Una canzone, bellissima e dolce

A volte succede, ne senti bisogno. In una notte come tante, e pure un po’ diversa. Quando non hai troppa fantasia, ma hai bisogno di andare oltre quel recinto di cose che sai già. E allora ti affidi agli altri, senza aver paura di sembrare insufficiente a te stesso. Perché se vogliamo che i doni arrivino dobbiamo anche saperli accettare. E per arrivare a questo, dobbiamo imparare a chiedere.

E allora così, senza un’apparente ragione, ho chiesto che mi si suggerisse una canzone, bellissima e dolce allo stesso tempo. Senza dire se doveva esserci l’impeto di una tempesta di luglio, o la pacatezza di un tramonto autunnale. L’ho chiesta e basta, la mia canzone. E mi hanno risposto, alcuni amici, altri perfetti sconosciuti, qualcuno di cui conosco solo il viso senza aver ancora imparato le modulazioni della voce.

La mia playlist di questa notte ha questi titoli:

Kim Carnes – Bette Davis eyes
Chris Isaak – Wicked game
Antony and the Johnsons – Cripple and the Starfish
Aimee Mann – Stupid thing
Don McLean – Vincent (Starry Starry Night) 
Alison Krauss – Baby now that I’ve found you
Tori Amos – Marianne
Ed Harcourt – Those crimson tears
A Great Big World & Christina Aguilera – Say something
Nutini – Candy
Sia – Breath me
Birdy – Skinny love

E adesso, alla mia notte sempre meno solitaria, io lascio questi suoni in mezzo al battito delle mie dita sulla tastiera.

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10 Favourite songs of all time

Le dieci canzoni che porterei con me in ogni tempo. Anche se dieci canzoni sono poche. E non basta tutto il tempo possibile per conoscerle tutte, per conoscerle fino in fondo.

Twenty one, Cranberries: perché un giorno sarò come il finale di questa canzone.
I giardini della preesistenza, Franco Battiato: perché se esiste, il paradiso, è così.
Non molto lontano da qui, Carmen Consoli, perché dice la verità.
Your woman, White Town: perché parla di libertà e autodeterminazione.
Because the night, Patty Smith: perché, a modo suo, mi trasmette gioia.
My skin, Nathalie Merchant: perché mi somiglia. Dannatamente.
You’ll follow me down, Skunk Anansie: perché non deve accadere mai più.
Thorn, Nathalie Imbruglia: perché siamo tutti un po’ lacerati.
Time is running out, Muse: perché il tempo è prezioso e noi lo sprechiamo.
Bells, The Nacked and Famous: perché mi ricorda che l’amore è possibile.

L’elenco, ovviamente, è casuale. E, soprattutto, mai definitivo.

A scuola con leggerezza

Oggi a scuola sono entrati venti studenti. Li abbiamo raggruppati tutti in un’unica classe. Tra prime, seconde e terze. Mi tocca star qui, anche se non ho classi con i miei allievi. Tranne una, a dire il vero. Ma tant’è…

I colleghi fanno vedere alcuni film sullo schermo gigante. Perché la mia scuola sarà pure in periferia, ma è fica. Ha le lavagne multimediali, il teatro, i pc e i prof di geografia più belli della città (io, tra questi).

Suona la quarta ora, tocca a me. E siccome io mi annoio a non fare niente, comincio a pensare. E mi illumino, come la lampadina di Archimede, quella dei fumetti Disney per intenderci.

E allora…

Vai con il video dei Black Eyed Peas, quelli di I gotta feeling, col flash mob di Chicago, in cui ballano migliaia di persone tutte insieme per far capire ai ragazzi che con la disciplina e l’impegno si possono raggiungere grandi risultati.

Vai col video di I’d rather dance with you, dei Kings of  Convenience, perché sappiano cosa dire quando qualcuno – adulto, e senza l’amore per la vita – dirà loro che i loro sogni non sono realizzabili. Anche se sono sogni tutti strambi.

Poi l’omofobia. Perché loro ogni tanto sghignazzano, anche verso di me. Ne parlo con molta ironia, senza risentimento. Perché non è colpa dei ragazzi se gli adulti di cui sopra li hanno educati al disprezzo. E allora mando le immagini dello spot del governo, anche se è brutto, e poi ancora quello delle vecchiette portoghesi, che invece è bellissimo.

E ancora, siccome devono crescere innamorandosi della cultura, gli dico: volete sapere a che serve la geografia? Bene, se il tizio de L’era glaciale non avesse studiato questa materia non avrebbe mai disegnato il film, col trailer della deriva dei continenti. Lo guardano, ridono. Sono contenti.

Perché la cultura, la musica, la gioia, il rispetto, la bellezza dei corpi che si muovono all’unisono possono farci innamorare di noi, dei nostri sogni, delle cose che riusciamo a fare nel mondo, anche se a volte il mondo è brutto.

E così suona la campana della quarta ora e vado via.

Non so se ho lasciato loro qualcosa. Ma ci ho provato. E credo che se l’anima è fertile, i germogli cresceranno rigogliosi. Carichi dei frutti della speranza e del domani. Tutto con leggerezza, improvvisazione, ma senza andare a casaccio. E scusate se è poco.

