Martini comunque era omofobo. Poi, pace all’anima sua

Il commento più sensato che fino ad ora ho trovato in rete lo ha fatto Paolo Pedote, autore di una pregevole Storia dell’omofobia, edita da Odoya. Queste le sue sue parole, testuali:

Detto proprio fuori dai denti, vedere tutti questi omosessuali devoti così addolorati per il cardinal Martini, non è proprio un gran bello spettacolo, eh? Non c’è niente da fare: moriremo di Vaticano.

Carlo Maria Martini è riconosciuto come uomo del dialogo, come vescovo progressista – sebbene lui stesso smentì questa etichettatura, definendosi, invece, conservatore – come interlocutore privilegiato dentro una chiesa che lo vedeva con sospetto. Eppure, non basta esser (finti) avversari di Ratzinger per essere persone di cui potersi fidare.

Ho comprato, tempo fa, un volumetto curato da Ignazio Marino, del Pd, e scritto in coppia con il cardinale in questione, Credere e conoscere, edito da Einaudi.

Le posizioni di Martini sull’omosessualità sono le seguenti:

Personalmente credo che Dio ci ha creato uomo e donna e che perciò la dottrina morale tradizionale conserva delle buone ragioni su questo punto. […] Sono pronto ad ammettere il valore di una amicizia duratura e fedele tra due persone dello stesso sesso. […] Se viene intesa anche come donazione sessuale, non può allora, mi sembra, venire eretta a modello di vita come può esserlo una famiglia riuscita. Quest’ultima ha una grande e incontestata utilità sociale. Altri modelli di vita non lo possono essere alla stessa maniera e soprattutto non vanno esibiti in modo da offendere le convinzioni di molti. (pp. 48-49)

Ancora, sul riconoscimento di una legislazione ad hoc sulle coppie gay e lesbiche:

Io ritengo che la famiglia vada difesa perché è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Però non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. […] Io penso che la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio (pp. 50-51)

A ben vedere, queste posizioni sono le stesse di almeno tre personaggi molto discutibili e tacciati, più di una volta, di posizioni omofobe quali:

1. Massimo D’Alema, che parlò di matrimonio come sacramento cristiano e intimò le coppie gay di non scimmiottare le famiglie per non offendere il sentimento di molti
2. Rosy Bindi, il cui pensiero è uguale a quello del cardinale, la cui unica differenza sta che almeno egli non minacciava e non offendeva l’interlocutore
3. Giorgia Meloni, che non riconosce il sentimento tra coppie dello stesso sesso, generalizzandolo dietro il termine di “amicizia”.

Ritornando alle parole di Pedote, leggo commenti da parte di amici/he e di personaggi pubblici, anche gay, che si stracciano le vesti per la scomparsa di un uomo, sicuramente colto, sicuramente diverso dai modi beceri e disumani di certi suoi confratelli, ma di certo affine, nella sostanza, a quel pensiero omofobo – secondo quanto stabilito dal Parlamento Europeo – che noi tutti/e cerchiamo di combattere.

E non si può combattere un pensiero nella bocca di alcuni, per poi accettarlo nelle parole di altri. Se un pensiero è sbagliato, lo è sempre, anche se i toni sono concilianti o, semplicemente, bene educati.

Martini, in altre parole, ammetteva per i gay il diritto di esistere. E concedeva, dall’alto, allo Stato il via libera per fare i DiCo.

A questa evidenza dovremmo rispondere: io esisto, senza concessioni di sorta. E non ho bisogno di elemosina giuridica, ma di diritti veri. Vogliamo ricordare Martini? Benissimo. Cominciamo a ricordare, in merito alle questioni LGBT, come la pensava veramente. Credo che sia il miglior servizio che si possa fare a chi, con toni pacati, aveva sposato le ragioni di un’omofobia che non siamo disposti a perdonare a molti altri.

Annunci

Lettera aperta alla militanza (e a qualche amico) del pd

A questo punto dovrei scrivere e declamare a gran voce: io l’avevo detto. E infatti, lo sto facendo. L’avevo detto che la commissione sui diritti era una farsa. Anzi, peggio, un imbroglio. Bastava vedere chi c’era a capo: Rosy Bindi. Come mettere un simpatizzante del Ku Klux Klan in una commissione sui diritti dei neri. Come mettere un deputato amico dei mafiosi alla Commissione Giustizia. Come mettere una suora e il suo cilicio mentale nell’olimpo di ogni felicità.

