Gli sposi di New York. E tutto il resto…

A coloro che sono accanto a me, a tutti e tutte noi in questa battaglia, dico: questo è possibile anche grazie al vostro sostegno. È bello sapere che ci siete. Fa bene alla vita.

A coloro che sono un po’ scettici, che sostengono di accontentarci, perché alla fine non è poi così importante che si chiami matrimonio, dico: l’uguaglianza non ha forme diversi. E non si rende meglio con un sinonimo. Uguaglianza significa anche poter usare le stesse parole, poter credere negli stessi simboli.

A chi non ci crede, a chi pensa che il matrimonio sia un residuo di una società che sta morendo o che dovrebbe morire, dico: noi lottiamo anche per essere liberi di non sposarci. Così com’è, è solo un rimanere al di fuori della festa, perché non siamo stati invitati/e.

A coloro che sono contrari, perché il matrimonio è solo tra uomo e donna, dico: sarà, anche se non sono poi così d’accordo, ma l’amore è per chi ci crede, è di chi se lo fa con le sue mani, coi sogni, con le speranze, coi graffi nell’anima.

A coloro che sono nemici, perché saremmo contro natura, un pericolo per la pace, una minaccia alla famiglia, oggettivamente disordinati e quanto ancora, dico: chi non vede l’amore in queste immagini, non è umano.

A Stefano e a Federico, che oggi si sono sposati a New York perché le leggi italiane non glielo permettono, dico: auguri amici, anche se non vi conosco. Ma oggi, grazie anche a voi, abbiamo vinto.

E a chi andrà a festeggiare, a chi come me se ne resterà a casa, a chi si dirà cose importanti anche solo per telefono, a chi non ci crede, a chi ci crede anche nel resto dell’anno, al resto della ciurma insomma, dico: buon san Valentino. Non perché sia importante di per sé. Ma perché, appunto, è importante.

Poi guardando avanti
mentre guidavo
Stefano si girò e mi disse:
«Ora che siamo fidanzati
sarà tutto più facile, vero?»

Sposi gay a Sanremo. Molto bene, con un ma…

Avrei voluto parlare di Stefano e Federico, i due ragazzi che andranno a sposarsi a New York il 14 febbraio e il cui video sulla loro storia sta spopolando nel web, proprio per il 14 febbraio, in occasione del loro matrimonio (e lo farò comunque). Ma sono andati a Sanremo e la cosa è storica quasi quanto le dimissioni di un papa. Per cui vale la pena spenderci due pensieri a caldo.

Il primo, buono: si parla, finalmente, di matrimonio. Non di generiche unioni alla tedesca. Non dei balbettamenti di Bersani e della bava alla bocca di Rosy Bindi, tra una bugia e l’altra, da perfetta cattolica, sulla Costituzione. No. Loro vogliono sposarsi, non basta la convivenza (quella esiste di per sé). È l’adesione a un simbolo che li scaglia, così e semplicemente, nell’universo dei “normali”. Con buona pace di Ratzinger che, forse, poteva aspettare qualche giorno in più per dar fiato alle trombe, ormai prive di ghost writer almeno fino a metà marzo, dei Giovanardi e dei Casini di turno.

Il secondo, un po’ meno: il video originale conteneva un paio di riferimenti al sesso. E attenzione, non al sesso consumato in fretta, agito, vissuto da subito. Bensì si alludeva al sentimento dell’attesa, al momento in cui l’amore si sarebbe realizzato anche nella sua dimensione fisica, nella fusione dei corpi, nel linguaggio della passione. Niente di pornografico. Semmai il suo esatto opposto. Ma l’Ariston ha preferito tagliare questa dimensione, tutta squisitamente umana. E ancora, nessun bacio è stato permesso e men che mai si è concessa loro un’ultima parola, non scritta su un cartello, ma detta a voce. Una realizzazione vocale di due esistenze che invece, per paradosso in un festival di canzoni, sono state raccontate nel silenzio.

Per farla breve: quella di stasera è una vittoria, ma è una vittoria all’italiana. È un po’, a ben vedere, nel segno di quella concezione, tutta piddina o se vogliamo “cattocomunista”, sui diritti civili: ok, ne parliamo, ma un passo alla volta, senza concedere troppo, non coprendo tutti gli spazi delle possibilità. Secondo una logica per cui noi chiediamo di sposarci, ma nel programma c’è scritto unioni civili.

Poi va da sé, la cosa in sé è un bene. E il pubblico ha applaudito. Ma la piena democrazia, in casi come questo, è un’altra cosa e fa rima con piena uguaglianza. Lasciatemelo dire.

Gli 11 settembre

11 settembre 2001, attentato terroristico alle due torri di New York da parte di Al Qaeda, 3000 morti. Seguiranno due guerre, in Afghanistan e in Iraq, con la scusa di esportare la democrazia.

11 settembre 1973, colpo di stato in Cile, attuato da Augusto Pinochet – con l’aiuto della CIA – contro Salvador Allende, presidente democraticamente eletto. 3000 morti, 30 mila persone torturate, 17 anni di dittatura.

Ricordiamole tutte, queste date. E non certo per stilare una classifica di buoni e cattivi, ma, semplicemente, per capire fin dove può spingersi la follia dell’uomo.

Gli 11 settembre

11 settembre 2001, l’attentato alle Torri Gemelle svela al mondo il pericolo del fanatismo religioso islamico e gli orrori che ne possono conseguire. In pochi, tuttavia, mettono in relazione quel pericolo alla real politik americana che quei certi fanatismi li ha pure foraggiati, per un certo tempo, prima che il mostro si rivoltasse contro il proprio creatore.

11 settembre 1973, il colpo di stato organizzato dalla CIA annienta la democrazia in Cile. Il golpe di Pinochet determinerà l’assassinio di Salvador Allende – colpevole di voler perseguire il benessere della sua nazione – e l’istaurazione di una delle più feroci dittature dell’America del sud. Anche in questo caso ci furono migliaia di morti.

Io onoro i martiri di entrambe le ricorrenze, perché vittime di fatti enormi – e altrettanto assurdi – e di una crudeltà di quella politica che porta i grandi a fare del popolo carne da macello.

Quando cerchiamo il nemico del nostro benessere e della nostra sicurezza dovremmo guardare, innanzi tutto, dentro di noi. Per capire che ciò che preserva dall’assurdità della morte è il ricorso a una rigorosa onestà intellettuale.