Oggi sul Fatto: “Unioni civili: se anche le marche diventano gay-friendly”

Renzi farà davvero le unioni civili?

E oggi sul Fatto Quotidiano si parla di unioni civili e pubblicità gay-friendly.

«…il costume è cambiato e le industrie non affiderebbero mai le proprie sorti economiche a una pubblicità che eleva a modello ciò che viene considerato come oggettivamente sbagliato. Insomma, l’Italia si sta svegliando e il cambiamento sta venendo innanzi tutto dal basso, grazie all’azione delle associazioni e al quotidiano di milioni di persone Lgbt che vivono, lavorano, producono, offrono servizi e pagano le tasse in mezzo a quella maggioranza che impara poco a poco che non c’è nessun mostro in agguato pronto a mangiare bambini (come un tempo gli iscritti al Pcus), imporre divorzi forzati alle coppie regolarmente sposate e a fare il lavaggio del cervello agli/lle adolescenti tra i banchi di scuola per invertirli e convertirli – a seconda del genere, pardon, del “gender” – al lustrino o alla chiave inglese.»

Buona lettura!

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Oggi sul Fatto Quotidiano: “Omo-transfobia: alcune questioni sulla lotta”

«La settimana appena trascorsa non solo ha visto la celebrazione della Giornata Internazionale contro l’omo-transfobia, ma anche il proliferare in tutta Italia iniziative organizzate dalle associazioni Lgbtin nome della fine delle discriminazioni. Questo evento, che ha coinvolto per altro le amministrazioni comunali di diverse città (si pensi a Roma e alla Queer Week, in occasione della quale il sindaco Marino ha esposto la bandiera rainbow in Campidoglio, gesto emulato da altri sindaci, come Bianco a Catania e Garozzo a Siracusa, solo per citare le mie tre città) è un’utile occasione per fare alcuneriflessioni sulla questione omosessuale in Italia.»

Il resto lo potete leggere sul Fatto Quotidiano.

Unioni civili: facciamo chiarezza…

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Il mio articolo di apertura alle civil partnership ha destato sgomento e curiosità tra chi, da anni, legge le mie pagine e chi, più recentemente, prova a farlo senza capire il reale peso delle mie parole.

Altri, amici e amiche di percorso, mi chiedono il perché di questa inversione. Proverò a spiegarmi meglio.

Pensavo e continuo a pensare che il matrimonio sia l’unica richiesta che il movimento deve fare alla politica per una questione di uguaglianza sostanziale e formale. Le unioni civili come ipotizzate in passato erano fumose (anche il più recente “civil partnership alla tedesca” non faceva ben sperare). In passato, infine, si è mediato per istituti minori a diritti minori.

Il ddl presentato contiene a mio modesto giudizio due sostanziali novità:

1. parte dal presupposto che la materia trattata è in evoluzione per cui non chiude la questione, bensì la apre;

2. il testo non media per diritti minori, ma sancisce diritti uguali. L’esatto opposto dei DiCo e delle soluzioni alla Bersani, per intendersi.

Siamo anche lontani, per adesso, dallo svilimento operato sulla legge contro l’omofobia, di “renziana” architettura.

Avevo scritto nella lettera a Cristiana Alicata, infine, che se si fosse partiti da diritti uguali, anche con nome diverso, e con la tutela dell’omogenitorialità, purché inteso come primo passo, sarebbe stato il minimo sindacale su cui poter fare cadere alcuni veti iniziali.

Tempo fa sempre sulle civil partnership (si era ai tempi delle primarie del 2012 e se fossi stato un iscritto in quel contesto avrei votato Renzi, in chiave antiapparato e prima della vicenda sul ddl Scalfarotto) avevo detto le stesse identiche cose: se uguali davvero al matrimonio, se con tutela della genitorialità, se con apertura alla piena uguaglianza, si sarebbe trattato di un primo passo accettabile. Insufficiente ma accettabile.

La mia posizione è questa a livello di politica istituzionale. Se in parlamento questo si discute su questo dobbiamo confrontarci.

Vero è l’esempio di Rosa Parks, per cui si batteva per gli stessi sedili dei bianchi. Ma con i diritti previsti (a meno che a livello giuridico non ci siano cavilli nascosti, ma io non ho queste competenze per dimostrare l’esistenza di eventuali trappole), non si tratta di qualcosa di diverso bensì delle stesse identiche prerogative.

