di personaggi istituziolmente lugubri come voi due, egregi Marino e Finocchiaro, ma posso garantirvi che un domani, se ci fossero nuove primarie e semmai Renzi dovesse essere candidato premier, forse il mio appoggio l’avrebbe.

Sarà “populista” (accusa tutta da dimostrare), sarà di “destra” (ma gli inciuci con Berlusconi li avete fatti pure voi, e anche meglio), ma almeno sa capire che la spesa al supermercato non è un affare di stato. E di questi tempi non è poco. Davvero.

Cosa mai l’ha fatta diventare così stupido, onorevole?

Quella che segue è una lettera aperta che un giocatore di football americano, Chris Kluwe, della squadra dei Minnesota Vikings, ha scritto a tale Emmett C. Burns Jr., esponente del Partito Democratico americano che si era precedentemente scagliato contro un suo collega dei Baltimore Ravens, Brendon Ayanbadejo, per il suo supporto al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La lettera, che è stata pubblicata su Il Post, è molto eloquente a tale proposito:

Caro Emmett C. Burns Jr.,

Trovo inconcepibile che lei sia stato eletto come delegato dello stato del Maryland. Il suo livore e la sua intolleranza mi imbarazzano, e mi disgusta pensare che lei sia in qualsiasi modo e a qualsiasi livello coinvolto nel processo di formazione delle politiche sociali.

Le posizioni che lei abbraccia ed espone non prendono in considerazione alcuni punti fondamentali, che illustrerò con dovizia di particolari (potrebbe esserle necessaria l’assunzione di uno stagista che la aiuti con le parole più lunghe):

1. Come sospettavo, non ha letto la Costituzione, quindi le vorrei ricordare che il Primo, primissimo emendamento di questo fondamentale documento si occupa della libertà di parola, e in particolar modo delle limitazioni di tale libertà.
Utilizzando la sua posizione istituzionale (facendo riferimento ai suoi elettori in modo da minacciare implicitamente la gestione dei Ravens) per dichiarare che i Ravens dovrebbero «scoraggiare dichiarazioni di questo genere» da parte dei loro dipendenti – nello specifico Brendon Ayanbadejo – non solo lei sta chiaramente violando il Primo Emendamento, ma dimostra di essere una narcisista macchia di merda.

Che cosa mai l’ha fatta diventare così stupido? Mi sconcerta che un uomo come lei, che fa affidamento sullo stesso Primo Emendamento per coltivare i propri studi religiosi senza timore di ritorsioni da parte dello Stato, possa giustificare il soffocamento del diritto alla libertà di espressione di qualcun altro. Chiamare “ipocrita” un uomo come lei sarebbe mancare di rispetto alla parola. “Osceno, assurdo ipocrita del cazzo” è un po’ più appropriato, forse.

2. «Molti dei vostri tifosi non sono d’accordo con questa presa di posizione e ritengono che [questi argomenti] non debbano avere posto nello sport, che dovrebbe riguardare il tifo, l’intrattenimento, l’entusiasmo e nient’altro». Santo cielo, quante stronzate. Ha sul serio detto questa roba, lei che è stato «attivamente coinvolto nelle task force del governo che si sono occupate delle conseguenze culturali e sociali della schiavitù in Maryland» (come recita la sua voce di Wikipedia, ndt)? Non ha mai sentito parlare di Kenny Washington? Di Jackie Robinson? Nel 1962 la NFL prevedeva ancora la segregazione razziale, che è stata spazzata via grazie a atleti e allenatori coraggiosi che hanno osato esprimere il loro parere e fare la cosa giusta.
E nonostante tutto questo lei è capace di dire che la politica e le questioni politiche «non dovrebbero avere un posto nello sport»? Non so neanche da dove cominciare per immaginare la dissonanza cognitiva che con ogni probabilità sconvolge in questo momento la sua mente confusa e marcia, e la ginnastica mentale con cui il suo cervello si è contorto fino a produrre una dichiarazione così assurda da meritare una medaglia d’oro olimpica (il giudice russo sicuramente le darebbe 10, per “bellissimo repressivismo”).

