La non importanza di chiamarsi Ernesto (su Renzi e i diritti LGBT)

Matteo Renzi

Nel suo discorso sulla fiducia, il nuovo premier Renzi ha sfiorato il tema delle unioni civili citando Cristiana Alicata e sostenendo che “il meglio nulla che una legge orribile” da lei suggerito non va bene, ma che è necessaria la mediazione sui diritti delle persone LGBT.

Mediazione che sarà affidata all’impresentabile Scalfarotto, colui che insulta il movimento LGBT reo di non assumere un atteggiamento idolatrico nei suoi confronti e che in compenso riceve pubblici elogi dai teodem (cosa non si fa pur di apparire in un comunicato, eh Ivan?).

Mediazione che, per scomodare la matematica delle elementari, passa per il compromesso tra chi vuole diritti dimezzati (il Pd) e chi vuole nulla. E qualsiasi cosa si moltiplica per lo zero, si sa, dà come risultato il niente.

Sia ben chiaro: le civil partnership erano un minimo sindacabile appena accettabile e solo in previsione di un nuovo corso che avrebbe dovuto portare ogni uguaglianza tra eterosessuali e non. Adesso si vuole mediare anche sul compromesso e per di più con personaggi ulteriormente lugubri quali Quagliarello e Schifani. Renzi non ce la fa a scegliere persone che non abbiano condotte limpide (ricordiamo le accuse a Schifani sui presunti rapporti con la mafia) o pensieri inaccettabili sui diritti umani (Quagliarello è quello che vorrebbe vederci intubati e agonizzanti fino alla fine dei nostri giorni, pur di non approvare una legge sul testamento biologico).

Questo è il renzismo: buoni propositi lasciati in mano a personaggi politicamente orribili. Prepariamoci, dunque, al peggio.

Anche perché basta vedere non solo i protagonisti di questi futuri compromessi, ma anche i ministri nominati dal premier per capire che non si andrà oltre diritti individuali senza alcun riconoscimento pubblicistico. Ci daranno, in poche parole, il permesso di andare da un notaio per fare testamento a spese nostre.

Siamo molto lontani, in buona sostanza, dall’importanza di chiamarsi Ernesto, il figlio della segretaria di Renzi, che ha due mamme. Quel bambino mamma ne avrà una sola e sarà anche costretta a spendere tanto se vuole avere il barlume di un diritto. E chi se ne frega se succede qualcosa al piccolo. Si accettano scommesse su questo.

Visto il clima attuale, visto chi sta contribuendo a crearlo, visto che gli atti politici fanno cultura e che dopo la legge piddina sull’omofobia è passato il messaggio che offendere le persone LGBT è una forma di libero pensiero da tutelare (ancora grazie Ivan), mi auguro vivamente che ai prossimi pride i renziani (soprattutto i gay della specie) si tengano alla larga dalle manifestazioni. Io lo scriverei proprio a chiare lettere: Scalfarotto, tu non sei invitato. E non solo lui.

Il salto nel tutto

La vita è quella cosa che ti fa fare scelte folli. Quella promessa che è un salto nel vuoto. Quella carezza data in lontananza, quando speri – e forse un po’ lo sai – che ogni cosa è possibile. Come ogni atomo di presente. Come tutto il caso, pronto a trasformarsi in destino.

Perché tu sai che al di là dell’angolo può esserci il vuoto. Oltre il precipizio, la strada a livello. Il salto rischia di diventare solo asfalto calpestato troppo forte. Da far tremare le ginocchia. E nulla più.

Oppure.

Il buio riscaldato dalle persiane marittime. E la luce a scaglie, sulle pareti.
Le cose sussurrate, col sottofondo della tv e un divano bello come un presepe.
La gentilezza dei mirtilli, sul tavolo. E l’eleganza delle opinioni, sul piatto.

Ogni cosa, o il nulla. E in ogni caso, la pienezza dell’essere. A dispetto delle convenzioni del sentire comune. Al niente – quello vero – delle cose che devono essere dette o fatte.

