Dante gay-friendly

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Gustave Doré, Dante incontra Brunetto Latini

«Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde».
(Inferno: XV, 121-124)

Perché ogni tanto rileggi Dante e comprendi che lui, già al suo tempo, aveva già capito che l’omosessualità non è un vulnus del valore di un uomo. Sono le parole dedicate al maestro, il “sodomita” Brunetto Latini. Il quale, dopo aver parlato con lui, nell’inferno, torna alla sua schiera con tutta la sua dignità. Colui che, come se stesse concorrendo al palio del drappo verde di Verona, sembra colui che vince, non “colui che perde”. Dante sa che se è diventato quello che è, lo deve a lui. E anche se tra i dannati, non può che onorarlo.

Fa bene vedere che l’umanità è capace di queste forme di profonda solidarietà. E ti rende un po’ orgoglioso constatare che è nella letteratura che puoi trovarne traccia. Perché è un po’ come se le parole, che in altre occasioni ti hanno ferito, in questo caso ti guariscono. Con il tocco della poesia.

Oggi sul Fatto Quotidiano: “Decidere di avere un figlio è sempre un atto di volontà”

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«Il recente caso di stepchild adoption applicato dal tribunale di Roma – ovvero: una donna ha potuto estendere i suoi diritti/doveri di genitore alla figlia della sua compagna, nonché madre biologica, in quanto facente parte di un unico nucleo familiare – ha sollevato l’immancabile vespaio di polemiche che nel contesto italiano assume i connotati della barzelletta, sia per i protagonisti che lo hanno animato, sia per la qualità del dibattito politico prodotto in merito. Mi soffermerò solo sui due casi più grotteschi.»

Per sapere quali, vai al mio articolo di oggi sul Fatto quotidiano.

L’insostenibile leggerezza di Adinolfi

Giuro che non è una battuta e no, non c’è nessun riferimento al peso. Per insostenibile, intendo proprio l’inaccettabilità, soprattutto sul piano morale, delle sue argomentazioni. Per leggerezza, intendo la superficialità, che poi è cifra politica del suo approccio sui temi LGBT. Di cosa parlo?

Stavo navigando sul web quando, puntuale come il passeggiar di una blatta in una calda e umida notte siciliana, compare un suo “ragionamento”, indirizzato a tre parlamentari (in carica ed ex) che hanno la colpa di essere gay: Franco Grillini, Sergio Lo Giudice e Daniele Viotti.

Riporto integralmente l’ennesimo sproloquio, ammantato dell’ormai solito vittimismo di cui si dotano le frange omofobe per sperar d’essere più credibili:

il piagnisteo omofobo di Adinolfi

il piagnisteo omofobo di Adinolfi

come ben si sa, non sono un fan del partito di Viotti e Lo Giudice e non appartengo alla schiera dei sostenitori di Grillini. Conosco personalmente Daniele, ma l’ho pure attaccato per come si stanno comportando, lui e il suo gruppo, al Parlamento Europeo. Ho visto Lo Giudice un paio di volte e nulla più e anche con lui non sono affatto tenero quando è necessario. Visto lo stato delle cose, non mi si può accusare di avere simpatie politiche per nessuno di loro.

Eppure li difendo per una semplice ragione: quel promemoria agitato sui loro guadagni a carico dei contribuenti è un inno alla cretinaggine. Per i seguenti motivi:

1. quegli stipendi e quelle cifre non sono dati ai tre personaggi citati in ragione della loro omosessualità, ma per gli incarichi che coprono o che hanno coperto. I 15.000 euro mensili li prendeva anche Adinolfi, quando era onorevole, e se ragionassimo come fa lui, potremmo dire che li percepiva “a carico dei contribuenti” per la sua obesità. Discorso idiota, siamo perfettamente d’accordo, ma è questo ciò che risulta dal parallelo “deputato gay = pagato dai contribuenti perché tale”

