Locali etero (e coppie che ostentano)

Lo capisci subito che è un locale per eterosessuali. Lo capisci dai maschi, in giro a branchi, col cappellino strafirmato dal quale esibire la folta chioma al Pantene, o dalla presenza, pressoché azzerata nelle serate gay, di donne con gli stivalacci bianchi.

Lo capisci dalle comitive in cui, a un certo punto della serata, i ragazzi vanno da una parte e le loro donne dall’altra, a conversare di argomenti inconciliabili, all’interno dello stesso recinto invisibile.

Te ne rendi conto dalle coppie, fatte da un uomo e una donna, che ti buttano in faccia la loro sessualità baciandosi sui divani, ai bordi del viale, accanto al bar, come se esistessero solo loro. E adesso io non ho niente contro, ma certe cose potrebbero farle a casa, senza ostentare…

Lo capisci dalle tipe sedute accanto a te, che strepitano per un niente, cominciano a gridare “pacco! pacco!” quale agghiacciante richiamo d’amore verso una non meglio precisata folla maschile, pronta, nei meandri del sentiero del giardino a raccogliere il verso delle femmine della loro specie.

Lo capisci quando le stesse cominciano a cantare la canzone del gattino Virgola e ti dici – mentre guardi Phoosky che ti domanda, in un silenzio afflitto, il perché di tutto questo – che in una serata gay non sarebbe mai successo. Mai.

Lo capisci da tutto questo che è un locale per eterosessuali. E la cosa drammatica è che fino all’anno scorso, al Circolo, era un pullulare di froci e lelle.

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La Russa, la Zanzara e la fissa per i gay

Riporto il pensiero di Romano La Russa, pdiellino, fratello del più famoso Ignazio sebbene con accento meno sgradevole, riassumibile nelle perle che seguono (tra parentesi i miei dubbi):
• non ho nulla contro i gay basta che no ostentino (che cosa?)
• i gay vogliono imporre il loro punto di vista agli eterosessuali che non la pensano come loro (di cosa stiamo parlando?)
• i gay sono organizzati in una lobby potente che vuole imporre il proprio punto di vista (lo si diceva anche degli ebrei, almeno fino ai tempi dei lager nazisti)
• i gay sono malati, ma si possono curare (Povia docet)
• non ho figli o nipoti gay, ma non sarebbe un problema, anche se preferirei di no (coerenza, questa sconosciuta)
• se tutto il mondo fosse abitato da gay ci sarebbe la fine del genere umano (purtroppo l’uomo riesce a sterminarsi da solo con l’esclusiva presenza degli idioti, i gay non c’entrano nulla).

Per il resto, c’è da dire che La zanzara dà, ancora una volta, il diritto di parola su questo tema a un omofobo. Ed è questo il vero problema del nostro paese: gente che pensa di fare opinione e la costruisce su chi non sa un fico secco dell’argomento trattato.

Io, fossi stato in loro, mi sarei concentrato esclusivamente sul reato contestato a La Russa: finanziamento illecito. Una robetta da niente, insomma. Ma per gli autori e i conduttori di Radio 24 e La Russa il problema sono i gay. Sarà.

Marines gay, baci e parole (un po’) fuori luogo

Affermare che l’immagine dei due marines gay sia ormai diventata un piccolo cult iconografico della cultura e della lotta politica GLBT è quasi lapalissiano. L’evidenza è tale nella stessa misura in cui è vigoroso l’abbraccio e lo stesso movimento scenico dei due corpi che si cercano, per fondersi in un bacio, in un atto di affetto veicolato dalla fisicità, dopo la lontananza, la guerra, la nostalgia.

L’amore tra i due soldati diventa, in pratica, metonimia dell’amore universale, piaccia o meno ai nostri cultori della famiglia “tradizionale”, da Ratzinger in giù. Credo, infatti, che chiunque (a prescindere dal proprio orientamento, purché libero da pregiudizi) possa riconoscersi in quel sentimento verbalizzato nella dicitura “bacio gay”, ma concreto nell’incontro di due labbra mosse dalla volontà di esprimere un’emozione, affettività, sostegno reciproco.

Per il resto, potremmo poi chiederci: ha davvero poi importanza chi compie quell’atto? Ha senso la connotazione che deriva dal bacio tra due maschi? Un bacio non è sempre e solo un bacio? Le implicazioni sono varie, articolate e complesse e si deve rispondere che sì, ha importanza quel bacio e deve definirsi “gay” perché oggi fa ancora differenza essere o meno eterosessuali nella nostra società. Ma non è di questo che voglio parlare.

Un plauso, quindi, al sergente Morgan e al suo compagno Dalan Wells, che hanno semplicemente deciso non solo di dare un nome alle cose, ma di concedergli corpo. Perché è questo che accade in natura. I fenomeni sono tali quando si concretizzano. E ciò che si è concretizzato non è un atto sessuale, ma un fatto d’amore. Occorre tener ben presente questa distinzione.

E poi, magari, farla notare al Corriere che, in modo garbato e politicamente corretto, rispolvera ancora i concetti di “ostentazione” e di “tendenze sessuali”. Diremmo mai che il bacio di Doisneau è l’esibizione dell’eterosessualità? Una manifestazione affettiva deve per forza essere ricondotta alla sua dimensione sessuale, che a ben vedere è conseguenziale al sentimento stesso?

La prima forma di discrimine – e si badi, uso questo termine e non discriminazione – sta sempre nel linguaggio che usiamo. Credo, inoltre, che l’articolo in questione non abbia nessun intento denigratorio. C’è però qualcosa di più profondo, di sotterraneo. Lo stesso processo per cui si usa il maschile per indicare tutta la popolazione, o per cui ci si rivolge allo straniero – specie se non bianco – col “tu”. Un minimo di attenzione lessicale non guasterebbe.

Proprio per dare un senso definitivo al bello e al giusto che c’è – ed è evidente – anche nelle parole di chi ha scritto quell’articolo.