La sindrome di Candy Candy

Deve esserci un virus strano nell’acqua. O forse sono io che sono rassicurante. Ma vengo e mi spiego. Era la primavera di quest’anno. E venni raggiunto da lui. Bellino, molto più giovane di me – ok, ho quarantuno anni ma a ventitré anni si è largamente sopra l’età del consenso e poi nella mia famiglia ci sono casi analoghi… avrò preso dal nonno – gli occhi da cerbiatto e una malinconia che, se vuoi fregarmi, basta che la direzioni su di me e il gioco è fatto.

«Sai, penso che tu possa capirmi…» e via, se vuoi possiamo parlare del tuo male di vivere, anche se sei così giovane che dovresti avere semmai più voglia di vivere e basta, ma questi non sono affari miei, per carità. E poi tranquillo, con i problemi in facoltà, a tutto c’è un rimedio. Sì, non ho difficoltà a dirtelo, se vuoi puoi parlarne. Cioè, io ci sono.

E quindi.

Fai gli esami della sessione estiva, ti liberi da tutti i gravami che affliggevano i tuoi pensieri e quello sguardo un po’ malinconico. E sparisci. Stop. Via. Adieu. «No, sai, ho avuto da fare…» mi dici in un giorno che ci incontriamo per caso, ed io ok hai avuto da fare, però a Mucca a ballare ci vai e agli aperitivi pure. Ok, non è affar mio. Ma allora mi spieghi perché dovrebbe esserlo tutto il resto? E soprattutto, se finito il periodo nero tu sparisci dalla mia vita e dal mio whatsapp, mi spieghi la ragione per cui io dovrei tenerti in considerazione? Non è per vendetta o rancore, ma già il ruolo di tappabuchi a scuola mi va un attimo strettino, figuriamoci in quello che voleva essere qualcosa di un po’ più strutturato di una semplice amicizia on line. Ecco, per dire.

Per cui, se mi incontri – per caso – e mi chiedi come mai non sono più tra i tuoi amici su Facebook, poi non farmi scenate se ti dico «perché non siamo amici», perché io agli amici non li tratto così. E vabbè, avrò la sindrome da Candy Candy, ma non sono cretino come Annie (che a dirla tutta aveva la lacrima facile e un paio di piedi orrendi, ma questa è un’altra storia). E quindi anche ciao.

Poi, vai a novembre 2014: nel film mentale che stiamo vivendo passa in sovrimpressione la scritta “alcuni mesi dopo”. Altra storia, altro giro. Un like sui social, ciao come stai, che fai nella vita, sarebbe bello averti intorno, eccetera eccetera. Al netto delle solite cose – dal “sarebbe bello dormire insieme sotto questa pioggia” al “no, tranquillo, non sarebbe per sesso” e cagationes similares – c’è da dire che a me un pochino piacevi eh. Però ok, hai fatto tutto tu. Come quando ho provato a baciarti e ti sei allontanato. E poi quando me ne sono andato da casa tua – perché io rispetto il valore simbolico, istituzionale e pedagogico del due di picche, anche quando arriva in età matura – quando ero sulla porta, dicevo, poi sei stato tu a baciarmi. Per poi cambiare idea di nuovo. E allora scusa, ma vale quanto detto sopra. Buono sì, scemo anche no. Coglione proprio. Anche perché c’è il rischio di trasformarsi in Irisa. E sappiamo tutti/e che era gradevole come pestare una merda con gli infradito. Ça va sans dire.

Allora mi spiegherai perché io rispetto il tuo desiderio di non proseguire oltre, ma se io ti dico «guarda, ci eravamo visti su altri presupposti… non credo sia il caso di vedersi» tu no, ti devi imporre. Coi messaggi, il solito whatsapp. E al solito: “ho avuto questo problema”, “ho paura che accada questo”, “non so come fare per quest’altro”.

Possiamo essere amici, mi chiedi.
Uhm… no, ti rispondo.
Perché no? Perché io agli amici non infilo la lingua in bocca. Dovrebbe essere semplice a capirsi. Eppure.

