Arriva Cristina…

Cristina D'Avena a Muccassassina

Cristina D’Avena a Muccassassina

O meglio, è già stata qui. Ieri sera, a Muccassassina. Una serata dedicata, in suo onore. Centinaia di fan di tutte le età accorsi/e per cantare le sue canzoni. Ha cominciato con I Puffi sanno, ha continuato con alcuni suoi cavalli di battaglia, quali Ti voglio bene Denver, Mila e Shiro due cuori nella pallavoloMemole dolce Memole, fino a quando la sala è esplosa per Sailor Moon e il cristallo del cuore, Occhi di gatto e soprattutto per Jem e le Olograms.

E siamo, tutti e tutte, tornati bambini… Per non parlare del fatto che poi, io, sono pure riuscito a farmi una foto con lei, nel backstage, e capirete da soli – come si suol dire nelle accademie romane – quanto me la sono sentita calla, in quel momento.

Dopo di che mi si sono rivelate alcune grandi verità e cioè:

1. Abbiamo tutti e tutte un fottutissimo bisogno di sognare a occhi aperti.

2. Cristina D’Avena ha cresciuto milioni di omosessuali, di ogni generazione e provenienza geografica (dovevate vedere il pubblico di Mucca, ieri notte).

3. Consequenzialmente, la nostra beniamina è forse la causa principale dell’omosessualità in Italia. E per questo sia benedetta, ora e sempre, nei secoli dei secoli, amen e ça va sans dire.

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Abbiamo già dato

Muccassassina. Ribattezzata anche Zarinassassina.
Quattrobianchi alla fragola. Detto anche “invisibile”.
Tipo addio dignità.
Tipo morte vieni a me.
Come fosse una formula di trasformazione da guerriera sailor.
Phoosky che bestemmia perché i maschi le toccano il culo.
I maschi. A Mucca.
E anche: gay drogati e inutili che spingono e tu che operi per la loro fine.

E quindi. Ennesimo beau maudit che ti sussurra cose pornografiche all’orecchio e poi se la tira a morte, ma non prima di averti detto di aggiungerlo tra i suoi amici di effebbì. Ovviamente fa l’attore. Il quarto in pochi mesi.

Capite perché non voglio nemmeno cercarlo su Facebook?

Ecco chi è Massimo D’Alema

Mentre leggevo un certo articolo sulla fine del berlusconismo, altrove, a Roma, alla festa dell’Unità per l’esattezza, si stava svolgendo un intervento importante per la comunità GLBT della capitale. Muccassassina, la festa organizzata dal Centro di cultura omosessuale Mario Mieli, varcava i confini di un territorio fino a qualche tempo fa dichiaratamente ostile verso l’affermazione dei diritti civili di gay, lesbiche e transessuali. L’apertura delle Terme di Caracalla a “Mucca” è un evento non secondario, perché mette in contatto due culture, quella derivata dalla fusione di ex comunisti e cattolici da una parte e quella del movimento gay dall’altra. Onore e merito non solo a Cristiana Alicata, che si è spesa in prima persona affinché ciò avvenisse, ma a tutto il partito che almeno in questa occasione si è dimostrato aperto e disposto al dialogo con un universo altro.

Ma, ritornando al discorso d’apertura, mentre tutto questo avveniva, la mia attenzione veniva catturata da quell’articolo menzionato in cui non si parla solo della fine dell’età berlusconiana, auspicio che dovrebbe accomunare tutte/i coloro che credono nella legalità e nella democrazia, ma anche delle mosse dei vari attori politici per accelerare questo percorso. Tra questi, l’onnipresente Massimo D’Alema. Del quale si legge quanto segue:

Alle cene di casa Vespa Massimo D’Alema non è stato invitato, ma un contatto diretto con il segretario di Stato vaticano l’ha avuto anche lui. Quando la settimana scorsa ha fatto arrivare al cardinale Tarcisio Bertone la nuova copia della rivista della fondazione Italianieuropei da lui presieduta. Il numero due vaticano ha molto apprezzato il pensiero e il contenuto, una monografia interamente dedicata alla questione cattolica, con una svolta significativa nell’editoriale di presentazione: l’elogio di papa Ratzinger, la critica verso i laici che hanno eliminato la nozione di radici cristiane dalla Costituzione europea.

