Processo a Nomadelfia

PREMESSA

Nomadelfia è una comunità di cristiani che hanno deciso di seguire l’insegnamento del Vangelo in modo integrale. Come si legge nel sito ufficiale e nelle pubblicazioni della stessa comunità, è una struttura sociale di tipo patriarcale che segue determinate regole quali il lavoro non retribuito, la comunità dei beni prodotti, l’obbligo scolastico fino ai diciotto anni, la facoltà di accogliere bambini in affido, purché cattolici, un certo controllo nella fruizione dei mezzi di informazione, un’economia basata sul rispetto della natura e l’obbedienza alle regole imposte all’interno della comunità.

Alcuni allievi della scuola dove lavoro sono stati mandati in gita in questa comunità per capire cosa induce un insieme di individui ad aggregarsi attorno a un progetto di vita e, subito dopo, si è sviluppato un dibattito per capire se quel modello sociale, basato sull’adesione al cattolicesimo romano e strutturato su un’economia comunitaria, è esportabile nella società attuale. Ne è nato un processo che si è concluso con una vera e propria udienza in un tribunale fittizio.

La classe in questione si è divisa in due fazioni: i favorevoli al fatto che il modello nomadelfiano venisse esportato e i contrari. Il coordinatore del progetto faceva da moderatore al dibattito tra le due fazioni. Ogni fazione aveva un testimone, uno favorevole, uno contrario, che veniva interrogato dalla parte opposta.

A dover decidere il verdetto finale una giuria. Il caso ha voluto che in quella giuria ci fossi pure io.

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PRO E CONTRO NOMADELFIA

Le due fazioni hanno così motivato le loro ragioni.

La fazione favorevole vede in Nomadelfia un modello solidaristico vincente, sia sotto il profilo dei rapporti umani, improntati sul rispetto della dignità della persona, sia sotto l’aspetto economico, caratterizzato dalla gestione razionale delle risorse. I valori positivi riscontrati sono quelli dell’accoglienza delle persone bisognose (bambini orfani e in gravi situazioni familiari, per lo più) e l’adesione al credo cattolico.

La fazione dei contrari, invece, vede nei modelli educativi imposti a Nomadelfia – basati sull’osservanza alla fede e normati sia nelle scuole sia dalla continua supervisione della comunità degli adulti – il pericolo del pensiero unico. Non si apprezza, inoltre, quella che viene definita “censura” (i programmi televisivi sono filtrati) e il modello economico viene criticato per essere utopico.

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LA GIURIA

Il collegio dei giurati di cui ho fatto parte era composto da docenti e allievi. Premetto che l’invito a partecipare al dibattito e al “processo” è stato esteso a tutti i docenti interessati, ma solo alcuni hanno dato la loro disponibilità.

Abbiamo dovuto valutare sia il gruppo classe, sia il modello sociale propostoci per decidere se applicarlo, idealmente, a questa società o meno.

Il problema, perciò, non era discutere la legittimità dell’esistenza di Nomadelfia – ogni esperienza è legittima, per altro, purché non violi la libertà dell’individuo e il suo libero arbitrio – quanto capire se la nostra società possa essere rimodellata sui canoni proposti dalla comunità nomadelfiana.

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LA SENTENZA

Su alcuni valori espressi dalla comunità di Nomadelfia ci si rende conto che essi sono non solo largamente condivisibili, ma anche auspicabili.

Per quanto riguarda la gestione delle risorse, ad esempio, e una maggiore attenzione ai problemi ambientali, andrebbe esteso a larghe fasce sociali un certo tipo di rispetto e di attenzione per determinati fenomeni. Tuttavia, a ben vedere, queste prerogative non sono specifiche di Nomadelfia, in quanto le ritroviamo nei programmi politici di numerosi partiti (progressisti e verdi) esistenti in Europa e nel mondo, oltre a essere alla base dell’azione di molte realtà associative.

Per quanto riguarda l’accoglienza e la solidarietà, anche qui non si può non essere in disaccordo, ma anche qui occorre fare attenzione che il modello proposto è solo uno dei tanti, a nostro avviso rispettabili, basati sulla solidarietà tra i gruppi di minoranza (siano essi culturali, identitari, ecc). Basti pensare alle pratiche di accoglienza e di solidarietà applicate all’interno dei gruppi femministi, dei gruppi GLBT, nelle comuni, ecc.

Riguardo al rapporto con la religione, pensiamo che si faccia un errore di base a considerare certi principi come precipui del cristianesimo. La solidarietà, l’amore per l’uomo, l’attenzione dei bisogni delle fasce più povere e deboli della società sono tematiche da sempre esistite e, ovviamente, diversamente declinate a seconda del tempo e dello spazio che le ha prodotte. Dire che la pietà è un concetto cristiano è una distorsione culturale. La pietas esisteva anche prima della nascita di Cristo (per quanto presentasse un’accezione diversa da quella cristiana). E i valori di “libertà, uguaglianza e fraternità” della Rivoluzione Francese vennero prodotti proprio in contrapposizione a una chiesa che era compartecipe a un sistema di potere che affamava e rendeva diseguali uomini e donne di fronte alla legge.

Ogni cultura, inoltre, ha sviluppato il proprio concetto di dignità umana e, a sua volta, lo ha puntualmente tradito. Basti pensare alla tratta degli schiavi, benedetta proprio in nome di un cattolicesimo che oggi aspira a guidare il mondo verso un rinnovamento del diritto e della società.

L’educazione e l’ideologia proposte, inoltre, sono estremamente identitarie e annullano il valore dell’individuo. Ciò genera due rischi: quello di essere una cultura escludente verso le altre diversità e di essere limitante nell’azione di autodeterminazione di chi non si riconosce dentro determinati principi.

