Sulla liberazione (sessuale e non solo)

Rainbow-Flag

Rainbow flag flies in the Castro.

Un movimento di liberazione sessuale – tra le altre cose – dovrebbe preoccuparsi di modellare il mondo secondo quello che è il suo ideale e non di inseguire il moralismo dilagante solo per apparire più presentabile. Altrimenti non avete capito una ceppa, da Hirschfeld a Mieli, da Foucault a Tin. Ammesso che sappiate di chi stiamo parlando.

E credo che il problema sia proprio questo e riguardi la comunità LGBT, sia tra le vecchie sia tra le nuove generazioni. Le prime si sono imborghesite a tal punto da non capire più che si può essere rivoluzionari, culturalmente parlando, senza necessariamente vestirsi male. Puoi avere le camicie stirate e dire cose giuste, in altri termini. Puoi vestire anche fuori dal circuito dei mercatini dell’usato, sposare il concetto di boutique e non essere uno stronzo, per questo. Ma da quello che vedo, la gente – certa gente, nello specifico – continua a vestirsi male (negozio e bancarella che sia), ad atteggiarsi da leader del niente e a preoccuparsi che la massa dei normali (e dei normati) ci consideri non all’altezza della loro ottusità filosofica. Quando la mission era tutt’altra, a ben vedere. Insomma, gente noiosa, “vecchia” e perdente. E l’età c’entra poco. È una questione di predisposizione al fallimento.

Poi ci sono le nuove leve. Le quali, se la fortuna ci sorride, hanno solo sentito parlare dei personaggi sopra menzionati. Qualcuno forse ha pure letto qualcosa, ma serve a poco se non si è in grado di metabolizzarne il contenuto. La massa, ahimé, pare vivere di serate in discoteca e di social network. Salvo poi accusare chi organizza quelle stesse serate di pensare solo a quello. La fortuna, a quanto pare, più che sorriderci ci irride.

E mentre Atene piange, Sparta non ride e Tebe ci osserva perplessa, in mezzo alle macerie ci sono quelli/e di buona volontà. Ovviamente, non vi racconto la merda che gli arriva addosso. Un esempio concreto? Si sta organizzando una marcia, per il 12 dicembre. E vai di distinguo, di opportunità da non cogliere, di benaltrismi, di fallimenti intrinseci, di profezie di sventura, di partiti a cui obbedire (senza nemmeno avere il coraggio di dirlo), di purezze violate. Come se non si può più essere liberi/e di sbagliare per conto proprio, ammesso che di errore si tratti. Io, a scanso di equivoci, ci sarò.

Ebbene no, non credo che funzioni così. Dovrebbe essere che ci si mette la faccia, che si rischia. Perché il rischio è il primo passo verso il raggiungimento dell’obiettivo. E perché bisognerebbe saper distinguere tra tentativi andati a vuoto e fallimenti politici. Chiedetelo a Harvey Milk, a Rosa Parks, a Sylvia Rivera. Chiedetelo a tutti/e coloro che a un certo punto hanno deciso che lo status quo non andava più bene. Chiedetelo a chi ci ha provato, senza riuscirci. Perché anche quei tentativi hanno una loro dignità. Aprono una strada. Qualcosa che viene raccolto in un secondo momento. E se non ci fossero stati i “perdenti”, non ci sarebbero stati i presupposti per le seconde opportunità e, poi ancora, quelle vincenti. E noi, per come siamo disastrati – come movimento e comunità – non abbiamo davvero niente da perdere. Ma questo forse è un ragionamento elevato e mal si addice a certi spiriti da controriforma che hanno popolato l’arcobaleno fino ad ora. Vedremo cosa ci prospetta il futuro.

Con un’unica consapevolezza possibile: se arriverà qualcosa di buono, è per chi ci ha messo la faccia e ha rischiato. Al netto di perbenismi e opportunismi. Se invece andrà male, è perché tutti e tutte noi abbiamo operato – più o meno consapevolmente – affinché si arrivasse alla disfatta. E a quel punto, dovremo solo fare i conti con tutto ciò che (non) siamo riusciti/e ad essere. Persone libere, in primis.

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Diritti LGBT tra giudici “sentinelle”, premier in ostaggio e politica complice

Cerchiamo di fare il punto sulla situazione, in Italia, circa i diritti delle persone e delle famiglie LGBT.

1. Il parlamento non riesce a legiferare sulle blande – e offensive – unioni civili, che così come previste sanciscono una discriminazione tra coppie gay e coppie etero.

2. Il pd, ostaggio della sua falange cattolica, non solo ha snaturato il ddl Cirinnà, trasformando le nostre famiglie in “formazioni sociali specifiche”, ma pensa pure a fare una legge per mandare in prigione quei genitori arcobaleno che si recano all’estero per praticare la surrogacy.

3. Il governo tace sulla questione dell’uguaglianza, Renzi nulla dice sulle “sue” civil partnership già promesse in campagna elettorale per le primarie, e Alfano ordina, nonostante le sentenze dei tribunali a favore, che le trascrizioni dei matrimoni di omosessuali contratti all’estero vengano annullate dai prefetti.

4. Il consiglio di Stato dà ragione ad Alfano e nel frattempo si scopre che la sentenza emessa è il prodotto di una fervente sentinella in piedi (sembra scritta da Adinolfi in persona) e che il presidente del consiglio stesso è dell’Opus Dei.

