Gay di larghe intese e altre catastrofi

Militanti gay che aspirano a entrare in Parlamento, costi quel che costi.
E molto spesso il prezzo da pagare è quello a discapito dei nostri diritti.
Politici gay che poi sono solo politicanti comuni.
Politici che nascono sotto l’arcobaleno e poi, una volta eletti, lo abbandonano per il grigiore delle larghe intese.
Attivisti gay di vent’anni vecchi come burocrati in voga negli anni ’70.
Attivisti gay di vent’anni la cui massima aspirazione è quella di entrare in una segreteria. Una qualsiasi.
I “soliti noti” gay che si attaccano alla gonna (e al portafogli) del “solito noto” politico.
I gay del Pd. Non tutti, ok. Ma a quanto pare molti, purtroppo.
E i gay padovani – e non solo – che difendono a spada tratta Rosy Bindi. Solo per fare un nome.

Capite perché non arriveremo mai da nessuna parte?

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L’errore politico di invitare Bindi a Padova

20130710-110656.jpg“Voglio essere trattato come qualsiasi cittadino.”
“È per gente come te che non otterrete mai nulla, voi gay!”

Questa la sintesi di una discussione avuta ieri su Facebook quando mi chiedevo che senso avesse invitare personaggi discutibili come Rosy Bindi in una piazza gay, gestita da associazioni di settore, che così facendo vanificano la credibilità della loro azione politica in merito alla questione LGBT.

Sia ben chiaro, io credo che il confronto con l’avversario sia fondamentale, sia per destrutturare pregiudizi, sia per arricchire il dibattito politico. Credo tuttavia che questo debba avvenire in spazi terzi. Faccio parte di Arcigay Catania e del Mieli di Roma. Non avrei nessun problema a sostenere un testa a testa con un Giovanardi qualsiasi. Ma non lo inviterei mai a casa mia, perché così facendo avallerei il pensiero di chi mi considera titolare di diritti minori.

Alcuni interlocutori intervenuti su questa riflessione insistevano sulla necessità democratica di un confronto aperto. Ho fatto notar loro che un’associazione per i diritti dei migranti non inviterebbe mai chi auspica rimpatri forzati, per non dire peggio.

E quando la discussione si è estesa ai diritti è emerso che noi, in quanto gay, dobbiamo aspettare. Perché il tutto e subito è un capriccio. Peccato che quando si è dato il voto alle donne, per fare un solo esempio, dopo secoli di discriminazione il tutto coincise col subito. Non si è aperto quel diritto prima alle amministrative e poi alle politiche.

Rosy Bindi è stata invitata per leggere una pagina sul libro di Serena Dandini sul femminicidio. Mi chiedo, ancora, a quale titolo.

Mi pare si faccia portatrice di un pensiero, quello del cattolicesimo parlamentare, che non mette in discussione il patriarcato e l’eterosessismo, ingredienti primari di ogni violenza sulle donne. E brodo di coltura dell’omofobia.

È stata accolta nonostante le sue dichiarazioni sulle famiglie omogenitoriali, per le quali non ha mai chiesto scusa.

Il village di Padova, così facendo, ha dato spazio anche nella mentalità collettiva al pensiero che quegli insulti forse hanno ragion d’essere. “Il desiderio di avere figli i gay se lo devono scordare”, ricordate? Ma se nonostante queste affermazioni, tu associazione gay inviti chi non ti vuole come un qualsiasi cittadino, perché io eterosessuale dovrei pensarla diversamente?

Questo è stato, a parer mio, l’errore politico di questo episodio. Poi ognuno può invitare chi vuole, sia ben chiaro. È un problema di coscienza e di credibilità. Ognuno ha la propria.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Una volta per tutti”, un’iniziativa che non piace a nessuno

La campagna “Una volta per tutti” sta suscitando numerose critiche e molte polemiche dentro il mondo politico e associativo della comunità LGBT.