Adesso io non ho proposto entusiastiche adesioni o iscrizioni in massa al Partito democratico. Ho usato le parole “sostegno vigile”. E ho pure spiegato i passi che secondo me vanno a favore della credibilità del progetto.

Va da sé che se il testo dovesse essere peggiorato la situazione muterebbe radicalmente. Perché cambierebbe il piano dell’uguaglianza sostanziale.

Per altro vi faccio notare altri due aspetti fondamentali della vicenda.

In primo luogo: si accusa il movimento di disfattismo e incapacità di politiche costruttive. Avviare caute aperture in merito significherebbe inchiodare i partiti a prendersi le loro responsabilità oggettive. Se questo progetto fallisse, sarebbe la riprova che è la politica l’ostacolo maggiore alla nostra felicità e non certo il movimento a fare da ostacolo (anche perché il movimento non vota in parlamento).

Secondo aspetto: essere possibilisti su queste civil partnership non significa credere che Pd e Scelta Civica le approveranno. Su questo continuo ad avere forti dubbi. Non significa di conseguenza rivalutare a priori la qualità politica di questi soggetti né consegnar loro le nostre intenzioni di voto.

Abbiamo in pratica la possibilità di obbligare questa gente con i loro strumenti e la loro strategia a fare parte dei nostri interessi. Se falliscono, ci perdono la faccia loro. Se ci riescono, vinciamo noi. Anzi, cominciamo a farlo.

Siamo sicuri/e, e lo chiedo anche qui, che sia strategicamente lungimirante non perseguire questa strada? Io sono dell’idea che essa vada tentata. Per ottenere i diritti del matrimonio o per dimostrare una volta per tutte che questi partiti sono i nostri veri nemici politici.

Civil partnership: cinque passi verso la credibilità

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In un comunicato rilasciato ieri dai firmatari della proposta di legge sulle civil partnership, pare che il modello proposto da Pd e Scelta Civica ricalchi il più avanzato modello tedesco: diritti economici uguali a quelli del matrimonio, adozione della prole da parte del partner. Un punto di partenza che, se orientato verso la piena uguaglianza, porterebbe un sostanziale cambiamento per migliaia di famiglie LGBT in Italia.

Tuttavia, premesso sempre che l’obiettivo finale è il matrimonio con i pieni diritti legati alla genitorialità, piaccia o meno ai cattolici (la cui sensibilità, chissà perché, si risveglia solo quando c’è da impedire il quieto vivere delle famiglie di omosessuali), a parer mio occorrerebbero alcuni passaggi preliminari e intermedi per rendere credibile (e quindi fattibile) l’intera operazione. Vediamo quali.

1. Approvazione della legge contro l’omofobia. E che sia davvero contro, senza la tutela delle affermazioni omofobe dentro le scuole, i partiti, le associazioni, come piacerebbe ai cattolici e a qualche gay parlamentare compiacente. Visto che è in Senato che si gioca la partita, vediamo se la camera alta riuscirà a emendare il testo e a renderlo così come era previsto originariamente. Va da sé che questo processo prevede l’esclusione di parlamentari compromessi dall’iter legislativo.Da quanto leggo sui social, confermato dai commenti al mio post precedente, mi pare che la legge sulle unioni civili avrà credibilità maggiore se si tiene Scalfarotto ben lontano dal DDL. Il quale potrà sempre votare a favore del testo finale, se ha davvero a cuore le sorti della sua comunità. Sarebbe un bel gesto, soprattutto dopo le recenti offese dei mesi scorsi in direzione del movimento LGBT.

2. Uso del linguaggio. Evitare formule quali “per non offendere la sensibilità di nessuno”. Perché i diritti delle persone LGBT dovrebbero essere visti come offensivi, potenziando i sentimenti omofobi di questo paese? Se qualcuno si sente offeso dalla piena democrazia, forse è quel qualcuno a essere in torto. Meglio usare formule quali “provvedimento ampiamente condiviso”, o “largamente condivisibile” o meglio ancora “in direzione della richiesta di democrazia di questo paese” o “di tutela di chiunque, maggioranza e minoranze”. Il cambiamento sociale nasce dal buon uso del linguaggio.

3. Disinnescare il terrorismo dei cattolici estremisti. Magari facendo notare loro che se da un lato si contano numerose iniziative contro matrimoni ugualitari e legge antiomofobia, dall’altro mai si è vista da parte di questi gruppuscoli eversivi (chi vuole impedire la democrazia è eversivo) una manifestazione contro i crimini di pedofilia interna alla chiesa o una marcia di protesta sul fatto che il Vaticano protegge tuttora i prelati macchiati di reati contro i minori. Se si pretende credibilità bisogna prima dimostrare di averne. E i cattolici integralisti di credibilità ne hanno ben poca. Ricordiarglielo non sarebbe un male.

