Parte sui social la petizione #regalaunavitaaLucioMalan

11062684_842487119191974_4428962986473329445_nScrive migliaia di emendamenti per leggi di cui non si avvarrà mai.
Legge libri di cui non capisce il significato e poi ci fa interrogazioni parlamentari.
Twitta su mafia e Arcigay un po’ a mentula canis.
Ti risponde acido sui social.
Frequenta parlamentari che si vestono peggio di lui (ricordate le camicie di Formigoni?).
Frequenta parlamentari che ti bloccano su Twitter se dimostri di esercitare forme basilari di pensiero (Gasparri docet).
Vota pure per i colleghi distratti, in Senato.
Se la prende persino col Teatro Massimo di Palermo, perché dà il congedo matrimoniale ai suoi dipendenti gay.
Gira, fa (poche) cose, ma soprattutto vede gender. Ovunque.
E, cosa ancor più grave, sbaglia tintura per capelli.

Sorge l’atroce sospetto: ma Malan una vita ce l’ha? Aiutiamolo a trovargliene una. Clicca qui.

***

P.S.: Istruzioni per l’uso:

– condividi sui tuoi social, anche includendo una battuta o un meme
– mettere l’hashtag #regalaunavitaaLucioMalan
– non siate mai volgari, sia benvenuta l’ironia
– invitate i vostri contatti

…e rendiamo meno grigia la vita di quell’uomo!

Il mio 2014, in dieci immagini

Queste sono le dieci fotografie che in certo qual modo hanno caratterizzato il mio 2014. Un anno particolare, di transizione, direi. Con alcune cose che sono irrimediabilmente finite e altre che sono cominciate, di punto in bianco. Con parti di me che ho riscoperto, con gioia e non senza stupore. E ombre che ancora ritrovo, qua e là nella mia anima. Eppure anche questo, mi suggeriscono dalla regia, fa parte del ciclo della vita. E allora…

 

1

Clotilde è la mia prima orchidea. L’ho comprata all’Ikea, all’inizio del 2013 e ancora vive. E non solo. Ha fatto pure una seconda fioritura, cosa che – per quanto mi ha detto chi se ne intende – è abbastanza rara. È il mio simbolo delle cose che si rigenerano. Dell’inatteso. Della vita che è più forte del destino.

 

2

È un caldo pomeriggio di inizio primavera. Siamo altrove, siamo gli amici e le amiche di sempre. Alcuni di noi hanno avuto i bambini, altri (come me) sono scapoli d’oro. Nonostante tutto il tempo trascorso e la diversità delle nostre vite, abbiamo ancora la voglia di stare insieme, di ritrovarci. E di farlo con gioia. Questa immagine è il simbolo della continuità, delle cose che stanno dentro te, a prescindere dal fluire della vita.

 

3

Maria aveva diciannove anni e a maggio ci avrebbe lasciati. Era una gatta buona, tenera, intelligente. Avrebbe potuto insegnare molte cose a persone che non sanno cos’è la fedeltà e la devozione, che non conoscono l’amore. Questa fotografia è l’ultima che ci siamo fatti, insieme, in quel giorno di aprile, mentre l’accarezzavo sul mio petto. È il simbolo dell’amore più puro. Il più disinteressato.

 

4

Petra, un viaggio che ho sempre desiderato fare. Un luogo magico, unico al mondo. La storia, l’agire dell’uomo, la sua operosità. L’infinitezza del tempo. Il suo scorrere ineluttabile. Quella cosa che ci rende piccoli rispetto a ciò che siamo realmente. Quest’immagine rappresenta il simbolo del fluire delle cose e della memoria, unico filo possibile dei giorni che ci sfuggono inesorabilmente.