Adesso, a parte che trovo preoccupante che i nostri leader debbano ottenere l’avallo della chiesa cattolica per avviare il ricambio politico in Italia – queste cose accadono in Iran – il dato politico che va messo in evidenza è duplice.

In primo luogo, è D’Alema a seguire la regia del dopo Berlusconi, non Bersani, il quale, si legge sempre nell’articolo, era impegnato a Brooklyn a partecipare a una cena vip. Questo la dice lunga sullo spazio di autonomia del leader del maggior partito di centro-sinistra.

In secondo luogo, la strategia politica di D’Alema, e quindi il nuovo corso che dovrebbe scaturirne, ha come cifra culturale l’elogio a un papa inviso a tutto il mondo civile per gli scandali che hanno coinvolto la chiesa sul tema della pedofilia; l’attacco alla laicità delle istituzioni; il vedere nelle gerarchie ecclesiastiche gli interlocutori privilegiati per il rinnovamento politico italiano; e, infine, il progettare alleanze con gli elementi più retrivi della società italiana quali il partito di Casini.

Tutto questo non potrà non avere ripercussioni importanti sul nuovo assetto dell’Italia del dopo-Silvio. Un’Italia dove a governare saranno i soliti noti: chiesa, potentati economici, burocrazie di partito. L’humus ideale per gente come D’Alema, a ben vedere.

Un’Italia siffatta non avrà posto per tematiche quali i diritti civili: le unioni gay e lesbiche, il testamento biologico, il trattamento di fine vita, l’omogenitorialità, la questione ambientale a cominciare dall’acqua pubblica.

Il nuovo corso consisterà nel sostituire a Berlusconi una pattuglia guidata da D’Alema, berlusconiani pentiti, l’UDC con il bene placito di Bertone – cioè del Vaticano? Non sembra di trovarsi di fronte a un’idea di società così alternativa rispetto all’Italia berlusconiana. Di sicuro non si faranno gli interessi dei ceti medi, dei lavoratori, delle minoranze sociali, della laicità.

Chissà se di questo ne saranno coscienti, a danze finite, a festa finita, gli amici GLBT e gay-friendly che animano notti, dibattiti e incontri dentro un partito che su certe questioni deve trovare non solo una linea, ma addirittura un’identità. Identità che non può e non deve essere la visione cattolica: quella di una Rosy Bindi che pensa sia meglio che un bambino muoia in Africa tra stenti e guerre, piuttosto che poter vivere dignitosamente anche in una famiglia arcobaleno.

Il lavoro dentro il partito democratico deve continuare e sarà duro e in salita. Il pensiero che vi siano persone come la Alicata è un segno che lascia ben sperare. Il fatto, però, che vi siano ai vertici persone come D’Alema (ma anche Veltroni, la Bindi, Fassino e tutta la cricca analoga) getta solo discredito a tutta l’idea stessa di un partito che ha l’ambire di chiamarsi, appunto, “democratico”.

La notte non vola più. L’omofobia, invece, striscia

Quello che penso della Cuccarini e sulle sue boutades contro le famiglie gay è molto simile a quello che penso della Ferilli: si tratta delle dichiarazioni di persone che non hanno nessun titolo di parlare di fenomeni che non conoscono. Si tratta di ignoranza, di piccolezza intellettuale e politica: nulla di più, nulla di meno.

Per chi non lo sapesse ancora, la Cuccarini, interrogata sul concedere i diritti alle coppie GLBT, ha dichiarato:

«Bisogna regolamentare le unioni ma il matrimonio deve essere tra un uomo e una donna. Vale lo stesso anche per le adozioni: un bimbo ha bisogno di una madre e di un padre»

per cui: una normativa è prevista, purché non sia uguale a quella di uomini e donne che si amano e condividono un progetto di vita assieme. Perché, se ne deduce, l’amore di un uomo e una donna è superiore a quello di due gay o di due lesbiche (che per una curiosa coincidenza biologica sono, a loro volta, uomini e donne) il quale, quest’ultimo, deve non essere riconosciuto a livello sociale con le stesse garanzie delle coppie eterosessuali. Gay e lesbiche son simpatici, ok. Purché si mantenga un discrimine. E se c’è un discrimine – nel riconoscimento di una giurisprudenza specifica, in questo caso – c’è discriminazione.