4. Coinvolgimento delle realtà associative. Penso alle grandi realtà nazionali come Arcigay, Agedo e Famiglie Arcobaleno. Ma anche quelle locali importanti come il Mieli a Roma, ma anche le realtà di Torino, Napoli, ecc. Creare un team, un parlamentino consultivo, un gruppo di lavoro che dovrebbe essere di supporto all’azione parlamentare. È chiaro che qui si gioca anche la nostra credibilità come movimento, di fronte un’occasione così importante.

5. Descrizione dell’utile sociale. Ci verrà detto che ci sono provvedimenti più urgenti da fare. Garantire pieni diritti alle coppie e alle persone LGBT e alle coppie non sposate in generale è nell’interesse di tutti/e, perché abbatte i costi sociali ed economici dell’omofobia, perché dà tutela economica a migliaia di famiglie, potenzia il potere d’acquisto (moltissime coppie, gay e non, potranno accedere ai mutui facendo respirare il mercato immobiliare), ecc. Perché una società con meno discriminazioni è una società più sana, coesa, più forte anche a livello di salute psichica collettiva (tradotto: meno aggressioni, meno suicidi, meno casi di rifiuti in famiglia, più benessere diffuso).

Tutti questi passi sono fondamentali, a parer mio, perché il provvedimento sulle unioni civili nasca sotto il migliore degli auspici. Poi starà a noi del movimento LGBT essere in prima linea per l’avanzamento delle richieste. Le quali, ricordiamoci, non si limitano al matrimonio e all’adozione, ma includono i diritti alla salute, alle tutele nel mondo del lavoro, alla questione trans e a tutto quanto possa migliorare le condizioni di vita in questo paese. Nell’interesse di chiunque.

A costo di ucciderci tutti…

Questo è un commento rilasciato da tale Louie, in risposta al mio post Diamo una lezione all’omofobia:

omofobia

credo che il contenuto di questo messaggio si qualifichi da solo. Faccio solo notare che:

1. per certi cattolici questo sarebbe un mirabile esempio di “cultura della vita”
2. per certi altri, e per i loro politici di riferimento, si tratterebbe invece di “libertà di opinione”
3. per certi partiti, infine, sarebbe una scelta auspicabile.

Per me è solo un esempio di una profonda disumanizzazione. Chi pensa che le persone LGBT debbano essere uccise piuttosto che avere i figli, concedendo al massimo un ghetto giuridico, non è poi tanto diverso da chi mandava ebrei e rom nei campi di sterminio.

Ma c’è anche da dire che questa gente riesce a produrre certi abomini anche grazie al pensiero di chi, prima, è andato/a in televisione a dire «meglio un bambino in Africa che a una coppia di omosessuali», di chi – durante il dibattito sulla legge contro l’omofobia – ha scritto lettere per rassicurare coloro i quali temevano di non poter più dire che essere gay è una malattia e amenità similari. Teniamolo sempre a mente.

Gay, unioni civili e neri sui bus

Arrivata, finalmente, la proposta di legge del Pd sulle unioni civili. Un provvedimento che dal partito è già stato salutato ed esaltato come un enorme progresso in materia. E in effetti molte delle proposte contenute nel documento di presentazione rientrerebbero – apparentemente – nel concetto di uguaglianza, perché ricalcano la dicitura “come per il matrimonio”.

Tuttavia tale uguaglianza è più apparente che reale, per almeno tre ordini di ragioni. Vediamo quali.

1. Innanzi tutto per il nome. Se creiamo due istituti giuridici che hanno gli “stessi” diritti del matrimonio – tranne alcuni, poi, a ben vedere – ma si chiamano in modo diverso perché per i gay non sarà possibile considerarsi “sposati”, ma al massimo “uniti civilmente”, generiamo – a livello simbolico e collettivo – una prima grandissima disuguaglianza. E in quella crepa possono crescere ancora i semi dell’omofobia. Una questione culturale non di poco conto, a ben vedere. Ma il Pd non ha ancora sviluppato gli strumenti adeguati per farsi sfiorare da questa preoccupazione.

