Diritti civili in classifica

Allora, proviamo a spiegare i diritti civili e la questione delle famiglie formate da persone dello stesso sesso con uno schema di tipo calcistico:

• Matrimonio – serie A
• Unione Civile – serie B
• PaCS – serie C1
• DiCo – serie C2

Per chi non lo sapesse:

• il matrimonio prevede le stesse prerogative tra famiglie gay e famiglie etero
• le unioni civili differiscono solo nel nome e in una piccola parte dei diritti, come l’adozione ad esempio
• i PaCS hanno diritti simili a quelli matrimoniali, ma non tutti e non del tutto uguali
• i DiCo stabiliscono per legge diritti minori alle coppie gay e tutti i diritti a quelle sposate, creando perciò discriminazione per legge.

Senza la possibilità di adozione, in nessun caso, è come giocare solo amichevoli. Non è un campionato vero, insomma.

Ognuno poi decida da che parte stare…

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Una volta di troppo

Ho appena finito di leggere la proposta di legge popolare sulle unioni civili presentata da vari esponenti di partito LGBT – Concia (Pd), Zan (SEL), Grillini (IdV), ecc. – e cercherò di mettere in luce i miei dubbi e le mie perplessità, assieme a quelle che possiamo definire dei punti di forza della proposta stessa.

Tra gli aspetti positivi trovo la valenza pubblicistica delle unioni. Esattamente come il matrimonio, anche per gli istituti più blandi, sarà lo Stato, attraverso un suo rappresentante, a sancire la legittimità giuridica davanti alla legge delle unioni delle persone LGBT.

Bene anche la piena equiparazione dei diritti e dei doveri analoghi a quelli matrimoniali.

Concorde con Alicata, dico inoltre che se questo testo fosse quello che venisse approvato in parlamento, oggi o nella prossima legislatura, dall’attuale classe politica – quella che ha dentro i Fioroni, le Bindi, i D’Alema, certi nominati dell’IdV, Vendola stesso et alii – la considererei una mediazione accettabile.

Siamo in Italia, terra di tutte le ipocrisie. E ipocritamente direi loro: va bene. Se volete essere presi in giro, vi prendiamo in giro, in vista della prossima battaglia, quella che dà un nome alle cose per quello che sono.

Eppure.

Questa è una proposta di legge che non arriva come fine ultimo di un processo di mediazione tra chi vuole giustizia (noi) e chi vuole omofobia e l’attuale apartheid giuridico (la classe politica di cui sopra). No, questa legge arriva da chi, almeno a parole, si propone come portatore/portatrice delle nostre istanze dentro il parlamento. E quelle istanze, in questa legge, zoppicano. Zoppicano nel metodo e nel merito.

Anna Paola Concia mi ha personalmente scritto: «che ne sai che il movimento non è stato coinvolto?», in risposta ai miei dubbi sul fatto che le associazioni, almeno da quello che si legge in giro, non erano state interpellate in merito a questa iniziativa. Ne consegue, quindi, che alcune sono state coinvolte, altre no. Il risultato? L’ennesima spaccatura. Sarebbe interessante, a questo punto, capire quali raltà erano state avvertite e perché non si è creato un dibattito che portasse la proposta stessa ad avere un evidente e chiaro avallo associativo. Così, giusto per darle più forza.

Riguardo ai contenuti, molti sono i dubbi. Ho appena partecipato a un convegno dove ho portato una comunicazione sul linguaggio omofobico dei nostri politici. Un dato che è emerso è quello della confusione delle parole usate, o l’omissione di altre. Dico questo non certo per tacciare di omofobia i promotori e le promotrici della proposta di legge, perché è ovvio che non lo sono. Ma quella confusione rimane. Si crea un contenitore che abbia gli stessi elementi del matrimonio, ma non lo stesso nome. Voi berreste mai del latte in un cartone per le uova? Eppure, vi direbbero, è latte… Il principio è sostanzialmente questo.

Il movimento si è accordato, dopo anni di divisioni, per promuovere il matrimonio. Questi rappresentanti del triciclo del centro-sinistra, invece, sono tornati indietro al 2000. Quando si chiedevano i PaCS. Matrimonio, per tutta l’Italia, ha un significato specifico. PaCS no. PaCS ricorda i DiCo, che ricordano i CUS, che ricordano il niente attuale.