2. Viotti, Lo Giudice e Grillini non hanno fatto carriera in base alla loro omosessualità, ma in base al loro attivismo politico per i diritti delle persone LGBT. Quindi, hanno continuato il loro operato dentro le istituzioni dopo regolare mandato elettorale. Un po’ come può accadere ad un/a ipotetico/a attivista di un’associazione ambientalista, di una realtà antimafia, di un’organizzazione per i diritti umani, ecc. Se ragionassimo come Adinolfi, mutatis mutandis, si potrebbe dire che Rosy Bindi è diventata parlamentare per il suo essere credente. Altra boiata, giusto? Ma è così che ragiona il leader di Voglio la mamma

3. non so a che tipo di “mantenuti” si riferisca Adinolfi, ma se Viotti – per fare un esempio di fantasia – avesse preso come collaboratore il suo compagno – e non lo ha preso, come dichiara egli stesso – e se questo non è illegale, che problema c’è? Avrebbe comunque dovuto assumere un assistente parlamentare. Non è come dare un posto pubblico (tipo una cattedra universitaria, un posto da primario, un seggio sicuro in parlamento) a un fratello, un’amante, un cugino stretto…

4. forse i tre politici gay non hanno attaccato Adinolfi perché è contro l’utero in affitto e contro la compravendita di infanti (non credo che nessuno sano di mente sia a favore di queste pratiche), ma perché fa passare queste cose come specifiche del mondo LGBT, contribuendo ad alimentare odio sociale contro le minoranze.

Vero è invece che dopo non esser riuscito ad accedere a nessun tipo di carriera degna di questo nome, Adinolfi – come altri/e insieme a lui – sta agitando la bandiera dell’omofobia per darsi un’identità politica. Non sarà mai come un Casini, un Lupi, un La Russa, sicuramente lugubri politicamente e anche omofobi, ma le cui fortune politiche non si legano (esclusivamente) all’aver sposato un certo estremismo ideologico.

Insomma, sembra che la recente sentenza contro le discriminazioni su matrice omofoba di Carlo Taormina abbia fatto perdere parecchia lucidità – ammesso che l’abbiano mai avuta – ai supporter del “pensiero” (lo chiamiamo così per comodità terminologica) omofobico. Qualcuno dica a queste persone che dovrebbero smetterla, non tanto per far un favore ai tre parlamentari di cui sopra, ma per evitare di cadere in un senso del ridicolo di cui, Adinolfi & Co., non hanno piena consapevolezza.

***

P.S.: faccio infine notare che sia Grillini sia Viotti sono stati eletti con le preferenze, anche da migliaia di eterosessuali. Lo Giudice ha preso migliaia di voti alle primarie. Adinolfi è finito in parlamento come nominato e solo dopo che un collega di partito ha rinunciato al suo incarico. Possiamo dire che, contrariamente a qualcun altro, i soldi percepiti se li sono guadagnati con la loro credibilità sul piano elettorale e non certo perché messi in parlamento da un segretario di partito.

Omosessualità a scuola? Si può, si deve

 

omosessualità a scuola? Si può

«Ah Matteo, quando imiti le mie movenze, lo fai perché pensi che il mio essere gay sia da insultare o solo da prendere in giro?» Seguì un silenzio imbarazzato. Il suo. Quello del mio studente (il nome è di pura fantasia) che, quando mi volto per i corridoi, e lui crede di non essere visto, fa mosse e mossettine in mia direzione, supportato dalle risate degli altri. Scena non nuova, a dire il vero. Quando ero io tra i banchi succedeva spesso. In età adulta mi fa sorridere, perché poi quando affronto la cosa quella spavalderia scompare. Rimane, appunto, l’imbarazzo di essere stati “sgamati” di fronte a qualcosa di cui poi, chissà perché, non si è fieri.