2. In tema di adozioni, queste risultano riservate alle coppie eterosessuali. Senza una ragione evidente se sempre nella stessa legge si prevede che il/la partner possa adottare la prole biologica del/la compagno/a ma non altra precedentemente adottata. Questa distinzione è e rimane, al momento, tanto oscura quanto discriminatoria. E nutre il pregiudizio sulle capacità educative delle persone LGBT.

3. La pensione di reversibilità, infine. Riporto testualmente:

a tutela della finanza pubblica e per prevenire facili elusioni, andrà prevista una durata minima della unione (matrimonio, unione omosessuale), e in assenza di figli minori, quale condizione per l’accesso alla pensione di reversibilità.

la stessa frase è offensiva. Si dà per scontato che la natura delle unioni tra gay o tra lesbiche sia facile terreno di coltura per elusione fiscale. E si suggerisce, implicitamente, che dietro le unioni tra persone dello stesso sesso vi sia un connaturato pericolo per le finanze statali e quindi per la società tutta.

La misura poi è discriminatoria. Lo Stato non dovrebbe indagare sui reali motivi che portano le persone a sposarsi o a vivere insieme. Lo Stato non disciplina l’amore, ma i diritti legati alla convivenza. E non mi risulta che alle coppie eterosessuali si richieda altrettanto.

Emerge, in sintesi, ancora una volta quell’arroganza da parte del gruppo maggioritario di pretendere dalle minoranze una moralità superiore rispetto a quella che la maggioranza stessa non è in grado di garantire.

Certo, non sono i DiCo di bindiana memoria – e non che ci volesse tanto a essere migliori rispetto a un provvedimento che sanciva per legge le discriminazioni – ed è già partita in rete la tiritera del “sempre meglio di niente”, magari proprio dai gay di partito o da quei militanti eterosessuali che godono già di tutti i diritti di cittadinanza. Ho anche letto, da qualche parte, frasi del tipo “voi gay non meritate nulla!”, proprio perché magari osiamo chiedere la piena parità e non la pallida imitazione di un matrimonio.

A tutte queste persone chiedo: se avessero dato ai neri la possibilità di prendere gli stessi mezzi dei bianchi, ma di sedersi in fondo e di poter utilizzare solo una parte dei sedili disponibili, magari dovendo prima dimostrare di essere sufficientemente puliti per potervici sedere, noi come chiameremmo tutto questo? Uguaglianza o razzismo? Adesso sostituite “neri”, “autobus” e “sedili” con “gay”, “unioni civili” e “diritti” e poi fatemi sapere che ne pensate.

Casini e la differenza tra amore e violenza

«Non è detto che l’Europa sia sempre e comunque da imitare. Ad esempio alcuni paesi del nord hanno legalizzato dei movimenti che facevano anche apologia della pedofilia, non credo che per questo l’Europa sia un esempio da imitare.»

Lo ha detto alla radio Pierferdinando Casini, commentando la scelta delle democrazie europee più avanzate – le ultime, in ordine di arrivo: Francia e Regno Unito – di estendere il matrimonio anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso.

Prendiamo atto di quanto segue e facciamoci anche qualche domanda:

1. Casini cerca di accomunare delle leggi di parlamenti e governi sovrani a un crimine, dicendo per altro falsità. L’Europa non ha mai avallato nessun movimento che inneggiava alla pedofilia, semmai alcuni paesi hanno dichiarato non perseguibili movimenti che auspicano l’abbassamento del limite del consenso, fermo restando che in quei paesi il reato di pedofilia permane

2. Casini si candida a governare questo paese insieme a Monti e pare che Bersani gli faccia l’occhiolino da un po’… come si comporterà, tuttavia, di fronte a personaggi pubblici quali il premier belga, Di Rupo, il primo ministro islandese, Johanna Sigurdardottir o il ministro degli esteri tedesco, Guido Westerwelle, tutti/e omosessuali dichiarati e, nel caso dei diplomatici d’Islanda e Germania, anche sposati? Queste affermazioni porterebbero al rischio di pericolosi incidenti diplomatici… (Berlusconi è stato, e giustamente, stigmatizzato per molto meno)

3. Casini non sa distinguere tra una legge che tutela un coppia e il suo progetto di vita, fatto da adulti consenzienti, e una violenza su un minore. Va bene che frequenta un po’ troppo chiese e confessionali, dove si fa confusione su questo tipo di differenza, ma a tutto dovrebbe esserci un limite.