5. Il movimento LGBT italiano si sveglia solo oggi – e in questo siamo tutti/e responsabili, per non aver vigilato prima – e la gay community si scandalizza e alcuni chiedono la rimozione del giudice per il suo essere “cattolico” (quando il problema, semmai, è che molto probabilmente non è stato imparziale, ma questo è un altro discorso), mentre i gay interni al pd non muovono foglia  (o perché attenti a preservare le loro carriere o per facilitarle o perché oggettivamente incapaci di essere determinanti dentro il loro partito) o si limitano a qualche sfogo su Twitter.

Conclusioni: di fatto abbiamo un governo che si prodiga per rendere la vita impossibile alle persone LGBT di questo paese, grazie al suo membro di minoranza, l’Ncd, che tiene in scacco Renzi e il suo intero partito. E a leggere il recente articolo di Matteo Winkler, pare che nemmeno Mussolini si era mai spinto fino a tanto. Il pd, lo abbiamo già visto, è incapace di legiferare anche su una legge dequalificante prima di tutto per chi la propone. Non solo, trasformando le unioni civili in “formazioni specifiche” determina, culturalmente, un regresso contribuendo a veicolare un messaggio di discriminazione: la gay community non è destinataria di uguali diritti ma di trattamenti “a parte”. Apartheid giuridico, quindi. Molte persone LGBT hanno per altro favorito questo processo scagliandosi contro chi esprimeva legittimi dubbi su quanto si stava consumando di fronte ai nostri occhi, agitando la solita accusa di “gufismo”.

Comincerei a riflettere quindi su questi tre aspetti: irrilevanza delle persone LGBT (e complicità di parte di loro con chi ci discrimina) dentro e fuori i partiti, volontà discriminatoria da parte del governo e incapacità (o addirittura non volontà) del maggior partito del paese di creare una cultura del rispetto. Il quadro che si profila non depone bene per la tenuta democratica del nostro paese e per la qualità della vita di una sua minoranza interna (che si risolverà, a lungo andare, nel peggioramento delle condizioni di tutti e tutte). Occorre, lo penso davvero, partire da qui.

Il niente (sì, si parla di importanti realtà LGBT)

An-empty-cardboard-box-006Mi era stato chiesto di far parte di un gruppo di lavoro – chiamiamolo così – di un’importante realtà LGBT (non faccio nomi), ma qualcuno al suo interno pare si sia opposto con tutte le forze perché, a quanto sembra, non sono “controllabile”. Troppo cane sciolto. Poi, figurarsi, non voto manco pd… insomma, la feccia, per questa gente qui.

Vorrei ricordare – visto che siamo in tempi di congressi ed elezioni dentro il movimento – che invece di pensare al quotidiano per cui scrivo o a quanto un iscritto possa essere ridotto al rango di pedina, dovreste preoccuparvi, voi che fate parte delle segrete stanze, di fatti più importanti, come il ddl sulle unioni civili (che pare sarà ancora peggio di come ce lo aspettiamo), le leggi per i nostri diritti e cose un attimo più fondamentali della mia persona.

Sempre che non vogliate passare per i poveracci che dimostrate di essere, con i vostri veti basati sul niente. Il vostro, ovviamente.

Onda Pride? Restiamo umani (e non solo)

human prideLeggo qua e là commenti negativi sulla nuova campagna per l’Onda Pride. A questo proposito, alcuni di essi mi sembrano poco fruttuosi. Osservando il video e le immagini, non ho avuto la percezione di una rinuncia alla nostra specificità di gay, lesbiche, trans, ecc (secondo i critici). Inoltre, e credo sia ancora più grave, temo che la società “là fuori” non si accorgerà della presunta crisi identitaria di cui la campagna si sarebbe macchiata. Nel senso che penso che è un problema tutto nostro, di comunità e di militanza. Di uno scollamento tra vertici e base del movimento.

Allo stesso tempo, comprendo le ragioni di chi dice che l’arretramento sulla sigla “LGBT”, sostituita dalla formula human pride, possa essere vista o vissuta come un cedere terreno a un’indeterminazione semantica, un vuoto di “significato”. Processo non nuovo nella politica italiana: basti vedere cosa è successo alla sinistra, negli ultimi trent’anni e alla scomparsa dei suoi valori che si è intrecciata a un mutamento onomastico a volte non poco doloroso. E il nostro nome è il segno (linguistico, ma non solo) di ciò che noi siamo. Su quel mutamento si sono consumati trasformismi che sono adesso evidenti, agli occhi di chiunque. In altre parole è, a mio giudizio, un timore legittimo ma, forse, sovrastimato nel caso in questione.

Personalmente, penso che nell’immediato dovremmo lavorare tutti e tutte per la piena riuscita di quest’Onda Pride, non risparmiando nessuna delle nostre forze. Perché il “nemico” le piazze le usa. E noi dobbiamo dimostrare ciò che è sempre stato: loro avranno occupato cento piazze, ma con quattro gatti. Noi ne abbiamo quindici con centinaia di migliaia di persone, non solo rainbow, ma anche eterosessuali, che sono dalla nostra parte.