3. Questo è più un mio dubbio personale. Ma perché odia la libertà? Perché odia il fatto che altre persone vogliano avere la possibilità di vivere le loro vite ed essere felici, anche se la pensano in modo diverso dal suo, o si comportano in modo diverso? In che modo, in che forma, la riguarda il matrimonio gay? In che modo influisce sulla sua vita? Teme che se il matrimonio gay diventasse legale, lei comincerebbe all’improvviso a pensare al pene? «Oh merda, il matrimonio gay è stato approvato, devo subito correre a farmi sfondare di cazzi!». Ha paura che tutti i suoi amici diventino gay e non vengano più la domenica a vedere le partite da lei? (Comunque è improbabile, dato che anche ai gay piace guardare il football).

Posso assicurarle che il matrimonio gay non avrà alcun effetto sulla sua vita. I gay non verranno a casa sua a rubare i suoi figli. Non la trasformeranno magicamente in un lussurioso mostro mangiacazzi. Non rovesceranno il governo in un’orgia di edonistica dissolutezza soltanto perché all’improvviso avranno gli stessi diritti del 90 per cento della nostra popolazione – diritti come le indennità della previdenza, agevolazioni fiscali per chi ha figli, i permessi familiari o i congedi per malattia per prendersi cura dei propri cari, e l’assistenza sanitaria estesa a coniugi e figli. Sa che cosa farà ai gay il fatto di avere questi diritti? Li renderà cittadini americani a tutti gli effetti, proprio come tutti gli altri, con la libertà di perseguire la felicità con tutto ciò che questo comporta. Le dicono niente le battaglie per i diritti civili degli ultimi 200 anni?

In conclusione, spero che questa lettera, in qualche modo, la porti a riflettere sulla dimensione del colossale casino che lei ha spudoratamente scatenato ai danni di una persona il cui solo crimine è stato esporsi per qualcosa in cui credeva. Buona fortuna per le prossime elezioni, sono certo che ne avrà bisogno.

Cordialmente,
Chris Kluwe

P.S. Mi sono dannatamente esposto sulla questione del matrimonio gay, quindi può anche prendere il suo «non sono a conoscenza di altri giocatori della NFL che abbiano fatto quello che fa Ayanbadejo» e ficcarselo nella sua piccola boccaccia priva di empatia, strozzandocisi. Stronzo.

A quanto pare l’omofobia induce molte persone, anche quelle che si definiscono democratiche, ad auspicare la fine delle libertà personali per contrastare, in nome di vecchie superstizioni, il principio dell’autodeterminazione.

Una lettera del genere, ancora, potrebbe benissimo essere indirizzata a molti dei nostri politici – Giovanardi, Casini, Buttiglione, Bindi, D’Alema, ecc. – ma purtroppo non ci risulta che tra i nostri sportivi vi sia qualcuno che abbia una coscienza civica così sviluppata e, parolacce a parte, una così felice loquela.

Noi abbiamo gente come Gattuso e Cassano. E se lo sport è lo specchio di una società, si capisce come mai abbiamo anche certa gente dentro Pd, UdC e PdL.

Il documento Bindi prevede l’apartheid per gay e lesbiche

Luca Telese, in un suo pregevole articolo su Pubblico, ci spiega perché il documento Bindi sulle coppie gay è un imbroglio. Riporto qui alcuni passi fondamentali. Partiamo da cosa dice il documento in questione:

Il Pd, auspicando un più approfondito bilanciamento fra i principi degli articoli 2, 3 e 39 della Costituzione, quanto in specie alle libere scelte compiute da ciascuna persona in relazione alla vita di coppia e alla partecipazione alla stessa, opera dunque per l’adeguamento della disciplina giuridica all’effettiva sostanza dell’evoluzione sociale, anche introducendo, entro i vincoli della Costituzione e per il libero sviluppo della personalità di cui all’articolo 2, speciali forme di garanzia per i diritti e i doveri che sorgono dai legami differenti da quelli matrimoniali, ivi comprese le unioni omosessuali.

In pratica: Bindi rispolvera i diritti individuali, quando sottolinea il concetto di «libere scelte compiute da ciascuna persona in relazione alla vita di coppia». Si vuole arrivare ai DiCo.