Ci ripropongono di nuovo la politica dei piccoli passi. E, attraverso questa, una legge che ha tre istituti. Unione civile, PaCS e DiCo. Tutti in un’unica soluzione. Cui prodest?

Mi chiedo, e chiedo loro: arrivare in parlamento con una proposta di legge popolare, che si sommerebbe ad altre già depositate, è utile? Si hanno buone speranze che questa e altre vengano approvate? Qual è la ricezione del testo da loro presentato dentro ai rispettivi partiti? Non c’è il rischio che dei tre istituti si veda riconosciuto solo quello più blando, per di più dentro la strettoia dei contratti privati? E se questo dovesse avvenire, ci diranno ancora “meglio poco che niente”?

Io credo, invece, che tornare indietro alle unioni civili quando il movimento chiede il matrimonio – anche di fronte a una situazione internazionale favorevole – è il più grosso regalo che si poteva fare ai partiti. E tra un anno, ricordiamocelo, si torna alle urne.

Ragazzi/e, non ci siamo per niente! Non possiamo essere noi, rappresentanti, o presunti tali, della galassia LGBT dentro i partiti a portarvi dentro elementi di discriminazione linguistica e giuridica. Con le parole creiamo la realtà. Con la legge la regoliamo. Avete, cari amici dentro SEL, Pd e IdV, creato una legge che ha espulso la parola “matrimonio”. La realtà che presentate di fronte ai vostri capi è questa: i gay e le lesbiche si accontentano di “poco”, perché meglio “poco” che “niente”. E siccome il poco può ridursi all’infinitamente piccolo non è escluso che, se mai si partirà dal vostro testo, si arriverà a meno ancora. I DiCo docent…

Personalmente non posso avallare questa scelta. Non mi rappresenta e mi sembra offensiva di un intero percorso politico. Per questa ragione non apporrò la mia firma per la petizione in merito e inviterei a un confronto tra partiti e movimento per arrivare a una proposta più forte, più condivisa, meno rappresentativa del gioco al ribasso.

Essere umani al 100%

La campagna di promozione per il prossimo Pride nazionale, che si terrà a Bologna nella settimana del 9 giugno, riporta l’immagine di Rosa Parks.

Il manifesto lancia lo slogan “tutto comincia con l’orgoglio” e quindi ci ricorda chi era quella donna, che nel 1955 osò sfidare l’obbligo di cedere, in autobus, il suo posto a un bianco, come prevedeva la legge (atto che le costò la prigione). Rosa Parks, infatti, disse no e non lo disse tanto a un uomo la cui pelle era diversa dalla sua, bensì rifiutò di perorare, con il suo assenso, una discriminazione.

Perché molto spesso è così che le ingiustizie trionfano sulle e nelle nostre quotidianità. Facendo finta di nulla. Lasciando che accadano.

Ricordo, ancora, che il movimento nero, in America, non si accontentò di mediazioni sul concetto di eguaglianza. I neri, a un certo punto, decisero che erano persone al 100%. Esseri umani al 100%. E se si è tali, si devono avere tutti i diritti, a parità di doveri. Non si accontentarono di sedersi nei posti riservati ai bianchi solo per poche ore al giorno, per intenderci, con qualcuno che diceva loro “è già qualcosa”. Vollero tutto e lo ottennero.

La stessa cosa dovrebbe valere con le rivendicazioni del popolo arcobaleno: se siamo esseri umani, abbiamo diritto ad accedere a quegli istituti che valgono per tutti e per tutte. A cominciare dal matrimonio. Ogni mediazione in tal senso va vista come un esercizio limitato di umanità, nello stesso modo in cui inorridiremmo se dicessero che due neri o due ebrei non possono sposarsi, ma solo pacsarsi o avere diritti individuali senza che venga riconosciuta la coppia (i DiCo, per intenderci).

Essere umani al 100% significa, in altri termini, pretendere che non vi siano più sedili per bianchi o istituti giuridici riservati alle maggioranze. E fino a quando non diremo no all’ennesima discriminazione non saremo poi così diversi da chi ha portato Rosa Parks in galera, solo perché si era ribellata a un’ingiustizia.

