Viaggio nel tempo

403883_10150417854610703_732356119_nSuccede, di tanto in tanto.
Immagini rade, i tramonti all’orizzonte. Il colore dell’uva e del sangue.
Al loro cospetto, in questa giostra di memorie.
Di fronte a ciò che ero. Che avrei voluto essere.
Poeta, eroe, principe.

Adesso.

Con tutto quello che fa parte di me, sotto questa pelle. Con le mie cicatrici.
Con le parole destinate a non avere destino.
E tutto il tempo, perduto.
Che ci rende colpevoli nel tribunale dei sogni.
Perché è come il ricordo di un sapore, un movimento papillare.
La dolcezza acerba dei primi giorni in cui si scopre se stessi allo specchio.
Il colore delle mandorle verdi e dei tuoi occhi.
Ritrovarsi smarriti in viali di terra, tersa, arsa, le piante agli angoli, i glicini in fiore, i cancelli di ferro.
Percepire l’esatta consistenza dell’assenza, il suo vuoto di marmo, levigato, ineccepibile.
L’ingrediente primigenio della tua rabbia di adesso. Della tua forza senza destinatari.

Vorrei abbracciarti, per ciò che sei stato e che non sono riuscito a proteggere.
Nel perdono, nel qui ed ora.

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Il giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno

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La fine del giorno

Ho trovato questa fotografia, in una cartella che avevo dimenticato di avere. Lasciata lì, come un ricordo distratto che riaffiora solo accidentalmente. Ricordo perfettamente quando l’ho scattata. Ero in pullman, stavo tornando a casa, durante il tramonto. Non ricordo perché, era un giorno infrasettimanale. Forse era per una seduta di terapia. Forse per altro. Di questo non conservo più memoria. Ricordo la bellezza limpida dell’aria della sera, la promessa notturna delle stelle ancora invisibili, la rassicurante sensazione di stare al sicuro in quel crepuscolo di luce, mentre le canne danzavano col cielo. E poi c’era lui, a cui avrei raccontato quelle sensazioni. Forse gli ho mandato un messaggio, succedeva spesso che a un certo punto prendevo il telefono e scrivevo. Non mi rispondeva subito, ma non era importante, perché sapevo che prima o poi lo avrebbe fatto. Sapevo che c’era e questa cosa sembrava non dovesse finire mai. Perché i nostri gesti si riconoscevano, anche a distanza. Perché riuscivamo a incastrarci come un puzzle di due tessere, quando dormivamo insieme. Perché ogni cosa manteneva il suo equilibrio assoluto, come quando cucinavo per lui, per cena, o riuscivo a calmarlo dai suoi scatti d’ira – mai contro di me – semplicemente accarezzandogli il collo, stringendolo a me, sussurrandogli le cose che avevo in mente di scrivere, di fare e di vivere.

In quel momento, in quel giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno, non potevo immaginare tutto quello che sarebbe successo dopo: i fine settimana a camminare insieme e a non avere paura del nostro andare per mano, perdersi tra le meraviglie della capitale nelle mattine di un gelido inverno, conservare le briciole per gli uccellini, scoprirsi disattenti, spendere troppo in libri e cd, ritrovarsi in un’intenzione, non accorgersi dello sgretolarsi delle cose che avrebbe travolto anche noi, come in un fantasy senza lieto fine. E poi smettere di esserci, così. Come quando il sole tramonta e sembra la cosa più bella dell’universo, ma poi rimane quella lingua di fuoco, l’ultima scheggia del giorno. E sparisce in meno di un secondo, lasciando spazio alle tenebre. All’assenza.

Non so ricordo se quella sera, tornando a casa e chiamandolo, gli raccontai della bellezza di quell’immagine. Questo non appartiene più alla mia reminiscenza e alle mie malinconie, così come il dolore conseguente per la notte che sarebbe arrivata, ineluttabile. Ma ricordo quella sensazione di casa e di eternità, quella semplicità che mi rendeva felice persino in un autobus un po’ scassato in una strada del sud, in mezzo al silenzio delle galassie, e credo che questa sia una di quelle cose lasciate qua e là dentro di me affinché provassi gratitudine – mille anni dopo – per il fatto di esserci stato e di esserci ancora.

La memoria, le parole, il futuro

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Targa in memoria di Auschwitz

Oggi si ricordano sei milioni di persone uccise nei campi di sterminio dal 1933 al 1945.

In questa cifra – insieme ad ebrei, dissidenti, testimoni di Geova, sinti e rom – vanno inclusi  cinquantamila omosessuali, in maggioranza maschi. Le lesbiche venivano incluse nel gruppo degli asociali. E non facevano certo una fine migliore.

Oggi, per tutte quelle persone uccise ingiustamente, noi ricordiamo.