 

5

Ho scattato questa foto a San Marino, in una fattoria dentro una riserva naturale. È un luogo particolare, dove gli animali vengono ospitati per poter vivere felici. Quest’asina era destinata al macello ed è stata portata qui, in fin di vita. Aveva timore degli uomini, era stata maltrattata. L’amore dei proprietari della tenuta l’hanno riportata in salute e a fidarsi di nuovo delle persone. La ragazza che l’ha presa in cura ci ha detto che, una volta ristabilita, non voleva uscire dalla stalla dove era stata ricoverata, per paura. Le sue compagne, però, per una misteriosa ragione, hanno “sentito” che era lì e l’hanno chiamata, ragliando. Lei è come tornata in vita e da sola le ha raggiunte. Con questa immagine, che prelude a una carezza, do corpo alla speranza e ai nuovi inizi.

 

6

Questa foto è stata scattata a Palermo, a ridosso del pride. È stata la mia prima partecipazione a un talk show. Lì ho conosciuto persone speciali, come Caterina. Quando penso a quel giorno mi piace immaginare quegli elementi che quando si incontrano, in modo un po’ casuale (ma non più di tanto a ben vedere), generano qualcosa di nuovo. E quel che mi piace di più è che il bello deve ancora arrivare…

 

10468061_10152072068790703_4606397283947429319_n

È una notte d’estate, Ale ed io andiamo in giro per Roma. Una città a volte magica, che sa coccolarti, che ti illude, che ti rigetta, che sa essere puttana. Una città che se non fosse per gli amici, potrebbe essere la più dura del mondo, nonostante la sua bellezza. Ale è una new entry di quest’anno. Un affetto puro. Un punto di riferimento. Una di quelle persone che ti danno autostima per il solo fatto di averti scelto.

 

8

Caterina, dicevo. È il giorno del mio compleanno e ti arriva un pacco regalo. Dentro ci trovi la colazione, il cappuccino, i dolci. E pure una rosa, accanto. Mi piace essere coccolato. E lei mi ha fatto questa sorpresa. Gradita, inaspettata. Insomma, una cosa bella. Come sa essere a volte la vita… E Caterina, quindi. E il suo essere speciale, dicevo.

 

9

E siamo giunti a quota tre. Un saggio, una curatela, una raccolta di racconti. Quest’ultima, Da quando Ines è andata a vivere in città, nasce dopo anni di pudori. Dopo aver cercato per moltissimo tempo il coraggio di mettersi alla prova sul piano dei sentimenti. Perché va bene, so analizzare la realtà, di ciò sono fin troppo consapevole. Ma che spazio riesco a dare al mio cuore? Questo devo ancora impararlo, a quarantuno anni passati. E nell’attesa di scoprirlo, scrivo.

 

10

Questa foto mi è stata scattata a Napoli, a inizio dicembre. Ero a un convegno universitario. Portavo una mia relazione, dopo molto tempo. Sono felice, lo potete vedere dai miei occhi. Perché quella è la mia dimensione: produrre cultura. Non so se riuscirò mai a coronare il mio sogno. Ma so che non posso far altro che coltivarlo dentro di me. Perché anche se è un’illusione, mi rende vivo. E se c’è vita, abbiamo tutto quello che ci serve perché certe cose si realizzino. Se non come le vogliamo, almeno per quello che noi siamo.

Ed è così che lascio questo 2014, senza nessun proposito, senza auguri che non siano quelli di avere giorni pieni di stimoli, di riconquiste interiori, di presenze opportune, vecchie e nuove, di salti di gioia e della memoria dell’amore che fu e che – per chissà quale strana magia di cui non siamo del tutto consapevoli – può essere ancora.

E sul Fatto Quotidiano oggi si parla di matrimoni leciti e non

matrimonio-gay-spagna

matrimoni leciti e illeciti: la chiesa dice sì a…

Ultim’ora: il prefetto Sodano di Bologna vuol revocare la registrazione delle nozze contratte all’estero dai gay perché non previste dall’ordinamento italiano. Magari potrebbe ricordare che pure la trattativa tra stato e mafia non è prevista e, contrariamente alle relazioni LGBT, è pure illegale. Tuttavia quel tipo di “matrimonio”, la Repubblica che lei rappresenta lo ha già siglato. Come la mettiamo?

