Sull’inutile e dannosa guerra tra froci

In merito al post che ho scritto sull’articolo che mi ritrae in tenuta nazista, lasciando intendere mie presunte conversioni all’estrema destra dopo un passato da lanciatore di molotov – operazione che mi ha fatto tanto ridere, in verità – mi ha colpito un commento che riporto qui di seguito:

«Mi aspettavo piú stile nella concorrenza dell’esprimere la propia Opinione e non farla diventare una guerra da vicini insopportabili! Che tristezza usufruire di armi verbali ma attaccarsi in modo primitivo! Cordiali saluti!».

Al mio commentatore, che si firma col nome di Franco Scavazza, ho risposto che è proprio questo concetto di concorrenza che non riconosco. Io e gli amici di Gaiaspia saremmo concorrenti rispetto a cosa? Siamo tutti figli, ahimè, della stessa discriminazione. Dovremmo combatterla insieme, invece di perder tempo a dividerci tra chi opera nelle associazioni e chi si nasconde dietro a un monitor a fare dossieraggio.

O forse perché riconducibili a due presunte anime, contrapposte dentro Arcigay? Premetto che sono dentro quest’associazione, che in passato ho criticato anche aspramente e che tutt’ora mi dà non poche perplessità, da pochi mesi sia perché con Catania abbiamo tentato un lavoro di aggregazione di diverse sigle – tutte confluite nello stesso direttivo – sia perché mi è sembrato intellettualmente onesto ufficializzare un lavoro cominciato dentro Open Mind, dove militavo, e proseguito negli anni.

Non ho ambizioni politiche dentro Arcigay. Se le avessi avute non sarebbe stato un problema, per me,  tentare di scalarne i vertici. Semplicemente, non mi interessa. Io lavoro – e ci tengo a sottolinearlo, da militante semplice – a stretto contatto con le gente, quella in carne e ossa. Se le persone di cui mi fido e con cui collaboro dovessero lasciare, andrei via con loro. Non è la sigla che garantisce la bontà del progetto. Ma chi ne fa parte. La sigla è solo uno strumento. Se usato bene può dare buoni risultati. Altrimenti…

Per me i ragazzi di Gaiaspia, dai nomi non verificabili e dai volti presi in prestito dal mondo della moda d’oltre oceano, nei loro profili Facebook, non sono concorrenti. Il mio fine è quello di arrivare a una società più giusta. Il loro fine qual è? Siamo avversari di fronte quest’obiettivo?

Per me, tutt’al più, sono solo compagni che hanno invertito le priorità: dal bene comune all’interesse privato, finalizzato non si è ancora capito bene a cosa. In questo non c’è e non può esserci concorrenza. C’è solo la stupidità di una guerra tra froci che fa solo il gioco dei nostri avversari, quelli veri.

A tutto questo ho già detto no grazie, dalla fine del 2006. Il resto è storia. Quella accaduta, rintracciabile nelle cronache dei giornali. Non l’allusione fatta con fotomontaggi che, ripeto, dimostrano la stupidità di una parte e una parte soltanto.

Annunci

Antropologia dell’homosex tecnologicus. O dell’involuzione della specie

L’immagine qui riportata – di cui colpevolmente non conosco l’autore – ritrae l’evoluzione dell’uomo, dalla condizione di scimmia fino ad arrivare all’età contemporanea, in cui siamo ridotti a esseri ingobbiti su un anonimo computer.

Adesso, più conosco il movimento GLBT, più mi rendo conto che essa ricalca fedelmente ciò che sono diventati molti di noi, ovvero maniaci del mouse e “virtuosi” della tastiera. Se, Dio non voglia, domani dovesse finire l’era del pc, questa gente si troverebbe senza uno scopo, senza una meta e, in parole meno nobili ma più pragmatiche, senza un bene amato cazzo da fare.

Chi mi conosce sa che è quasi un mio pallino classificare, secondo appositi bestiari, queste varie umanità usando categorie specifiche. Eppure questa nuova sottospecie di homo(sex) tecnologicus sfugge a qualsivoglia tentativo di pacifiche classificazioni. Per limitarmi, dunque, a un approccio meramente descrittivo, semplificherò dicendo che stiamo parlando, a ben vedere, di frocioni – a volte anche attempati – che passano il tempo davanti a un monitor a guardare le vite degli altri, a rosicarci sopra e, in buona sostanza, a parlarne pure male.

A cominciare dalla categoria del “commentatore rancoroso”. La cifra psicoanalitica di questa tribus telematica è elementare come un programma di Lorella Cuccarini, a cui per altro si ispirano e non occasionalmente. Questa gente passa il suo tempo a leggere quanto scritto da terzi, avvelenarsi il fegato, reputare che quanto scritto da altri sia sic et simpliciter sbagliato, inutile, ridicolo e non all’altezza e, di conseguenza, sputare sentenze e smerdare l’individuo seguito con l’accuratezza di uno stalker all’ultimo stadio.

L’aspetto divertente sta nel fatto che se provate a esporre una teoria e, subito dopo, l’esatto contrario di essa, questi soggetti vi attaccheranno su entrambe entrando in contraddizione con loro stessi, senza rendersene nemmeno conto. Consiglio, se doveste mai provare l’esperimento, di mettere come sottofondo musicale la famosa hit di Ornella Vanoni, quella che fa «tristezza, per favore va via…».