Dopo di che, dovremmo incontrarci e discutere delle ragioni di questa ennesima crisi interna. Vedo, altresì, un rischio: ovvero una lacerazione nel movimento LGBT tra “vecchi” e “nuovi”, speculare alla crisi sociale attuale. Se anche noi ci dividiamo tra rottamatori e “rottami”, se qualcuno pensa di poter fare a meno di chi ci ha preceduto e altri di non ascoltare le istanze che vengono da chi ci sostituirà prima o poi, ebbene non siamo migliori di chi ancora adesso pensa di poterci concedere leggi di serie B. Perché sta lì il corto circuito: fare delle nostre diversità motivo di discrimine.

Insomma, dovremmo parlare di tutto ciò. Per capirci, ritrovarci. E ricomporci. E dovremmo farlo al più presto.

Contro la reputazione

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Devenir perra, lo spettacolo di Slavina

«Il giorno in cui ho perso la reputazione sono diventata libera», lo ha detto Slavina, su Twitter Pornoflauta e performer “post-porno”. Credo sia una delle grandi verità di cui ci dovremmo appropriare e per almeno due buone ragioni.

La prima: la reputazione sta alla dignità della propria esistenza come la dizione sta alla lingua viva. Va da sé che saper dosare le e chiuse o aperte e pronunciar bene le s sorde può essere indice di eleganza, ma basta aver studiato bene linguistica all’università (o, un po’ più raramente, grammatica a scuola) per realizzare che non esiste una regola che non sia quella legata all’uso vivo del mezzo. Con i nostri comportamenti sessuali dovrebbe essere così. C’è una grammatica, l’insieme di regole che si deducono dall’uso dello strumento linguistico (e, di conseguenza, corporeo). Per cui a Firenze si dirà “la hasa” e non sarà un errore, sarà l’unico modo naturale su quella sponda d’Arno. Con la reputazione funziona allo stesso modo. Ci siamo noi, ci sono i nostri desideri, il nostro spazio vitale che si compone anche di pulsioni, di eros, di corpo. L’uso che ne facciamo dovrebbe obbedire a una regola soltanto: il rispetto di sé e delle altre persone. E ha un unico giudice che può sindacare quelle scelte stesse: il nostro io.

La reputazione è quindi un artificio, il risultato dell’occhio sociale sulla nostra condotta che obbedisce non a una grammatica di realizzazioni possibili, ma ad un “abbecedario” moralistico di imposizioni. Per essere ancor più chiari e ripercorrendo il paragone con la lingua: obbedire alle esigenze di una reputazione significa scegliere ancora oggi il pronome “egli” e pronunciarlo con la e chiusa. Autodeterminarsi, significa usare liberamente “lui”, perché è questo l’uso vivo.

Il secondo motivo è conseguente al primo e ci tocca in prima persona. Nel passato essere gay e vivere la propria sessualità era contrario alla buona reputazione. Ma questo significava due cose soltanto: o sperimentare il proprio erotismo nascondendosi (cioè, negando la propria identità) oppure castrarsi mentalmente e condannarsi all’inedia erotica. Mantenere quella reputazione – che poi è la stessa per cui una donna non doveva/poteva portare i pantaloni o la minigonna o per cui era obbligatorio arrivare vergini al matrimonio – significava in parole più semplici non vivere. Poi Stonewall, a New York nel 1969, ha dato uno schiaffo al volto dei ben pensanti, fregandosene (appunto) di quello che potessero pensare. Gay, lesbiche e soprattuto trans se ne fregarono di cosa la gente avrebbe potuto dire di loro. E perdendo l’ansia di mantenere una reputazione, divennero persone libere.

Concludo questi pensieri non potendomi non rammaricare per il “nuovo” corso che, invece, vedo nell’Italia odierna, dove domina l’estetica del selfie (per cui ci si mette in mostra) su un sottofondo di nuovo moralismo bacchettone (per cui il mostrarsi coincide con una consacrazione del sé in nome di un’approvazione collettiva). E mi fa male, personalmente, vedere che queste dinamiche che chiamerei “neovittoriane” siano molto in voga proprio tra le generazioni più giovani. Ciò dovrebbe aprire una riflessione profonda sui limiti della società per come la conosciamo, che esce dal ventennio berlusconiano (forse) improntato sulle virtù pubbliche e i vizi privati e che si sta traghettando senza nessun ripensamento critico nella nuova era renziana. Basandosi sul mantenimento di una reputazione, appunto. E abbiamo appena visto a cosa ci porta questo tipo di approccio alle cose. Questo il dramma collettivo contemporaneo, contrario alla nostra libertà. Ma ci sarà tempo per parlarne ancora.

Poliamori e altre catastrofi

relazioni poliamorose

relazioni poliamorose

Punto primo: diamoci una svegliata, tutti e tutte – anche se dovrei dire tutti e basta, perché a scandalizzarsi per la questione sono stati i maschietti e questo la dice lunga su un legame atavico tra sessismo, maschilismo ed altre amenità. Ma non è questo l’argomento di cui voglio parlare.

Diamoci una svegliata, dicevo, perché il discorso sul poliamore  – che tanto ha disturbato il sonno dei soliti moralisti e bacchettoni, non importa se nelle file di Manif pour Tous o tra i gay da tastiera e basta – è presente nel documento del Roma Pride già dall’anno scorso sebbene sia arrivato alla ribalta solo nel 2014. Quindi voi che tutto questo casino che avete generato, fornendo per altro argomenti di discussione a quelli che leggono in piedi nelle piazze contro i gay, ma non sanno nemmeno scrivere un SMS contro i pedofili che la loro chiesa protegge, siete un attimo in ritardo.