E a proposito di matrimoni, religiosi questa volta, e mafia. Lascio la parola a Francesco Lupo del M5S palermitano che dice: «lascia di stucco che in questo paese i clericali si straccino le vesti su matrimoni Lgbt, però consentono allegramente in chiesa sposalizi tra “casate” mafiose».

Perché a quanto pare la chiesa cattolica palermitana ha concesso la prestigiosa Cappella Palatina per far sposare i due rampolli di due clan… ma di questo ne parlo sul Fatto Quotidiano. Per cui, buona lettura.

Family Pride

Sono stati i giorni dell’Onda Pride e ho fatto come una trottola, tra Roma, Palermo e Catania.

Avevo in mente di scrivere un post sulle emozioni, il valore politico del fatto che dieci città scendano in piazza tutte insieme, ecc.

Poi ho pensato che due immagini potevano raccontare al meglio questa settimana appena trascorsa.

Questa, per cominciare:

10521986_10152108169995703_4135560487284487983_n

famiglie orgogliose…

E quest’altra:

famiglie da pride

famiglie da pride

E come ho già scritto altrove, credo che si possa commentare così: noi persone LGBT siamo per un’unica forma di amore, quello vero. Altre parole sono superflue. Così come certi silenzi.

Pride 2013: orgoglio e libertà!

Ricomincia la stagione dei Pride italiani. Ogni anno sempre più città organizzano le marce della fierezza LGBT. Una manifestazione contestata, dal versante eterosessuale (parte di) perché “poco per bene” e da quello omosessuale (sempre una parte di) perché poco rassicurante.

Apro una parentesi su questo.

Ok, è vero: se andate ai pride qualche tetta e qualche muscolo unto lo potrete incontrare. Ma per ottenere lo stesso risultato vi basterà accendere la TV in qualsiasi ora del giorno o della notte, osservare cartelloni pubblicitari per strada, addirittura nelle pagine dei quotidiani. Di che vi lamentate, allora? Solo perché il corpo, in alcuni casi, investe una rivendicazione politica? O solo perché non tollerate un certo cattivo gusto? Libertà dovrebbe essere poter manifestare il proprio lato trash senza la pretesa (soprattutto se proiettata dall’esterno) di essere moralmente superiori agli altri.

Poi è singolare il fatto che questo tipo di critiche, quando ne parliamo, mi vengano da gay e lesbiche che magari ancora non lo hanno detto a casa o, addirittura, da chi sostiene che leggi antiomofobia non devono essere fatte e che gli omofobi hanno tutto il diritto di essere tali, sempre per la questione della libertà individuale. Per questa gente i fascistelli hanno tutto il diritto di menare il frocio, ma il frocio non può stare su un carro in mutande. Ragazzi/e, andate da uno bravo, ve lo dico col cuore. Magari la finirete di percepire voi stessi come persone a umanità limitata.

E chiudo qui la parentesi.

Parliamo del contesto storico. Media e politica si sono alleati: fioccano lettere strappacuore di presunti ragazzini problematici che dicono: ok, sono frocio, diritti ne voglio pochi, figli men che mai, purché mi lasciate vivere in santa pace. Repubblica pubblica, i parlamentari leggono e finalmente si convincono: avrete diritti, uguali a quelli del matrimonio, ma diversi da quelli del matrimonio. Quindi di meno, e figli men che mai. E ti viene da dire: ma tu guarda!