Segue la schiera del “blogger anonimo”, categoria che conta, per fortuna, non troppi esempi mentre quelli registrati sembrano essere tutti uguali al punto tale che si vocifera di un’unica entità evidentemente disturbata che, per dare un senso a una vita passata a leggere comunicati stampa del Mieli o dell’attuale presidenza di Arcigay, si inventa, di volta in volta, un sito diverso in cui scrivere, tuttavia, sempre le stesse cose.

La fenomenologia è talmente evidente da rasentare la noia: si cerca una non notizia, la si pompa come fosse uno scandalo, la si dà in pasto a una piazza mediatica ridotta a pochi “eletti”, per poi finire nel nulla fino all’attesa della creazione dell’ennesimo blog dal nome altisonante, dal contenuto nullo e dal valore intellettuale di un qualsiasi articolo di Libero.it.

Letture spassose, d’altronde, come qualsiasi fantasy contaminato – e in questo gli autori dei siti in questione sono dei pionieri – dal genere del cinepanettone. Per tacere, invece, sull’uso della lingua adoperata, molto spesso più vicina a quella di un verbale di un carabiniere raccomandato da un politico della Lega Nord.

L’elenco potrebbe concludersi con la categoria del “disincantato che possiede ancora tutta la Verità”. Colui, cioè, che magari ha passato il suo tempo a girare ogni associazione possibile e immaginabile, parlando male delle altre in cui è stato in precedenza per poi abbandonarle con gesti plateali e riversare, guarda caso, sul web il proprio disprezzo verso chiunque abbia deciso di essere più utile, alla società, nel suo complesso, di un attacco di emorroidi.

In quest’ultimo caso preoccupa il fatto che tali soggetti siano circondati da un pubblico di adoranti che ne seguono idee – nome con cui ribattezzano gli insulti di cui i loro beniamini sono capaci – e gesta al punto da emularle. Studi ancora sperimentali, per cui non del tutto verificati e verificabili, dimostrerebbero che tra queste schiere si troverebbe il fertile humus che porterebbe, un domani, soggetti particolarmente svantaggiati a vestire i panni delle altre categorie sopra menzionate.

Credo, a conclusione della mia analisi, che il movimento GLBT italiano abbia interesse a lottare, al suo interno, per ottenere convenzioni speciali con istituti psichiatrici e centri di igiene mentale dove poter assistere i soggetti a rischio onde evitare, un domani, di doverci ritrovare a sorridere di certi disgraziati che magari, mentre scrivono il loro ennesimo articolo tutto “odio & rancore”, ci credono pure.

A ben vedere non sarebbe degno di chi sostiene di combattere per migliorare la vita dei/lle nostri/e compagni/e di lotta. Almeno su questo, spero, saremo tutti e tutte d’accordo.

Il movimento (gay) dei campanili

Il mondo gay è strano.

Il nemico ci accerchia, un po’ ovunque. Lo fa nelle scuole, con l’omofobia dilagante e con la disattenzione, verso le problematiche a noi care. Lo fa negli ospedali, in mano a un potere religioso che nega l’interruzione di gravidanza, la pillola del giorno dopo, la morte dignitosa dei pazienti terminali o in stato vegetativo. Lo fa nei palazzi di potere, impedendo qual si voglia forma di riconoscimento e di tutela verso le persone GLBT  e le loro famiglie. Lo fa per strada, con la violenza, gli insulti, gli sberleffi, le aggressioni.

I problemi sono tanti, enormi e davanti agli occhi di tutti.

Eppure c’è un incantesimo strano: di fronte all’apoteosi del male, in non pochi, ancora, preferiscono dividere un movimento già di per sé sfibrato, ai limiti del collasso. Non si guarda al poco di buono che c’è. E non si pensa al tanto che c’è da fare.

Si attaccano i militanti, o questa o quella fazione, o questa o quella realtà politica e associativa, trasformandoli prima in avversari, poi in nemici. E questa gente, chi alimenta il conflitto – che si assume una responsabilità politica enorme nei confronti delle generazioni future – non sa comunicare in altro modo se non con il sospetto, l’insulto, la malafede. Esaltando quegli animi che, poi a ben vedere, nulla fanno di concreto per il movimento ma che accorrono al richiamo di parole chiave, ormai ridotte a mero, sterile, esercizio di ripasso lessicale: da antifascismo in giù.

Il movimento GLBT nostrano funziona un po’ come gli staterelli italiani, nel rinascimento. La storia ci insegna che quando arrivò lo straniero queste piccole realtà, arroccatissime dentro e sopra i loro gloriosi campanili, crollarono miseramente. Per arrivare a parlare di politiche unitarie si aspetterà il 1861. È la storia, con tutto quello che ne consegue. Il prezzo lo paghiamo ancora oggi.

Il movimento, così facendo, si prenderà la responsabilità politica e culturale delle prossime aggressioni, dei prossimi insulti, del costante disinteresse istituzionale nei confronti della questione omosessuale. Certo, rimarranno le dichiarazioni di principio e le parole chiave che rassicurano alcuni e irritano altri. I moderni campanili ideologici, privi però di idee, che si ergeranno ancora sulle rovine del futuro di milioni di gay, di lesbiche, di bisessuali e di transessuali.

Contenti loro. Io no.

Alleanza pd-UdC. E diritti dei gay?

Forse dire adesso, dopo almeno tre anni, che ve lo avevo detto che il progetto del partito democratico di svendere a un progetto clerico-conservatore i suoi militanti sa di dito nella piaga. Vero è pure, purtroppo, che così è.