Poi visto che avete fatto le pulci a un termine su un documento di 2282 parole e 15.394 battute, sarebbe stato il caso di:

  • leggerlo davvero, tenendo conto di punti, virgole e tutto il resto
  • interpretarlo, perché un testo ha una densità di significato che va oltre alla parola buttata lì
  • capire cosa c’era scritto, possibilmente.

Ma vediamo il pezzo incriminato, che ha sortito un’inedita alleanza tra sentinelle  e gay sconvolti.

Per questo esigiamo leggi che guardino laicamente alla realtà plurale e multiforme delle identità, degli affetti, delle famiglie, delle figlie e dei figli: il matrimonio civile per le coppie formate da persone dello stesso sesso, su un piano di piena uguaglianza formale e sostanziale rispetto alle coppie eterosessuali, l’accesso alle adozioni e la tutela dell’omogenitorialità, il riconoscimento dei poliamori e delle relazioni aperte come differenti forme di affettività che ciascuna e ciascuno di noi può scegliere liberamente.

Quindi le priorità sono tre, tutte in grassetto e pure evidenti. Matrimonio, genitorialità e adozioni regolate per legge, da una parte. E riconoscimento di situazioni affettive, come libera scelta, dall’altra. Si pone nello stesso periodo, ma in posizioni di polarità opposte, un modello di normalizzazione (sposarsi e avere figli) e un modello alternativo alla norma (libera scelta di situazioni che si pongono proprio al di fuori delle situazioni coniugali).

Perché inserirlo in un documento di rivendicazione, mi si chiede? Perché il movimento LGBT è anche un movimento di liberazione sessuale, perché vi piaccia o no è la sessualità il punto nevralgico della questione. E fare l’elenco della spesa, non significa pretendere che il tuo supermercato – il parlamento, nello specifico – ordini tutte le cose che hai in lista.

Fa veramente tristezza che all’ennesimo colpo di tosse della solita marmaglia omofoba non pochi gay siano stati percorsi da un sentimento di allarme. Invece di rispondere a certa gente con frasi del tipo “Poliamore? Coppie aperte? Esistono e noi ci chiediamo come possiamo tutelarne almeno alcuni aspetti” (grazie Luci, per il suggerimento) rimandando al mittente qualsiasi pretesa di superiorità morale – sappiamo benissimo come funzionano i matrimoni di personaggi come Silvio Berlusconi, Cosimo Mele, Alessandra Mussolini, ecc – si sono sentiti in dovere di apparire “rispettabili” nei confronti di chi non li rispetta a prescindere.

Di fronte a un sentimento legittimo di perplessità nei confronti di un argomento che si può prestare a facili fraintendimenti – e ricordiamo che nessuno vuole tutelare la poligamia – ma che andrebbe sicuramente discusso, in un processo di crescita condiviso, è prevalsa la paura di essere liberi per cedere alla voglia di essere accettati dalla massa, che però ti accetta se non sei come vuoi.

Come sostiene Delia Vaccarello nel documentario Ci chiamano diversi, di Vincenzo Monaco, ci spettano i diritti non perché siamo uguali, ma perché siamo come siamo. Se non si capisce questo non ha senso impegnarci nelle scuole, nelle sedi istituzionali e nelle piazze.

Frasi come “non ho nulla contro i poliamori, ma che senso ha farne oggetto di rivendicazione politica”, hanno lo stesso effetto di affermazioni quali “niente contro i gay, purché non ostentino”. E porre la questione della necessità di altre lotte su cui concentrarsi non rende dissimili chi le pronuncia da chi dice che prima delle unioni tra gay ci sono cose più urgenti e importanti da fare. E noi dovremmo essere un attimo migliori della mediocrità dilagante e milioni di anni luce più avanti di una Roccella e un Giovanardi qualsiasi. Ma qualcuno ha reputato più giusto rassicurare questi personaggi e, cosa ancora più grave, lo ha fatto in modo inconscio.

Credo che dietro a certe rigidità ci siano sentimenti di non compiuta accettazione di se stessi e un sentimento “antigay” molto capillare, che colpisce anche le persone al di fuori di ogni sospetto. Dico questo perché in molti sostengono che non è il tema del “poliamore” in sé il problema, ma il fatto che sia stato immesso in un documento LGBT. Con la conseguenza che è quella sigla, LGBT appunto, a dar fastidio in un modo o nell’altro. E comunque, se può mettervi l’animo in pace, i poliamori sono per lo più una cosa da etero.

Perché forse, poiché siamo gay, lesbiche e trans, dobbiamo – appunto – dimostrare di essere moralmente migliori, inattaccabili. Rispetto a una massa maggioritaria, ripeto, che ha una morale sessuale e di genere a dir poco raccapricciante. Ricordiamoci dei femminicidi, delle violenze in famiglia, a cominciare da quelle sui minori.

Concludo questo lungo post – insufficiente e non esaustivo e, per altro, scritto anche di getto – con alcune considerazioni finali.

Un argomento di discussione giusto e importante è stato trasformato nella solita caciara antiassociazionista da personaggi che poi, nel loro concreto, nulla fanno per la causa. Questi stessi se esigessero dai partiti per cui votano la metà della moralità che pretendono dalle associazioni LGBT vivremmo meglio che in Svezia. E invece…

A questi stessi ricordo, ancora: vi piaccia o no, se potete dire in giro che vi piace il cazzo è perché c’è stato il lavoro delle associazioni che tanto disprezzate.