E Telese stesso ci spiega perché questo tentativo è un abominio:

La commissione Bindi aveva un primo problema. Nel 2007 i cattolici della Margherita – oggi nel Pd – avevano voluto i Dico (una forma che non esiste in nessuna parte del mondo) per evitare una cosa che considerano inaccettabile. Ovvero: la semplice idea che agli omosessuali fosse concesso un rito che potesse avere una parvenza di cerimonia.

Rosy Bindi è ossessionata, in altri termini, nell’impedire a gay e lesbiche di fare cerimonie pubbliche. O di carattere pubblicistico. Se volete stare insieme, è questa la filosofia, fate pure, purché ve ne stiate chiusi in casa e non ostentiate.

Per tenerci nascosti in casa si stanno studiando «speciali forme di garanzia per i diritti e i doveri che sorgono dai legami differenti da quelli matrimoniali». Siamo alle leggi speciali. Le stesse che Bersani ha definito, con scelta lessicale altrettanto infelice ma almeno col pregio della sintesi, come “presidio giuridico”.

Eppure l’italiano è una lingua bellissima… basterebbe dire: “faremo in modo che tutte le famiglie, anche quelle formate da gay e lesbiche, siano riconosciute allo stesso modo davanti alla legge”.

Riassumendo: diritti individuali e divieto, per legge, di contrarre matrimonio ripescando un provvedimento che stabilisce cosa è famiglia e cosa non lo è. Questo non è progresso, questo è apartheid.

E non venitemi a dire che intanto è un piccolo passo: perché poi, un giorno, magari, si potrebbero fare provvedimenti su sgravi fiscali o mutui agevolati per famiglie o persone unite con vincolo matrimoniale. E basterebbe una cosa del genere per fare dei diritti riservati a gay e lesbiche, prerogative inutili.

Bindi, in altre parole, vuole questo. Noi, invece, vogliamo l’esatto contrario. Ovvero, la pari dignità giuridica di fronte allo Stato. Uno Stato degno di questo nome.

E adesso, reagire!

È in momenti come questo che si sente l’assenza di un movimento LGBT unito, forte e, mi si permetta, temibile.

Il partito democratico non è certo il miglior partito del mondo e da sabato si è candidato per scendere ai livelli del PdL, che tra l’altro tornerà a chiamarsi Forza Italia. Ma il movimento non è migliore. E non lo è perché se accusiamo il pd di essere ignavo e condannato all’inazione, non è il nostro non muoversi in maniera organica e compatta a renderci più credibili.

Eppure, abbiamo fior di associazioni. Abbiamo eccellenze professionali: ricordo che Rete Lenford e Certi Diritti sono le uniche associazioni che, ad oggi, possano vantare risultati concreti e degni di nota, come il pronunciamento della Corte Costituzionale che, contrariamente a quello che dice la cattolica bugiarda Rosy Bindi, ha dichiarato che nulla vieta, in Italia, il pieno riconoscimento delle coppie di gay e lesbiche.

Abbiamo forze e menti per creare un esercito terribile, temibile e, soprattutto, vittorioso. Manca, forse la volontà. E la volontà presuppone un progetto.

Cercherò di dire la mia in merito. Non perché io sono più avanti, ma è da un po’ che mi frullano in testa un paio di idee e vorrei condividerle.

1. Sarebbe stata opportuna una manifestazione nazionale di fronte alla sede del partito democratico a Roma oppure, in alternativa, un presidio città per città di fronte alle sedi provinciali. Una protesta corale, per far capire che ci siamo. Adesso è tardi, magari in futuro ci si organizza meglio.

2. Studiare pratiche di disobbedienza civile, a cominciare dal prelievo fiscale. Occorre vedere, ad esempio, come intaccare la pratica della dichiarazione dei redditi con un minimo di tutela legale. Ho appena fatto il modello unico e pagherò oltre duemilacinquecento euro. Lo Stato mi chiede di essere cittadino di fronte al dovere civico, ma mi nega la mia umanità di fronte al bisogno affettivo. Capirete da soli che questa situazione deve finire, al più presto. Se non sono degno di sposarmi, non avrò allora il dovere di permettere, ad altri, con le mie tasse, di fare altrettanto. È una questione di giustizia. Nulla più.