Se poi ci mettiamo anche che questo lugubre personaggio è uno dei maggiori responsabili dello scempio berlusconiano e che ha spalancato le porte del parlamento a galantuomini come Cuffaro e Romano, la domanda è la seguente: voi dareste anche solo l’amministrazione di un condominio a un elemento simile?

In Europa non sarebbe candidato neppure a un consiglio di quartiere. Qui, ed è l’ennesimo sintomo dell’arretratezza italiana, è considerato un interlocutore politico affidabile. Speriamo che gli italiani e le italiane si sveglino, tra qualche settimana in cabina elettorale, e si regolino di conseguenza.

#15factsaboutme

È un hashtag. E gira su Twitter.

Ho pensato: quali sono le quindici cose che ti descrivono?
Ho lasciato parlare l’istinto e questo è il mio elenco:

1. Sono (auto)ironico. Perché bisogna sempre ridere di se stessi e di ciò che ci circonda.
2. Scrivo: racconti, saggi, poesie, romanzi. E sul mio blog.
3. Non amo più il mio lavoro. Tutta colpa di chi ha reso la scuola un luogo per manovalanza intellettuale di terz’ordine.
4. Da bambino ero grasso. Poi tra un effetto fisarmonica e l’altro, ho perso, negli ultimi mesi, altri dodici.
5. Sono siciliano, ma vivo a Roma e ogni tanto mi vien voglia di scappare all’estero.
6. Mi piace cucinare. Per lo più per gli altri. Mi piace cucinare più il salato. Ma io, personalmente, amo i dolci.
7. Reputo l’amicizia un sentimento fondamentale. In alcuni casi, addirittura superiore all’amore. Perché non dà dipendenza.
8. Non sopporto la volgarità dei tempi moderni. Ma dico le parolacce.
9. Sono gay. E sono contento di esserlo. Essere gay mi ha salvato la vita. E non è una provocazione.
10. Aspiro al cinismo. Ma in verità sono un gran tenerone. Capite perché vado in terapia?
11. Ogni tanto sento l’esigenza di innamorarmi. Poi rinsavisco e ritorno in me.
12. Do i nomi degli esseri umani agli animali, per elevare la miserabile condizione dell’uomo.
13. Amo il crepitare del fuoco, il suono di neve e acqua dei ruscelli, l’odore della pioggia, la luce tenue delle candele.
14. Sposerò l’uomo che me lo chiederà lasciandomi piangere per il fatto di avermelo proposto senza che io ne abbia pudore.
15. Mi piace abbracciare. Se ti abbraccio, vuol dire che non ho più armi. Vuol dire che sei diventato/a il mio mondo.

Carta d’intenti, diritti generici

Il patto tra Bersani, Nencini e Vendola ha partorito una carta d’intenti che porta alcune novità, nel quadro della futura compagine di governo tra il Pd e i partiti di sinistra (SEL e PS) sui diritti soprattutto in quel «contrasto alle discriminazioni: di genere, orientamento sessuale, etnia, religione, età, portatori di differenti abilità».

Il rischio tuttavia è quello di lastricare di buone intenzioni una strada che può portare, come sempre accade in questi casi, all’inferno. Non dimentichiamoci, a tal punto, le primarie del 2005 e l'”impegno” dei DS di fare una legge sulle unioni civili che avesse una dimensione pubblicistica. Da lì a pochi anni si sarebbe arrivati prima ai DiCo e, quindi, al niente al quale ci hanno abituato i compagni poi confluiti nel progetto neocentrista e conservatore incarnato dall’attuale partito di Bersani e Bindi.

È vero, a leggere il documento, che si proporrà «una legge urgente contro l’omofobia» ed è giusto che «sul piano dei diritti di cittadinanza l’Italia attende da troppo tempo una legge semplice ma irrinunciabile» per cui «un bambino, figlio d’immigrati, nato e cresciuto in Italia, è un cittadino italiano».

Ma se seguitiamo a leggere emerge sì l’esigenza di dare «sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico». Posta in questo quadro, tuttavia, anche i tanto vituperati – e a ragione – insufficienti DiCo potrebbero costituire una forma di riconoscimento di fronte alla legge.

Si pongono numerosi interrogativi, in merito:
1. le coppie gay e lesbiche saranno riconosciute e parificate, a prescindere dall’istituto giuridico di riferimento, a quelle sposate?
2. i diritti riconosciuti, anche se non tutti, saranno uguali a quelli previsti dal matrimonio?
3. i figli delle coppie omogenitoriali saranno garantiti?
4. si potrà pronunciare il fatidico sì di fronte a un pubblico ufficiale oppure saremo costretti all’umiliazione di una raccomandata, così come predisposto, nel 2007, dall’attuale presidente del Pd per venire incontro alle esigenze omofobe e dei vescovi che non volevano che le coppie di fatto venissero riconosciute in quanto tali?