Credo che un errore del movimento, uno dei tanti, sia quello di non aver (più) approfondito a livello teorico tutta una serie di questioni sulla liberazione del sé, del corpo e dell’eros. Ci siamo appiattiti sull’emulazione di specifici modelli, dimenticando cosa significa essere persone davvero libere.

E ve lo dice uno che un giorno vorrebbe sposarsi – figli no, mi separerebbero dai miei aperitivi del venerdì sera – e non crede in forme di relazione che comprendano altre realtà che non siano quelle di coppia. Ma non ho la presunzione di dire che debba essere così per tutti/e, né credo che per avere i miei diritti si debbano negare la dignità e le richieste, per quanto possano apparirci lontane, di altri esseri umani.

***

Per chi volesse documentarsi su questioni di genere e queer theory, riporto una bibliografia minima essenziale:

F. Bilotta, B. De Filippis, Amore civile. Dal diritto della tradizione al diritto della ragione, Mimesis, Udine, 2009.
S. Cucchiari, “Le origini delle gerarchie di genere”; in Sherry B. Ortner, Harriet Whitehead (a cura di) Sesso e genere. L’identità maschile e femminile, Sellerio, Palermo, 2000, p. 113.
F. Héritier, Maschile e femminile. Il pensiero della differenza, Laterza, Roma-Bari, 2002
M. Mieli, Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli, Milano, 2002
L.G. Tin, L’invezione della cultura eterosessuale, Duepunti Edizioni, Palermo, 2010

Movimento LGBT: cosa fare, subito!

un momento del Roma Pride 2013

«Ok Dario, la critica l’hai fatta e l’analisi pure. Ma la sintesi qual è?»

Questa la domanda che mi ha fatto un amico, dopo il mio post di ieri sulle prospettive che ci attendono con Renzi e i suoi al governo. Proverò a rispondere a quella domanda, procedendo per punti su cosa andrebbe fatto secondo me.

1. Unità del movimento

So che sembra un mantra che dovrebbe prenderci per sfinimento, ma è il punto imprescindibile di partenza. Il movimento LGBT italiano vive due mali. Uno è quello dello scollamento con la comunità, l’altro è la sua parcellizzazione interna. Tanto per capirci, abbiamo qualcosa come cinque o sei associazioni nazionali (quando ne basterebbe una soltanto). Accanto a queste, e spesso in polemica con esse, una miriade di associazioni territoriali.

Premetto che sono convinto che la presenza di molte realtà sia una manifestazione di fermento e quindi di ricchezza. Ma una cosa è la pluralità, un’altra è la balcanizzazione. Occorre fare uno sforzo per trovare una formula confederativa, in cui c’è una grande realtà nazionale – rappresentativa di tutti e col mandato di tutti – che dialoga o si oppone con le istituzioni.

Credo sia stato un errore (uno dei tanti) quello di aver incontrato il 26 febbraio a Roma i deputati del Pd – da parte di Arcigay, Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno, Agedo, Certi Diritti, Mit ed Equality – senza aver concordato una linea comune con le altre realtà territoriali. Anche perché occorre ricordare che queste “piccole” realtà – faccio un solo esempio: il Mario Mieli sarà territoriale, ma credo abbia più iscritti e più rilevanza di certe associazioni nazionali – le piccole realtà, dicevo, sopperiscono al vuoto associativo soprattutto in zone di provincia. Vogliamo fare alcuni nomi? Stonewall GLBT a Siracusa (per anni unica realtà della zona), Iken ad Avellino. Disconoscere questo lavoro significa fare un torto non solo alle associazioni in questione, ma alla nostra stessa comunità. E questo ci lacera e ci rende più vulnerabili.

Un secondo passaggio dovrebbe essere quello del recupero con la base. Percorso più lungo, ma ugualmente imprescindibile. Una proposta potrebbe essere quella della creazione di assemblee permanenti, città per città, funzionali al dialogo tra militanti e membri della comunità. Per ascoltarsi, per trovare un accordo su varie questioni, per abbattere la diffidenza che si sta creando anche sull’associazionismo LGBT. Percorso meno immediato e con rischi incalcolabili, ma necessario.

2. Mobilitazione continua

Ci si scanna per la sede e la data di un pride, da celebrare in estate. Abbiamo l’occasione di fare una serie di manifestazioni, sia nella capitale sia nelle rispettive città di appartenenza. Dobbiamo farlo in tempo brevi, perché il tempo è poco. Va da sé che le manifestazioni della capitale assumono rilevanza nazionale non perché le associazioni romane siano più importanti di altre, ma perché – piaccia o meno – a Roma ci stanno le istituzioni.

Arcigay ha la forza di mobilitare migliaia di iscritti e di iscritte. I circoli romani indipendenti altrettanto. Si pensi al pride di Palermo e a quello capitolino, per capirci. Si costruisca un percorso politico, anche insieme a partiti e altre associazioni, per manifestare in migliaia e chiedere garanzie democratiche ben precise.

Occorre altresì trovare alleati. Bisogna far capire, come già accennato, che la lotta per i diritti LGBT è un anello di una lotta più ampia. Non si può combattere per le nostre rivendicazioni se non viviamo in uno stato che garantisca l’individuo nella gestione della sua felicità. Lavoro, educazione, libertà individuali, diritto alla salute, autodeterminazione, gestione dei corpi sono aspetti imprescindibili che si legano tra loro.