Quindi, ricapitolando: abbiamo una comunità LGBT che parte ancora dall’ABC, una classe politica che si riassume in due parole – governo e Letta – e una previsione di bilancio dei diritti di tipo segregazionista. Se tutto va bene, e quel se è grande quanto una galassia, avremo un istituto separato, a diritti ridotti, che non deve toccare la sacralità del matrimonio e ci farà entrare nel palazzo dell’eguaglianza come un parente di cui vergognarsi entrerebbe dalla porta di servizio. Per molti questo si chiama progresso e unica strada percorribile al momento. Per me tutto questo è uno schifo. Ma io sono io e, parafrasando il marchese del Grillo, non sono nemmeno un cazzo. Ergo, non posso fare altro che guardare a quella che sarà storia come il momento in cui la sinistra ha abdicato – tanto per cambiare – la destra è diventata frocia col culo degli altri – come sempre – e la comunità LGBT si sarà accontentata dell’elemosina. Poi però non lamentatevi se vi trattano da mendicanti. Ok?

Fine della polemica.

Riporto di seguito le date dei Pride italiani, ripresa da Queer BLog:

• 8 giugno: Torino (slogan: Ma tu quante famiglie conosci?)
• 15 giugno: Barletta, Roma (slogan: Roma città aperta) e Vicenza
• 22 giugno: Palermo – Pride Nazionale
• 29 giugno: Bologna, Cagliari, Catania, Milano, Napoli
• 6 luglio: Viareggio

Proprio perché il pride non è solo “esibizione” – e Dio, o chi per lui, benedica l’esibizione del sé, dal culo in poi – faccio notare che nella mia città la “festa dell’orgoglio” quest’anno sarà tematica. E si occuperà del problema della salute e delle persone HIV positive.

Si legge nel documento di quest’anno:

Parlare di corpi liberati e autodeterminati senza parlare di salute è come voler procedere su un carro privo di ruote. Un corpo liberato è un corpo non marginalizzato né discriminato non solo per il proprio orientamento sessuale, la propria identità di genere o il proprio genere, ma anche per la propria condizione di salute. Vogliamo e dobbiamo combattere giorno per giorno, attraverso le politiche della prevenzione, il fenomeno di HIV (nel territorio di Catania l’incidenza annua è di 3,2 nuovi casi di persone HIV+, su 100.000 abitanti), ma dobbiamo combattere anche l’esclusione, lo stigma e l’emarginazione sociale che le persone HIV+ subiscono anche all’interno della nostra comunità. Per questo, il Catania Pride 2013 – Festa dell’Orgoglio Omosessuale e Transessuale di quest’anno è promosso insieme a PLUS-onlus e a LILA Catania.

Adesso, per chi non lo sapesse, quando il dorato e incorrotto mondo eterosessuale si accorgeva del fenomeno dell’AIDS, liquidò la cosa come “peste gay”. L’allora ministro Donat Cattin evitò di affrontare la questione: «pubblicizzare l’uso del condom? Come fare la reclame al coito anale!”. Poi ci stupiamo ancora del perché del bunga bunga et similia…

Le prime forme di sensibilizzazione, le prime campagne di prevenzione – il lavoro “sporco” in altre parole – l’han portate avanti le associazioni LGBT. Se aspettavamo partiti e governo, sareste già ricoperti di pustole. Ricordatevelo sempre.

Bene, quest’anno a Catania, accanto a lustrini e coriandoli, si parlerà di salute. Non vi sembra una cosa fin troppo “seria”? A me tantissimo. Per questo credo che questo sforzo vada premiato e per tale ragione penso che la partecipazione dovrebbe essere massima.

Poi in Sicilia c’è pure il Pride Nazionale… ok, forse è un po’ tardi scriverlo ora, ma potete pensare di fare due week end di fila nella nostra bella isola. 22 e 29 giugno. Tutta vita, eh! In ogni senso.

E buon pride, a tutti a tutte. Anche a chi non ci viene. Stiamo comunque lavorando per voi. Per avere una società meno ipocrita e più libera. Adesso non potete saperlo, ma se vinciamo noi un giorno ci ringrazierete. Se invece no, continuerete a lamentarvi. Senza nemmeno sapere il perché. Noi, per metterci al sicuro, continueremo a lavorare. Per noi, per voi. Per tutti e tutte.