Per l’ennesima volta, da quando è nato, dai tempi bui e ridicoli dei DiCo, il partito che si candida a governare il paese non è nemmeno capace di pronunciare le parole per quelle che sono. Non solo non sapete dire, cari amici e amiche “democrats”, termini semplici quali “matrimonio”, “amore”, “affetto”. No. Passi per Bindi, che di amore – lo si vede dai segni che l’inappetenza emotiva del credo di cui si fa portatrice, ben lontano dal messaggio di Cristo, e più vicino alla real politik vaticana, ha lasciato in modo indelebile sul suo corpo: avete fatto caso che la signora in questione non sorride mai? – di amore, dicevo, evidentemente non ne ha più memoria. Ma Bersani? E tutti gli altri? Ma siete così ridotti male, nell’inseguire le logiche di un pensiero talmente vecchio che esso stesso, se potesse, vi definirebbe obsoleti, asciutti, polverosi?

La direzione nazionale del partito democratico ieri ha dimostrato due cose.

La prima: il pd è un partito che tradisce il suo nome stesso. È democratica un’organizzazione che impedisce ai suoi rappresentanti di votare, in nome di una disciplina di partito che, almeno a parole, faceva orrore già ai tempi del PCI? E un partito che dice di essere una cosa – democratico – e poi obbedisce ai peggiori istinti clericali e veterocomunisti, può mai avere un’autorizzazione politica a governare il nostro paese, già martoriato da vent’anni della peggior politica mai attuata nell’ultimo secolo e mezzo?

La seconda: basta aver letto per pochi minuti Twitter per essersi resi conto che moltissima gente, eterosessuale e non, ha provato un profondo disgusto per quanto accaduto ieri. Riporto alcuni tweet che secondo me sono importanti:

Pietro Raffa Inseguire il 6% di Casini continuando a ignorare che c’é un mondo là fuori.

Daniele Sensi La base del PD è chiamata ad un grave atto di responsabilità: mollare il PD.

Cetty D. A che ora è la camera ardente del PD?

Andrea DiSt strano! Il #PD nato per salvare dirigenti finiti e la sxDC ha dimostrato di essere la sx DC piena di dirigenti finiti del PCI.

luca trentini Vergogna al PD! Ma democratico dove? Riformisti? Chiamatevi DC e non ne parliamo più! Il mio voto non lo avrete mai! Indignato!

Dabliu (Non che ci fossero dubbi ma…) Il mio voto non lo vedete manco col binocolo. Adieu.

stefano boeri Un Partito riformista europeo che non prende posizione netta sulle #unionicivili e sui #matrimonigay non è un partito riformista europeo.

Ebbene, forse vi sfugge un’evidenza fondamentale. Questa gente è “moderata”, nel senso che non cadrebbe nella categorizzazione che vuole l’arena politica divisa in “estremisti” e non. Tradotto in termini più pratici: nessuno di loro, a leggerli, auspica i carri armati sovietici o il disordine – inteso come casino – del più becero antagonismo. Sono, in altre parole, vostri potenziali elettori. Qualcuno è, addirittura, pure di casa vostra.

Avete perso, e forse definitivamente, una fetta di elettorato. Gay, gay-friendly e critico. Forse lo fate per avere i voti di Casini – senza curarvi del fatto che ha portato in Parlamento personaggi di spicco come Romano e Cuffaro – e l’appoggio del Vaticano. E forse vi sfugge. Ed è grave. Ma forse, ed è più grave ancora, volete proprio questo. E questo è abominevole. Come l’omofobia di Rosy Bindi, l’opportunismo di D’Alema, l’incapacità politica di Bersani.

Ancora, una critica va a chi, a cominciare dai miei amici e dalle mie amiche più importanti, ci milita. Leggo, sul Fatto, quanto segue:

All’assemblea nazionale dei Democratici, che ha approvato con cinque astenuti e un voto contrario la relazione del segretario Pierluigi Bersani, si è deciso di non votare un ordine del giorno sulle unioni omosessuali. La spiegazione ufficiale è tecnica: l’odg sarebbe precluso dal momento che è già stato votato in precedenza un documento sui diritti degli individui.