3. Organizzarsi in ordini professionali. A cominciare dagli insegnanti, ad esempio. Fare, nelle scuole, politiche di apertura ai temi LGBT. Il materiale didattico è vastissimo, dalla biologia alla letteratura, passando per l’educazione civica, la storia, la geografia, le scienze. Fate leggere il canto di Brunetto Latini e spiegate, ai vostri ragazzi, come Dante, uomo del suo tempo, collocava il maestro tra i peccatori perché era quello il senso comune. Ma la sua umanità lo elevava a maestro di vita, a sapiente. Dante, in altri termini, era (ed è) più avanti di Bersani, Bindi e buona parte del parlamento. Ed è nato più di settecento anni fa. Fate un po’ voi.

4. Pretendere, da parte dei deputati LGBT, presenti e futuri, un’ipoteca sulla “gaya obiezione di coscienza”. Molto più semplicemente, i deputati dei vari partiti che si ispirano al movimento dovranno prendere direttive non dai singoli gruppi politici di appartenenza, ma dalle associazioni. Se poi qualche legge non dovesse passare a causa del loro voto contrario, pazienza. Lo si è permesso a Paola Binetti, che votò contro la fiducia al governo di cui faceva parte il suo pd. Lo si permette, tuttora, a gente come Fioroni, che sta in parlamento a fare gli interessi del Vaticano. Non si vede perché non lo debbano fare “i nostri”. Poi va da sé che gente come Zan, Grillini ed altri possono benissimo fare tutt’altro. Ma poi il movimento dovrebbe espellerli. Siamo in guerra. E in guerra non si ammettono traditori.

5. Unificare il movimento dentro un unico progetto che è quello di dare la “quadruplice”: matrimonio, tutela dell’omogenitorialità, leggi antiomofobia e transfobia, politiche sanitarie anti-AIDS e contro le malattie a trasmissione sessuale. Scegliere un unico leader. Democraticamente eletto, attraverso il sistema delle primarie, aperti a tutti gli iscritti e le iscritte alle associazioni. Fare una Costituente LGBT, che ridisegni il sistema dell’associazionismo e della politica in questo paese. Ovviamente, per evitare commistioni e infiltrazioni, sarebbe doveroso non permettere di concorrere a chi ha in tasca una tessera di partito. Tali primarie dovrebbero, di contro, essere aperte a tutte/i gli appartenenti ai vari gruppi presenti in Italia.

Credo sia arrivato il momento di far capire ai nostri partiti, imbalsamati, mummificati e morti, che la società civile che noi rappresentiamo è una società più dinamica e attuale di quella rappresentata dagli interessi, miserrimi e ideologici, di cui si fanno portatori i leader dei maggiori partiti.

Abbiamo di fronte una responsabilità storica non indifferente: essere migliori. O, in alternativa, essere come loro. Il che è possibile, per carità. Ma poi, però, non lamentiamoci. Io propongo, in alternativa, di reagire. Subito!

Matrimonio gay? Qualcuno salvi Franceschini!

Che il Partito democratico non sia ancora capace di produrre una politica, figlia a sua volta di un’anima, sui diritti GLBT – legge contro l’omofobia, unioni civili e matrimoni per tutti, tutela dell’omogenitorialità – è risaputo. Basti vedere chi sta alla presidenza del partito per rendersene conto.

Se ne è accorto pure l’Espresso, che in un articolo apposito fa notare – così come è stato messo in luce su questo e in altri blog – come in un unico soggetto politico si abbiano posizioni assolutamente diverse, dalle dichiarazioni gay-friendly di Marino fino a quelle velatamente omofobe di Dario Franceschini.

A questo proposito, l’ex vice-segretario del Pd si è così espresso riguardo i matrimoni e riguardo un’eventuale legge sulle coppie di fatto:

La Costituzione parla di uomo e donna. [...] Nel momento in cui si riconoscono dei diritti alle persone che scelgono di convivere non c’è questo confine, possono essere anche due fratelli.