Perché il Vaticano è ossessionato dai gay

…o almeno, io la penso così.

P.S.: non fate caso al fatto che spunto sempre con un cocktail in mano alla fine di ogni puntata. Non sono un alcolista. C’ho le prove.

Fine vita e voto cattolico: vivi per forza

(Josef Mengele)

Mi stupisce sempre vedere la doppia morale dei nostri parlamentari. Siamo di fronte all’allarme rosso: la disoccupazione galoppante, il potere d’acquisto degli italiani sempre più alle corde, la situazione finanziaria pronta ad esplodere, la scarsa credibilità etica di un governo più presente nelle aule dei tribunali che nei consessi internazionali. Eccetera.

Di fronte a tutto questo i nostri rappresentanti trovano il tempo di leggi ulteriormente liberticide – sulla scia della legge 40 – come quella appena approvata sul (mancato) trattamento di fine vita.

Curioso, se facciamo attenzione, per tutta una serie di ragioni.

In tempi meno critici, infatti, cioè nel biennio 2006-2008, la questione omosessuale veniva bollata come secondaria, non prioritaria rispetto ai temi dell’economia. Di PaCS e unioni civili era meglio non parlarne, per riprendere l’argomento dopo la soluzione di urgenze maggiori quali appunto la mancanza di lavoro, la crisi, lo scioglimento dei poli e qualsiasi meteorite diretto sul pianeta Terra da allora ai successivi mille anni.

Adesso che tutto brucia e rischia di essere ridotto in cenere, e sto parlando del mondo occidentale così come lo conosciamo, il tandem Binetti-Gasparri, con la complicità di tutto il centro-destra e col finto scandalo dei cattolici del partito democratico, trova il tempo di creare una legge che vieta, di fatto, il testamento biologico.

La legge appena varata, in altre parole, non tiene conto delle volontà del paziente. Scrivere il proprio testamento biologico sarà un esercizio letterario, in punto di morte, ma l’ultima parola sarà data al medico che potrà decidere di non tener conto, appunto, del volere del malato.

Idratazione e alimentazione saranno obbligatorie, a discapito del dolore fisico che sondini e apparati medici provocheranno a chi, nella fase finale della propria esistenza, magari vorrebbe decidere altrimenti.

Qualificante, a tal proposito, l’intervento di Paola Binetti, a cui si deve un grazioso emendamento:

L’alimentazione e l’idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, devono essere mantenute fino al termine della vita, a eccezione del caso in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente in fase terminale i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento

In pratica: si potrà sospendere l’alimentazione solo a certe tipologie di malati di cancro allo stomaco o all’intestino. Tutti gli altri verranno nutriti e idratati contro voglia e con molto dolore. Alla cattolica Binetti – creata dal trasformista Rutelli e voluta fortemente dal democratico Veltroni, eletta con i voti degli ex PCI-PDS-DS e poi, con quei voti, confluita in un partito cattolico-integralista quale l’UdC – nulla importa della sofferenza umana.

Ma stiamo parlando di chi per dare un senso alla propria esistenza si infligge punizioni corporali. Una persona, in altre parole, che tutti vorremmo in casa nostra a dispensare consigli su come vivere, su come esercitare la nostra sessualità ed educare i nostri figli. Sarete sicuramente d’accordo con me.

Questa legge, infine, rischia di seguire lo stesso decorso della legge 40 sulla maternità assistita. Prima al vaglio delle urne, col referendum abrogativo – e domani come allora di certo la chiesa pretenderà di avere l’ultima parola in merito – quindi nelle aule dei tribunali dove basterà una diffida del paziente a fermare la mano di medici fin troppo pietosi e altrettanto spietati.

Da qui ad allora scorrerà molto sangue invisibile, quello di chi, in punto di morte, non avrà la sufficiente forza di ribellarsi e nemmeno il diritto di morire in pace. Ma alla Binetti, al suo partito di cattolici iraniani, alla destra di governo e ai mandanti politici di questa legge criminale cosa può mai importare? I fatti rispondono egregiamente a questa domanda.