Queste questioni non sono nemmeno accennate e il quadro continua ad apparire pericolosamente generico. E se leggiamo l’incipit della voce diritti leggiamo, ancora una volta, il ricorso ai diritti individuali. Eppure i diritti delle coppie sono, appunto, non certo quelli dei singoli bensì prerogative riguardanti un’unione affettiva, non certo l’insieme di due identità separate!

Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Solo ombre. E visti i presupposti e data la storia non troppo remota, il sospetto dell’ennesima truffa ai danni di milioni di cittadini e cittadine, nonché contribuenti, è, scusatemi tanto, più che giustificato.

Parole chiave: donne, gay, Tunisia, matrimonio

Forse non tutti/e lo sanno, ma in Tunisia, al momento, è in atto una vera rivoluzione. E non di tipo “libico” o “siriano”, bensì pacifica: al femminile. Dopo il crollo del regime di un anno e mezzo fa, si sono insediate nell’assemblea costituente due principali  fazioni contrapposte: liberali e islamisti. I primi sono laici, i secondi rappresenterebbero la versione locale dei nostri partiti di matrice cattolica.

L’assemblea sta scrivendo una nuova costituzione e il partito islamico ha provato a cancellare la parità effettiva tra uomini e donne. Indovinate come? Sostituendo, nei testi fondamentali, alla parola uguaglianza un’altra: complementarità. Le donne tunisine, ma anche l’opinione pubblica ad esse solidale – e cioè, quella parte di popolo vicina al significato reale del termine democrazia – sono insorte e adesso il partito islamico, Ennhada, sta facendo marcia indietro.

Il partito Ennhada ha provato a giustificarsi adducendo scuse quali: il concetto di uguaglianza era comunque ribadito altrove, il termine “complementarità” andava inteso come sinonimo, ecc.

Aiutiamoci col dizionario e vediamo cosa ci dice in merito: è complementare ciò “che si aggiunge a qlco. completandolo, anche se non è necessario”. Per i fratelli mussulmani, insomma, le donne rappresenterebbero un accessorio della democrazia. Per fortuna la società civile tunisina è di gran lunga migliore rispetto a quel partito e questo dovrebbe far riflettere molti islamofobi, tra le altre cose, e molti fan della superiorità dell’occidente.

Qui mi limiterò a suggerire un’altra chiave di lettura, che lega la questione terminologica del paese africano a una nostra querelle lessicale, quella che oppone la parola matrimonio al riconoscimento dei diritti delle coppie di gay e lesbiche.

Ovviamente le due situazioni sono molto diverse: in Tunisia si esce da una dittatura durata decenni, qui siamo in una democrazia malata, ma pur sempre dentro una democrazia.

Eppure gli elementi in comune stanno nella presenza di partiti confessionali che, in nome di una fede, e in questo cattolici e islamici sembrerebbero uguali, dettano condizioni di disuguaglianza spacciandole per politica.

Sento dire dai nostri parlamentari: i diritti sì, il matrimonio no. La famiglia è una sola, per la democrazia le coppie di fatto possono anche none sistere (Giovanardi & Co) oppure avere diritti ridotti, limitati, non riconosciuti dentro il concetto di coppia (Bindi e affiliati).

Esattamente come per i fratelli musulmani con le donne, noi gay e lesbiche, ma anche gli eterosessuali in situazione di coppie di fatto, possiamo, al massimo, puntare all’essere complementari alla famiglia tradizionale. Cioè, possiamo sperare, se tutto va bene, di essere accessori, non previsti, addirittura superflui. E se qualcosa dovesse arrivare, sarebbe per gentile concessione dei nostri fratelli cattolici.

Credo che le donne tunisine ci abbiano dato un esempio degno della migliore civiltà libertaria. Sta a noi, adesso, non arretrare sull’irrilevanza delle questioni lessicali. Le parole creano e descrivono il mondo. Se non le usiamo tutte, creeremo un mondo limitato, più stretto, dove ci sarà sempre meno spazio per qualcuno7a di noi. In Tunisia lo hanno capito dopo una lunghissima dittatura. Noi, in democrazia, non siamo ancora in grado di pretenderlo, è il caso di dirlo, a chiare lettere.