Pride: in the name of?

Ieri non sono andato deliberatamente alla riunione di movimento per l’assegnazione del Pride nazionale, che si è tenuta a Roma alla sede del Circolo Mario Mieli, l’associazione in cui milito.

Un po’ perché avevo gli operai in casa, un po’ perché non me la sentivo di star chiuso dentro una stanza a sorbirmi, com’è successo negli anni passati, discussioni infinite di tipo conciliare su argomenti affini al sesso degli angeli. Male tutto italiano, ad essere onesti – ricordiamo le discussioni infinite dentro il centro-sinistra se usare o meno il trattino nell’omonima dicitura? Ecco… – ma che mi appassiona ben poco.

Dai commenti che ho letto su Twitter, dai messaggi pervenuti e parlando con alcune persone che lì erano andate, è emerso che si è discusso per quattro ore di seguito su “cos’è un pride” e se sia il caso di togliere alla manifestazione l’aggettivo “nazionale”.

Eppure non mi sembra così difficile… in quattordici anni di militanza ho imparato che un pride è una manifestazione a cui partecipano gay, lesbiche, bisex e transessuali, insieme a una vasta compagine eterosessuale – insomma, la società tutta – in nome della visibilità e mirante a ottenere specifici riconoscimenti giuridici.

Ed è nazionale una manifestazione che raccoglie adesioni e, soprattutto, presenze da tutto il territorio. In tal senso potremmo dire che tutti i pride italiani sono, in realtà, manifestazioni di carattere per lo più regionale – e non è detto che questo sia necessariamente un male – alle quali partecipano delegazioni di più associazioni sparse sul territorio italiano (come è successo a Bologna, ultimamente, ma non solo).

Credo, a sentire chi c’è stato a quella riunione, che il problema fosse se assegnare o meno la dicitura di “pride nazionale” alla sede di Palermo, che da due anni porta avanti la manifestazione LGBT più grande e partecipata dell’isola. E nel contesto nostrano di pride itineranti, non capisco perché ciò che fino a ieri è andato bene per Torino, Genova, Bologna e Roma, adesso debba essere messo in discussione per il capoluogo siciliano. Davvero mi sfugge.

Al di là di queste facezie, faccio notare che ieri, mentre a Roma si discuteva per quattro ore sull’opportunità di togliere un aggettivo accanto al nome “pride”, in Sicilia un mio amico ha fatto coming out con la sua famiglia e, da quello che so, la cosa non è andata benissimo… non ho più notizie di questa persona – un ragazzo di grande intelligenza e di profonda umanità – dalle 16:40 di ieri.

Credo che il senso del nostro agire dovrebbe avere, come obiettivo, situazioni come quella appena descritta. risolvere il disagio, operare a livello culturale e politico, affinché non si verifichino più. E invece…

Fatti come quelli appena descritti, al cospetto di un’emergenza umanitaria purtroppo ancora invisibile (e irrisolta) ma non per questo meno reale, dentro migliaia di famiglie italiane, mi pongono di fronte all’interrogativo di quale senso abbia, arrivati a questo punto, militare dentro l’attuale movimento gay.

Elezioni in Italia ed Europa: nuova (e brutta) politica all’arrembaggio!

Tempo di elezioni in Italia e in Europa. E credo che si possa sposare l’affermazione di Paola Concia, riguardo Parigi e Atene: la Francia rappresenta la speranza, la Grecia l’incubo.

Non nascondiamoci, infatti, un aspetto importantissimo: l’avanzata dell’estrema destra. Non solo il Front National, di Marie Le Pen, ma anche i neonazisti ellenici, di Alba Dorata. Roba, per intenderci, che i nostri leghisti, in confronto, sembrano mammolette illuministe.