Si diventi massa critica, si recuperi lo spirito genuino della stagione delle fiaccolate. Il fatto che non ci scappi il morto non rende la situazione meno urgente. Stanno cercando di decidere per il nostro futuro, mettendoci un bel freno a mano. Se vi sembra poco… a me sembra troppo. Troppo pericoloso.

3. Creazione di una cultura critica

Per mobilitazione non intendo solo la piazza, ma anche la creazione di uno spazio di riflessione. Università, scuole, sindacati, sedi di partito sono i luoghi deputati per discutere della questione LGBT. Occorre parlare alla gente, far capire la bontà della nostra lotta politica che è una lotta per tutti e per tutte (noi sì che siamo pour tous!), perché la questione dei diritti civili è un giro di perle e se spezzi il filo della collana, verranno via man mano tutte le altre.

Nelle scuole va fatta una campagna contro l’omo-transfobia sociale – prima che venga approvata la legge Scalfarotto, che renderà vane proprio questo tipo di iniziative – nelle università vanno organizzati convegni sullo stato del diritto, sul linguaggio, sulle ricadute sociologiche ed economiche delle discriminazioni contro le persone LGBT. Abbiamo belle teste pensanti, nel movimento – un nome per tutti: Rete Lenford – e allora usiamo questi talenti per fare cultura contro l’ignoranza e la rozzezza culturale del fronte omofobo.

Fondamentale il ruolo dei media. Invece di smuovere il galoppino di turno per scrivere trafiletti in cui far comparire lodi alle gaye baronie di pertinenza, usiamo i contatti con la stampa per proporre la bontà delle nostre rivendicazioni, per raccontarle col nostro linguaggio, per informare su ciò che vogliamo davvero a vantaggio non di una minoranza, ma della collettività democratica e civile.

4. Dialogo con le istituzioni

L’unità politica dovrebbe creare un programma definito e una comunanza di intenti. Credo che il movimento debba richiedere senza sconti ulteriori la pienezza dell’uguaglianza giuridica. Poi starà agli attori istituzionali spiegare perché non si vuole arrivare a quel traguardo. Ad ogni modo, il dialogo con le istituzioni è fondamentale, sia a livello locale (e qui rientra il discorso dell’importanza di tutte le realtà associative), sia a livello nazionale.

Dialogo non vuol dire compromesso al ribasso. E mediazione non vuole dire amputazione dei principi inderogabili dell’uguaglianza. Essere uguali, in quanto minoranze, è una prerogativa che descrive la democrazia. La qualifica come tale. Il Partito democratico, a dispetto del suo nome, sembra incapace di concepire questo assunto. Compito del movimento è porlo di fronte a queste contraddizioni e cercare di ottenere il massimo, a livello di confronto. Poi cosa accadrà nelle stanze del potere – considerando il grado di affidabilità delle persone coinvolte dentro i partiti – non può dipendere dalla volontà delle associazioni. Ma il tentativo deve essere fatto.

5. Considerazioni finali

Se non fosse chiaro siamo in guerra. Il fronte omofobo italiano è bene organizzato, armato fino ai denti, finanziato dall’otto per mille, che la chiesa rigira a questa o quella organizzazione. Poi ci sono le carnevalate tristi alla Manif pour tous, ma il problema sta altrove.

Abbiamo il dovere morale, per noi ma anche per la società tutta, di pretendere che questo paese sia migliore. E dobbiamo operare seriamente – cioè, facendo le persone serie e lavorando fattivamente al progetto – affinché ciò avvenga. Altrimenti non avremmo più scusanti. E sarà difficile, se non impossibile, non dar ragione alla rabbia di chi ci dice che il movimento è uguale a quelle caste che hanno affamato il paese. Economicamente e sul fronte della giustizia sociale. Io non voglio essere complice di questo sistema. Io voglio cambiarlo, con la democrazia, per la democrazia.

La notte in cui il web gridò #freeluxuria!

Gay è ok! #freeluxuria

Gay è ok! #freeluxuria

Tutto è bene quel che finisce bene: Vladimir Luxuria è stata rilasciata. Ciò mi permetterà di fare alcune considerazioni su quanto successo nelle ore convulse del suo arresto.

Innanzi tutto: ancora una volta sono le persone trans a dimostrare il coraggio che serve. Ieri a Stonewall, oggi a Sochi. Questo le fa onore.

Preoccupanti e discutibili, invece, (per non dire peggio) i commenti di lettori delle maggiori testate on line, che vanno dal “se l’è cercata” a “però i marò li lasciano in India…” fino a “una mossa per farsi pubblicità”. Doloroso che questi commenti vengano da persone LGBT (chissà perché, per lo più maschi).

Non ci si fa pubblicità mettendo a rischio la propria incolumità fisica e psichica. È andata, contrariamente a molti altri italiani, a protestare contro una legge ingiusta. Non capire questo e cadere nel solito cliché dietrologico, fa capire quanto siamo indietro a livello di comunità. Invece di essere uniti e solidali, ci si diletta a fare il pelo su sotterfugi che andrebbero quanto meno dimostrati, con prove alla mano. E invece.