La memoria è narrazione. La narrazione è fatta di parole. Se droghiamo le parole, se diamo loro un significato diverso, se le pervertiamo, non capiremo mai l’esatta valenza di termini quali “razzismo”, “discriminazione”, “omofobia”, “violenze”, ecc. Non saremo in grado di voltarci indietro. E di creare, conseguentemente, futuro.

Per colpa del vento

pagine%20al%20ventoLa prima cosa che mi accoglie, appena scendo dalla macchina, è il vento. Non uno qualsiasi. Ma quello di quando ero ragazzo e prendevo il motorino, sotto casa, in una giornata di quarzo e miele, per raggiungere i miei amici al mare, d’inverno, ad ascoltare il suono delle onde, le ombre degli uccelli indolenti, ad interrogare le forme delle nuvole.

Avevo dimenticato quella sensazione dell’aria che mi abbraccia, del risveglio della primavera, già presagita dai rami imbiancati dei mandorli. Ho cominciato a ritrovare le cose dimenticate, in questi anni, tra i viali alberati del Pigneto e le foreste di cemento della Tiburtina.

Ho ritrovato le carezze dei gatti e i gesti di mia madre, nelle sue mani sapienti che lavorano la pasta, in cucina.
Ho ritrovato gli occhi innamorati, forse per la prima volta, di mio padre, al mio arrivo in aeroporto. E lì ho capito che ogni incomprensione brucia come un fiammifero acceso, ma basta un soffio. Per.
Ho ritrovato i suoni di casa, la quotidianità rassicurante, ma mai troppo, delle ante richiuse, del frigorifero acceso, delle pentole di metallo.
Ho ritrovato gli sguardi dei miei amici di ieri, le loro voci, le strade di quella Catania che mi ha accolto e poi esiliato, i suoi angoli di lava, la sua notte fatta di stelle, desideri, speranze, attese in macchina, batticuori senza qualità, le luci porose e giallastre del centro storico, il silenzio dei suoi vicoli popolari.
E ho ritrovato la luce della mia città, immersa nel mare verde corallo.

Ed è tutta colpa del vento. Ha spalancato le mie finestre interiori e adesso fa corrente. Sotto pelle. Perché poi non è che le avessi dimenticate del tutto. Ma è come quando lasci un ricordo in un cassetto, un libro sopra una mensola, un messaggio non inviato. Rimani sempre sorpreso di fronte alla sua consistenza, anche se sta lì, in attesa di essere riscoperto, sotto gli strati di polvere e tra memorie più urgenti.

Tutta colpa sua, quindi. Anche queste lacrime. Perché è proprio quando fa corrente che entra la polvere e ti finisce negli occhi e lo sguardo si stropiccia.

Se anche il rabbino perde la memoria…

Gilles Bernheim, gran rabbino di Francia, si è recentemente scagliato contro la decisione di Hollande di allargare il matrimonio alle coppie formate da persone dello stesso sesso. Per fare questo, il religioso ha scritto un saggio di una ventina di pagine, intitolato Mariage homosexuel, homoparentalité et adoption: ce que l’on  oublie souvent de dire (Matrimonio omosessuale, omogenitorialità e adozione: ciò che spesso si dimentica di dire).

Premetto che ho visionato in modo incompleto l’intero documento, lacuna che mi riservo di colmare nei prossimi giorni. L’impianto del saggio, tuttavia, sembra ricalcare la vulgata, ormai classica, di un pensiero omofobo – e attenzione, non sto parlando di violenze generiche, ma di un tipo di violenza specifica in cui rientrano anche le dichiarazioni del rabbino – che percepisce e dipinge i gay come pericolosi:

1. per la società, perché incapaci di creare un’armonia sociale e infatti, secondo altre tendenze religiose, saremmo oggettivamente disordinati
2. per la libertà, in quanto al centro di congiure internazionali per controllare, attraverso azioni di lobbismo, la politica dei paesi in cui viviamo
3. per le future generazioni e a questo proposito faccio notare l’equazione, non troppo rara, ahimè, tra omosessualità e pedofilia.

A tal proposito, vorrei ricordare al rabbino capo, semmai avessi l’onore di conferire personalmente con lui – e sappiamo tutti/e che questo mai accadrà, per cui mi limito a queste parole qui sul mio blog – tre leggende che circolavano sul suo popolo fino a non molti anni fa:

1. il mito di Aasvero, l’ebreo errante per aver deriso Gesù sulla croce e destinato a non avere fissa dimora – e con ciò gli antisemiti giustificavano la condizione di senza patria del popolo ebraico
2. i protocolli dei Savi di Sion, documenti falsi ma spacciati come reali, per dimostrare la volontà da parte degli ebrei di voler dominare il mondo3. il mito della Pasqua ebraica, per cui i “perfidi giudei” rapivano e sgozzavano bambini cristiani per impastare, col sangue delle giovani vittime, il pane azzimo da consumare per la celebrazione.