Assemblea del pd: Bersani dimentica i diritti dei gay

Nulla di buono promette l’Assemblea Nazionale del partito democratico, che si è svolta in questi giorni a Varese, sul tema di argomenti fondamentali quali coppie di fatto, testamento biologico e nucleare.

Un’assemblea che ha avuto il tempo di parlare di vari temi: scuola, agricoltura, federalismo, convivenza civica, piccole e medie imprese, mobilità. Non una parola, invece, sui diritti delle unioni gay, sulle convivenze, sul fine vita e sull’ecologia.

A dire il vero il gruppo “gaydem” del partito, quello che rappresentato da Paola Concia e da altri ancora, aveva “presentato un Ordine del Giorno all’Assemblea sulle unioni civili per le coppie gay, che impegnasse il Partito a sostenere le proposte di legge presenti in Parlamento”, come si legge sul blog di Ivan Scalfarotto. Allo stesso tempo, i mariniani hanno presentato un altro OdG sul nucleare e sul testamento biologico.

Il pd, com’è sua abitudine, ha fatto ritirare le proposte dei mariniani e dei gaydem bollandole come “temi difficili”, che avrebbero potuto spaccare il partito. Un partito, evidentemente, in cui c’è una componente di peso contraria alla felicità delle famiglie GLBT, alla dignità della vita di chi decide di non voler morire in stato vegetativo, alle energie pulite e rinnovabili.

La mediazione al ribasso a cui si è giunti, perché il pd in questo è maestro, prevedeva che “Bersani avrebbe citato tutti questi punti nella sua replica” e che si sarebbe rimandata “la discussione alla prossima assemblea di dicembre a Napoli”.

Poi, come sempre ci insegna la storia del partito democratico, dalla mediazione al ribasso si è passati al nulla:

Il problema è stato che Bersani ha dimenticato (sarei tentato da usare delle virgolette, ma lascio stare) di citare la cosa.

Un copione già visto, dai tempi dei PaCS, poi diventati DiCo (la mediazione al ribasso della proposta Grillini, sicuramente migliore), poi divenuti il nulla. Trafila che il partito di Bersani segue per tutti quei temi che non si vuole affrontare.

Lo si è visto, per altro, a ottobre dell’anno scorso quando la proposta di Paola Concia sulla legge contro l’omofobia, che poi è una semplice aggravante generica su reati già esistenti (mediazione al ribasso sull’estensione della legge Mancino ai reati di omofobia e transfobia) ha prodotto l’ennesimo nulla di fatto.

La domanda da porsi adesso è la seguente: forse che la strada di mediare su ogni cosa, puntando al minimo, sia di comprovata inadeguatezza?

Concludo queste mie riflessioni ricordando Rosa Parks, la donna che nell’America segregazionista disobbedì alla legge che vietava ai neri di usufruire dei sedili per i bianchi negli autobus. Le rivendicazioni della Parks non erano parziali (come i DiCo) e non si basavano sull’idea di avere qualcosa rispetto al nulla. C’era un’ingiustizia e andava eliminata. Rosa Parks non chiedeva di sedersi in autobus dopo una certa ora, o per un tempo inferiore rispetto a quello dei bianchi. Voleva quel diritto, puro e semplice. La storia ci insegna che la determinazione di quella donna ha avuto la meglio. Nessuna mediazione al ribasso.

Forse sarebbe il caso che anche gli amici gay e gay-friendly del partito democratico se ne rendessero conto. Anche se questo significa dire di no a qualcuno. Un qualcuno che, allo stato attuale, è uguale a chi negli anni cinquanta vedeva i neri come persone di serie B e che adesso ha voce in capitolo dentro il partito democratico.

Caro kompagno, caro camerata, la questione GLBT non è affar vostro

Continuo a leggere su alcuni profili di Facebook che la lotta per i diritti di gay, lesbiche e trans deve passare per la sinistra, perché il movimento nasce a sinistra ed è solo nel novero di una certa famiglia politica che si può e si deve continuare la battaglia per l’affermazione dei nostri diritti. Per altro, aggiungo io, non dentro tutta la sinistra, ma dentro quella il cui nome comincia per k, in cui si è sempre incazzati, anzi, inkazzati, quella che ha bisogno di ricordare ad ogni piè sospinto che qualcuno va a Casa Pound, altrimenti smette di esistere.