E allora, l’altro giorno, gli ho chiesto a cosa volesse alludere con quel modo di muovere le mani e di ancheggiare. Ne è seguito un piccolo dibattito sul senso della vergogna e della dignità. Gli ho detto che io non mi vergogno di essere ciò che sono – e cioè di essere gay – per il semplice fatto che mi reputo una persona rispettabile: vado a lavorare, pago le tasse, ascolto i loro problemi, cerco di stare vicino alle persone che amo. E così via. Un altro dei miei ragazzi mi ha guardato e mi ha detto «prof, lei fa bene!» e nei suoi occhi c’era molta comprensione e umanità. Penso di aver vinto, in quel momento. Per due buone ragioni.

La prima: rivangare il ricordo di un trauma è, di per sé, traumatico. Poi ok, siamo adulti e viviamo le cose con un certo distacco. Ma prima del distacco c’è quel momento in cui ti tremano la voce o i polsi. Poi lo superi. L’altro giorno ho agganciato la cosa con naturalezza. Nessuna crisi. Anzi, mi sono pure divertito. Insomma, sono diventato più forte, come sempre avviene quando chiami l’omofobia col suo nome e la depotenzi.

La seconda: con il mio esempio di vita ho agganciato uno dei miei studenti. Uno solo, forse (ma quest’anno lavoro in un contesto particolare, visto che ho adolescenti poco scolarizzati), ma nel suo sguardo c’era un moto di solidarietà, di vicinanza umana. Quando si troverà di fronte un’ingiustizia, lui avrà di nuovo quegli occhi. Queste cose le sai, anche se non puoi spiegarle.

Concludo, infine, con una riflessione più ampia. Tempo fa uno dei tanti “giuristi cattolici” – di quelli che chiudono un occhio sugli abusi che si fanno in chiesa sui/lle minori e poi magari denunciano insegnanti perché parlano di omosessualità in aula – mi disse che non potevo trattare certi temi con i miei allievi e le mie allieve se non avessi avuto prima il consenso delle famiglie. «Non puoi andare contro l’educazione dei genitori, che è tutelata dalla Costituzione.»

Ho cercato di fargli capire che insegnare il rispetto non è andare contro nessuno – oltre al fatto che la Costituzione tutela la libertà di insegnamento, per cui non è previsto che l’insegnante concordi gli argomenti delle sue lezioni – ma non ci voleva sentire. Di gay, lesbiche e trans in aula non si parla, punto. Un po’ come giocare a scacchi con un piccione: puoi mettere i pezzi a posto, ma quello te li rovescerà di continuo e ci cagherà sopra.

Chissà, secondo questo esimio crociato del diritto, come avrei dovuto comportarmi nel caso che ho raccontato. Chissà se avrei dovuto tacere, perché se di gay non si parla a maggior ragione un gay non dovrebbe parlare, giusto? O chissà se avrei dovuto toccare l’argomento trattando di un più generico rispetto, ma senza affrontare la cosa. Come andare dal medico e farsi prescrivere un farmaco a caso contro un malanno di cui non si è in grado di pronunciare il nome.

Il mio allievo, credo, è stato “educato” dai suoi familiari a non cogliere il rispetto per le minoranze. Ricordandogli cosa significa rispettare una persona per quello che è – e non a prescindere da quello che rappresenta – è un insegnamento superiore rispetto a quelli impartiti da famiglie distratte o, in alternativa, accecate da falsi miti educativi (uno tra tutti: Sodoma e Gomorra).

E si badi: lo avrei fatto anche se un musulmano mi avesse detto che una donna è inferiore o se il figlio di un fascista mi avesse detto che gli ebrei sono una “razza” da discriminare. Anche se nelle loro famiglie si impone questo tipo di idee. Perché creare divari di umanità tra persone non è “educazione”, è solo prerogativa comune tra persone orribili. E il compito della scuola è quello di creare senso di cittadinanza, non certo di fare in modo che certi squilibri permangano. Con buona pace dell’occasionale giurista cattolico troppo occupato a difendere i bambini e le bambine dai prof (anche gay) e lasciandoli in pasto al prete di turno, contro il quale mai nulla farà. Converrete.