Voto di protesta, certo. E voto di crisi. Ma pur sempre voto. Una scelta che non è per la “democrazia” in senso classico. Una scelta che non è, per altro, orientata verso l’astensione o la scheda bianca bensì verso opzioni comunque violente. E questo non va tenuto sotto gamba. La storia lo insegna.

In ogni caso, come già detto due settimane fa, adesso Hollande, in Francia, dovrà affrontare una sfida difficilissima: dare nuova credibilità a quella politica “tradizionale” che in tutta Europa è insidiata da una politica nuova – erroneamente accostata al prefisso anti-, e si pensi agli stessi Pirati tedeschi… – che non si riconosce nell’architettura istituzionale. Questo tentativo, si ricordi, dovrà inserire un nuovo percorso sui diritti GLBT. Vedremo come.

Per quanto riguarda l’Italia, credo che si possa riassumere la situazione di queste amministrative in modo seguente:
• le urne premiano la sinistra, sebbene la sinistra, anche in questo caso, benefici delle difficoltà della destra
• la Lega perde consensi, ma non scompare
• il PdL si scioglie, come il cerone di Berlusconi
• il Terzo Polo, di fatto, non esiste (Bersani e D’Alema, avete capito adesso o avete bisogno di un disegnino?)
• esplode il Movimento 5 Stelle, vero vincitore di queste elezioni

A questo proposito, mi soffermo su alcune ulteriori considerazioni:

1. a Genova vince il candidato di SEL, Doria, come a Milano la primavera passata. E a Palermo sembra profilarsi una situazione simile a quella di Napoli dell’anno scorso. Un candidato sostenuto da democratici e sinistra e che viene travolto da quello dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando. L’IdV rischia di divenire un alleato indispensabile. E questo devono capirlo non solo gli amici piddini, ma anche quelli dipietristi;

2. sul Terzo Polo. Un articolo sull’Unità parla di sostanziale flop di un’accozzaglia di partiti che si riduce a un’UdC allargata a pochi transfughi del PdL (Fini) e del Pd (Rutelli). Casini, intanto, si trincera dietro un assordante mutismo. A cominciare dal suo profilo su Twitter. Sperando che si tratti dell’inizio del giusto oblio della sua orripilante carriera politica;

3. i numeri del voto. Molti già dicono: «ha votato solo il 67% degli aventi diritto». Or bene, la democrazia non è ciò che potrebbe accadere se. È ciò che accade a urne chiuse. I berlusconiani lo ripetevano sempre. Non sarebbe male rinfrescar loro la memoria;

4. dal voto italiano ed europeo emerge un messaggio chiarissimo all’Europa dei burocrati. Merkel a livello internazionale e Monti, qui in Italia, hanno avuto un messaggio più che chiaro.

La sinistra, se vuole essere forza egemone e leader, deve partire da tutte queste considerazioni, bloccare il tentativo proporzionalista dell’UdC, partito che ha candidato Cuffaro e Romano – ricordiamolo sempre – e trovare un’unità interna, di programma e quindi di coalizione, che dia a questo paese un futuro nuovo.

Addio a Giorgio Bocca: fu partigiano, giornalista e scrittore. E omofobo e razzista

È morto Giorgio Bocca: è stato partigiano, giornalista e scrittore.

Parlando dei tempi moderni e soprattutto dell’età berlusconiana fece notare che la tragedia del presente stava nell’esser traghettati «senza accorgercene, senza reagire, dal mondo dei miti e delle leggende, cioè della fantasia e della poesia, a quello dei consigli per gli acquisti».

Sempre riguardo ai mali dell’Italia, dichiarò: «Questa democrazia malata la dobbiamo pure a questa sinistra alla D’Alema che collabora da 15 anni con Berlusconi. Hanno capito che, se non partecipano in qualche modo alla sua greppia, non campano più».