D’Alema, Veltroni e Bersani sono riusciti nel doppio intento di distruggere la sinistra, riducendola a un gruppuscolo di partiti minori e di trasformare l’ex-PCI in un partito confuso, senza identità alcuna i cui elettori votano qualsiasi cosa gli si propini. Ieri, il finanziamento alle scuole cattoliche e la guerra in Serbia. Pochi mesi fa Calearo et similia.

Adesso che pare che Vendola abbia le carte in regola non tanto per vincere le elezioni (e lo si spera) quanto di divenire un leader riconosciuto da tutta la sinistra, anche quella che si è fatta inquinare da certo centrismo cattolico, Bersani & Co., tremanti all’idea di dover dispiacere al Vaticano e a Confindustria, loro reali mandanti, supplicano Casini e Fini – due tra i maggiori protagosisti del berlusconismo – di stipulare accordi e alleanze elettorali.

Franceschini, di fronte alla rivolta sul web dei militanti del suo partito, che richiedono più sinistra, ha ricordato che siamo in emergenza. O si va tutti assieme al voto (cioè, pd-UdC-FLI e chissà dove staranno l’IdV e SEL) oppure rivince Berlusconi. Evenienza abbastanza probabile a prescindere, anche se da destra candidassero un manico di scopa, visto lo spessore politico e umano dei dirigenti del pd.

E l’aspetto più vistoso della pochezza dei cosiddetti democratici è che sull’altare dell’antiberlusconismo, dove a officiare si sono aggiunti due ex alleati del premier, a essere sacrificate saranno le istanze della sinistra: laicità, ecologia e diritti civili in primis.

Soprattutto per il movimento gay italiano si prefigura un triste panorama di ulteriori sacrifici: si chiederà per l’ennesima volta di soprassedere, di pensare al bene comune, di non chiedere ciò che non può essere votato in un parlamento che ieri era paralizzato dal Mastella di turno, domani da chi ha candidato nelle liste del suo partito un condannato per favoreggiamento alla mafia.

I gay e le lesbiche italiani/e non avranno ancora diritti per una persona siffatta a ben vedere. E Bersani e Franceschini chiederanno, al loro elettorato tutto, anche quello GLBT, di inghiottire l’ennesimo boccone amaro sotto il ricatto morale ormai logoro dell’emergenza democratica di maniera, per questa gente sempre sulla cresta dell’onda.

Mi chiedo se non sia l’ora di ribaltare radicalmente questa impostazione, rimandandola al mittente. È vero, bisogna dire a Bersani e a Franceschini (ma anche a Casini), se non si va tutti uniti rivince Berlusconi. Però vero è pure che se si vuole il voto gay, bisogna concedere a tale categoria qualcosa e che sia di peso.

Sapranno, cattolici ed ex-comunisti, in nome dell’amore che tanto sbandierano per l’Italia, incontrare le richieste di chi vuole i diritti civili? Va contro i loro principi, è vero. Ma sarebbe per salvare l’Italia. Saranno capaci di simili gesti di grandezza?

A ben vedere, per altro, la nuova Italia che dovrebbe nascere dal post-berlusconismo dovrebbe essere una nazione più moderna, liberale, democratica. Più europea. E le nostre richieste vanno proprio in tal senso.

Sapranno dunque Bersani e Casini, ammesso che vadano mai alle urne assieme, andare oltre la loro omofobia e i loro preconcetti per il bene di tutte e tutti?

Considerando i soggetti in questione, ne dubito e non poco.

Caro kompagno, caro camerata, la questione GLBT non è affar vostro

Continuo a leggere su alcuni profili di Facebook che la lotta per i diritti di gay, lesbiche e trans deve passare per la sinistra, perché il movimento nasce a sinistra ed è solo nel novero di una certa famiglia politica che si può e si deve continuare la battaglia per l’affermazione dei nostri diritti. Per altro, aggiungo io, non dentro tutta la sinistra, ma dentro quella il cui nome comincia per k, in cui si è sempre incazzati, anzi, inkazzati, quella che ha bisogno di ricordare ad ogni piè sospinto che qualcuno va a Casa Pound, altrimenti smette di esistere.

Poi magari si contesta a Gaylib di fare un’opera di promozione del berlusconismo e della cultura da cui proviene come fertile terreno di coltura per le nostre rivendicazioni.

Io penso che se continuiamo a fare della questione GLBT (scusatemi, ma io sono un conservatore) un terreno di scontro delle proprie ideologie di riferimento non andiamo da nessuna parte. Qui non serve stabilire quanto è buona la nostra ideologia di partenza, sia perché – e lo dico da persona di Sinistra – la sinistra è stata matrigna tanto quanto la destra in questi ultimi sessant’anni (da Pasolini in poi), sia perché in democrazia se la pratica di ricondurre una tematica dentro una lotta ideologica settaria vale per uno, poi, a livello di pratica politica, può valere per un altro.

Manco a me piace Oliari – sto usando una metonimia, sia chiaro – ma io non gli contesto il suo votare a destra, bensì il voler di fare la questione GLBT un grimaldello ideologico per dimostrare che la sua parte politica è bella e buona. Lo stesso dicasi per chi fa la stessa identica operazione a sinistra. La lotta GLBT è una lotta sovrapartitica perché qualsiasi partito andrà al potere domani dovrà capire che c’è una base larga che non sarà più disposta a tollerare discriminazioni, insulti e aggressioni per gay, lesbiche, transessuali e tutto il resto.