Bene, qui urge fare chiarezza, per il bene dell’onorevole Franceschini, in primissimo luogo, e per il concetto di onestà intellettuale, in secundis. Andiamo a leggere l’articolo 29 della Costituzione, dove si parla di matrimonio:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Come si vede, si parla di “coniugi”, non di uomo e donna, come dice il parlamentare del Pd. Credo sia molto grave che chi ha l’ardire – è il caso di dirlo, nella fattispecie – di governarci non sappia nemmeno cosa c’è scritto sulla nostra Carta fondamentale e che, in virtù di tale ignoranza, si permetta di decidere per chi, magari, almeno quell’articolo lo ha letto.

Secondo poi: si potrà dire che i costituenti non avevano previsto il matrimonio allargato alle coppie dello stesso sesso e ciò, probabilmente, è vero. Ma se è per questo nella Costituzione non erano previsti, nel bene e nel male, il divorzio, la legge sull’interruzione della gravidanza, l’abolizione delle province, il finanziamento alle scuole cattoliche – anzi, questo è proprio vietato – Daniela Santanché e, per finire, l’ignoranza dei nostri attuali rappresentanti.

Ripeto: qualcuno salvi quell’uomo, prima che gli facciano fare una brutta figura, alla radio o in televisione. E soprattutto, regaliamogli una Costituzione, magari una versione non censurata o rimaneggiata… Perché sappia, quando tornerà al governo, che cosa c’è scritto su quel libro misterioso sul quale giurerà.

Elezioni in Italia ed Europa: nuova (e brutta) politica all’arrembaggio!

Tempo di elezioni in Italia e in Europa. E credo che si possa sposare l’affermazione di Paola Concia, riguardo Parigi e Atene: la Francia rappresenta la speranza, la Grecia l’incubo.

Non nascondiamoci, infatti, un aspetto importantissimo: l’avanzata dell’estrema destra. Non solo il Front National, di Marie Le Pen, ma anche i neonazisti ellenici, di Alba Dorata. Roba, per intenderci, che i nostri leghisti, in confronto, sembrano mammolette illuministe.

Voto di protesta, certo. E voto di crisi. Ma pur sempre voto. Una scelta che non è per la “democrazia” in senso classico. Una scelta che non è, per altro, orientata verso l’astensione o la scheda bianca bensì verso opzioni comunque violente. E questo non va tenuto sotto gamba. La storia lo insegna.

In ogni caso, come già detto due settimane fa, adesso Hollande, in Francia, dovrà affrontare una sfida difficilissima: dare nuova credibilità a quella politica “tradizionale” che in tutta Europa è insidiata da una politica nuova – erroneamente accostata al prefisso anti-, e si pensi agli stessi Pirati tedeschi… – che non si riconosce nell’architettura istituzionale. Questo tentativo, si ricordi, dovrà inserire un nuovo percorso sui diritti GLBT. Vedremo come.

Per quanto riguarda l’Italia, credo che si possa riassumere la situazione di queste amministrative in modo seguente:
• le urne premiano la sinistra, sebbene la sinistra, anche in questo caso, benefici delle difficoltà della destra
• la Lega perde consensi, ma non scompare
• il PdL si scioglie, come il cerone di Berlusconi
• il Terzo Polo, di fatto, non esiste (Bersani e D’Alema, avete capito adesso o avete bisogno di un disegnino?)
• esplode il Movimento 5 Stelle, vero vincitore di queste elezioni

A questo proposito, mi soffermo su alcune ulteriori considerazioni:

1. a Genova vince il candidato di SEL, Doria, come a Milano la primavera passata. E a Palermo sembra profilarsi una situazione simile a quella di Napoli dell’anno scorso. Un candidato sostenuto da democratici e sinistra e che viene travolto da quello dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando. L’IdV rischia di divenire un alleato indispensabile. E questo devono capirlo non solo gli amici piddini, ma anche quelli dipietristi;

2. sul Terzo Polo. Un articolo sull’Unità parla di sostanziale flop di un’accozzaglia di partiti che si riduce a un’UdC allargata a pochi transfughi del PdL (Fini) e del Pd (Rutelli). Casini, intanto, si trincera dietro un assordante mutismo. A cominciare dal suo profilo su Twitter. Sperando che si tratti dell’inizio del giusto oblio della sua orripilante carriera politica;

3. i numeri del voto. Molti già dicono: «ha votato solo il 67% degli aventi diritto». Or bene, la democrazia non è ciò che potrebbe accadere se. È ciò che accade a urne chiuse. I berlusconiani lo ripetevano sempre. Non sarebbe male rinfrescar loro la memoria;

4. dal voto italiano ed europeo emerge un messaggio chiarissimo all’Europa dei burocrati. Merkel a livello internazionale e Monti, qui in Italia, hanno avuto un messaggio più che chiaro.