Infine, per una volta, pronta e decisa la reazione del movimento LGBT.  Sui social l’hashtag #freeluxuria è subito entrato nei trend nazionali. Migliaia di condivisioni. Un vero e proprio “bombing” per sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica. Dovremmo essere un po’ più operativi anche tra piazza e palazzo. Saremmo sicuramente un paese all’avanguardia, sul tema dei diritti civili.

Lettera aperta a Cristiana Alicata sulle civil partnership

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Cara Cristiana,

questo post è un tentativo di dialogo, per una volta non arrabbiato (sai quanto mi feriscono certe questioni), che ha lo scopo di spiegarti perché non credo al progetto delle civil partnership proposte da Renzi.

Lo farò articolando il discorso su due piani, uno sostanziale e uno formale.

In primo luogo: la proposta di regolamentare i progetti affettivi delle persone LGBT con un istituto parallelo e dedicato non è uguaglianza ma equivalenza. Vuol dire che verremo trattati non da pienamente uguali ma da diversamente tali. Quando Rosa Parks non si alzò dal posto in autobus di fronte all’arroganza di un bianco, non inaugurò una lotta per l’equivalenza, ma protestò per potersi sedere negli autobus esattamente come i bianchi. Fai le dovute sostituzioni e capirai (anche se so che la pensiamo allo stesso modo) cosa voglio dire.

Dal punto di vista formale, mi si dice: il meglio è nemico del bene. O si addita chi come me vuole la piena uguaglianza, di essere un ostacolo oggettivo contro l’affermazione di diritti di base. Personalmente non ho incarichi di potere, non sono iscritto a nessun partito, non faccio la corte ai potenti (anche perché sono tutti decisamente poco sexy) e non ho mai deciso di votare sì o no rispetto a un provvedimento qualsiasi. Da libero cittadino sono un elettore che sceglie quale partito mandare in parlamento (e alle recenti elezioni ho votato una coalizione capeggiata dal Pd) e che si fa un’opinione in base a ciò che vede attorno a sé.

Ciò che ho visto fino ad adesso non lascia ben sperare. Ho visto Veltroni, già sindaco di Roma, far fallire il progetto delle unioni civili nella capitale votando con Storace.
Ho visto D’Alema, Bindi e altri alti dirigenti insultare le persone LGBT. Ho visto tuoi compagni di percorso a cui ho anche dato il voto alle primarie del 2005 (parlo di Ivan) prima dialogare con personaggi e forze politiche che ci dipingono come malati mentali o potenziali pedofili (hai presente Paola Binetti, vero?) ottenerne il plauso pubblico e poi insultare (a quanto pare è una moda) il movimento di cui faccio parte, perché reo di volere pari dignità giuridica a parità di doveri (le tasse le pago anch’io esattamente come Giovanardi).

Anche in questo caso siamo stati descritti come coloro che fanno fallire i percorsi parlamentari, quando mi pare evidente che questi si concepiscono pronti per essere abortiti non certo per colpa nostra ma forse di chi fa in modo che non abbiano il dovuto sostegno, sia dentro il parlamento sia fuori dai palazzi.

Adesso Renzi sta parlando di civil partnership alla tedesca, che è un po’ come dire una parmigiana alla francese o un tiramisù all’etiope. Suona male, con buona pace delle gastronomie dei paesi scomodati nell’esempio. Ed è un caso di sciatteria linguistica che getta poca chiarezza sulle reali intenzioni del Pd.

Leggo già, sul tuo profilo dove mi hai postato il tweet di Renzi o su Twitter, che “il meglio è nemico del niente”, mentre qui non si tratta di scegliere il più o il meno, ma l’uguale, appunto.

Anche perché questi discorsi poi diventano la strada maestra per proporre il peggio travestito da ottimale. Tipo quella legge che doveva proteggere le persone LGBT dai crimini d’odio e invece rende legali gli insulti contro di noi detti in chiesa o nei dibattiti politici. Anche lì ci dissero che il meglio era nemico del bene. E per non sbagliare hanno votato il peggio.

Sono stato cresciuto in un contesto sociale che mi ha insegnato il valore della dignità umana, valore che cerco di trasmettere ai ragazzi e alle ragazze a cui insegno. Faccio politica in un movimento che ha molte responsabilità per non essere stato un abile gruppo di pressione, ma le persone con cui io ho lavorato e lavoro non si sono mai arricchite con l’associazionismo, non ne hanno fatto un trampolino di lancio per carriere di sorta. Vedono il volontariato come un valore elevato, assoluto. Con queste persone ho appreso che c’è dignità solo se c’è piena uguaglianza. La politica del tuo partito, fino a ora perseguita, non va in questa direzione invece. Così come quella di tutta la politica italiana, per essere onesti fino in fondo (a parte qualche lodevole eccezione).

Mi pare che in Italia ci siano tre fazioni che si agitano di fronte alla questione LGBT: chi fa finta che i diritti di gay, lesbiche e trans non esistano; chi li tratta come capricci di cui ridurne la portata; di chi, come il mio movimento, crede nell’articolo 3 della Costituzione.

La proposta delle civil partnership non rispetta l’articolo in questione, ma crea cittadini più uguali degli altri e costruisce ghetti giuridici per noi che abbiamo la “colpa” di innamorarci di persone del proprio sesso. Questo lo trovo iniquo.

A questo aggiungiamoci il già visto. Promettere qualcosa, accordarsi per il peggio, non fare nulla.