Io non sono gay per dimostrare che il fascismo non era poi così malvagio o perché Che Guevara sparava sì ai froci, ma in fondo era buono.

Io voglio uno stato di diritto che, in piena coerenza con la Costituzione, non mi discrimini per le mie condizioni personali (art. 3) e che mi conceda diritti e doveri per essere pienamente cittadino a partire dalla mia realizzazione affettiva, oltre che economica e sociale. (A tal proposito, certi amici di sinistra dovrebbero capire che questi ambiti di realizzazione vanno assieme e non in una scala gerarchica che è disposta a sacrificare i gay per il Capitale).

Leggo ancora che la storia del movimento è una storia di “sinistra” e mi pare in pochi comprendano che è stato proprio questo appiattimento partitico-ideologico ad averci regalato un bel nulla di fatto in termini di qualsiasi forma di tutela. E questo vale sia nel presente, sia nel passato quando avevamo una sinistra radicale al 12% dei consensi che minacciava di far cadere il governo Prodi per lavoro e Afghanistan e non ha mai fatto lo stesso per una legge sulle coppie di fatto. Possibilmente per una legge vera, non per quella schifezza dei DiCo.

Non mi si venga perciò a dire che Ferrero & co. sono nostri naturali alleati perché c’è solo da ridere. Così come rido quando un gay di destra si arrampica pure sui cocci degli specchi rotti pur di dimostrare che questa maggioranza e la storia da cui essa proviene sono gay-friendly.

In tutto questo florilegio di prese di posizione, infine, è strabiliante notare che non venga mai toccata la questione delle cose da fare sul piano concreto: si parla di federazioni tra associazioni e singoli, purché tali federazioni siano quanto di più simile a un soviet, si parla di ciò che deve esserci e di ciò che non deve entrarci. Sic et simpliciter.

Non si parla di diritti quali il matrimonio esteso, la creazione di un istituto leggero che garantisca chi non si riconosce nel matrimonio o non può accedervi (penso ai separati) per cui sarebbe auspicabile avere anche una forma di PaCs, l’adozione da parte del partner del figlio del/la compagno/a, della tutela dei diritti dell’omogenitorialità, della questione transessuale (cambio del sesso anagrafico prima dell’operazione, politiche di integrazione, campagne informative, ecc.), non si parla di campagne di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, di una legge contro l’omo-transfobia. Punti di riflessione sui quali trovare un accordo ci sono, a ben vedere. Il movimento dovrebbe occuparsi di questo, non di avere ragione sulle sue componenti interne in virtù di questo o quel simbolo di partito.

Per cui cominciamo a guardare in faccia la realtà, a farci venire in mente qualche idea e ad abbandonare le ideologie di comodo che ci danno un’identità, ma non una prospettiva.

Catania Pride: un percorso, due cortei, mille follie

E Catania Pride fu. Nonostante tutto. Nonostante le piccole grandi follie che si sono consumate sotto il vulcano, follie che hanno agitato le notti degli organizzatori e che sono passate totalmente inosservate agli occhi di chi manifestava – nel tragitto ormai classico di via Etnea, da piazza Cavour a piazza Università – dietro uno qualsiasi dei due carri di quello che, oltre a essere il pride conclusivo della stagione dell’orgoglio GLBT italiano, è forse pure uno dei più piccoli. Catania, d’altronde, è pur sempre in Sicilia, non ha i numeri di Roma o di Torino, in termini di abitanti tanto per cominciare, e se si guarda la carta geografica è lontana dalla capitale e lontanissima dal ricco nord che sembra non voler andare più a sud di Roma (con qualche eccezione per Napoli e Bari).

Ma lasciamo stare i numeri, che la bontà di un progetto non la valuti (solo) in base a quanta gente vi partecipa, e torniamo alle follie. Tra queste, quella di dare a una città che vede non più di seimila partecipanti nei suoi momenti più felici – come per il pride del 2008 – ben due manifestazioni separate e, se vogliamo, tra di loro concorrenti.

E se anche il solo ipotizzare due pride nella stessa città – fantasia in cui non si è avventurato nemmeno il Mieli, quest’anno, a Roma, pur avendo numeri e strumenti per poter avanzare una proposta del genere – fa sgranare gli occhi a gay e lesbiche di buona volontà, Catania è dal 2009 che si permette il lusso di andare due volte in piazza.

L’anno scorso, se vogliamo, si è salvata la faccia perché Catania è stata anche sede di un pride regionale, preceduto da uno, per l’appunto, cittadino. Quest’anno il regionale era altrove, a Palermo (per altro riuscitissimo), e allora si è deciso di fare due cortei, nello stesso giorno, seguendo lo stesso percorso, diviso da uno spazio vuoto: lo spezzone del Comitato Catania Pride (che unisce diverse sigle siciliane) e quello di Open Mind Catania e delle realtà ad esso vicine (prime tra tutte Rifondazione). Che l’asfalto unisca ciò che altri hanno voluto dividere: un movimento GLBT che mai come quest’anno nel capoluogo etneo è sembrato sfibrato, stanco, alla ricerca di una nuova identità.

