Plenilunio

luna

Scrivere di notte.
Per cercare le parole che ti somigliano di più.
Al suono di quella musica che tu solo sai.
Tu.
Solo.
Nell’anelito delle stelle boreali.
Nella promessa dell’aurora, sotto i cieli della fine del tutto.
Tenendo per mano il bambino alla porta.
Accarezzandone la rabbia.
Come Orfeo con Cerbero. E niente inferi. Solo il buio di questa parte del mondo.
Sotto il trionfo della luna guardinga.
Nel labirinto delle intenzioni.
Per rompere lo specchio con la sua immagine, che mai sarà tua.
Mai come te.

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Una canzone, bellissima e dolce

A volte succede, ne senti bisogno. In una notte come tante, e pure un po’ diversa. Quando non hai troppa fantasia, ma hai bisogno di andare oltre quel recinto di cose che sai già. E allora ti affidi agli altri, senza aver paura di sembrare insufficiente a te stesso. Perché se vogliamo che i doni arrivino dobbiamo anche saperli accettare. E per arrivare a questo, dobbiamo imparare a chiedere.

E allora così, senza un’apparente ragione, ho chiesto che mi si suggerisse una canzone, bellissima e dolce allo stesso tempo. Senza dire se doveva esserci l’impeto di una tempesta di luglio, o la pacatezza di un tramonto autunnale. L’ho chiesta e basta, la mia canzone. E mi hanno risposto, alcuni amici, altri perfetti sconosciuti, qualcuno di cui conosco solo il viso senza aver ancora imparato le modulazioni della voce.

La mia playlist di questa notte ha questi titoli:

Kim Carnes – Bette Davis eyes
Chris Isaak – Wicked game
Antony and the Johnsons – Cripple and the Starfish
Aimee Mann – Stupid thing
Don McLean – Vincent (Starry Starry Night) 
Alison Krauss – Baby now that I’ve found you
Tori Amos – Marianne
Ed Harcourt – Those crimson tears
A Great Big World & Christina Aguilera – Say something
Nutini – Candy
Sia – Breath me
Birdy – Skinny love

E adesso, alla mia notte sempre meno solitaria, io lascio questi suoni in mezzo al battito delle mie dita sulla tastiera.

Ore piccole

A volte hanno il suono di un violino silenzioso.
Dei bilanci di quanto accaduto fino un attimo prima di abbandonare i nostri vestiti sulla sedia, senza ordine, in armonia col caos. E in assonanza col dolore.
Hanno le parole della canzone che ascolti sempre in momenti come questo.
Il suo sguardo, fuggito per chissà dove. Ma nella rassicurante certezza del per sempre.
Il sapore del sonno, che tarda ad arrivare.
Il rumore delle cose perdute. E dei pensieri che si trascinano dietro, come barattoli dalla macchina di uno sposo. Uno soltanto.
Ripetono cose pronunciate da altri. Alle quali non credi, ma che ti appartengono. In un certo qual senso.
Si portano dietro il canto di un uccello ignaro dell’unisono con l’alba.
Hanno tutto il volume della solitudine. Impalpabile. Insostenibile.
Hanno il silenzio e si accontentano. Siamo noi a riempirlo di ogni cosa che, a ben guardare, esiste se non al di qua della pelle.

Hanno il silenzio e il nulla. Non hanno mai chiesto la rabbia e l’impotenza dell’asfalto. E si accontentano, appunto. Siamo noi semmai, ancora svegli e coi nostri dilemmi solo umani, ad esser fuori posto.

Dicotomie

Vivere in bilico, tra ciò che hai e ciò che vuoi.

O se vogliamo, tra tutte le parole che domini e il silenzio che ti imponi. Tutto. Anche quello.

Perché a volte la verità di cui si è capaci non ha nemmeno troppo senso. Il significato delle cose che vivi può disperdersi, può addirittura infrangersi nell’unica realtà che possiedi.

Oggi ho pensato a te. Mi è stato detto così. Ed era un pensiero bello.
E poi, mi hanno rivelato, il mio sguardo si è fatto buio. Come il vento di questa notte che ci ha sparpagliati via, in un momento infinito.

Per un attimo, infine, i nostri corpi si sono toccati. Ed è stata la fine del mondo. La fine di tutto. Perché il tutto coincide col niente.

E nasce da queste evidenze di silenzi e significati ogni lacerazione interiore.

Con uno scatto improvviso

Ieri notte, nel silenzio. Voglia di birra, di fumare, di trangugiare gelato al cioccolato con nocciole tritate dentro, di parlare con qualcuno di speciale, di rimanere ancora stupito, di ritrovare quella forza di un tempo…

E forse è meglio.
Che mi fermi qui.

Perché dall’angolo della mia finestra c’è un raggio di sole che lascia attraversare quel venticello di maggio che solo qui, sull’isola, ha un senso profondo, che penetra la più intima natura delle cose. Lo lascia attraversare e porta con se tutta la nostalgia di cui è capace. Come quella del silenzio di certe notti, di altre, lontane, perdute nel tempo e nelle risate di una prima giovinezza, immatura, acerba, verde come ogni mela, che aveva il rumore del mare di notte, lontano. Rassicurante.

Perché alla fine ogni cosa che ritorna, ritorna a metà. Oppure non ritorna affatto. E questo Luna Lovegood non lo aveva previsto.

Perché alla fine nessuno può salvarti se non te stesso. Perché nella vita, in ogni attimo, dovrai sempre fare affidamento solo su te stesso. Perché sai solo tu qual è stata la fatica per metterti in piedi e cominciare a camminare. Per trovare il sentiero. Perché solo tu conosci il sapore delle lacrime celate quando hai capito che ogni strada portava proprio in quel laddove dal quale volevi scappare. Perché solo tu sai quanta vita ritrovi in te quando pare che le cose comincino ad andare in un certo modo. Quando assapori l’amore.

La solitudine non è una prigione. È la camera iperbarica dove facciamo affluire nuovo sangue all’esistenza. Dove le cose, gioco forza, devono trovare un nuovo ordine.

E mentre tutto questo (ac)cade, depositandosi dentro da qualche parte, a caso, le urgenze del momento mi ricordano che devo ancora andare a tagliare i capelli, che il vestito è di là e tutti mi diranno che sto benissimo, che la sposa si farà attendere un po’ e che sarà splendida e raggiante e che in mezzo a tutta questa malinconia la vita seguirà il suo corso.

Si torna a vivere. Forse. Un passo per volta, magari. Oppure con uno scatto improvviso. Chi lo sa.

Spleen

Il fatto è che questa città a volte è così grande che invece di farmi correre a cercarti per dirti tutto quello che ancora si agita dentro, come una nuvola di libellule smarrite, mi rinchiude dentro questa stanza che non mi appartiene e che rende, a volte, ancora più invalicabile quel margine tra ciò che sono e ciò che vorrei essere.


And you’re singing the songs
thinking this is the life
and you wake up in the morning and your head feels twice the size
where you gonna go? Where you gonna go?
Where you gonna sleep tonight?