Parlare della neve

Forse il cielo promette neve. E quando questo succede, il grigiore lontano ha qualcosa di allegro.

È come se il mondo fosse più piccolo e ti abbracciasse. Come se le cose di casa divenissero un tutt’uno con la tua pelle, e il sangue, e ogni pensiero, dalla camera da letto ancora disfatta, alla cucina e all’androne, dove la buca delle lettere ha sempre fame di parole scritte da altri.

Poi pensi che sarebbe bello tornare a casa, mentre l’orizzonte si fa viola, e parlare della neve con qualcuno. Di fronte a una tazza fumante, sopra il divano, davanti la tivù, al cospetto del palazzo di fronte.

E allora, per tergiversare, indossi ancora più lana, bevi un sorso di troppo di caffè e la doccia si fa più lunga, tra una canzone e l’altra, dove ti ritrovi, nell’ennesima canzone che conosci a memoria. Forse da troppo tempo.

Buon 2012!!! (e fanculo i Maya)

Abbracci
i libri in metro
il mio angolo di cielo, dalla mia finestra
i gatti
tutti i tramonti
la pasta fatta da Vale
la torta di mamma
i miei anelli di acciaio
le birre artigianali
le chattate notturne con Milla
tutta la saga di Harry Potter
i fiori e le fragole in terrazza
la pizza di Mustafà
il Pino solitario
i “porca troia!”
la Maria
i profumi che sanno d’acqua piovana.

Il tuo nome è mai più
i maschi che non baciano
i lavoretti estivi
le dipendenze emotive
le scuole medie
l’Atac
gli spacciatori, sotto casa
le dita puntate contro (da chi, poi…)
e-mail notturne in cui lui ti dice che ti ama ancora (questa poi!)
chi ti dice che ti ama, subito (seeeeee!)
il mio senso di inadeguatezza
lo spread
le profumiere.

Friends
Barbarella, mia moglie
Milla e Giadina
Sapiens e il rum&coca. Rum scuro, va da sé…
Nano Mondano
le girls (ovvero, Satana e lo Gnomo Maledetto)
Ric e Koi (a Ricca’, è la cosa migliore di te!)
Andrea & Andrea (tra arrosticini e biondume)
Franco
Fili e Phoosky
SuperVale
Pato, anche se
la Splendida Wonder, seppur a distanza
Rita ed Emma
Fabio e Gian, anche in tv
Lorenza, fino all’ultimo sushi

e poi, quelli di sempre (soprattutto i catanesi)…

Luoghi (e locali)
il Pigneto
il Circolo degli Artisti
Erice
piazza Vittorio (all’Europride)
quel ramo del lago di Como
quella spiaggia sul Tirreno, con Barbara e Simone
Barcellona
Necci
Pisa
il 4:20
la terrazza di Barbarella.

Libri (in ordine sparso)
Il divoratore, di Lorenza Ghinelli
Tutta colpa di Miguel Bosè, di Sciltian Gastaldi
Verrai a trovarmi d’inverno, di Cristiana Alicata
Laico alfabeto in salsa gay piccante, di Franco Buffoni
Zamel, di Franco Buffoni
Accabadora, di Michela Murgia
Buoni genitori, di Chiara Lalli
La creazione della cultura eterosessuale, di George-Louis Tin
Le nebbie di Avalon (ancora in lettura)

…e altri, meno importanti. Qualcuno addirittura schifoso.

Colonna sonora
Vivo sospesa, di Nathalie
Battiato, sempre e tutto
Lady Gaga, ma solo le tre canzoni che ha cantato a Circo Massimo (e non ricordo manco quali)
Carmen Consoli, A finestra e poi ad libitum
This must be the place (nella versione del film)
Cristina D’Avena, Kiss me Licia ma per caso
Adele, soprattutto Let fire to the rain
La descrizione di un attimo
, anche se è vecchia (ma non sono io che mi spedisco mail notturne che non volevo nemmeno ricevere, ecco!).

La cosa più bella che mi è stata detta
Ti voglio bene… (e da più di una persona).

Buoni propositi (anche se non si fa)
dimagrire
piscina
terapia
inglese
scrivere, scrivere, scrivere
trovare un equilibrio
e pure un senso
un viaggio, magari lontano
e trombare, naturalmente.

E detto questo, come sempre,
con tutto il cuore (e un po’ d’amore)…

…e fanculo i Maya!

Top ten

Non molto lontano da qui (C. Consoli), quando pensi di aver bisogno di non abituarti al dolore.

My skin (N. Merchant), con tutto quello di cui c’è bisogno, dal buio alla dolcezza.

Il solito sesso (M. Gazzè), che a ben vedere chiunque vorrebbe ricevere in dono la fiamma del vulcano, fuggire dall’abisso profondo e avere tutte le piogge in mano.

America (G. Nannini), perché si sa, la masturbazione è far sesso con qualcuno che stimi davvero.

Caffè nero bollente, (F. Mannoia), perché anch’io ammazzo il tempo così e un giorno me ne andrò via da qui, da questa casa galera che mi fa prigioniera.