D’altronde per le forze antagoniste, riunite attorno all’Open Mind Catania, il pride “classicamente” inteso non è abbastanza rivoluzionario. Perché, mi si corregga se sbaglio, evidentemente per qualcuno si ha il diritto di marciare per la dignità, la parità e la laicità – questi i prerequisiti minimi del documento politico del Comitato Catania Pride (non antagonista) che le realtà antagoniste non hanno voluto controfirmare – solo all’interno di un discorso politico che deve imprescindibilmente includere temi quali cassa integrazione, conflitto di interessi, antifascismo inteso come lotta tra bande. Mentre, magari, la questione GLBT diventa voce indistinta (o subalterna?) dalle ragioni di questo o quel partito che agogna di tornare nel parlamento dell’Italia berlusconiana con un linguaggio e un programma di governo che, forse, verrebbe ritenuto obsoleto anche nell’attuale Cuba. Con rispetto parlando, sia chiaro.

Però poi, a ben vedere, se si legge il documento del Comitato i riferimenti all’antifascismo, all’antimafia, a una società più giusta, ai diritti degli immigrati e dei lavoratori ci sono pure. E allora cominci a chiederti se certe prese di posizione non siano aprioristiche, se non addirittura stupide, inutili. Folli, per l’appunto.

Come è folle il fatto che le realtà antagoniste di Catania non abbiano avuto problemi a partecipare al Pride Regionale di Palermo, commemorativo dei trent’anni di Arcigay e “sostenuto” da quei poteri forti che poi, ieri, a Catania, sono stati duramente contestati. A ragione, mi viene da dire. Ma continuo a non capire perché a Palermo Arcigay, con cui più volte ho avuto il piacere di litigare, andava bene, e a Catania no.

Dal palco antagonista si è parlato con certa sufficienza delle fiaccolate, volendo ignorare che il fenomeno We have a dream ha tenuto la prima pagina di Repubblica per mesi e che sì, è vero che con una candela accesa non fai la rivoluzione, ma è anche vero che se aspettiamo chi dovrebbe farla, la rivoluzione, continueranno a picchiarci senza che nessuno faccia mai niente. E non me ne vogliano Facciamo Breccia e le sue diramazioni più meridionali.

Dal palco antagonista si è detto che l’altro spezzone del corteo è altra cosa, perché il pride antagonista – ribattezzato Independent Pride – è una manifestazione libera. E allora, tu che antagonista non lo sei, ti chiedi in cosa sei schiavo, quali sono le catene che tu non vedi e che altri non hanno. Apparentemente.

Poi c’era il tuo spezzone di corteo. Quello dove forse c’era più gente, dove, tra le altre cose, si ballava di più, dove una favolosa cubista nata a Mediaset rilasciava autografi. Dove c’era molta festa ma, è onesto dirlo, poca politica, al di là delle sigle delle associazioni presenti. Tra cui tutta l’Arcigay siciliana. La stessa che, però, torno a dire, il mese scorso a Palermo andava bene…

E tra questi spezzoni, che rappresentavano ogni yin e yang possibile, in una lotta tra bene e male dove gli eserciti si confondono, c’era il vuoto. Il vuoto di una distanza cercata nell’ultimo anno e faticosamente ottenuta proprio da quegli antagonisti che ieri parlavano con sospetto delle fiaccolate e con irriverenza di catene invisibili. Un vuoto lasciato tale da chi ieri al pride, dopo anni, non è venuto.

A cominciare da Certi Diritti Catania, che del documento del Comitato non hanno amato specifici riferimenti ai diritti sociali per poi partecipare, sempre nel capoluogo siciliano, a un pride che ha, nel suo documento e tra i suoi valori fondanti, il richiamo a quegli stessi diritti.

A cominciare da chi, senza esibire appartenenze a partiti e ad associazioni di qual si voglia natura, si è semplicemente stancato di ballare (soltanto) dietro un carro, di assistere alle guerre sul niente – perché piaccia ai rifondaroli di Catania e alle associazioni ad essi collaterali, ma stiamo guerreggiando proprio sul niente – di sentire discorsi triti e ritriti sull’importanza di stare uniti, ma detti da due palchi separati. Contenti noi…

Eppure una piccola magia, ieri, in mezzo al baccano, ai coriandoli, ai ragazzi vestiti da gladiatori lunari e al cospetto di due ragazze che si erano portate dietro la mamma di una delle due, si è verificata: durante il percorso, di tanto in tanto, ci si distaccava, si andava un po’ più avanti, un po’ più indietro. Ci si riconosceva, ci si rivedeva dopo giorni, settimane, anni. E il sospetto, le invidie, le distanze sparivano dentro un abbraccio, un sorriso, una pistola ad acqua che poneva fine alla tirannide di un giorno d’afa come tanti, anche se per poco.

Chissà se chi ha voluto creare quel vuoto, tra spezzone e spezzone, si renderà mai conto che dismesso l’abito dell’orgoglio e del puntiglio personale poi rimangono le vite delle persone, le amicizie che le legano, i tratti di strada da fare assieme e i vuoti da colmare. In attesa che quel giorno arrivi e che si arrivi alla bellezza degli anni passati, quando non c’erano cortei spezzati, ma solo progetti condivisi, non posso solo che sperare che il pride del 2011 sia diverso. Perché possa essere, in fin dei conti e lontano da ogni follia, un buon pride e il pride di tutte e di tutti.

Roma Pride 2010: la vittoria di Imma Battaglia, la disfatta del popolo GLBT

Ho vinto io. Questo avrebbe detto Imma Battaglia al cospetto del suo pride. Un pride che, a quanto si legge dalle cronache di chi lo ha vissuto, è stato uno tra i più deludenti della storia delle manifestazioni GLBT d’Italia. Certo, a leggere la pagina romana di Repubblica si parla addirittura di centomila presenze.