Allora, non è per cattiveria perché davvero, io posso stare anche a sentire i problemi di chiunque, ma ci sono ruoli, figure di riferimento, presupposti che devono essere chiari, ora e sempre. Almeno, se non si vuole recitare la parte di quello che gioca con le persone. Ma su una cosa vorrei essere chiaro e credo che valga per tutti/e, a prescindere dal tipo di relazione che si istaura: non si ha mai il dovere di ricoprire il ruolo di “spalla su cui piangere”. Soprattutto se finito il momento delle lacrime, o di qualsivoglia disagio equipollente, poi prendi e sparisci. Ergo, se mi contatti che sia per il piacere di star insieme. Poi si decide insieme – e sotto l’aura del vecchio adagio “patti chiari e amicizia lunga” – se per un caffè, una scopata o un matrimonio. Di troppa chiarezza non si muore. Anzi, si semplificano le cose. Sensibilmente. Ok?

Lettera aperta alla militanza (e a qualche amico) del pd

A questo punto dovrei scrivere e declamare a gran voce: io l’avevo detto. E infatti, lo sto facendo. L’avevo detto che la commissione sui diritti era una farsa. Anzi, peggio, un imbroglio. Bastava vedere chi c’era a capo: Rosy Bindi. Come mettere un simpatizzante del Ku Klux Klan in una commissione sui diritti dei neri. Come mettere un deputato amico dei mafiosi alla Commissione Giustizia. Come mettere una suora e il suo cilicio mentale nell’olimpo di ogni felicità.

Per l’ennesima volta, da quando è nato, dai tempi bui e ridicoli dei DiCo, il partito che si candida a governare il paese non è nemmeno capace di pronunciare le parole per quelle che sono. Non solo non sapete dire, cari amici e amiche “democrats”, termini semplici quali “matrimonio”, “amore”, “affetto”. No. Passi per Bindi, che di amore – lo si vede dai segni che l’inappetenza emotiva del credo di cui si fa portatrice, ben lontano dal messaggio di Cristo, e più vicino alla real politik vaticana, ha lasciato in modo indelebile sul suo corpo: avete fatto caso che la signora in questione non sorride mai? – di amore, dicevo, evidentemente non ne ha più memoria. Ma Bersani? E tutti gli altri? Ma siete così ridotti male, nell’inseguire le logiche di un pensiero talmente vecchio che esso stesso, se potesse, vi definirebbe obsoleti, asciutti, polverosi?

La direzione nazionale del partito democratico ieri ha dimostrato due cose.

La prima: il pd è un partito che tradisce il suo nome stesso. È democratica un’organizzazione che impedisce ai suoi rappresentanti di votare, in nome di una disciplina di partito che, almeno a parole, faceva orrore già ai tempi del PCI? E un partito che dice di essere una cosa – democratico – e poi obbedisce ai peggiori istinti clericali e veterocomunisti, può mai avere un’autorizzazione politica a governare il nostro paese, già martoriato da vent’anni della peggior politica mai attuata nell’ultimo secolo e mezzo?

La seconda: basta aver letto per pochi minuti Twitter per essersi resi conto che moltissima gente, eterosessuale e non, ha provato un profondo disgusto per quanto accaduto ieri. Riporto alcuni tweet che secondo me sono importanti:

Pietro Raffa Inseguire il 6% di Casini continuando a ignorare che c’é un mondo là fuori.

Daniele Sensi La base del PD è chiamata ad un grave atto di responsabilità: mollare il PD.

Cetty D. A che ora è la camera ardente del PD?

Andrea DiSt strano! Il #PD nato per salvare dirigenti finiti e la sxDC ha dimostrato di essere la sx DC piena di dirigenti finiti del PCI.

luca trentini Vergogna al PD! Ma democratico dove? Riformisti? Chiamatevi DC e non ne parliamo più! Il mio voto non lo avrete mai! Indignato!

Dabliu (Non che ci fossero dubbi ma…) Il mio voto non lo vedete manco col binocolo. Adieu.

stefano boeri Un Partito riformista europeo che non prende posizione netta sulle #unionicivili e sui #matrimonigay non è un partito riformista europeo.