Mi chiedo: dov’eravate voi, ieri, quando si trattava di votare? Perché avete accettato il documento di Bersani? Perché c’è stato un solo voto contrario? Il pretesto per cui non vi è stato fatto votare, non vi fa capire che nutrire dall’interno questo sistema equivale a dare linfa a un cancro che, invece di essere convertito in organo, sta divorando anche voi?

Riporto, a tal punto, un articolo di Zambardino, che chiama a una presa di responsabilità personaggi noti come Scalfarotto e Concia:

Siete persone indipendenti, con una vita, devo credere che “star dentro” ubbidisca a motivazioni diverse dal dar vita e corpo alla battaglia per la quale tutti ritengono che “siate lì’?” Magari qualcuno fra voi si sente un “dirigente complessivo”? Non sbagliatevi fino a questo punto: siete lì perché siete ciò che siete.

Nessuno vi vuole confusi nel calderone dell’estremismo omosessualista che sta alla vostra sinistra – non vi si vuole così male. Ma diciamocelo: il risultato di questi vostri quattro anni sono disperanti. Altrimenti ditela tutta e fino in fondo: state nel Pd perché vi fa comodo. Un paio di opportunisti in più non ammazzeranno nessuno.

Miei cari amici e amiche del pd, temo che dopo ieri, l’assemblea di partito di cui fate parte, a pieno titolo, ha dimostrato a me, a voi e a molti altri/e che se vogliamo diritti veri non abbiamo altra scelta che l’emigrazione. Il vostro partito ha fatto una scelta, quella di creare un apartheid giuridico. E per quanto vi ostiniate a non volerlo vedere e a sperare il contrario, la vostra permanenza autorizza e dà forza a questo stato di cose. Non le parole del nemico sono tremende, ma il silenzio degli amici. E rimanere lì, vi porterà a non dire molte cose. È questo che volete?

Basterà vedere l’ennesima perifrasi usata per chiamare l’amore di cui siamo capaci: “presidio giuridico”. Vi dico una verità: l’altra sera ho baciato un ragazzo, che ha gli occhi bellissimi e la cui tenerezza ha dato un senso all’universo intero. I presidi mi ricordano i militari, agli angoli delle strade, con il mitra in mano. Quando ho abbracciato il cielo, non pensavo ad armi o fucili. Quella parola, presidio, non può descrivere né l’emozione di un momento, né il progetto di una vita.

Quella parola fa paura, perché è cattiva e inutile.

Un po’ come rischia di diventare l’aggettivo democratico se continuate a utilizzarlo per descrivere un partito che assomiglia sempre di più a una navata polverosa del più anonimo corridoio vaticano. E lì ognuno, poi, proprio perché dentro quel sistema, dovrà assumersene ogni responsabilità.

Addio a Giorgio Bocca: fu partigiano, giornalista e scrittore. E omofobo e razzista

È morto Giorgio Bocca: è stato partigiano, giornalista e scrittore.

Parlando dei tempi moderni e soprattutto dell’età berlusconiana fece notare che la tragedia del presente stava nell’esser traghettati «senza accorgercene, senza reagire, dal mondo dei miti e delle leggende, cioè della fantasia e della poesia, a quello dei consigli per gli acquisti».

Sempre riguardo ai mali dell’Italia, dichiarò: «Questa democrazia malata la dobbiamo pure a questa sinistra alla D’Alema che collabora da 15 anni con Berlusconi. Hanno capito che, se non partecipano in qualche modo alla sua greppia, non campano più».

Adesso io non so se era davvero un “grande”, come la retorica giornalistica – a cominciare da la Repubblica, che con quel D’Alema criticato da Bocca è, a volte, ammiccante – lo vuole descrivere. Giornalisticamente lo conoscevo poco. Di certo non si può negare che avesse un grande senso della sintesi.

Peccato fosse pure omofobo, come quando disse: «Pasolini è morto perché, la rigirino pure come vogliono, era di una violenza spaventosa nei confronti di questi suoi amici puttaneschi. Poi mi dava noia questo: ho un po’ di omofobia, che poi è una cosa militare».

E razzista: «la gente del Sud è orrenda. […] Una volta, a Palermo, c’era una puzza di marcio, con gente mostruosa  che usciva dalle catapecchie. Vai a Napoli ed è un cimiciaio, ancora adesso. Una poesia il il modo di vivere di quelle parti? Per me è il terrore, è il cancro. Sono zone urbane marce, inguaribili».