Zeta reticoli (Meganoidi), sai quando ti viene quella voglia di rivalsa…

Kick ass (Mika), per un po’ di energia, che non guasta mai.

Time after time (C. Lauper, ma nella versione di E. Cassidy), perché è esattamente come le promesse che ci hanno regalato. Può passare il tempo, rimangono comunque nello stesso posto.

La canzone dell’amore perduto (F. Battiato), perché è successo a tutti di perdere qualcosa che dava un senso a questo vagare del nostro pianeta per l’universo.

Where does the good go (Tegan and Sara), perché certe giornate sono proprio come il ritornello: comincia piano e poi va alla grande.

Report

Il week end che scivola via.
I vestiti sempre più stretti.
Le risate di Nano Mondano, contagiose come sempre.
Hello Kitty in calore.
Laura e Phoosky, con cui mi diverto tanto.
Milla, che mi cita in interessanti discorsi tra donne.
E Giada, bella come sempre.
Il Pompiere e Gian e la loro tenerezza. Su di me.
Il sole.
E la nausea, attutita solo un po’.
Il sesso.
Sesso, appunto.
Il bucato profumato.
Vale, nella sua isola abitata dagli uccelli della memoria e i gatti che mi guardano speranzosi.
La presentazione del libro di Franco, le mie parole e ogni emozione di cui ero capace.
Andrea che si prende gioco di me… (e gli voglio bene anche per questo).
Un pensiero su Vinz, ormai senza alcun dolore.
Andrea, l’altro Andrea, andato via e giunto a destinazione.
E uno sguardo che non dovevo incrociare.

E allora ascolto canzoni che chiudono un cerchio lungo di anni.

Perché la musica mi fa sempre compagnia quando la solitudine ritorna a sproposito e quando tutti i miei sensi in allarme mi sussurrano di andare a dormire e di lasciarmi travolgere da una quotidianità ogni giorno più estranea. Ma tant’è.

Superstite dell’Isola Elefante

Una catastrofe psicocosmica
mi sbatte contro le mura del tempo.
Sentinella, che vedi?

Se fosse solo tutto così semplice e veloce come riassettare il disordine in cucina, la vita di ognuno di noi sarebbe in discesa. Basterebbe un’agendina e un po’ di buona volontà. E invece è vigile, dentro, la confusione. Specchio del caso che ha disposto i nostri organi nel mosaico di ossa e pelle che poi è quello che siamo.

In due parole: un casino.

Il sapore del giorno di oggi è quello dei resti dell’incenso alla rosa, che non brucia più. Per ora.
È quello del cielo, dal calore del quarzo. La stessa durezza.
Quello di una musica drammatica e crudele, che non mi sfiora nemmeno un po’. E questo significa essere forti, nella tormenta.

Non resta, a questo punto, che sopportare questo tremendo inverno come un superstite dell’Isola Elefante.

In Pigneto town

All’inizio è sempre difficile. Almeno da qualche tempo a questa parte. Sicuramente, perché sto invecchiando. Ma converrete che non è facile il salto da quella che era casa tua, la casa dove sono nate le speranze d’amore e le migliori cene con i tuoi amici di sempre, alla stanza da riempire, con la tua sola presenza, a casa degli altri. Dove tutto ciò che è appeso alle pareti, per quanto bello, non ti assomiglia per niente.

E allora, ogni volta, mi ci devo riabituare. Devo imparare il colore delle piastrelle della cucina, gli odori che provengono dal pozzo luce e dalle scale, quel profumo di quotidianità che, per un crudele paradosso, ti fa sentire ancora più estraneo.

E forse il discrimine è questo, tra giovinezza e ciò che viene dopo. Prima sai ogni cosa di te, anche nell’errore. Dopo, tutto diventa incerto, labile, invisibile. E non è la cosa più facile del mondo vedere che il tuo percorso è come l’andare sulla battigia, con l’onda del caso pronta a cancellare tutto e, ogni volta, ricominciare come se fosse la prima volta. Ma questa è la vita che il fato e gli dèi mi hanno concesso. Sempre meglio che rimanere imprigionati in una rupe a farsi mangiare il fegato da rapaci volgari.

Tutto questo per dire che da qualche giorno ho preso casa nuova. Al Pigneto, un quartiere etnico nel cuore di Roma. Un po’ un village “de noantri”, per dirla nell’idioma locale. Devo aggiustare il disordine della mia stanza. E siccome credo alla magia, lo aggancerò al disordine della mia vita. Chissà che, applicando il principio della regula nel caos, non scaturisca un nuovo universo.

Intanto il cielo è benevolo, la mia finestra dà su una stradina alberata e nonostante la bevuta di ieri non ho mal di testa e il nuovo giorno sa della pizza di Mustafà e del caffè col miele di castagno.

Poi mettici pure un cd nello stereo del bagno e la tua coinquilina che ti guarda con occhi curiosi, perché da sempre lei credeva che quel lettore non funzionasse e invece la musica va. E allora capisci che è un segno, perché le cose forse non si aggiustano mai da sole ma non è detto che siano del tutto rotte.