Adesso io non sono romano e, sebbene ci abbia vissuto quasi un anno, non conosco bene la città. Ma chi romano lo è, come Mauro Cioffari – esponente di SEL e firmatario del documento Noi non ci saremo – ci fa notare che “quando la testa del corteo è arrivata a Piazza Venezia il quinto carro che chiudeva la manifestazione aveva abbondantemente superato Largo Corrado Ricci. 600/700 metri di corteo.” Per altro, se la guerra delle cifre, con analoga lievitazione dei numeri, viene imputata anche al Mieli, storico e tradizionale organizzatore degli altri pride romani che quest’anno ha dato forfait, non vedo perché la stessa graziosa pratica non possa essere additata al team della Battaglia.

Al di là del dato quantitativo, che può anche non interessare, e dato per quasi certo che ieri a Roma hanno manifestato non più di diecimila persone (secondo quanto ci riferisce Luca Possenti, di Famiglie Arcobaleno), c’è il risultato politico di un pride che lascia dietro di sé una vera e propria scia di sangue:

1. il movimento romano lacerato come non mai, con il Mario Mieli, Arcilesbica e l’area antagonista da una parte e la Battaglia, Arcigay e altre formazioni minori (quattro in tutto) dall’altra;

2. altre associazioni hanno subito abbandoni o scissioni interne, come nel caso di Certi Diritti Roma, che ha perso il suo presidente Luca Amato, anche lui tronfio di un trionfo che, a quanto pare, sta solo negli occhi di chi questo pride lo ha organizzato;

3. i messaggi dal palco parlavano di “normalizzazione”, invece che di valorizzazione delle diversità;

4. Vladimir Luxuria che plaude al fatto che le trans sono venute finalmente vestite… come se fosse un dato di fatto che trans e topless siano le due facce della stessa medaglia;

5. la totale assenza, da parte del palco, di una critica serrata contro i motori primari dell’omo-transfobia – chiesa cattolica, cultura di destra, ignavia e idiozia di certa sinistra, stereotipi televisivi, ecc… – e di elaborazione politica di obiettivi comuni, quali l’estensione del matrimonio alle coppie gay e lesbiche, la tutela dell’omogenitorialità, le adozioni, la tutela delle unioni civili, una legge contro l’omo-transfobia, una maggiore richiesta di laicità da parte delle istituzioni e via discorrendo.

Nonostante quest’apocalisse, condita con una buona dose di pochezza, a ben vedere, Imma Battaglia, colei che portò a Roma, dieci anni prima, ben un milione di persone per il World Pride, grida vittoria. Come se si fosse trattato di una guerra, di una competizione sportiva, di un trionfo in un reality.

Ignora la Battaglia, o finge di farlo, che la sua vittoria coincide con la sconfitta di un intero movimento, non solo nella capitale, ma in tutta Italia. Il pride di ieri, a Roma, ha solo tolto credibilità politica a un movimento che, come ha più volte detto Scalfarotto in passato, è uno dei più derelitti d’Europa. La Battaglia ignora che la vera vittoria avverrà il giorno in cui una coppia lesbica deciderà di varcare le soglie del Gay Village perché è lì che vuole festeggiare il suo matrimonio. Sarà vincente quando un gay deciderà di frequentare un qualsiasi sex-club affiliato ad Arcigay non perché la società impone dei ghetti relazionali che passano dalla repressione dei costumi sessuali, ma per puro desiderio, perché il novero delle scelte che adotta per usufruire del suo corpo e della sua sessualità è libero. Sarà vincente quando la parola “transessuale” non verrà associata, in automatico, al campo semantico della prostituzione. Quella sarà la vera vittoria e non solo per la Battaglia, ma per tutte e tutti.

Ma temo che in un movimento fatto di personalismi, in quello che pare un pollaio in cui ci sono troppi galli e galletti che si sono messi in testa di fare le galline e l’individualismo è elevato a cifra politica, ci sia poco spazio per la considerazione della comunità. E questo, mi spiace per la Battaglia, ma spiace ancor più per me e per tutte le persone GLBT, è una disfatta clamorosa, tragica, insopportabile. Per tutte e per tutti.

ConTatto. Il telefono amico per gay, lesbiche, bisessuali e trans

Comunicazione di servizio: sulla fan page di questo blog mi è stato segnalato un servizio che reputo sia importante pubblicizzare. Si tratta di ConTatto, un telefono amico per le persone GLBT. Ecco cosa dice l’annuncio:

ConTatto il telefono amico per gay, lesbiche, bisessuali e trans, attivo dal lunedì al venerdì dalle 19 alle 21 e il sabato dalle 15 alle 17. Telefono 011.5211132, sito www.contattoglbt.it, email contatto@contattoglbt.it, anche su msn messenger.

Per altro, sul sito indicato possiamo leggere:

ConTatto è il nuovo servizio d’ascolto, supporto, accoglienza ed informazione rivolto in particolare alle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, ma anche alle persone ad esse “vicine”, sia in relazioni personali, sia nei rapporti sociali o professionali (es. insegnanti, assistenti sociali, educatori, etc…) del Circolo di cultura gay, lesbica, bisessule, transessuale Maurice di Torino.

