Froci di professione

billydolldetailOgni tanto, quando faccio notare alcune evidenze al gay renziano standard – quello che, per intenderci, parla per slogan ricopiandoli dai tweet del presidente del Consiglio – partono gli insulti.

Discutevo con uno di loro su un fatto molto semplice. Si chiedeva giustamente il nostro: come mai se insulto un ebreo è antisemitismo, se insulto un nero è razzismo, ma quando si tratta di offendere le persone LGBT è libertà di opinione?

Gli ho fatto notare che sta in un partito che sulla questione degli hate speech si è mosso così:

  • poteva fare una legge anti-omofobia con SEL e M5S, ma ha preferito salvare le larghe intese e quindi il ddl è stato riscritto con i centristi. Cattolici, per altro
  • quei centristi non erano semplici parlamentari: erano omofobi. La legge è stata fatta con la regia di Paola Binetti e votata da Buttiglione, per capire di cosa e di chi stiamo parlando
  • il ddl sosteneva che rientrano nella libera opinione le affermazioni di un certo tipo in luoghi quali scuole, sindacati, partiti, chiese, ecc. Ad esempio, se un prof di religione dice che i gay sono malati o depravati, rientra nella sua facoltà di pensiero
  • il ddl non è mai passato – nonostante il suo relatore, tale Ivan Scalfarotto, forse vivendo in una dimensione parallela pensi il contrario – ma a livello culturale ha sdoganato l’omofobia come opinione.

Ne è venuto fuori che il mio problema è un’aggressività con radici psicologiche non ancora ben chiare (e l’accusa di isteria, se ricordate, è tipica del pensiero maschilista rispetto l’universo femminile) e che è costume dei “froci di professione” come me reagire così, di fronte a certi argomenti.

Adesso, io non so cosa ci voglia per essere annoverati in tale categoria. So però che come lavoro non faccio il “frocio”, bensì l’insegnante. E la scuola che mi ha assunto non mi paga in virtù del mio orientamento, ma per quanto fatto in classe.

Precisato questo, credo sia importante mettere in chiaro anche un altro aspetto della questione: se mi dite dov’è che pagano i gay in quanto tali, io presento il curriculum. Che lo stipendio di un prof non è proprio a cinque cifre e di questi tempi, converrete, avere un po’ di denaro in più non fa male.

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Tra legge elettorale, parità di genere e questione LGBT

Quote rosa o parità di genere?

Credo di rintracciare un preoccupante parallelismo tra le resistenze dei parlamentari (maschi) di Forza Italia alla parità di genere nelle liste elettorali, in merito all’italicum (sulla cui bontà, affidabilità e sul fatto di estenderla solo alla Camera dei Deputati penso tutto il male possibile) e le vicende più o meno recenti sulla questione LGBT italiana.

Andiamo per ordine: la legge elettorale dovrebbe prevedere un uguale numero di uomini e donne nella compilazione delle liste. Ma così com’è, paventano le donne in politica, c’è il rischio che i posti che garantiscono l’elezione potrebbero essere occupati, in misura maggiore, dai colleghi maschi.

Forza Italia si difende affermando frasi del tipo: “no ad una legge sessista”. Basterebbe l’evidenza di quest’asserzione per evidenziarne l’imbecillità. Ma siamo in Italia, e un po’ di chiarezza sulla terminologia usata non guasterà.

Il sessismo è quella subcultura che fa credere a chi ne è affetto che appartenere a un sesso è più importante che essere del sesso opposto. Poiché, storicamente, si registra uno stato di sottomissione della donna rispetto all’uomo, il sessismo si configura come consustanziale al maschilismo. La norma per la parità di genere, quindi, non è pensata – come scrivono i deputati di FI – per discriminare il sesso maschile, ma per riequilibrare la presenza tra i due sessi nelle istituzioni.

A ben vedere, il fenomeno a cui si assiste  ha la seguente dinamica:
1. si individua un problema (il sessismo, nello specifico)
2. si propone una soluzione (la parità di genere)
3. si prende la soluzione e la si confonde col problema di partenza.

Per cui il sessismo che si vuole combattere diventa, così, l’essenza della norma che si vuole approvare. Tradotto in termini più semplici: garantire a tutti e tutte uguale dignità corrisponde, per la pleiade berlusconiana, una discriminazione per il genere maschile.

