Tra pride normali, diversi e divertiti

normalitàDopo secoli di azioni di vario tipo – manifestazioni, marce, convegni, flash mob, fiaccolate, ecc –, qualcuno in data 13 giugno 2015 ore 11:59, mi ha scritto in privato le magiche parole “pride normale”. Ancora. Ora, tralasciando il fatto che in momenti come questo spero che certa gente rinasca figlio di Adinolfi, vorrei porre la questione su un piano più squisitamente linguistico.

Normale deriva da norma, ovvero da una regola imposta. Un bel giorno qualcuno si sveglia e dice cosa è giusto e cosa no. Il concetto di norma, tuttavia, è vario e molteplice: si struttura su questioni “naturali”, “numeriche”, “consuetudinarie”, ecc. Ovvero: se una cosa esiste in natura è normale, se in tanti la seguono è normale, se esiste da sempre è normale.

Tutto semplice, quindi? Basta l’evidenza? No. Si incappa, infatti, in storture di sistema. E cioè:

1. In certe specie naturali è normale che l’atto sessuale sia di tipo stuprativo. Per non parlare dell’incesto. Vogliamo allora dire che violentare qualcuno/a o sposarsi i propri genitori rientri nella normalità delle cose?
2. Per secoli neri e donne hanno vissuto in regime di subalternità rispetto al maschio bianco. Secondo il concetto di “consuetudine”, Hillary Clinton e Barack Obama sarebbero una perversione rispetto alla regola standard.
3. E ancora, sempre seguendo questa falsariga: i cinesi sarebbero i più normali tra gli esseri umani. Seguirebbero i musulmani. E la vedrei molto male, invece, per gli abitanti di micro-stati come il Principato di Monaco e la Città del Vaticano.

La definizione di norma – e la classificazione di ciò che è normale – sfugge quindi all’aggancio col dato reale (e all’evidenza delle cose) e la realtà si qualifica, conseguentemente, come insieme di varianti. Ovvero, come mix di diversità le quali dovrebbero, a rigor di logica, avere tutte lo stesso status.

Diverso, a ben vedere, si configura come l’esatto contrario di normale. Ciò che non segue il “verso giusto” (la norma) lo “di-verte”, cioè lo fa deragliare. E dovrebbe essere chiaro che l’ordine precostituito se è “naturale” e si basa su usi e costumi millenari, accetta anche tutta la violenza implicita nella natura e nelle consuetudini umane. Conseguentemente se possiamo scindere tra ciò che ci piace e ciò che non riusciamo ad accettare da ciò che è “normale”, allora la costruzione della norma è un processo culturale e quindi “artificiale”.

Tutto questo per dirvi, cari fautori e care fautrici di ciò che è normale e ciò che non lo è, che siete vittime non solo della vostra ignoranza, ma anche figli di un sistema che vi fa fare ragionamenti del cazzo.

Concludo con un’altra evidenza, rigorosamente semantica. Norma ci porta al termine normalità, e abbiamo visto il delirio che si nasconde dietro questo termine. Il “non normale” è il diverso e da questo termine ne nasce un altro: “divertimento”. Per questo, tornando al discorso di partenza, ai pride ci si diverte. Per questo amiamo le baracconate, le carnevalate, i culi e le tette. Perché siamo liberi e libere. Perché al concetto di reputazione – ovvero, le etichette degli altri – abbiamo sostituito quello di autodeterminazione. Alla norma calata dall’alto (e dall’altro), la nostra facoltà di dire sì o no. Perché possiamo decidere quando è il momento di sculettare e quando è il caso di esser più seri. Voi potete dire lo stesso?

Per cui, e vi lascio con questa riflessione, quando fate certi discorsi già obsoleti ai tempi di Odoacre, pensate di essere liberi, emancipati, portatori di qualsiasi tipo di avanguardia, o state solo recitando pappagallescamente un codice di “norme” che nulla hanno da spartire con la complessità del reale?

Detto questo, vi auguro un buon week end. Io mi preparo per andare al Roma Pride.

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Essere gay con normalità?

Conchita Wurst, drag “fuori norma”

Mi sono imbattuto, proprio oggi, in un articolosull’Huffington Post in merito al recente spot della Findus, intitolato: “Essere gay con normalità: e se Capitan Findus aprisse il prossimo Pride?”. Già il titolo fa sorridere (anche se i sentimenti reali che suscita vanno in direzione opposta alla gioia) per tutta una serie di ragioni: chiederei, infatti, all’egregio autore com’è o come dovrebbe essere un gay normale. E di contro: chissà se un etero, proprio in quanto tale, può essere anche anormale… Insomma, si fa passare per l’ennesima volta il messaggio che dentro la fenomenologia dell’omosessualità alberghi naturalmente una componente di anormalità. Componente che invece non si considera nemmeno per chi LGBT non è. Basti fare un rapido esempio: si parla di omicidi in “ambiente gay”, ma nessuno si sognerebbe mai di indicare l’assassinio di Meredith Kercher come “vicenda etero”.