Cristiana Alicata e Saverio Aversa, dentro i rispettivi partiti (Pd e SEL), non nascondono perplessità e preoccupazioni.

Anche il mondo dei blogger si muove, a cominciare da famosi e meno famosi, come Michele Darling, che reputa assurda la marcia indietro che tale campagna rappresenta.

E pure nel mondo associativo, da Arcigay a Rete Lenford, non pochi sono le perplessità e gli inviti a non firmare la petizione popolare.

E tu come la pensi? Di’ la tua su Gay’s Anatomy.

 

A Padova le coppie gay non hanno progetti di vita

L’unico tipo di originalità che si può ritrovare in certe boutade omofobe sta nel quantitativo di stupidità che può fare, di volta in volta, o da ingrediente base o da semplice “aromatizzante”. Nella torta dell’omofobia, poi, possiamo metterci pure dell’altro: violenza, pregiudizio, ignoranza, adesione a una fede qualsiasi. Eccetera.

Questa volta tocca all’Italia dei Valori – tu quoque! – dar prova di inaffidabilità in tema di lotta per i diritti e rispetto per le persone. Come si legge su Repubblica.it, infatti:

il Comune di Padova varerà il nuovo piano per gli alloggi destinati alle giovani coppie che non potranno però essere composte da persone dello stesso sesso.

Tuttavia dall’assegnazione degli alloggi saranno escluse le coppie di fatto. Ma non tutte. Solo quelle gay e lesbiche. Perché? Ce lo dice Di Masi, l’assessore dipietrista, che avrebbe ammesso, candidamente:

Abbiamo voluto privilegiare chi ha progetti di vita […] sarebbe giusto allargare il piano a ogni genere di coppia ma abbiamo voluto evitare che si creino situazioni di comodo. Due estranei o quasi potrebbero dividersi un alloggio a prezzo politico

Tradotto in eterosessualese: maschi e femmine, sposati o conviventi, hanno comunque un progetto di vita. Due persone gay, ridotte al rango di “froci”, più semplicemente “la prendono in culo”. E chi imita due froci, va da sé, è perché vuole pagare poco. Pensiero che, evidentemente, non sfiorerà una coppia di amici eterosessuali, maschio e femmina, che vorranno evitare prezzi esorbitanti per poter vivere sotto un tetto.

Questo è il pensiero che avrebbe animato (e speriamo nella smentita) le parole e le scelte politiche Di Masi. La cretinaggine si è fatta carne, verrebbe da dire. E la stessa crea discriminazione. Contenti loro… Noi, persone civili, invece, contente non lo siamo. Per niente.

Message from Padua

La prossima volta che sentirò un settentrionale magnificare la grande organizzazione del nord giuro che gli cago in faccia. I treni arrivano in ritardo esattamente come al sud. Sono ugualmente sporchi (quel giallino che decora il grigio dei sedili mi fa sentire a mio agio come in una batteria di polli) e le Ferrovie dello Stato ti fregano esattamente come a Roma, Napoli o Catania.

Tutto questo per dire che abbiamo preso l’alta velocità per andar presto a Padova, ma siccome prima avevamo una coincidenza col treno regionale e sui regionali non esiste possibilità di rimborso in caso di ritardo, siamo ugualmente arrivati un’ora dopo rispetto alla tabella di marcia pagando più di venti euro a biglietto. Che siate maledetti, ça va sans dire.

Simpatica l’usanza locale, anche in stazione, di parlare dei fattacci propri col venditore di biglietti magari mentre sta per partire il treno che serve a te. Certo, poi ci siam scapicollati manco fossimo inseguiti da una ronda locale a caccia di clandestini, ma in compenso siamo stati edotti sulle vicende catarrali della signora che ci ha venduto i titoli di viaggio.

Signori del nord, è inutile che vi sparate le pose, come dicono a Napoli. Avete tutti i brutti vizi di Roma ladrona e della Sicilia mafiosa. Mettici pure un accento di merda e un umanesimo da Sud Africa pre-mandeliano, e la catastrofe è completa.