Per cui, onore a Giorgio Bocca: partigiano, giornalista e scrittore. Soprattutto di fronte allo squallido panorama dei nostri cronisti attuali, popolato da maggiordomi, stenografi e marchette.

Ma il suo essere italiano esattamente come quel Berlusconi e l’italietta da lui rappresentata… beh, questo non credo ci mancherà.

Ecco perché l’alleanza chiesa-politica tanto cara a D’Alema è un imbroglio

Le immagini che seguono sono paradigmatiche dell’assoluta mancanza di credibilità di quelle istituzioni, politiche e religiose, che pretendono di determinare le nostre vite, peggiorandole, dall’alto di una superiorità morale che in realtà non esiste.

Riporto quanto dice la mia amica Angela DM sul suo profilo Facebook:

“La Chiesa fa sentire la sua voce dinanzi alle grandi sfide e ai problemi attuali, come le guerre, la fame, la povertà estrema di tanti, la difesa della vita umana dal concepimento fino al suo termine naturale…” Eccola la loro voce a difesa della vita.

Segue questa fotografia


Ma non è tutto. Sempre su Facebook sta circolando quest’altra immagine

è uno scontrino della bouvette del Senato della Repubblica, in mano a una classe politica che sta prevedendo politiche che saranno veri e propri massacri sociali per riparare ai danni di un capitalismo finanziario determinato, appunto, da chi è sempre stato ricco mentre le misure ricadranno sul popolo che di certo non mangia tali prelibatezze ogni giorno e men che mai a prezzi così vantaggiosi.

L’alleanza tra chiesa e politica, per altro, è al centro della strategia dalemiana. Patto che, ricordiamolo, avrà come vittime sacrificali altre categorie sociali sempre bistrattate e discriminate, a cominciare dagli insegnanti della scuola pubblica fino alle persone GLBT per i quali non è prevista – e non deve essere prevista, come da volontà ecclesiastica – nessuna forma di tutela.

Questa è la gente che vuole il potere in Italia: persone che parlano di vita umana e imbracciano mitragliatrici per gioco e gente che chiede sacrifici e mangia a undici euro al ristorante. Pensiamoci bene quando dovremo dare il nostro voto quando certi personaggi ce lo chiedono. Pensiamoci davvero bene.

Vasco Rossi fa chiudere Nonciclopedia: web in rivolta

Le cose sono andate più o meno così: Vasco Rossi ha fatto chiudere Nonciclopedia, l’enciclopedia satirica che faceva il verso alla più nota Wikipedia. La pagina a lui dedicata era stata ritenuta offensiva dal cantante che ha dato mandato al suo legale per chiedere i danni.

I curatori del sito hanno fatto sapere che avevano detto al legale che erano disposti a rimuovere le parti ritenute offensive, ma dall’avvocato di Vasco nessuna risposta in merito. Il resto della querelle lo si può leggere sulla home di Nonciclopedia.

A tutto questo va aggiunto, per quel che mi riguarda:

1. Vasco Rossi ha fatto come qualsiasi potente, tronfio e pieno di sé. Si sa che la satira è feroce, quando è buona, e non fa sconti a nessuno. Chi accetta la satira viene però di fatto umanizzato e quindi gradito alla gente. Basti pensare a D’Alema. Quando la Guzzanti lo imitava era addirittura simpatico. Adesso, invece, risulta amabile come una peritonite.

2. La chiusura del sito e il comunicato che ne consegue hanno il solo effetto di metterlo ancora più in ridicolo, descrivendolo come un uomo inadeguato al tempo presente, che poi è il tempo del web.

3. Vasco Rossi si è ostinato a costruirsi questa figura di sessantenne che vuol fare il giovane ad ogni costo, per poi dimostrare, quando avrebbe dovuto dar prova di una certa duttilità mentale, di essere l’equivalente umano di uno scheletro di dinosauro.

4. Ciò che ha veramente leso la sua immagine è stata quest’azione legale contro un sito molto amato dai giovani. Il web protesta vibrantemente, su Twitter il trend #vascomerda sta esplodendo – è il terzo al mondo, in questo momento – e c’è chi lo ha ribattezzato “mito di cartapesta”.

