Leggendo Wisława

In questi giorni leggo poesie. Di Wisława Szymborska, la mia poetessa preferita, morta da poco. Avevo sempre pensato di comprare qualcosa di suo. Un suo libro vero, per intenderci. L’ho sempre incontrata per caso, la sua poesia. In una raccolta dei Miti, ad esempio. O tra gli scritti di qualche amica. O sul web, per caso. Poi ho saputo della sua scomparsa e ho preso Vista con granello di sabbia. Un omaggio tardivo, tremendamente colpevole. Ma non retorico.

Adesso vado in giro, per la città, e a volte la gente mi guarda come se fossi uno studente fuori tempo, perché sottolineo singole parole, perché disegno schemi e relazioni, o perché di fronte a certe immagini, il rigo sul foglio fa seguito alla sottolineatura di una lacrima, fugace.

Tra le poesie che più mi piacciono ce n’è una che ha per tema la morte. Perché parla di vita. Per quanto destinati a divenir cenere e oblio, o per quanto destinati, in pochi, gli eletti e le elette, a sostare nel museo della memoria collettiva, la morte non può toglierci tutto quello che abbiamo vissuto. Se esiste un’immortalità, credo, sta nella coscienza, sin d’ora, di ciò che siamo. Questo non potrà mai cambiarlo nessuno. È una realtà che poiché è stata, sarà così per sempre.

Per questo abbiamo il dovere di vivere in modo più simile al concetto di felicità. Perché la realtà che disegniamo renda il nostro per sempre il più bello possibile.

Sulla morte, senza esagerare
Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

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Una lettera vera e totale. Il mio omaggio ad Antonio Tabucchi

Ieri se ne è andata via una delle voci più importanti e rappresentative della letteratura italiana contemporanea.

Antonio Tabucchi è morto, all’età di sessantotto anni, per un male che lo ha strappato a quella vita di cui ha saputo raccontare, con voce pacata, poetica e vigorosa allo stesso tempo, le angosce dei tempi presenti e passati, l’orrore della  e per la dittatura, l’amore sussurrato e travolgente.

Sostiene Pereira è stato un libro che ho amato moltissimo e che ricordo con infinito affetto. Qui, invece, riporto un capitolo  di Si sta facendo sempre più tardi.

Perché è giusto ricordare un letterato con le stesse parole che lo hanno già reso immortale. Grazie professor Tabucchi, lo dico al di fuori di ogni retorica. Grazie davvero. Con sentita commozione e con tutta l’umanità di cui sono capace.

***

Lettera da scrivere

Mia Donna cara, vorrei proprio scriverti una lettera, un giorno, una lettera totale, una lettera vera e totale, ci penso, e penso come essa sarebbe se te la scrivessi: sarebbe scritta con parole semplici e ricorrenti, diventate usate da quante persone le hanno dette e quasi ingenue, seppure frementi della passione di un tempo.

E attraversando gli oscuri strati di lava e di argilla che la vita ha sedimentato su tutto, essa ti direbbe che io sono ancora io, e che mantengo sogni, solo che mi sveglio all’ alba e che a volte la mano trema a reggere la penna e il pennello. E che anche la casa è la stessa: il vecchio legno ha lo stesso odore e lascia che lo roda il tarlo, dalla finestra della veranda entra d’ estate un fascio di luce che le foglie della vite rampicante sull’inferriata disegnano sulla parete di fronte come ombre cinesi, e allora è bello stendersi sulla poltrona di vimini, mentre fuori, nella campagna dintorno, è la calma meridiana e le cicale non tacciono un istante, e sono senza dubbio le stesse cicale, cioè differenti e uguali a quelle di sempre. E che a fine febbraio la magnolia giapponese fiorisce ancora prima di mettere le foglie e pare uno strano vaso di fiori candito nell’ aria, come eterno. E con lei, più lontano nel giardino, si accompagna la mimosa che amavi tanto.

E anche i bambini crescono, esattamente come allora. Caterina segue ancora la dieta, anche se con una certa riluttanza, ma era davvero troppo rotondetta, però alla sua età ha già il senso della propria dignità, come allora è già civettuola, e da grande sarà una donna affascinante. Nino, al contrario, è magro magro e a scuola va maluccio, ma è perché non si applica, perché la sua intelligenza fa già prevedere quello che è diventato. E poi ti direi che le serate sono lunghe, lunghissime, quasi infinite, e languide, ma che il mio cuore reagisce come una volta, e a volte a una musica, a un suono, a una voce che passa per strada comincia a battere all’impazzata, sembra un cavallo al galoppo.

Però, se la notte mi sveglia, come sempre, per far calmare quei battiti mi alzo e vado in sala da pranzo, accendo una candela gialla, perché il giallo è bello nella penombra, e leggo Dolce e chiara è la notte e senza vento, e quelle parole mi tranquillizzano, anche se il vento là fuori agita i rami degli alberi e allora mi dico: lungi dal proprio ramo povera foglia frale, dove vai tu?

Me lo chiedo e cerco di riaddormentarmi e se non ci riesco riattizzo le braci del caminetto affinché luccichino ancora un poco, e per addormentarmi penso che ti scriverei che non sapevo che il tempo non aspetta, davvero non lo sapevo, non si pensa mai che il tempo è fatto di gocce, e basta una goccia in più perché il liquido si sparga per terra e si allarghi a macchia e si perda. E ti direi che amo, che amo ancora, anche se i sensi sembrano stanchi, perché lo sono, e quel tempo che era così rapido e impaziente, ora è lunghissimo da passare in certe ore del pomeriggio, soprattutto sul fare dell’ inverno, quando se ne va l’ equinozio e la sera cala a tradimento e le luci che non aspettavi si accendono nel villaggio.

E ti direi anche che ho preparato le parole per la mia lapide, sono poche, perché fra la data di nascita e quella che sarà della mia morte tutti i giorni sono miei, e ho avuto l’ accortezza di lasciarle all’ omino che si occupa di questi caritatevoli servizi, per mestiere o per vocazione. E poi ti direi di quella volta che ti vidi, mentre tu mi mostravi il paesaggio, e che la tua figurina stagliata contro l’ orizzonte mi parve la cosa più bella che il mondo avesse concepito, e io ebbi voglia di interrompere la tua sapiente descrizione abbracciandoti con il calore dei sensi che allora erano infiammati. E poi ti direi di certe notti in cui parlavamo, di quella casa sul mare, di certi momenti a Roma, dell’ Aniene, e di altri fiumi che abbiamo guardato insieme pensando che essi scorressero soli, senza accorgerci che noi scorrevamo con loro. E ti direi anche che ti aspetto, anche se non si aspetta chi non può tornare, perché per tornare ad essere ciò che fu dovrebbe essere ciò che fu, e questo è impossibile.

Ma ti direi: guarda, quello che c’ è stato in tutto questo frattempo, che sembra così impossibile da perforare come quando la trivella incontra uno strato di granito, ebbene tutto questo è niente, non sarà affatto un ostacolo impossibile da superare quando leggerai la lettera che un giorno ti scriverò, vedrai, una lettera a cui ho sempre pensato, che mi ha accompagnato per tutto questo tempo, una lettera che ti devo e che scriverò davvero, puoi starne certa, te lo prometto.

Antonio Tabucchi