Un’iniziativa che, non a caso, si svolge a Torino, città in cui il movimento è più coeso che in altre città italiane – si pensi al caso di Roma, di cui parlerò in seguito – e dove da anni le associazioni GLBT dialogano serenamente con le istituzioni (di sinistra, ça va sans dire).

A buon rendere. Nella speranza che altri imitano ciò che di buono, altrove, il movimento riesce a fare.

La diamo una mano a Emma?

Vittorio Zambardino ha scritto una lettera molto significativa – che potete leggere in calce – su ciò che dovrebbe fare tutto il movimento GLBT in Lazio per uscire dalle splendide, e inutili, torri d’avorio in cui è arroccato da qualche tempo a questa parte.

Nonostante ci siano alcuni punti che meriterebbero ulteriore approfondimento, trovo costruttivo l’impianto generale di questo documento per quella che dovrebbe essere una strada da seguire: a cominciare dalla deideologizzazione dei nostri percorsi politico per arrivare a un’alleanza tra movimento e politica in cui, in un secondo momento, far pesare la nostra capacità di far numero e di dare proposte e risposte valide a problemi oggettivi.

Il rischio, va da sé, è che queste parole restino inascoltate e che i “leader” di movimento si rendano sempre più simili non tanto ai faraoni, di cui emulano il distaccato e altezzoso comportamento nei confronti della “base”, quanto alle mummie che quegli stessi faraoni son diventati a distanza di millenni.

L’opportunità, in tal caso, è tutta della base. Una base che ormai non si riconosce nelle ormai note sigle e che non vede il movimento solo come giustificazione etica della movida romana, che tutti e tutte noi amiamo profondamente ma che è poca cosa, ammettiamolo, rispetto al tutto che c’è da fare. È arrivato, in buona sostanza, il momento di far capire al mondo la fuori che ci siamo e siamo portatori di valore politico: cioè, di capacità di mediare, di offrire delle alternative, di vedere il futuro. Allora, riprendendo le parole di Zambardino, aiutiamo Emma?

Cari amici,

uno che quando avevo la vostra età andava forte, scriveva: “Gli oppressi ragionano male”. Ecco, si avvicinano le elezioni regionali e non vorrei che, anche stavolta, si ragionasse malissimo.

Non entro nel ginepraio delle divisioni politiche del movimento lgbt e non mi ricordo più che altro, dal quale mi tengo per scelta accuratamente fuori. Mi concentro su un punto: fra circa 60 giorni in questa regione si vota per il governo della Regione. Il candidato del centro sinistra, per la prima volta in questo paese, è Emma Bonino. Cioè un leader internazionalmente riconosciuto delle lotte per i diritti civili: no, non parlo solo di quelle italiane, ma del Burqa, delle mutilazioni genitali femminili, la libertà di rifiutare l’accanimento terapeutico (a proposito, è una libertà che ci hanno appena tolto).

E’ che vi vedo distratti. Anche un po’ separatisti. Ci sono persone impegnate in lotte disperate che “somigliano” a quelle radicali degli anni passati nelle loro forme, il digiuno. Ma sono disperate perché non hanno, della non violenza, l’elemento del dialogo col potere. Rischiano di morire nel silenzio. Del resto con chi dialoga il movimento dei diritti dei gay in Italia? Con nessuno. Si possono riempire piazze di grandi folle, com’è successo, ed essere maledettamente soli.

Ecco perché vorrei chiedervi di pensarci. Al fatto che bisogna dare una mano ad Emma Bonino per la sua elezione. Per farlo è necessario mescolarsi con le pesti radicali – hanno caratteri di difficilissima sopportazione ma è un calice che si può bere – e provare a far vincere questa candidatura sul terreno del dialogo.

Vedete, proprio perché gli oppressi pensano male, in questi anni sui palchi di certe manifestazioni si sono sentiti urli e insulti. Certo c’è da urlare, insultare, essere indignati davanti a piccoli soprusi quotidiani che si mascherano per di più. Ma l’urlo non porta voti, a meno che non sia l’urlo del potere. L’insulto non crea amici, a meno di non essere insulto di clan. L’urlo è solo un grido di sofferenza.

La candidatura della Bonino può vincere se non diventa il manganello anticlericale che qualcuno vorrebbe. Se impone la presenza di parole e di immagine della candidata in televisione. Dove è evidente, la amano poco, a partire dai conduttori “di sinistra”, bòni quelli. Se riesce a farsi ascoltare fuori dagli schieramenti di partito puri e semplici e se passa nei media. Ragazzi qui c’è un muro da sgretolare: non è vero che è facile. Sono al lavoro palazzinari e preti, partiti e notabili, apparati e funzionari. E da questa parte: niente.

Si può provare a dialogare con chi voterà e ha sempre votato in un altro modo. In fin dei conti gay e lesbiche sono costretti a questo fin dall’inizio della loro vita consapevole: quando debbono dire a madri padri figli fratelli sorelle di cosa è fatta la loro vita quotidiana. E debbono così scalare l’effetto rifiuto. Sono parole che, dette con serenità, possono cambiare il mondo. La serenità che manca da anni, perché l’isolamento politico l’ ha spazzata via.

Oggi quell’isolamento, all’improvviso, è venuto meno. E’ bastato che il nome di Emma Bonino apparisse accanto a quello del Pd perché “tutto fosse illuminato”. Ma se poi si perde, gli sconfitti di adesso torneranno al gioco delle oligarchie e della corsa al centro, dell’isolamento dei “laicisti” e della “distruzione della famiglia”.