Due o tre cose sull’omosessualità in Italia

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«Risponderò in modo molto crudo e mi scuso in anticipo per questo: …la nostra classe politica è popolata da idealisti che hanno sbagliato partito e da cialtroni che invece, in questo o quel partito, ci stanno più che bene.»

Riporto solo questo stralcio di un’intervista su Il Referendum, un giornale on line che si occupa, tra le altre cose, di diritti di cittadinanza. Credo infatti che la causa primaria del disagio delle persone LGBT in Italia sia di natura squisitamente politica.

Il resto potete leggerlo tra le colonne che mi hanno ospitato e per cui ringrazio ancora Alessandro Bovo, che mi ha intervistato.

Barbie sentinella in piedi (e due cosette sui libretti dell’UNAR)

Il modo migliore per contrastare il grigiore di certe iniziative omofobiche sta nell’ironia, l’ho sempre detto e questa immagine vale da sola molte contro-manifestazioni al delirio delle cosiddette “Sentinelle in piedi”.

Barbie sentinella in piedi

Barbie sentinella in piedi

Riguardo a cose più gravi, faccio notare che l’Istituto Beck ha diramato un comunicato in cui spiega le ragioni che hanno portato alla creazione dei libretti dell’Unar.

In breve il comunicato rilancia sulla scientificità di quel materiale didattico destinato agli insegnanti (e non agli/lle allievi/e) e che la mission del progetto «non è la diffusione di una “teoria gender” ma la prevenzione e la lotta all’omofobia e al bullismo omofobico».

Importante il punto in cui si stabilisce:

L’American Psychological Association (2009, 2012) scrive che “l’attrazione, i sentimenti e i comportamenti sessuali e romantici verso persone dello stesso sesso sono normali e positive varianti della sessualità umana indipendentemente dall’identità di orientamento sessuale”.

Qualcuno lo dica alle Sentinelle in piedi o a Manif pour tous. Chissà che smettano di perdere tempo a leggere libri nelle piazze italiane in quel modo ridicolo, e si dedichino ad attività più produttive, come ad esempio manifestare contro gli abusi sui minori dei sacerdoti della loro fede.

Infine, l’Istituto Beck riporta quanto segue:

L’Istituto A.T. Beck ribadisce che quanto proposto negli opuscoli citati riflette le posizioni della comunità scientifica nazionale e internazionale sui temi dell’orientamento sessuale e del bullismo omofobico.

Che queste posizioni siano o non siano degne di ispirare e informare un intervento educativo nelle scuole italiane è una scelta sulla quale l’Istituto A.T. Beck non intende esprimere giudizi, riservandosi tuttavia di adire le vie legali per tutelare la propria immagine da attacchi ingiustificati.

Forse è il caso di fare uno screen di certi commenti, qui come sul Fatto Quotidiano, e lasciarli valutare al personale incaricato. Magari qualcuno/a comincerà a rendersi conto che insultare le persone non è un esercizio di libero pensiero, ma qualcosa di cui doversi vergognare.

Antonella era lella

ilmatrimoniodimariaCircola da un po’ questa storiella di una ex femminista lesbica, poi convertitasi al cattolicesimo e, infine, “guarita” e ritornata sulla retta via dell’eterosessualità.

Posso portare la mia storia personale, per restituire l’esempio: un tempo ero cattolico e poi sono diventato frocio. Direi che sono guarito pure io.

E come me molti altri e molte altre. Se, come pensano all’Avvenire, la normalità sta nel dato quantitativo, occorre ammettere che è più “naturale” scoprirsi gay e che gli invertiti sono quelli che mescolano, fino a sostituirle, sessualità e fede.

Speriamo solo che tutto questo non produca l’ennesima apparizione sanremese di Povia. Con un titolo del tipo Antonella era lella. Perché poi, per il resto, la notizia è di per sé inutile.