Ebbene, forse vi sfugge un’evidenza fondamentale. Questa gente è “moderata”, nel senso che non cadrebbe nella categorizzazione che vuole l’arena politica divisa in “estremisti” e non. Tradotto in termini più pratici: nessuno di loro, a leggerli, auspica i carri armati sovietici o il disordine – inteso come casino – del più becero antagonismo. Sono, in altre parole, vostri potenziali elettori. Qualcuno è, addirittura, pure di casa vostra.

Avete perso, e forse definitivamente, una fetta di elettorato. Gay, gay-friendly e critico. Forse lo fate per avere i voti di Casini – senza curarvi del fatto che ha portato in Parlamento personaggi di spicco come Romano e Cuffaro – e l’appoggio del Vaticano. E forse vi sfugge. Ed è grave. Ma forse, ed è più grave ancora, volete proprio questo. E questo è abominevole. Come l’omofobia di Rosy Bindi, l’opportunismo di D’Alema, l’incapacità politica di Bersani.

Ancora, una critica va a chi, a cominciare dai miei amici e dalle mie amiche più importanti, ci milita. Leggo, sul Fatto, quanto segue:

All’assemblea nazionale dei Democratici, che ha approvato con cinque astenuti e un voto contrario la relazione del segretario Pierluigi Bersani, si è deciso di non votare un ordine del giorno sulle unioni omosessuali. La spiegazione ufficiale è tecnica: l’odg sarebbe precluso dal momento che è già stato votato in precedenza un documento sui diritti degli individui.

Mi chiedo: dov’eravate voi, ieri, quando si trattava di votare? Perché avete accettato il documento di Bersani? Perché c’è stato un solo voto contrario? Il pretesto per cui non vi è stato fatto votare, non vi fa capire che nutrire dall’interno questo sistema equivale a dare linfa a un cancro che, invece di essere convertito in organo, sta divorando anche voi?

Riporto, a tal punto, un articolo di Zambardino, che chiama a una presa di responsabilità personaggi noti come Scalfarotto e Concia:

Siete persone indipendenti, con una vita, devo credere che “star dentro” ubbidisca a motivazioni diverse dal dar vita e corpo alla battaglia per la quale tutti ritengono che “siate lì’?” Magari qualcuno fra voi si sente un “dirigente complessivo”? Non sbagliatevi fino a questo punto: siete lì perché siete ciò che siete.

Nessuno vi vuole confusi nel calderone dell’estremismo omosessualista che sta alla vostra sinistra – non vi si vuole così male. Ma diciamocelo: il risultato di questi vostri quattro anni sono disperanti. Altrimenti ditela tutta e fino in fondo: state nel Pd perché vi fa comodo. Un paio di opportunisti in più non ammazzeranno nessuno.

Miei cari amici e amiche del pd, temo che dopo ieri, l’assemblea di partito di cui fate parte, a pieno titolo, ha dimostrato a me, a voi e a molti altri/e che se vogliamo diritti veri non abbiamo altra scelta che l’emigrazione. Il vostro partito ha fatto una scelta, quella di creare un apartheid giuridico. E per quanto vi ostiniate a non volerlo vedere e a sperare il contrario, la vostra permanenza autorizza e dà forza a questo stato di cose. Non le parole del nemico sono tremende, ma il silenzio degli amici. E rimanere lì, vi porterà a non dire molte cose. È questo che volete?

Basterà vedere l’ennesima perifrasi usata per chiamare l’amore di cui siamo capaci: “presidio giuridico”. Vi dico una verità: l’altra sera ho baciato un ragazzo, che ha gli occhi bellissimi e la cui tenerezza ha dato un senso all’universo intero. I presidi mi ricordano i militari, agli angoli delle strade, con il mitra in mano. Quando ho abbracciato il cielo, non pensavo ad armi o fucili. Quella parola, presidio, non può descrivere né l’emozione di un momento, né il progetto di una vita.

Quella parola fa paura, perché è cattiva e inutile.

Un po’ come rischia di diventare l’aggettivo democratico se continuate a utilizzarlo per descrivere un partito che assomiglia sempre di più a una navata polverosa del più anonimo corridoio vaticano. E lì ognuno, poi, proprio perché dentro quel sistema, dovrà assumersene ogni responsabilità.