Credo che avrebbe fatto molto meglio a farsi una risata.

Diritti ai gay: D’Alema bugiardo, omofobo, incompetente

Massimo D’Alema torna sul tema dei diritti civili, intervistato da Zoro (Diego Bianchi) alla Festa dell’Unità di Ostia, lo scorso 9 settembre.  Tutto quello che c’è da sapere – ma è storia vecchia, come è vecchio il nostro “eroe” – potete vederlo in questo video:

Non mi interessa entrare nella polemica che vede, in queste ore, correzioni, smentite, confronti e presunte (ma non vere) strette di mano tra leader del pd e di Arcigay.

A quelle finte elucubrazioni, di sapore confessionale e integralista, si possono controbattere argomenti, questi sì, seri:

1. le persone GLBT lavorano, pagano le tasse, fanno parte del tessuto sociale. Un qualsiasi programma politico che escluda a priori le esigenze di tale comunità è un programma miope, discriminatorio, offensivo nei confronti di milioni di esseri umani

2. tutte le organizzazioni gay attualmente presenti sul territorio nazionale hanno come obiettivo il riconoscimento delle unioni civili, la legge contro l’omo-transfobia, la tutela dell’omogenitorialità e delle persone trans e, last but not least, il matrimonio e le adozioni

3. dichiarando che il pd per poter portare avanti il cambiamento sociale ha bisogno di un partitino del 6%, omofobo, popolato in passato da personaggi dalla dubbia moralità, nonché cattolico integralista, D’Alema ammette l’inconsistenza politica del suo partito rispetto a qualsiasi eventuale alleato

4. D’Alema vuole allearsi con un partito che ha prodotto fulgidi esempi di politica nazionale quali Totò Cuffaro, condannato per legami con la mafia, e Saverio Romano, ora ministro dell’agricoltura e imputato per mafia. Per tenersi stretto Casini, che ha fatto eleggere questa gente nell’UdC, è pronto a sacrificare i diritti di centinaia di migliaia di cittadini/e onesti/e

5. la nostra Costituzione non vieta affatto le unioni tra omosessuali e men che mai il matrimonio (che non è un sacramento, bensì un contratto giuridico). Non specifica nemmeno il sesso dei contraenti dell’istituto matrimoniale, per cui dato l’articolo 29 e gli articoli 2 e 3, in Italia due gay o due lesbiche potrebbero tranquillamente sposarsi.

Tutto questo, ancora una volta, è la riprova che la dirigenza del pd è affidata a persone incompetenti, bugiarde e omofobe.

Fino a quando questa gente (tra cui Bindi, Fioroni, ecc) non verrà messa alla porta, il partito democratico è e rimane invotabile. E non solo da gay e lesbiche, ma da chiunque abbia a cuore il concetto di integrità morale, di uguaglianza e di democrazia.

Perché il Vaticano è ossessionato dai gay

…o almeno, io la penso così.

P.S.: non fate caso al fatto che spunto sempre con un cocktail in mano alla fine di ogni puntata. Non sono un alcolista. C’ho le prove.

Ecco chi è Massimo D’Alema

Massimo D’Alema. Messo di nuovo in fuga da un ragazzo di diciotto anni (Matteo Marini).

È questa classe dirigente che vogliamo alla guida del paese?
Persone incapaci di sopportare il peso delle domande?

Per tacere, per il momento, sullo squadrismo delle truppe dalemiane (più pericolose dei berlusconiani, violente a volte come teste rasate).

SEL 2010: rinasce la Sinistra italiana (con qualche se e qualche ma)

Finalmente un leader che dice delle cose di sinistra. E dice cose che non hanno niente a che fare con D’Alema, il suo grigiore e la sua vicinanza culturale e politica all’Opus Dei. A cominciare dalle famiglie gay e lesbiche. Laddove D’Alema le insulta, Vendola spende parole a loro favore.

«Cosa vi ha ferito e vi ferisce, due persone dello stesso sesso che si amano, o le politiche liberiste che hanno impoverito la famiglia?»

Parole parziali – che a onor del vero Bersani non saprebbe nemmeno come pronunciare – ma pur sempre di tono diverso dell’ex leader diessino che, sempre facendo leva sul sentimento religioso di questa Italietta berlusconiana, le invitava a non emulare il matrimonio per non offendere il sacramento cristiano. Quanto meno, Vendola, in questo caso, non ha peccato di ignoranza e di squallore intellettuale.