La sinistra, se vuole essere forza egemone e leader, deve partire da tutte queste considerazioni, bloccare il tentativo proporzionalista dell’UdC, partito che ha candidato Cuffaro e Romano – ricordiamolo sempre – e trovare un’unità interna, di programma e quindi di coalizione, che dia a questo paese un futuro nuovo.

Dall’amore non si guarisce, dall’odio sì

È successo lunedi scorso, in tarda serata. Intorno all’una di notte, grosso modo.

«Stavamo caminando con una coppia di miei amici verso la piazzetta di Monti, quando un tipo che con dei suoi amici stava andando nel verso opposto al mio, mi colpisce con una spallata. Io gli ho chiesto spiegazioni e lui ha incominciato ad insultarmi.»

Marco Palillo, militante gay del Partito Democratico, era in giro per il centro di Roma, con due amici, Leo e Dario. E mentre passeggiava è stato aggredito e insultato, gratuitamente. Gli ho chiesto di raccontare la sua storia ed è stato così gentile da rilasciarmi questa intervista, che pubblico per esprimergli la mia piena solidarietà.

Con quale pretesto sei stato avvicinato?
«Non sono stato avvicinato. Sono stato colpito, mentre camminavo.»

Avevi avuto sentore di esser stato preso di mira oppure ti sei ritrovato in quella situazione spiacevole di punto in bianco?
«Sono sicuro che quell’uomo avesse voglia di provocare una rissa, altrimenti non si spiega la forza con cui mi ha urtato mentre camminavo.»

E dopo gli aggressori cosa hanno fatto?
«Ha iniziato a urlarmi contro “mortacci quanto sei frocio”, “frocio di merda” e cose del genere…Noi a quel punto abbiamo preferito non rispondere e rifugiarsi dentro un bar.»

Come ha reagito la gente che stava lì in zona?
«È durato tutto pochi minuti. Nessuno ha avuto tempo di reagire. Neanche io. Di solito, sono uno che sa rispondere a tono alle offese gratuite.»

Hai sentito la vicinanza e la solidarietà della comunità GLBT?
«Ho sentito la vicinanza dei miei amici, prima fra tutti Paola Concia, e del mio partito il PD. Ho ricevuto attestati di solidarietà e amicizia da Equality, Gay Center, Gaylib, SEL, i Giovani Democratici, Luiss Arcobaleno, il circolo Mario Mieli e tanti altri singoli esponenti del movimento LGBT. Ringrazio ovviamente tutti di cuore per l’affetto.»

Tu sei un giovane militante politico. Cosa pensi debbano fare concretamente le istituzioni, attraverso l’azione dei partiti, per evitare che vi siano altre aggressioni e altri pestaggi?
«Le istituzioni devono innanzitutto capire che non se ne può più della solidarietà e degli atti di condanna, servono le leggi per arginare finalmente quelle sacche di violenza che sono presenti sul nostro territorio. Se in Italia la legge Mancino vigesse anche per gli omosessuali io avrei potuto denunciare il mio aggressore per le offese ricevute. Invece, allo stato attuale non è così.»

L’apertura a diritti specifici, quali il riconoscimento delle coppie di fatto o l’apertura al matrimonio per le coppie gay e lesbiche, secondo te, è uno strumento culturalmente valido per arginare e debellare il fenomeno dell’omo-transfobia?
«Io ho sempre detto che la prima arma contro l’omofobia sono i diritti. Quegli stessi diritti che tutti i paesi fondatori dell’Unione Europea garantiscono alle coppie omosessuali. Detto questo oltre ad una legge di stampo europeo sulle unioni gay, possibilmente il matrimonio, serve anche una normativa a contrasto della violenza omofoba e transfobica, per costituire quegli anticorpi sociali che servono a questo paese per fermare l’intolleranza e la cultura della sopraffazione.»