Per cui mi perdonerai se ci credo poco, anzi, se non ci credo affatto. Spero ovviamente di essere smentito dai fatti, ma le magnifiche sorti progressive sui diritti civili le abbiamo già viste, magnificate e mortificate, da Prodi, Veltroni e Bersani. Perché con Renzi dovrebbe essere diverso?

Poi va da sé, un provvedimento che desse tutti i diritti delle coppie sposate con tutela dell’omogenitorialità almeno per quei figli già presenti nelle coppie gay e lesbiche, sarebbe sicuramente un punto di partenza.
Discutibile, per le questioni di forma e sostanza di cui ti ho parlato, ma in larga misura accettabile. A patto che sia, appunto, l’inizio di qualcosa di nuovo che vada verso la totale parità e dignità delle persone LGBT.

E poiché credo di essere una persona intellettualmente onesta e mi prendo la responsabilità delle cose che dico, sono disposto a offrirti una cena qualora venisse approvato un istituto equivalente con diritti uguali al matrimonio.

Perché per una volta mi piacerebbe scoprire di esser stato smentito. Fino a quel momento preferisco non credere. Perché quando arriverà la delusione sarò già abituato a quel sapore. In caso contrario, ti aspetto da Necci. O a casa mia. Scegli tu.

Il new deal renziano

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Dobbiamo rassegnarci all’evidenza che quello che in altri paesi sarebbe un buon leader di destra, in Italia sta a capo di un sedicente partito di centro-sinistra. Con una sinistra interna che sta attorno il 30% (divisa tra conservatori e progressisti reali).

Il restante 70% raccoglie un po’ tutto. Dirigenti diessini e democristiani (La Torre, Fassino, Franceschini), sostenitori della destra ultra liberista, fan di Margareth Thatcher, ex berlusconiani, ex bersaniani di ferro, giovani dirigenti che hanno cambiato qualsiasi corrente pur di finire in quella che alla fine ha vinto e via dicendo. Questo è il nuovo che si porta con sé Renzi.

E poi certo, c’è anche la base vera. Quella che ci crede, quella che popola la Leopolda o si lascia affascinare da discorsi molto ben costruiti ma che, a ben scavare, non offrono soluzioni e non danno idee.

Solo indicazioni di massima, tipo andare in guerra contro il sindacato, togliere l’IMU, tagliare le tasse per le aziende… roba mai sentita in Italia. Se si esclude Berlusconi, va da sé.

Faccio anche notare che tra gli entusiasti di Renzi al potere c’è già chi mi accusa, assieme ad altri, di estremismo bolscevico solo perché non mi lascio affascinare dal nuovo uomo della provvidenza. Vediamo quanto tempo ci impiegheranno a rispolverare perifrasi quali “toghe rosse”, “magistratura politicizzata” e amenità similari.

Apro una parentesi sulla questione LGBT. Dei tre ha vinto quello con la visione più fumosa. Ai tempi delle primarie 2012 aveva una posizione, il sindaco di Firenze, abbastanza accettabile a condizione che fosse l’incipit di qualcosa di nuovo e sicuramente migliore dei DiCo, chiamati in altro modo per non dispiacere i gayo-comunisti che lo supportavano, di Bersani.

Adesso qualcosa è cambiato. Innanzi tutto perché abbiamo già visto cosa sono in grado di fare certi gay renziani inebriati dal potere: ottenere agevolazioni per se stessi e il proprio partner in barba alle migliaia di coppie che nulla hanno in questo paese (ma loro sono contro la casta, si badi), fare leggi sull’omofobia insultando il movimento LGBT e ricevendo lodi da Bindi, Binetti, Buttiglione e altri teodem. Queste le premesse.

Poi mettiamoci una campagna elettorale per le primarie che ha di fatto cancellato il dibattito su questi temi. Non una parola sui diritti civili nel programma di Renzi. Nel confronto pubblico ha pure preso in giro Civati che si dichiarava per il matrimonio, sostenendo che non possiamo chiedere la piena uguaglianza perché il suo partito non può concederla. E loro, Renzi e le sue truppe, sarebbero quelli che cambieranno profondamente il sistema. Chissà perché, tuttavia, il sistema diventa graniticamente fermo quando si tratta di affermare certi diritti…

In base a tutto questo io resto della duplice idea che:
1. non ci si può fidare di questa gente, proprio per le premesse di cui sopra;
2. occorre dimostrare, a livello di movimento, massima unità sulla richiesta del matrimonio se vogliamo davvero ottenere qualcosa.

I gay renziani ovviamente già imprecano contro la mancanza di lungimiranza del movimento, sostengono la rivoluzionaria idea che è meglio poco che niente (come se la storia dei PaCS non avesse loro insegnato nulla) e che chi parte dal presupposto della piena uguaglianza tra eterosessuali e persone LGBT è un estremista. Bolscevico magari. Poi magari fino a qualche giorno fa si strappavano le vesti al suono del nome di Mandela…

Proprio per queste ragioni io non mi fido. Poi certo, si può anche rimanere stupiti favorevolmente. Ma ricordiamoci chi c’è in quel 70% che ha votato Renzi. Giovani inclusi che già accusano di comunismo chi, come me, vorrebbe solo che l’articolo 3 della Costituzione venisse pienamente applicato. O che non ti rispondono nemmeno quando chiedi loro come mai nella segreteria appena nominata non c’è nemmeno un responsabile con delega sui diritti civili. Per dirne una, eh!