Ma non è tutto. Il neopresidente di SEL, acclamato all’unanimità al congresso che si è appena svolto, ha parlato di grandi temi sociali e politici. Ha parlato di lavoro, ha ricordato Moro e ha suggerito a certi partiti, che si ostinano a pensare di poter interpretare i bisogni del paese ma incapaci di darne una lettura concreta – e in questo sta la loro ugualità (per cui definire identici pd e PdL non è qualunquismo, è analisi del vero) – che anche il leader democristiano avrebbe capito la piazza della FIOM.

Diritti civili e diritti sociali portati sullo stesso livello. Questa è sinistra. E la sinistra è rinata, in un partito piccolo che fa leva su un leader carismatico, altra grave mancanza di ciò che rimane di quella sinistra italiana che giace sulle macerie di un cattocomunismo che ha permesso il ventennio berlusconiano.

Vendola, per fortuna, ha il carisma che manca al soporifero Bersani e una visione politica che farebbe (e di fatto fa) invidia a quei generali che conquistano solo brucianti sconfitte quali il già citato D’Alema o l’inutile e dannosissimo Veltroni.

Tutto questo lascia ben sperare.

Certo, il discorso del governatore della Puglia ha le sue ombre. Troppo morbida, quasi compiacente, la sua affezione per i cattolici. Secondo me ha fatto male a prestare il fianco ai cattolici. Il clericalismo da lui citato si combatte proprio con l’anticlericalismo. È ora di abbattere i privilegi della chiesa, non dare corda a un’istituzione che per metodi e effetti sociali ricorda sempre di più una riproposizione in chiave pseudo-spirituale di fascismi e mafie varie, i quali non si sono combattuti e non si combattono con il dialogo, ma eliminandone le certezze economiche e le influenze politiche.

Che poi, dietro questo disegno, ci sia della buona fede (nel senso che Vendola, secondo me, crede davvero di intrecciare un’alleanza programmatica con certi personaggi) e alte finalità politiche è abbastanza evidente. Peccato, tuttavia, che se ti allei con gli esponenti di una élite che pare sia culturalmente più vicina al tradimento di Giuda che al sacrificio di Cristo, alla fine ci rimani fregato. La storia dovrebbe insegnarlo.

Al di là di queste ombre, gravose per l’appunto, il progetto di SEL appare di ampio respiro. Il nuovo partito si colloca idealmente in quell’ambito di rinnovamento sociale che ha radici solide – i legami col marxismo senza assumerne il velleitarismo rivoluzionario – ma che guarda al presente per costruire il tempo a venire. Un presente in cui i problemi sono quelli dei cassintegrati, della scuola ridotta a un cumulo di rovine del sapere, degli operai che difendono il loro posto di lavoro nonostante personaggi di dubbia “qualità” umana come Marchionne, degli immigrati che aiutano a ripopolare il paese con energie nuove e con spirito di sacrificio, di milioni di persone GLBT che vanno avanti in una quotidianità che continua a non (pre)vederli.

La sinistra, al congresso di SEL, è perciò rinata. Se il partito democratico ha a cuore le sorti del paese, come dice da quando è nato, pur avendo consegnato il paese a Berlusconi, dovrebbe limitarsi a fungere da bacino elettorale per il disegno vendoliano: affermazione che può apparire offensiva o provocatoria, ma che a ben vedere richiama un’altra realtà, visto che l’elettorato del pd ha digerito in modo quasi egregio la svendita dei valori della sinistra al progetto neoclericale portato avanti da gente come Rutelli, Fioroni, Bindi, Binetti e compagnia (non) bella. E questa alleanza dovrebbe includere anche l’Italia dei Valori e i Radicali, le cui forze propulsive non possono che portare un beneficio alla nuova sinistra italiana, a quello che appare, oggi più che mai, come l’unico leader possibile e, in definitiva, al paese che ha davvero l’ultima chance per salvarsi dal disegno berlusconiano.

Il “nuovo” Ulivo, la solita idiozia

Se si potesse tornare alla terminologia degli anni 90, quando i partiti avevano nomi di fiore o di slogan calcistici, il partito democratico potrebbe essere ribattezzato con una sola parola: il neurone.