Adesso io non so se era davvero un “grande”, come la retorica giornalistica – a cominciare da la Repubblica, che con quel D’Alema criticato da Bocca è, a volte, ammiccante – lo vuole descrivere. Giornalisticamente lo conoscevo poco. Di certo non si può negare che avesse un grande senso della sintesi.

Peccato fosse pure omofobo, come quando disse: «Pasolini è morto perché, la rigirino pure come vogliono, era di una violenza spaventosa nei confronti di questi suoi amici puttaneschi. Poi mi dava noia questo: ho un po’ di omofobia, che poi è una cosa militare».

E razzista: «la gente del Sud è orrenda. […] Una volta, a Palermo, c’era una puzza di marcio, con gente mostruosa  che usciva dalle catapecchie. Vai a Napoli ed è un cimiciaio, ancora adesso. Una poesia il il modo di vivere di quelle parti? Per me è il terrore, è il cancro. Sono zone urbane marce, inguaribili».

Per cui, onore a Giorgio Bocca: partigiano, giornalista e scrittore. Soprattutto di fronte allo squallido panorama dei nostri cronisti attuali, popolato da maggiordomi, stenografi e marchette.

Ma il suo essere italiano esattamente come quel Berlusconi e l’italietta da lui rappresentata… beh, questo non credo ci mancherà.

In fondo l’Italia è omofoba perché va in chiesa

Due notizie mi hanno accolto al risveglio. Apparentemente del tutto scollegate tra loro, eppure una stessa matrice subculturale le accomuna e le rende le due facce della stessa medaglia.

La prima sembra quasi una barzelletta: un uomo va in banca, per una normale operazione di routine. Il cassiere lo guarda e gli fa: «Lei è finocchio, non la servo». Succede nella civilissima Siena. Di quale banca si tratta ci è impedito saperlo. Il giornale non ne parla.

A questo proposito ricordo che in Italia, di fronte a certi crimini, efferati o minori, la stampa non ha problemi a pubblicare a quattro colonne nomi e cognomi e provenienza geografica di rom, extracomunitari, rumeni e via discorrendo.

La seconda: alla facoltà di Medicina di Palermo gli studenti di Infermieristica sono stati invitati a partecipare alla messa natalizia. Scrive l’UAAR, che denuncia il fatto: «…si consigliava caldamente agli studenti di partecipare, facendo presente che la messa sarebbe stata conteggiata come tirocinio».

Un vero e proprio abuso, ci fa notare ancora l’UAAR, «che discrimina in particolare gli studenti non credenti o di altra religione».

Aggiungo che con la messa e la comunione non guarisci le ferite e non curi i malati. A tal proposito, mi piacerebbe che si proponesse agli alti prelati e ai sacerdoti che impongono questo tipo di dinamiche di curarsi esclusivamente con la preghiera. Sarebbe interessante realizzare che sarebbero i primi a non aver fiducia nelle qualità taumaturgiche del loro dio.

L’Italia, tuttavia, è questa.

È l’Italia che sbatte in prima pagina il rom che (non) ha violentato la ragazzina bugiarda, ma poi protegge il nome di banche dove vengono insultati onesti cittadini.

È l’Italia in cui la chiesa pretende di avere il predominio morale sulle coscienze degli italiani, attraverso il ricatto e l’intimidazione: se non vieni a messa, niente crediti universitari.

Non mi stupirebbe sapere che l’anonimo – per ora – cassiere dell’altrettanto anonima – sempre per il momento – banca senese sia un timorato di Dio. E non mi stupirebbe venire a conoscenza del fatto che a Palermo si sia detto, eventualmente, qualcosa contro i moderni figli di Sodoma. L’omofobia, a ben vedere, ha in santa romana chiesa una delle sue madri più prestigiose. Il resto è cronaca.

Gesù Cristo potrebbe pure rivoltarsi nella tomba

Tempi difficili per il Vaticano e, last but not least, i suoi più orridi maggiordomi, dentro e fuori il parlamento.