Ma, mi dicevo mentre facevo queste considerazioni, magari il problema è del titolista e non dell’autore. Poi però leggo l’articolo e mi cadono le braccia. Affermazioni come “Il rito un po’ stanco dei Pride, non riesce neanche più a fare notizia se si esclude qualche foto delle più bizzarre, che poco hanno a che fare con la stragrande maggioranza di coloro che vanno ad una manifestazione senza né piume né paillettes” non solo non tengono conto del fatto che il Roma Pride quest’anno ha avuto una buona copertura mediatica proprio grazie al lavoro di comunicazione dei/lle militanti, che si sono spesi/e in prima persona e a titolo assolutamente gratuito per una battaglia di libertà, ma ricalcano i soliti stereotipi moralisti: per essere rispettabili, noi “froci” dobbiamo apparire come il pensiero uniformante (e molto spesso omofobo) ci vuole. Un po’ come dire a un nero di cambiar pelle e a un ebreo di cambiar religione per farsi accettare dai bianchi cattolici. A livello di dinamica culturale, sia chiaro.

Ritornano poi deja vu verbali come “Il colpo d’ala richiesto a gran voce alla politica non viene certamente favorito dall’esposizione da Carnevale di Rio di tette e culi al vento”, quando basterebbe ricordare all’autore che la politica italiana si è caratterizzata per anni proprio per la sovraesposizione, con conseguente sottomissione, della figura femminile a fenomeni di mercificazione – un nome su tutti: bunga bunga – che poi non hanno impedito al nuovo corso renziano di fare accordi con il responsabile di tutto questo.

Ancora una volta, si chiede alla popolazione LGBT un grado di moralità che la massa normale (?) e normata (!) non riesce a garantire, né ha intenzione di farlo. Il bue che da del cornuto all’asino. Anzi, all’arcobaleno, nel caso specifico.

Passino poi frasi quali: “È una questione di straordinaria, borghesissima, normalità”, perché sì, la normalità ci piace, ma dipende appunto cosa si intende per norma e quella “borghese” – ed uso una categoria politica – ha dimostrato di esser tale solo se esclude ciò che viene percepito come diverso da sé. La storia degli ultimi due secoli nella lettura dei gender studies avrebbero molto da insegnare a Gasparotti, l’autore dell’articolo, in tal senso.

Concludo questo momento di tristezza e scoramento ricordando che vedo nel paese una pericolosa involuzione culturale, per cui si è assunto un modello come punto di arrivo e non come start per una riconsiderazione della struttura sociale, dei rapporti tra i generi (e di potere tra i generi), del ribaltamento del rigido binarismo eterosessista.

Credo che il fine ultimo a cui tutti dovremmo mirare dovrebbe essere un modello di una società dove sia chi vuole sentirsi borghese, sia chi vuole sentirsi “fuori norma” trovi la sua collocazione. Invece si è adottato il sistema attuale, per cui c’è una realtà data per assodata, l’eterosessualità, e una minoranza che oltre a giustificarsi chiede di poter avere un recinto di accettabilità. Non piena liberazione, ma emancipazione da riserva indiana. Dimmi chi vuoi che tu sia per essere accettato, ed io lo sarò: questo articolo suggerisce questo. Ma delegare a terzi la nostra identità non ci rende davvero liberi/e…

La storia ci insegna che fine fanno certi ghetti, soprattutto mentali. Fa ancora più tristezza che a riprodurli siano persone che avrebbero dovuto imparare, dalla loro omosessualità, il valore “rivoluzionario” dell’essere e non la remissione rispetto a un modello ritenuto naturalmente o “normalmente” superiore.

Perché i Soliti Idioti sui gay sono stati offensivi

Ci risiamo. Succede un po’ nella vita di tutti i giorni, un po’ qui in queste pagine. Non appena ci si lamenta di fronte a un atteggiamento ritenuto poco carino o offensivo nei confronti dei gay, arriva sempre qualcuno con la pretesa che chi denuncia mente o ha torto, a prescindere, mentre il comportamento denunciato è indiscutibilmente sano e corretto.

Ho sentito qualche amico, anche gay, dirmi, in merito all’esibizione dell’altra sera dei Soliti Idioti, «ma che male c’è?».

Premetto una cosa fondamentale: criticare e fare satira su certi atteggiamenti di specifici personaggi gay a me va benissimo. Così come ironizzare su alcuni aspetti legati all’omosessualità. Poi, una cosa è sorridere, in un ambito in cui non si stigmatizza un comportamento o una condizione, un’altra cosa è irridere e sbeffeggiare.