Si tratta di dimostrargli che si può convincere “gli altri” senza dover necessariamente mettere in lista cilici e altri orpelli da diavoli. Si può vincere senza svendere. L’Italia, voi lo sapete, è piena di mamme e di padri, di figli e fratelli, pronti a capire. Si tratta di fare per 60 giorni, e magari dopo, una politica non separatista. Non omosessualista.

La diamo una mano ad Emma?

Vittorio Zambardino

Pensavo fossimo gay, invece siam solo capponi

Ci siamo. O ci risiamo. Domani, a Roma, nella sede della CGIL di via Buonarroti, ci sarà una riunione di coordinamento del movimento GLBT. O almeno di quella parte che ha partecipato alla manifestazione di ottobre Uguali e che si prepara a decidere il luogo in cui celebrare il pride del 2010.

Questo egregio e lieto appuntamento mi dà lo spunto di fare un paio di riflessioni sullo stato del movimento GLBT italiano.

Non è mistero per nessuno che tale movimento pare sopravvivere su una sostanziale contrapposizione di progetti politici diversi. Abbiamo almeno due correnti. La prima: quella che si richiama ad associazioni strutturate nazionalmente e la selva di piccole e grandi associazioni indipendenti che lavorano in ambito locale. Associazioni che fanno anche cose importanti e utili, io stesso faccio parte di una di queste, ma che, a mio avviso, scontano di una autoreferenzialità che ci rende non dico marginali, bensì insignificanti.

Le nostre guerre intestine non interessano a nessuno, non preoccupano il potere, lasciano indifferenti o disgustati, ma giusto per un giorno, i frequentatori di scalinate siciliane, gay street romane, saune, discoteche et similia. La guerra dei mondi delle associazioni, per altro, è un film più volte visto che potrebbe essere intitolato “La guerra degli sfigati”. I capponi manzoniani dovrebbero suggerirci a cosa assomigliamo. Se lo stato si interessa se cosche mafiose locali si fanno la guerra e non sa nemmeno che esistono lacerazioni tra Arcigay e Mieli (sto usando una sineddoche, ok?), vorrà pur dire qualcosa.

Accanto alle associazioni, abbiamo le piazze. Chi vive a Roma non può non ricordare la bellezza di quel movimento che è (stato?) We have a dream. Le fiaccolate, autoconvocate, che hanno portato in piazza migliaia di persone sono state un grande momento di partecipazione collettiva. Tuttavia quell’urgenza è finita. E finita l’urgenza le persone sono tornate a casa. Forse ritorneranno in piazza quando ci sarà il prossimo ferito. Forse. Da osservatore interno posso dire che c’è molto movimento tra gli organizzatori del popolo delle candele. Vediamo che sviluppi ci saranno, ma di fatto non si scende in piazza da diverse settimane, anche se penso sia comprensibilissimo.

Una terza corrente del movimento, che però non vuole stare dentro il movimento, è la frangia antagonista. Troppo impegnata a teorizzare al mondo come dovrebbe essere – possibilmente kontro – a dire che il matrimonio non ci piace, che bisogna fare la rivoluzione (mettici pure un bel “cioè”), che la famiglia va distrutta e che si è più felici solo se si è incazzati. Sarà…

Questo è quanto succede dentro il movimento.

Negli ultimi mesi il panorama politico, dal canto suo, non si è fermato agli accoltellamenti e alla legge Concia. Abbiamo almeno due grandi momenti di microperiodo: il No B Day e l’aggressione al premier. Tralascio il secondo. Non ho potuto fare, invece, a meno di notare che al No B Day il movimento, inteso come gruppo unito e organizzato, anche di semplici cittadini/e GLBT, non c’era. Le associazioni sono troppo impegnate a discutere su come e dove fare il pride, per i loro congressi e per le elezioni al loro interno.

Abbiamo, come cittadini/e GLBT e come movimento, sostanzialmente perso un palcoscenico fondamentale per riportare al centro del dibattito politico la lotta all’omo-transfobia e la questione dei diritti civili (anche il tribunale di Ferrara, intanto, ha detto che due gay possono sposarsi, non so se la cosa può sembrare importante a qualcuno). Il No B Day era un momento di autoconvocazione. Perché WHAD non ha partecipato? Perché non abbiamo portato una fiaccolata dentro l’onda viola? Il tema dell’omofobia e della transfobia non è forse intimamente connaturato al berlusconismo? Le associazioni che domani si incontreranno per discutere (o litigare?) su dove-come-quando fare il pride estivo – che andrebbe profondamente rivisto, ridiscusso e cambiato – perché non hanno dato aiuto economico (per chi poteva) e fattivo agli organizzatori che pure lo chiedevano?

Nel frattempo – mentre Arcigay pensa al suo congresso, il Mieli vive una normalizzazione dopo i recenti fatti che tanto ci lasciano perplessi, mentre le associazioni in buona sostanza ripiegano nella loro autoreferenzialità – abbiamo un apartheid in atto, chi vuole le leggi speciali per il diritto di scendere in piazza, un premier con la sindrome di Ottaviano Augusto e movimenti di piazza che ottengono una ribalta mondiale e a cui noi, come persone GLBT, non abbiamo dato una mano concreta e da cui non abbiamo preteso una voce sul palco.

Domanda: sono solo io che ci vedo qualcosa che non va? E ancora: domani, quando si discuterà di pride, si parlerà anche di Politica?