Riteniamo, infine, che un modello sociale laico, che accolga le istanze di miglioramento sociale, civile ed economico, è quello che permette a realtà come Nomadelfia di esistere. Dubitiamo che, al contrario, una realtà basata solo su principi identitari su base religiosa possa permettere altrettanta libertà a chi non si colloca sotto un’etichetta ideologica o religiosa che sia.

Per tutte queste ragioni, la giuria, a maggioranza, ritiene che il modello proposto da Nomadelfia non sia applicabile alla società moderna e che, in seconda istanza, non debba essere applicato per le ragioni sopra esposte.

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Che vi piaccia o meno saranno i froci a rendervi liberi

Questo post farà arrabbiare, assai probabilmente, molte persone. Ma andiamo per ordine.
Ho avuto la fortuna di conoscere don Barbero, un uomo straordinario che vive la sua fede di cristiano senza la necessità di scovare il (presunto) peccatore che vive in ogni uomo. Il suo pensiero può essere efficacemente espresso dalle seguenti parole:

“C’è una tradizione secolare che ha eretto il modello eterosessuale ad unico modello. Gli omosessuali sono stati e sono una rivoluzione. Fanno vedere che fuori dal modello esistono diverse possibilità di amore, ma chi ha il potere vuole un modello, solo perchè si governa più facilmente. Quando però l’amore esplode non lo governi più.”

Con Alessandro il Filosofo siamo giunti, per altro, a elaborare, in separata sede, la teoria del carattere rivoluzionario dell’omosessualità. Che non vuol dire che domani arriveranno i carri armati sovietici a mettere la bandiera rossa in piazza San Pietro (anche se quasi quasi…), bensì proprio perché in un mondo che non ammette l’eccezione dalla norma – norma che, ricordiamolo, è una delle tante eccezioni che si è imposta sulle altre con la violenza, trasformando tutto il resto in eresia – fornire un modello di felicità alternativo al grigiore dell’eterosessismo (attenzione, sto dicendo, per l’appunto, eterosessismo e non eterosessualità) scardina diverse certezze.

Ne parlavo per altro con la Adry, giusto l’altro giorno mentre tornavamo a casa da una festa. Noi gay e lesbiche nel nostro processo di crescita proseguiamo il processo della doppia distruzione e della doppia ricostruzione. Gli eterosessuali si rassegnino, loro distruggono e ricostruiscono una volta sola. Perché noi non dobbiamo solo mettere in dubbio il super io – dicesi anche: conflitto generazionale – per cui prendi tutto ciò in cui ti hanno fatto credere mamma e papà e lo metti ferocemente in discussione. Noi, almeno quelli della mia generazione, abbiamo dovuto confrontarci con un modello che non ci ha mai previsti e produrne uno nuovo. Che poi, a ben vedere, e questo ti fa capire quanto in malafede sia chi crede alle parole di un Buttiglione qualsiasi, non è quello di distruggere la famiglia bensì quello di renderla meno stronza. Includere la diversità dando ad essa piena legittimità esistenziale.

Tradotto in termini pratici: portare il mio compagno ai pranzi di famiglia dovrebbe essere accettato allo stesso modo in cui accetti l’idea che si possa cambiar tinta ai capelli. Poi va da sé la tintura può anche non piacerti, ma l’idea che si possa cambiar colore alla propria chioma non genera scompensi e non sfocia in tragedia, ne converrete. Fate le dovute sostituzioni, voi che siete persone intelligenti, e capirete dove voglio arrivare.

Il processo “naturale” di messa in discussione del pregresso del nucleo familiare ci rende individui.
Il processo di ricostruzione di un nuovo modello sociale in cui l’omosessualità – ma anche la transessualità, eh! – abbia diritto di cittadinanza ci rende umani. Perché ci ritagliamo un ambito in cui poter far vivere tutti i nostri affetti, nella loro più assoluta completezza. E attenzione: ho utilizzato le parole “tutti” e “affetti”, che tradotto per quelli di cranio più duro, significa poter stare insieme alla mamma e alla fidanzata (se sei lesbica) proprio in giorni come questi.

[Digressione necessaria, arrivati a questo punto: il sesso, unica cosa a cui pensano certi etero quando si parla di omosessualità, dovrebbe rivestire una dimensione privata. Vero è pure che far capir questo a una “civiltà eterosessista” che ha creato un sistema politico basato sulla tetta facile data in pasto al popolo a partire dalla pubblicità per i chewing gum è impresa quasi vana, ma non impossibile.]

La propria condizione “sessuale” (senza i prefissi etero, omo o altri ancora che la precedono, per intenderci) deve servire per liberarci dal modello che altri ci hanno imposto con l’unico fine di dominarci meglio (e ri-cito don Barbero). Quando sei etero e vedi un mondo di uguali a te è più difficile metterti in discussione. Quando sei omo (o trans) quel modello – quello della pubblicità delle gomme con le tette che poi ti spacciano per famiglia naturale – va naturalmente in crisi. Che vi piaccia o meno, perciò, saranno i froci a rendervi liberi. Non tutti, ovvio, e in intima alleanza con gli etero che non vedano se stessi come i figli del peccato. Ma così è, se vi pare oppure no.

Il fine dell’esser gay (e tutto il resto) dovrebbe dunque esser quello di far aprire gli occhi al mondo per suggerirgli che l’amore libera e l’eros (non carne) sublima. Il mondo di adesso, a ben vedere, sembra avere l’amore come dovere e il sesso come via di fuga. Ciò, per altro, getta una luce nuova sulla castità scelta come rimedio (peggiore del male?) al modello imperante. Ma poi ciò che ne viene fuori sono soggetti come Rosy Bindi e Formigoni. Cioè ragazzi, fate un po’ voi.