Come si può notare agevolmente, cambiano le forme, per altro anche poco fantasiose, di “narrazione” del pregiudizio, ma la dinamica pare essere sempre la stessa: essere dipinti come minacce per le persone, per la loro libertà, per il loro futuro.

Monsieur Bernheim dovrebbe ricordare, ancora, che l’insieme di queste dinamiche ha costituito un ottimo terreno di coltura per tutte le tragedie che il suo popolo ha dovuto subire e per le quali, tra qualche settimana, verrà giustamente ricordata la Shoah nelle scuole e nei luoghi istituzionali.

Dal rappresentante massimo di una comunità così importante, anche per la storia (anche tragica) che essa porta con sé, mi aspettavo una maggiore sensibilità verso il trattamento delle minoranze. Le vicende del suo popolo ci avrebbero dovuto insegnare che se crei una lacerazione nel tessuto sociale, per cui generi una componente di “diversi” sotto il profilo giuridico, poi quel principio potrà essere applicato a qualsiasi altra categoria. E, penso, siamo arrivati a un punto della nostra storia – storia comune, egregio Bernheim, perché anche i gay vennero sterminati nei lager nazisti – in cui certe leggerezze dovrebbero essere considerate un lusso per imbecilli e non ingredienti argomentativi.

Ho sempre pensato che la diversità abbia un carattere rivoluzionario proprio perché ci impone di pensare in modo “ulteriore” rispetto alla norma condivisa e fare in modo che il mondo dei normati e dei normali diventi il mondo di tutti e di tutte, dove poter esprimere le proprie peculiarità. Credo sia un principio insieme liberale, democratico che risale alle origini più nobili della nostra cultura, a cominciare da quella illuminista.

E pare, purtroppo, che Gilles Bernheim abbia dimenticato cosa significa appartenere a una categoria che viene stigmatizzata per il solo fatto di esistere. Ribadisco: per il rappresentante di una cultura che basa la propria esistenza, tra le altre cose, sul valore della memoria, questa mi sembra una leggerezza ben poco tollerabile.

In direzione opposta

Io sono di quelli che leggono le poesie, nei bar del pomeriggio.
Io sono di quelli che si immedesimano nelle canzoni.
Oscillando tra rabbia e dolore. Senza mai passare dalla noia. E concedendo, raramente, il diritto di parola alla gioia.
Di quelli che piangono guardando i telefilm alla tv. Contravvenendo a tutte le leggi dell’ “essere uomini”.
Io sono di quelli che bruciano.
Io sono di quelli che baciano una volta soltanto. Ormai troppo spesso.
Di quelli che a volte non baciano nemmeno.
Di quelli che, però, guardano ancora i cartoni animati. Manga giapponesi, possibilmente.
Che ancora, a volte, e pur tuttavia, ci crede. E non sappiamo del tutto perché Pandora aprì il vaso di ogni male possibile, ma conosciamo l’ultimo che vi rimase.
Io sono di quelli che pecca di hybris. Per scontare la punizione degli dèi.
Io sono di quelli che non vedrai mai sul carro della vittoria. I trionfi assoluti richiedono luci nitide e anime intatte. È ogni piccola crepa, al contrario, uno scrigno d’ombra.
Sottolineo le righe dei libri che leggo. Nell’illusione di trattenerli meglio nel vaso rotto della memoria.
E sono di quelli che non riesce a perdere dieci chilogrammi ormai da due anni a questa parte.
E che non segue nessuno sport con la dovuta regolarità.

Io sono di quelli di cui nessuno si innamora. E quando questo è accaduto, gli eventi e i venti spiravano in direzione opposta.

Report

Il week end che scivola via.
I vestiti sempre più stretti.
Le risate di Nano Mondano, contagiose come sempre.
Hello Kitty in calore.
Laura e Phoosky, con cui mi diverto tanto.
Milla, che mi cita in interessanti discorsi tra donne.
E Giada, bella come sempre.
Il Pompiere e Gian e la loro tenerezza. Su di me.
Il sole.
E la nausea, attutita solo un po’.
Il sesso.
Sesso, appunto.
Il bucato profumato.
Vale, nella sua isola abitata dagli uccelli della memoria e i gatti che mi guardano speranzosi.
La presentazione del libro di Franco, le mie parole e ogni emozione di cui ero capace.
Andrea che si prende gioco di me… (e gli voglio bene anche per questo).
Un pensiero su Vinz, ormai senza alcun dolore.
Andrea, l’altro Andrea, andato via e giunto a destinazione.
E uno sguardo che non dovevo incrociare.

E allora ascolto canzoni che chiudono un cerchio lungo di anni.

Perché la musica mi fa sempre compagnia quando la solitudine ritorna a sproposito e quando tutti i miei sensi in allarme mi sussurrano di andare a dormire e di lasciarmi travolgere da una quotidianità ogni giorno più estranea. Ma tant’è.