Poi magari si contesta a Gaylib di fare un’opera di promozione del berlusconismo e della cultura da cui proviene come fertile terreno di coltura per le nostre rivendicazioni.

Io penso che se continuiamo a fare della questione GLBT (scusatemi, ma io sono un conservatore) un terreno di scontro delle proprie ideologie di riferimento non andiamo da nessuna parte. Qui non serve stabilire quanto è buona la nostra ideologia di partenza, sia perché – e lo dico da persona di Sinistra – la sinistra è stata matrigna tanto quanto la destra in questi ultimi sessant’anni (da Pasolini in poi), sia perché in democrazia se la pratica di ricondurre una tematica dentro una lotta ideologica settaria vale per uno, poi, a livello di pratica politica, può valere per un altro.

Manco a me piace Oliari – sto usando una metonimia, sia chiaro – ma io non gli contesto il suo votare a destra, bensì il voler di fare la questione GLBT un grimaldello ideologico per dimostrare che la sua parte politica è bella e buona. Lo stesso dicasi per chi fa la stessa identica operazione a sinistra. La lotta GLBT è una lotta sovrapartitica perché qualsiasi partito andrà al potere domani dovrà capire che c’è una base larga che non sarà più disposta a tollerare discriminazioni, insulti e aggressioni per gay, lesbiche, transessuali e tutto il resto.

Io non sono gay per dimostrare che il fascismo non era poi così malvagio o perché Che Guevara sparava sì ai froci, ma in fondo era buono.

Io voglio uno stato di diritto che, in piena coerenza con la Costituzione, non mi discrimini per le mie condizioni personali (art. 3) e che mi conceda diritti e doveri per essere pienamente cittadino a partire dalla mia realizzazione affettiva, oltre che economica e sociale. (A tal proposito, certi amici di sinistra dovrebbero capire che questi ambiti di realizzazione vanno assieme e non in una scala gerarchica che è disposta a sacrificare i gay per il Capitale).

Leggo ancora che la storia del movimento è una storia di “sinistra” e mi pare in pochi comprendano che è stato proprio questo appiattimento partitico-ideologico ad averci regalato un bel nulla di fatto in termini di qualsiasi forma di tutela. E questo vale sia nel presente, sia nel passato quando avevamo una sinistra radicale al 12% dei consensi che minacciava di far cadere il governo Prodi per lavoro e Afghanistan e non ha mai fatto lo stesso per una legge sulle coppie di fatto. Possibilmente per una legge vera, non per quella schifezza dei DiCo.

Non mi si venga perciò a dire che Ferrero & co. sono nostri naturali alleati perché c’è solo da ridere. Così come rido quando un gay di destra si arrampica pure sui cocci degli specchi rotti pur di dimostrare che questa maggioranza e la storia da cui essa proviene sono gay-friendly.

In tutto questo florilegio di prese di posizione, infine, è strabiliante notare che non venga mai toccata la questione delle cose da fare sul piano concreto: si parla di federazioni tra associazioni e singoli, purché tali federazioni siano quanto di più simile a un soviet, si parla di ciò che deve esserci e di ciò che non deve entrarci. Sic et simpliciter.

Non si parla di diritti quali il matrimonio esteso, la creazione di un istituto leggero che garantisca chi non si riconosce nel matrimonio o non può accedervi (penso ai separati) per cui sarebbe auspicabile avere anche una forma di PaCs, l’adozione da parte del partner del figlio del/la compagno/a, della tutela dei diritti dell’omogenitorialità, della questione transessuale (cambio del sesso anagrafico prima dell’operazione, politiche di integrazione, campagne informative, ecc.), non si parla di campagne di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, di una legge contro l’omo-transfobia. Punti di riflessione sui quali trovare un accordo ci sono, a ben vedere. Il movimento dovrebbe occuparsi di questo, non di avere ragione sulle sue componenti interne in virtù di questo o quel simbolo di partito.

Per cui cominciamo a guardare in faccia la realtà, a farci venire in mente qualche idea e ad abbandonare le ideologie di comodo che ci danno un’identità, ma non una prospettiva.