La puttana regina

Triste destino quello della donna dell’eterosessuale che dice: «voi gay siete come noi, ma non potete adottare e fare i figli, perché in natura tra due uomini o due donne non funziona».

Mi spiego meglio, onde evitare che l’affermazione di cui sopra appaia oscura a chi legge.

Si parte dal concetto di “natura”. In natura, per l’eterosessuale, l’accoppiamento è funzionale alla riproduzione. Lo precede e, se possibile, si utilizza il sesso cercando di evitare la conseguenza della gravidanza. Per questa gente il mondo è “sessocentrico”.

Bisognerebbe poi vedere se i fautori di questa equivalenza “sesso=filiazione” si comportino coerentemente con la legge che vorrebbero imporre a milioni di gay e lesbiche. Evidentemente non è così. Se in Italia c’è la crescita zero ci sarà pure una ragione.

Eppure tale accostamento viene agitato come legge immutabile che deve fare i conti, però, con una pratica crapulatoria indiscriminata, per cui l’eterosessuale saggia e prova diverse femmine fino a quando, per errore, caso o scelta, ne elegge una destinata a sacralizzare l’atto sessuale con la benedizione di una gravidanza.

L’arrivo del bambino, quindi, dà valore all’atto primigenio della penetrazione. Senza quell’atto, per il maschio eterosessuale di un certo tipo, non esiste vita. E non può esserci altrimenti. Secondo un processo matematico per cui: (pene + vagina) • penetrazione = vita.

L’eterosessuale, quindi, sessualizza il suo rapporto con la genitorialità, per cui è il sesso che genera il figlio, ma non è quasi mai vero il contrario e cioè che un atto di volontà – volere essere genitore – si serva della sessualità come strumento conseguente.

La donna eterosessuale destinata a portare in grembo il frutto di quel caso, di quell’errore o di quella scelta che, per paradosso, procede – e non precede – l’atto sessuale, perché in esso ricordiamolo sta la significazione dell’intera identità dell’eterosessuale maschio, quella donna, dicevo, è solo la regina di una serie di puttane (sempre secondo l’ottica al maschile) destinata a produrre nuovi maschi o nuovi contenitori per maschi (altrimenti detti femmine).

Questa è la mentalità maschilista e il suo modo di intendere e creare l’esistenza. La genitorialità come conseguenza della sessualità.

Noi persone LGBT partiamo da una considerazione opposta: la genitorialità come scelta voluta che sta alla base di ogni nuova vita. Essa va raggiunta attraverso una serie di strumenti, sessualità inclusa (per chi la vuole).

Per questo, dicevo in apertura, una donna che si accompagna a un uomo siffatto – «voi gay i figli mai, quella è nostra prerogativa» – ha un destino davvero ingrato.

Le cose cambiano… (la mia testimonianza)

Ho già parlato della bella e importante iniziativa portata avanti dallo staff di Le cose cambiano. Ho deciso quindi di dare il mio contributo, con un video sul mio coming out e su come ho affrontato la scoperta della mia omosessualità.

Mi scuso per la qualità del filmato, ma i miei mezzi sono abbastanza paleolitici…
E spero mi perdonerete per qualche refuso nel linguaggio, ma questo video è il migliore in termini di spontaneità che ho fatto, tra le varie prove. Ho pensato che contasse l’immediatezza del messaggio.
Ok, pure la faccia non è un granché, ma quella non posso proprio cambiarla.

Per il resto, buona visione! E se qualcuno volesse contribuire, ricordatevi che ogni testimonianza può salvare un ragazzo o una ragazza dall’infelicità, dalla solitudine e da una cattiva considerazione di sé.

Caro Davide, abbandona le tue parole ferite

Caro Davide,

ho letto la tua lettera – potrei dire “disperata”, nel senso che vi ho riscontrato ben poca inclinazione alla speranza – su Repubblica e, pur condividendone alcuni aspetti critici, per altro molto illumina(n)ti, soprattutto laddove dici che «un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé», vorrei spiegarti perché, secondo il mio modesto parere, essa vada ricalibrata su alcuni punti.