Quanto le dichiarazioni di certi politici, di destra e anche di sinistra, incidono culturalmente, seppur non direttamente, in questa cultura dell’odio?
«Certo. Alimentano quel clima culturale che porta poi ad avere gente che come nel mio caso si sente libera di insultare una persona per strada. C’è un senso di impunità che è inutile negare viene avallato da parte di certe aeree politiche. Del resto se esponenti importanti del parlamento arrivano persino a negare che ci sia stato la persecuzione degli omosessuali durante il nazismo…»

Cosa diresti ai tuoi aggressori, se dovessi incontrarli in un confronto diretto?
«Gli direi che dall’amore non si guarisce, dall’odio sì. Curatevi e vivrete più sereni.»

PD e matrimoni gay: trova l’intruso

Ecco le dichiarazioni in merito alla questione del matrimonio esteso anche alle coppie gay e lesbiche da parte di Ignazio Marino e di Rosy Bindi, ai link rispettivi:

v113047.vid?rnd=391243215232878

v113026.vid?rnd=39124321512170

Secondo voi chi è l’intruso? (In relazione, soprattutto, ai concetti di Europa e di civiltà)

Suggerimento: Bindi insiste ancora sui diritti individuali, ovvero il non riconoscimento delle coppie. Andiamo molto bene…

La legge elettorale e l’ABC dell’antidemocrazia

Ho letto dell’accordo tra Alfano, Bersani e Casini su quella che dovrebbe essere la prossima legge elettorale. Da quello che si legge, tutto lascia pensare al peggio. Vediamo perché.

Innanzi tutto, si legge sul Fatto Quotidiano, ci sarà «l’eliminazione dell’obbligo di coalizione, nel senso che diventerà facoltativo: le forze politiche che vorranno rendere chiare le alleanze lo faranno, ma non sarà obbligatorio». Suona strano dai difensori del bipolarismo, a cominciare dal segretario, o presunto tale, del PdL, che fino a ieri gridava ai pericoli di ogni inciucio.

L’obbligo di coalizione è fondamentale: io non voto il Partito Democratico per poi avere Casini o Buttiglioe nel governo. Ho bisogno di sapere con chi si vorranno alleare i partiti a cui va la mia scelta, altrimenti un voto varrebbe l’altro e potrei scegliere a casaccio, sulla scheda. Molto male, insomma.

Ancora, un altro elemento di forte preoccupazione: non ci saranno le preferenze. Solo che, allo stesso tempo, i partiti dicono che saranno i cittadini a scegliere i loro rappresentanti. In che modo è, attualmente, un mistero. Non è ben chiaro, infatti, se ci saranno ancora le liste bloccate. E se Parisi, non certo un parlamentare dell’IdV o della Lega, sostiene che ancora una volta i partiti – o meglio, i segretari – decideranno chi mandare in parlamento, a dispetto del voto dei cittadini, le preoccupazioni aumentano.

Di recente nei giornali e in TV si parla tanto, troppo e a sproposito di “antipolitica“, nome dato alla protesta contro un sistema di potere che ha prodotto fenomeni di enorme squallore quali il berlusconismo, l’impasse del PD, i vari trasformismi parlamentari, le scelte dell’UdC di mandare in parlamento personaggi poco raccomandabili, ecc.

Per quei signori, se ti ribelli a tutto questo sei contro la politica, quando magari, invece, ne vuoi solo una più pulita, meno nauseante.

Considerando che la legge elettorale è lo strumento per cui si rende funzionante la democrazia, e considerando che Alfano, Bersani e Casini – in ordine rigorosamente alfabetico – stanno lavorando per permettere ai partiti di rimanere ancorati alle poltrone e al potere quanto più possibile, si può ammettere, senza tema di smentita, che quei tre signori e gli interessi che portano avanti rappresentano l’ABC dell’antidemocrazia.

Da Casini e i berlusconiani ce lo aspettavamo pure. Dal leader di un partito che si definisce democratico decisamente no. E invece.