Io scelgo il salto. Il vuoto. Il volo.
Io scelgo tutto.
Perché anche morire può dimostrarti che hai saputo essere vivo. Per davvero. Senza nessuna mediazione. Senza tradirsi, o senza farlo più.

Assemblea del pd: Bersani dimentica i diritti dei gay

Nulla di buono promette l’Assemblea Nazionale del partito democratico, che si è svolta in questi giorni a Varese, sul tema di argomenti fondamentali quali coppie di fatto, testamento biologico e nucleare.

Un’assemblea che ha avuto il tempo di parlare di vari temi: scuola, agricoltura, federalismo, convivenza civica, piccole e medie imprese, mobilità. Non una parola, invece, sui diritti delle unioni gay, sulle convivenze, sul fine vita e sull’ecologia.

A dire il vero il gruppo “gaydem” del partito, quello che rappresentato da Paola Concia e da altri ancora, aveva “presentato un Ordine del Giorno all’Assemblea sulle unioni civili per le coppie gay, che impegnasse il Partito a sostenere le proposte di legge presenti in Parlamento”, come si legge sul blog di Ivan Scalfarotto. Allo stesso tempo, i mariniani hanno presentato un altro OdG sul nucleare e sul testamento biologico.

Il pd, com’è sua abitudine, ha fatto ritirare le proposte dei mariniani e dei gaydem bollandole come “temi difficili”, che avrebbero potuto spaccare il partito. Un partito, evidentemente, in cui c’è una componente di peso contraria alla felicità delle famiglie GLBT, alla dignità della vita di chi decide di non voler morire in stato vegetativo, alle energie pulite e rinnovabili.

La mediazione al ribasso a cui si è giunti, perché il pd in questo è maestro, prevedeva che “Bersani avrebbe citato tutti questi punti nella sua replica” e che si sarebbe rimandata “la discussione alla prossima assemblea di dicembre a Napoli”.

Poi, come sempre ci insegna la storia del partito democratico, dalla mediazione al ribasso si è passati al nulla:

Il problema è stato che Bersani ha dimenticato (sarei tentato da usare delle virgolette, ma lascio stare) di citare la cosa.

Un copione già visto, dai tempi dei PaCS, poi diventati DiCo (la mediazione al ribasso della proposta Grillini, sicuramente migliore), poi divenuti il nulla. Trafila che il partito di Bersani segue per tutti quei temi che non si vuole affrontare.

Lo si è visto, per altro, a ottobre dell’anno scorso quando la proposta di Paola Concia sulla legge contro l’omofobia, che poi è una semplice aggravante generica su reati già esistenti (mediazione al ribasso sull’estensione della legge Mancino ai reati di omofobia e transfobia) ha prodotto l’ennesimo nulla di fatto.

La domanda da porsi adesso è la seguente: forse che la strada di mediare su ogni cosa, puntando al minimo, sia di comprovata inadeguatezza?

Concludo queste mie riflessioni ricordando Rosa Parks, la donna che nell’America segregazionista disobbedì alla legge che vietava ai neri di usufruire dei sedili per i bianchi negli autobus. Le rivendicazioni della Parks non erano parziali (come i DiCo) e non si basavano sull’idea di avere qualcosa rispetto al nulla. C’era un’ingiustizia e andava eliminata. Rosa Parks non chiedeva di sedersi in autobus dopo una certa ora, o per un tempo inferiore rispetto a quello dei bianchi. Voleva quel diritto, puro e semplice. La storia ci insegna che la determinazione di quella donna ha avuto la meglio. Nessuna mediazione al ribasso.

Forse sarebbe il caso che anche gli amici gay e gay-friendly del partito democratico se ne rendessero conto. Anche se questo significa dire di no a qualcuno. Un qualcuno che, allo stato attuale, è uguale a chi negli anni cinquanta vedeva i neri come persone di serie B e che adesso ha voce in capitolo dentro il partito democratico.