Tralascio il generale senso di sconfitta che traspare da tutte le tue parole. Ma d’altronde cominci dicendo che quella lettera è l’unica alternativa al suicidio. Con un’apertura simile devo dedurre che la tua pazienza è ormai messa a durissima prova e non ci si può aspettare una rivoluzione della gioia, né è un tuo dovere sociale propendere per sentimenti più positivi.

Continuando nella lettura, tuttavia, ci si imbatte in queste parole:

Spesso ci si dimentica che il riconoscimento dei matrimoni omosessuali non significa necessariamente affidare a una coppia “anormale” dei bambini ma permettere a due individui che si vogliono bene di amarsi. In questo consiste il matrimonio, soprattutto nella mentalità cattolica. E allora perché quest’ostinata battaglia?

Eviterei, fossi in te, di parlare di anormalità, anche se sotto la protezione del virgolettato. Non esiste una normalità, semmai esistono molte specificità e quella che conta più casi viene spacciata per “norma”, cioè per unica scelta condivisibile. Questa, per molti, coincide con l’eterosessualità e sappiamo tutti e due quanto questo pregiudizio sia fuorviante: innanzi tutto perché essere eterosessuali non è una scelta, ma un modo di essere – esattamente come per le persone LGBT – e in secondo luogo perché non è la superiorità numerica a creare una natura, altrimenti secondo questa logica non ci sarebbero persone più naturali dei cinesi (sono oltre un miliardo) e persone così anormali come i maltesi o gli stessi abitanti della Città del Vaticano (poche migliaia nel primo caso, poche centinaia nel secondo).

Inoltre, parli di matrimoni “omosessuali”, errore comune dal quale nessuno scappa – anch’io usavo la locuzione “matrimonio gay” – complici anche i media, a cominciare da quello che ha ospitato la tua lettera, e la loro sciatteria linguistica e culturale.

Il matrimonio, qualora dovesse aprirsi anche a gay e lesbiche in Italia, non muterebbe “natura” in relazione a chi vi dovesse accedere per coronare il suo progetto di vita. Sarebbe sempre e solo matrimonio. La differenza starebbe nel fatto che mentre adesso è riservato solo a una parte della popolazione – maggioritaria, ma non totale – qualora divenisse “per tutti e per tutte” sarebbe un diritto globale e quindi totalmente egualitario. Per questo si preferisce chiamarlo “matrimonio egualitario” in quei paesi dove è già stato approvato.

Pare, inoltre, che tu voglia mettere le mani avanti. Un po’ come se dicessi “guardate, i bambini non li chiediamo, basta che ci fate sposare perché non siamo poi così anormali come pensate”. Ti invito caldamente ad abbandonare quest’indole remissiva.
Un diritto è tale quando:

1. è indirizzato a tutte le componenti sociali a cui si rivolge la legge;
2. garantisce le stesse prerogative a tutti i soggetti giuridici che vogliano utilizzarlo.

Nessuno deve concederci qualcosa dietro rassicurazioni su argomenti che possono essere ancora dei tabù, nel nostro paese. Esistono centinaia di migliaia di famiglie composte almeno da una persona LGBT e quei bambini e quelle bambine nate da quelle relazioni e da quelle volontà non sono il frutto di un errore o responsabili di uno scandalo. Sono esseri umani! Stiamo parlando di umanità prodotta da altra umanità! È così difficile da comprendere?

Così facendo – scomodando la chiesa, rassicurando il pubblico che ti legge che il tuo diritto alla felicità può arrivare solo fino a un certo punto – non fai altro che lasciare pezzi di te alle tue spalle. Ma come puoi chiedere allo Stato di non abbandonarti se siamo noi i primi a percepirci come pezzi di un puzzle, da non utilizzare per intero, da non completare del tutto?