L’idea l’ho mutuata dall’amico Hismael Dos, il quale qualche anno fa, riferendosi alla stanza di importante luminare della facoltà di Lettere, etichettò così l’intero entourage della persona in questione in ragione delle geniali idee che venivano partorite in quell’ambiente.

Mutatis mutandis, la geniale idea questa volta è venuta all’immancabile, per niente ottima ma sicuramente immensa (e non alludo al peso) Rosy Bindi. La quale, dall’alto delle sue competenze da stratega elettorale, apre niente di meno che a Gianfranco Fini e al suo gruppo. E si badi, non per un’alleanza parlamentare, che sarebbe legittima, per progetti di breve periodo – come ad esempio la legge elettorale – bensì per quello che si profila come nuovo Ulivo.

Questa prova di acume d’ingegno fa il paio con le aperture di Massimo D’Alema a Casini: baffino, infatti, sembra non riuscire a fare a meno dell’alleanza con le fronde più becere del cattolicesimo parlamentare. Le stesse, per intenderci, che reputano legittimo che i gay vengano picchiati senza nessuna legge che faccia da deterrente – ma d’altronde D’Alema è omofobo – e che permettono che persone della caratura morale di Cuffaro siedano al Senato della Repubblica.

Questi geni delle alleanze parlamentari non si rendono conto che il nuovo Ulivo – che andrebbe ribattezzato con l’epiteto di “nuovamente Ulivo” – non può o non dovrebbe basarsi sull’ormai logora ricetta dell’ammucchiata elettorale. Il “nuovo” non è la riproposizione di vecchi schemi già sconfitti dalla storia degli ultimi quattordici anni. Per vincere Berlusconi ci vuole semplicemente un progetto, non un’accozzaglia di nomi. D’Alema e la Bindi, evidentemente, incapaci di aver creato l’alternativa, si aggrappano all’unica cosa che conoscono bene per andare avanti: il loro pressapochismo, nella speranza che l’elettorato del pd si faccia piacere anche quest’ennesima brodaglia neocentrista, paramafiosa e cattomofoba.

L’aspetto più deprimente, per altro, sta proprio nel fatto che D’Alema rivendichi con un certo orgoglio, tipico di ogni gradasso che non riesce a vedere la propria ridicolaggine, l’esperimento piemontese: UDC e piddì, dice l’eterno sconfitto, hanno già fatto un’alleanza. Già. Peccato che quell’alleanza ha portato alla sconfitta.

Dovrebbero poi spiegarci le due menti eccelse cosa dovrebbe indurre un ex missino, forse convertitosi a un certo repubblicanesimo all’italiana, a votare a una coalizione abitata da ex-dc ed ex-comunisti. O perché un elettore di Vendola dovrebbe farsi piacere le richieste dei ciellini. O ancora, perché un elettore gay vicino a SEL o a Di Pietro dovrebbe sentirsi a suo agio in una coalizione con la Binetti.

Per altro, se tutto questo dovesse portare dei frutti, finirebbe come nel 1996 e nel 2006: una maggioranza litigiosa, destrutturata, priva di un programma comune, disomogenea e in balia dei vari personalismi.

Il partito democratico in realtà teme le elezioni e non potendo rappresentare un’alternativa – lacerato com’è al suo interno tra veltroniani e dalemiani, tra laici e cattolici, tra persone che credono nei diritti civili e chi invece obbedisce agli ordini del Vaticano – si inventa l’unica via d’uscita che è in grado di produrre forse per tara genetica: la grande ammucchiata. E non è detto però che questa volta funzioni, come è accaduto in passato.

D’Alema e la Bindi, in buona sostanza, stanno preparando il terreno per l’ennesima vittoria elettorale di Berlusconi. Con buona pace di chi, forse perché in buona fede, forse perché per spirito di parte, elogia la geniale idea partorita da menti tutt’altro che geniali.

In tutto questo tripudio del niente aromatizzato con l’antico sapore dello stantìo emerge una solida unica certezza: a parlare di elezioni e di alleanze non è il segretario del pd. Bersani viene dietro le due eminenze grigie di un partito che, per giustificarsi agli occhi dell’elettorato, ha bisogno di prestanome e maggioranze fittizie. Quando basterebbe molto di meno per essere concorrenziali. A partire da un paio di idee buone e persone più motivate a portarle avanti.