La stessa differenza che può esserci, in altre parole, su un prodotto come Will & Grace e la solita barzelletta sui froci che comprano il salame intero perché il loro culo non è un salvadanaio. Non so se è chiaro il discrimine.

Tornando ai nostri solidi Idioti: sapete perché quello sketch è volgare e offensivo?

Cominciamo dall’incipit. Il personaggio a un certo punto dice, con un certo disappunto:

Come mai che quest’anno a Sanremo non c’è nessuna canzone sugli omosessuali?

Si lascia così intendere che il mondo gay esiga che si parli di sé: quante volte è successo che qualsiasi associazione o personaggio gay abbia fatto una richiesta simile? Chi ne ha memoria, alzi la mano.

In realtà ciò che si chiede è, semmai, proprio il diritto all’indifferenza. Nessuno, infatti, pretende che ci siano canzoni a tematica gay a Sanremo, semmai si spera che quando certi argomenti si trattano – vedi il caso Povia – lo si faccia con un minimo di cognizione di causa.

Il numero intanto prosegue con una serie di battute poco felici per la loro vena cominca intrinseca, mentre uno dei due dimostra di avere una spiccata dipendenza da iPhone – senza nemmeno saperlo usare, visto che si fotografa senza rivolgere a sé l’obiettivo sullo schermo (vogliamo usare uno stereotipo? Bene, un gay non commetterebbe mai un simile errore) – fino a quando emergono altri particolari poco edificanti della rappresentazione dei due gay.

Innanzi tutto, la pretesa di omosessualizzare il mondo: Fabio, per dimostrare a Morandi che la società è popolata da gay, pretende che il pubblico faccia in blocco coming out. Poi, quando si rende conto che è minoranza, grida al complotto omofobo.

C’è pure un vago riferimento alla politica e alla vicenda Giovanardi, ma è sbiadito, poco accennato, il pubblico non lo coglie nemmeno.

Si continua, ancora, con la ridicolizzazione del matrimonio. I due gay lì presenti sono rappresentati come persone superficiali, che sottovalutano l’importanza del sentimento e dell’istituzione matrimoniale. L’altro Fabio, alla proposta di prender marito, risponde con un “non lo so”. Morandi, quando “coniuga” i due, dice loro «vi dichiaro marito e non lo so». Si ricalca, così, uno stigma sociale che deprezza (e disprezza) il sentimento tra due persone dello stesso sesso. Non si è in grado di dire nemmeno “marito e marito”. Che, guarda caso, è il fine della lotta per l’allargamento del matrimonio a gay e lesbiche.

Quindi comincia la canzone e qui si viene sottoposti a una messe di cliché offensivi per più di una categoria sociale. Esser omosessuali è come «esser donna senza il ciclo mestruale», per cui si ripropone l’equazione gay/femmina e, in una società maschilista, sappiamo quanto valore possa avere un accostamento simile. Le donne, ovviamente, ringraziano.

Si accenna al fatto che le coppie gay vogliono un figlio, che sia ovviamente omosessuale, «un po’ sano un po’ normale». Un po’ appunto. Il lato nero della luna in cui sono apposti i termini “salute” e “normalità” rievoca, di contro, parole infelicissime di malattia e anomalia. Altri due elementi che, nell’immaginario comune, rappresentano l’esser gay nell’Italia del 2012.

Quindi si arriva al seguente verso:

E tu che ti vanti di essere normale, intransigente nella tua scelta genitale…prima o poi lo sai c’è un dubbio che ti assale, sarò mica omosessuale?

Tradotto: tu che sei come dovresti essere, prima o poi potrebbe capitare di non esserlo più, di essere “non normale”. Di essere, cioè, gay. E l’opposizione gay/etero si gioca tutta sulla sfera sessuale: si parla di “scelte”, per di più “genitali”. Ciò che distingue le due categorie, cioè, non è l’affettività bensì l’uso del pene e qualcos’altro. Essere gay o meno è una questione di direzione del pene, un tiro al bersaglio che può colpire un centro piuttosto di un altro: o vagina o ano. E anche gli etero, almeno i più consapevoli, ringraziano, a questo giro.

Mi si dirà (e mi si è detto): è un tentativo di prendere in giro un certo modo di rappresentare l’omosessualità. Ecco, appunto. Perché c’è questa esigenza di ridicolizzare una categoria che già deve scontrarsi, quotidianamente, con aggressioni fisiche e verbali, leggi non approvate, negazione dello stato di diritto, dichiarazioni omofobe e via discorrendo?

Secondo poi, questo spettacolo (indecoroso) ha abbattuto i pregiudizi o li ha alimentati?

A tal proposito, vi faccio notare una cosa: avete fatto caso che, quando Fabio invita a dichiararsi pubblicamente, la parola omosessuale è ripetuta solo dalla componente femminile della platea?

E adesso chiedo, ai difensori dei due, se questo non significa nulla.
Per me è fin troppo chiaro.