A Padova abbiamo visto la Cappella Scrovegni. Del tipo che Giotto era un grande. Prende tutta l’arte sacra a lui precedente, calorosa come un’acconciatura della Moratti in collisione con l’accento di Ratzinger quando parla di froci, e la trasforma in una “comedia” umana. I corpi assumono rotondità e passione, la natura viene sussurrata e c’è un timido accenno a quello che nel quattrocento verrà chiamato col nome di prospettiva. Praticamente un genio.

Messer Scrovegni, il committente, era anche lui un gran simpaticone. Usuraio, come il padre già sputtanato da Dante nell’Inferno, decise di farsi perdonare il suo peccato erigendo una cappella da donare alla chiesa che, facendosi restituire il maltolto (ad altri…), lo perdonò per anni e anni di strozzinaggio. Certe cose non cambiano mai, non c’è che dire.

Per il resto, avrei voluto vedere Padova, ma gli orari erano stretti e pioveva. Sarà per la prossima volta. Chissà quando, ok. E per consolarci di treni in ritardo, tracotanza padana e clima inclemente, ci siamo presi la cioccolata con le noccioline dentro e i biscotti al cacao e pepe nero. Là fuori, intanto, al ritorno, pioveva, in mezzo alle insalubri brume. Himelda ed io, nel frattempo, in treno, dimenticavamo le brutture della vita al pensiero del cielo stellato dipinto da Giotto sulla volta e il miracolo che, attraverso la pittura (e il cioccolato), l’uomo sa regalare a chi è destinato a venir dopo.

Message from Venezia (e dintorni)

Da domenica sono in Veneto, per trovare Himelda che adesso vive qui. Ieri perciò scendo dall’aereo, vedo un tipo che aspetta agli arrivi e penso “poveraccio, è il sosia di Brunetta”. Ecco, per la cronaca: non era il sosia.

Che culo!

Dove mi trovo adesso è un paesino di poche anime. Tutti tremendamente gentili, per carità. Peccato che votino Lega con punte bulgare.

Qui i veneti sono curiosi come scimmie: hanno bisogno di sapere chi sei, da dove provieni e cosa fai qui. Appena capiscono che non vuoi far loro del male (perché basta vedermi in faccia per capire che ho sordidi legami con Al Qaeda, ne converrete) si rasserenano e ti guardano per sempre con un sorrisino da Joker.

Mia sorella ha già fatto le prime vittime. Un ragazzino le ha chiesto: “prof, ma perché lei è così cattiva?”, smentito subito dopo da una sua compagnetta che ha controbattuto: “non è vero, non è cattiva. E’ cattivissima!”.

(Perché Himelda, fondamentalmente, è Maaadre).

Per il resto, oggi siamo stati a Venezia tutto il giorno, a mangiare kebab e strudel di mele, a vedere la laguna in un clima autunnale e piovoso che me l’ha resa molto più gradevole di qualche anno fa. Venezia è fondamentalmente malinconica e vederla sotto un sole mediterraneo e allegro, con orde di turisti quasi più perniciosi dei ben famigerati piccioni locali, è puro sacrilegio. Domani vedremo Padova e la cappella Scrovegni. Ecco, se magari evitasse di piovere a piscio di canarino come pare d’abitudine da queste parti sarebbe cosa gradita.

Nell’attesa di questo momento non posso non inorridire di fronte a una tv accesa che trasmette immagini di giovani senza speranza che distruggono il concetto stesso di dignità al Grande Fratello. Ed io che ero tanto fiero del fatto che quest’anno non ne avevo visto nemmeno una puntata. Qualcuno poi mi spiegherà perché non ci sono più i tamarri di una volta, perché tutti piangono come fossero i figli di Grecia Colmenares nel sequel di Topazio e come mai il concorrente catanese ha deciso di assumere le fattezze di Has Fidanken.