Domanda aperta: cosa sarebbe successo se, invece di parlare di coppie omosessuali, si fosse trattato di coppie di religioni diverse, di coppie di colore, di coppie di ebrei? Non si sarebbe forse parlato di razzismo?

Per tale ragione la cara Cuccarini – chi ben mi conosce sa che in playlist avevo La notte vola – è decaduta dal ruolo di icona per vestire i panni dell’italiana media. Le sue posizioni, a ben vedere, sono sicuramente più progressiste di quelle di un leghista o di qualche fanatica ciliciata, ma richiamano la blanda politica bindiana sui DiCo (ci riflettano gli amici del pd che adesso sono sinceramente scandalizzati dalle dichiarazioni di cui sopra), che non creava matrimoni di serie B ma solo riconoscimenti di serie C2.

Allarmata da questa caduta in disgrazia, o forse per mere ragioni commerciali, la Cuccarini ha chiesto al Mieli di poter presentare il suo musical sul palco di Muccassassina, dietro la possibilità, voluta dal Mieli stesso, di un chiarimento in proposito.

Ieri perciò, la più amata dagli italiani si è recata in via del Portonaccio e di fronte a un pubblico – mi è stato riferito – abbastanza rispettoso e criticamente incuriosito, ha dichiarato placidamente che lei è contraria a adozioni e matrimonio perché è cattolica, perché il matrimonio è un sacramento e perché la sua sacralità è riservata, evidentemente, a chi non vive nell’errore di Sodoma (posizione sostenuta qualche anno fa da Massimo D’Alema).

Il pubblico di Mucca ha fischiato, la Cuccarini si è arrabbiata, ha apostrofato il pubblico presente di essere intollerante – come si concederebbe a un nazista che contesta a un ebreo il suo no più secco all’antisemitismo, o a un membro del Ku Klux Klan a un nero per il suo antirazzismo – e, quindi, le è stato permesso di presentare il suo spettacolo e di esibirsi, nonostante sul palco vi fossero le massime cariche del circolo GLBT più importante di Roma.

Lascio le valutazioni di quello che è successo a chi leggerà questi fatti. Dal canto mio mi limito a dire che in tutta questa spiacevole storia sono stati fatti almeno tre grossolani errori.

Uno: quando la Cuccarini è stata invitata a Muccassassina per la prima volta, sarebbe stato il caso che si fosse chiesta una sua opinione in merito ai diritti civili per gay, lesbiche e transessuali. Ne va della credibilità politica di chi ti presenta come amica della causa.

Due: non si doveva concedere alla Cuccarini di ritornare al locale. Fare una ritrattazione o chiarire in una stanza che raccoglie poche centinaia di persone non ha lo stesso valore che rettificare su un giornale molto seguito, anche da moltissimi gay. Il fatto che sul palco del Qube non vi sia stato nessun chiarimento, ma solo un ripetere certe dichiarazioni, che ritengo offensive, dimostra che si è trattato di uno sbaglio bello grosso.

Tre: fossi stato in Rossana Praitano, che sul palco era presente, avrei detto alla signora Cuccarini che pur avendo avuto la sua occasione per “chiarire” certe sue dichiarazioni, certe posizioni sono inconciliabili con l’attività di un’associazione che ha contestato la filosofia dei DiCo e che ha aspramente criticato Massimo D’alema – giustamente, aggiungo – per le stesse parole, espresse forse con meno politichese, da parte della show-girl. Ritengo che Rossana Praitano dovesse invitare la Cuccarini a lasciare il locale e, in caso di eventuali pagamenti di somme in denaro, restituire il ricavato dell’operazione commerciale. Lasciare che si esibisse, nonostante tutto, è stato poco serio.

In tutto questo, tuttavia, c’è una favola (finita malissimo) e relativa morale: noi persone GLBT dovremmo stare più attente. Forse è arrivato il momento di smettere di entusiasmarci per personaggi che hanno, con l’universo gay, in comune solo l’uso delle paillettes. Forse dovremmo ritornare a pensare, da Renato Zero a molti altri artisti, che sono davvero solo canzonette. L’umanità sta altrove. Dovremmo concentrarci su quella, magari. Forse aiuta poco per il conseguimento effettivo dei diritti, ma di certo avremmo meno delusioni.