Ancora, leggo:

Non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali. Se ci fosse un po’ meno discriminazione e un po’ più di commiserazione o carità cristiana, tutti coloro che odiano smetterebbero di farlo perché loro, per qualche sconosciuta e ingiusta volontà divina, sono stati fortunati. Io non chiedo che il Parlamento si decida a redigere una legge per i matrimoni gay  –  non sono così sconsiderato  –  chiedo solo di essere ascoltato.

Nascere eterosessuali non è una fortuna, è appunto uno dei tanti modi di essere dell’essere umano. Come nascere mancini, rossi, gay, neri, ecc. Non è ciò che sei che ti rende sfortunato o degno di considerazione sociale. È la società che genera mostri o dèi. E allora è nostro compito fare in modo di non cedere a nessuna di queste estremizzazioni. L’hai detto pure tu: non siamo dèmoni. Ma non siamo nemmeno depositari privilegiati di infelicità.

Personalmente mi reputo molto fortunato a esser nato gay, perché nel corso della mia vita, con l’associazionismo, l’attivismo politico, per tutte le scelte che il mio essere omosessuale mi ha fatto fare, sono entrato in contatto con persone meravigliose e ho scoperto l’inclinazione all’accoglienza di altre che già erano sul mio percorso. Questo non mi fa sentire una persona migliore di altre, diversa o speciale. Solo, per quel che riguarda me, più fortunata di altre.

Per cui quando dici che «siamo solo sfortunati partecipi di un destino volubile», ti prego – e ti prego solo nel tuo esclusivo interesse – di rimodulare quella visione che hai di te. Il destino forse esiste e forse no, e forse è pure volubile. Ma non sei sfortunato e non sei inerme “partecipe” di un fato cattivo. Sei un protagonista della tua vita e solo tu puoi dare un senso ad essa.

Non ti chiedo di diventare un attivista del movimento gay, ma cominciare a pensarti come una persona che ha diritto a tutta la felicità possibile, il prima possibile, soprattutto a diciassette anni, è il dono migliore che tu possa fare a te stesso.

Dovresti potere pensare di sposarti, un giorno, se realmente lo vuoi. E se non lo vuoi, di non poterlo fare perché è una tua scelta, non perché la massa “normale” ma troppo spesso acritica ragiona a suon di pregiudizi e va avanti senza nemmeno un perché di fronte alla complessità delle cose.

Aspettare un futuro in cui giustizia verrà fatta è un pensiero figlio di due grandi sistemi ideologici che hanno dominato tutto il Novecento: il pietismo cristiano e il progressismo marxista. Ed entrambi hanno fallito – basta vedere le sorti del partito che è nato dalla fusione di queste due filosofie e che oggi porta il nome di “democratico” qui in Italia.

Abbiamo il dovere nei confronti dell’umanità di cui siamo portatori di volere tutto. E di volerlo subito. E non perché siamo egoisti e immaturi. Ma perché su tutti temi sollevati fin qui, la maggioranza eterosessuale può accedervi subito.

Hai solo diciassette anni e io più del doppio. Non voglio farti la predica perché più grande di te. Ma quando è passata metà della tua vita, metà della quale spesa a riconoscere te stesso e a fare in modo che la società riconosca i tuoi diritti e la tua dignità, vedi le cose con un’urgenza maggiore. Ti invito a cogliere tutta la bellezza di cui sei portatore. Senza aspettare che qualcuno – società, Stato, chiesa cattolica – ti dia il permesso di farlo.

La tua lettera non è l’unica alternativa al suicidio. Tu stesso, la tua volontà, la tua potenzialità di gioia e di dignità sono una costante promessa di vita. Ti consiglio di pensare a te in questi termini. Perché solo facendo così avrai già cominciato a vincere, su tutta la linea.

Un grande abbraccio, spero di incontrarti un giorno, anche per caso, quando magari avrai abbandonato le tue parole ferite.

Dario Accolla