Tutto comincia quando un buontempone fa circolare un video, con la solita battuta di sua maestà il premier su Rosy Bindi. Adesso, pure io non sono mai stato molto tenero con colei che reputo molto semplicisticamente una suora mannara, ma va detto a onor del vero che se ripeti sempre lo stesso mantra, come minimo pecchi di originalità. E considerando che si parte sempre dalle piccole cose per poter capire eventi ben più grandi, la ripetitività di Berlusconi sull’avvenenza della Bindi può esser vista come il corrispettivo psichico della sua fissa di evitare i processi. Da quindici anni, a ben vedere, tra governo e opposizione non ha pensato ad altro.

Ma veniamo al punto: re Silvio recita la solita solfa, vecchia come la pelle che continua a tirarsi sul viso anche a costo di assomigliare a Mao Tze Tung, e parte il bestemmione. Piazza San Pietro si indigna. Per poi far sapere che occorre comunque contestualizzare. Anche quando si accosta il concetto di Dio alla sfera semantica del suino. E poi si dice che la chiesa sia contro il relativismo…

Certo, fosse stato detto a una puntata di un qualsiasi reality, Berlusconi avrebbe già lasciato la casa, l’isola, la fattoria e pure l’harem. Ma la vita, per fortuna, non è il Grande Fratello. L’unica cosa in cui coincidono è la stronzaggine cosmica che poi, a ben vedere, è la stessa che genera l’alchimia che fa diventare ministre le veline e docenti universitarie le figlie di miliardari prestati alla politica.

Tutto questo per altro dimostra, per altro, come oltre Tevere si abbia, a volte, la dimensione morale di una Marcuzzi qualsiasi.

Ma non è di questo che volevo parlare.

Volevo parlare di embrioni, invece. A quanto pare il premio Nobel per la medicina, quest’anno, se l’è aggiudicato tale signor Edwards, che ha fatto la felicità di migliaia di coppie che, altrimenti, non avrebbero potuto avere un figlio. Vedi pure: fecondazione assistita.

Il Vaticano, coerentemente col suo amore per i bambini, si è ribellato: nell’attribuzione del premio a un uomo che, a sentir la pretaglia, ha permesso la distruzione di milioni di embrioni – che poi, in realtà, vengono utilizzati per ricerche scientifiche, per migliorare la salute, per fare cure di cui pure i rappresentanti del clero godono o godranno – non si è tenuto conto dell’aspetto etico della fecondazione in vitro. Già. La stessa, magari, che fa fare spallucce a chi, come l’attuale papa, ha scritto documenti super segreti per proteggere pedofili in tutto il mondo.

Ma al peggio non c’è mai fine e visto che si parla di etica, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Joseph Ratzinger del fatto che la sua visita a Palermo del 3 ottobre scorso ha causato, nell’ordine:
– un salasso economico per un comune già disastrato da anni di amministrazione della destra
il calpestamento della Costituzione della Repubblica, proprio quando la polizia, in pieno stile fascista, ha fatto togliere a una libreria alcune frasi proferite da un certo Gesù Cristo, in uno dei Vangeli che parlano di lui perché considerate offensive nei confronti del papa.

Certo, poi ti viene in mente che se la Santa Sede tollera chi bestemmia il diretto superiore di ogni pontefice mai esistito – che per la cronaca è anche il leader politico del sindaco del capoluogo siciliano – e che sempre la Santa Sede in passato ha tollerato di andare a braccetto con le peggiori dittature del mondo, dal fascismo in giù. Non sarà un cartellone strappato a far scandalo.

Concludo riprendendo il commento di Micromega su tutto l’accaduto: fa strano che gli unici a indignarsi, per i fatti di Palermo, siano stati Il Fatto Quotidiano e il periodico di Flores D’Arcais. Il resto della stampa – di regime e antiberlusconiana, ma ugualmente papista – tace: evidentemente era troppo occupata ad avvolgere il pesce in qualche mercato rionale.