Lo stesso identico procedimento è stato applicato, con successo, per la legge sull’omofobia:
1. il problema è la discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere
2. si propone una norma antidiscriminatoria
3. si accusa chi vuole fare tale norma di voler applicare discriminazioni contro gli eterosessuali.

Basti ricordare le illuminanti affermazioni di personaggi come Buttiglione – “così diventa più grave picchiare un eterosessuale che un omosessuale” – Giovanardi, Binetti et similia. E così una norma che doveva servire a difendere i soggetti svantaggiati (anche eterosessuali discriminati da un eventuale capo gay nel luogo di lavoro, per fare un esempio) è divenuta una norma che vuole limitare la libertà di pensiero. E per scongiurare questo male, si è introdotta una norma che legalizza le affermazioni omofobe nella chiesa, nei partiti, nelle scuole, nei sindacati.

Confondere la causa con il male e accusare la categoria discriminata di essere portatrice del problema che si vuole debellare. Come se si fosse detto a Rosa Parks che la sua battaglia era funzionale a non far più prendere l’autobus ai bianchi.

L’uso di parole “impazzite”, drogate ad arte per generare confusione e paura e, soprattutto, per mantenere gli squilibri sociali che fanno soffrire le minoranze. Questo è il fine di chi si ribella ai miglioramenti che renderebbero il nostro paese non certo una succursale di Arcigay o una sala parto per extracomunitari – Angelino Alfano dixit – ma, semmai, un luogo migliore dove vivere. Questa è la nostra destra, (anche) questo è il berlusconismo.

Chiudo queste riflessioni sottolineando altri tre aspetti.

In primis: pare che l’onorevole Dorina Bianchi (Ncd), cattolica di ferro, abbia auspicato l’intercessione di Francesca Pascale per far cambiare idea al leader di FI e, occasionalmente, suo compagno di vita. Questo per capire a che livello di progresso civile è ridotta l’Italia.

Ancora: i giornali parlano di quote rosa da salvaguardare. Non comprendendo che lo stesso concetto di “quota” riservata alle donne è di per sé discriminatorio. La politica non dovrebbe prevedere una riserva indiana per gruppi sociali specifici, bensì dovrebbe essere il luogo pubblico dove chiunque, uomo o donna (ma anche eterosessuale e non), dovrebbe avere le stesse opportunità.

Dulcis in fundo: il maschilismo e il sessismo si configurano come subculture nemiche non solo delle persone LGBT, ma anche di oltre il 50% della società italiana. Quando persone come Binetti, Bindi, Roccella, ecc, si prodigano per difenderne le istanze contro la questione omosessuale, non fanno altro che provvedere al mantenimento dello stato di sudditanza di categorie specifiche (e quindi di loro stesse) nei confronti del potere maschile. Ne consegue che l’omofobia, in particolar modo l’omofobia femminile, è una forma anche abbastanza idiota e autolesionistica di collaborazionismo.

Anche in questo caso è un problema di linguaggio, che (tras)forma la realtà e la determina. Tutto parte da lì. Prima cambieremo gli usi linguistici in direzione della piena dignità di ciascuno/a di noi, prima saremo più simili alle grandi democrazie del pianeta. Fino ad allora ci spettano personaggi del calibro dei/lle rappresentanti del Nuovo Centro-destra, di Scelta Civica, di Forza Italia e di buona parte del Partito democratico. Prospettiva drammatica, me ne rendo perfettamente conto. Ma, al momento, l’unica apparentemente possibile. Ahinoi.

Ecco cosa ha detto davvero Barilla

nobarillaAncora sul caso Barilla: cerchiamo di capirci. Come ho già detto nell’articolo pubblicato ieri, certe considerazioni era meglio tenerle per sé. Nessuno pretendeva spot con presenze gay e nessuno vuole che il marchio sia gay-friendly. Ci si augura, in linea di principio, che le dichiarazioni delle persone che rendiamo ricche con i nostri soldi non siano offensive.

Ma vediamo di ricostruire la vicenda, attraverso la trascrizione delle esatte parole dette da Barilla alla Zanzara (per chi vuole sentire l’audio può cliccare qui). Per una maggiore chiarezza, evidenzierò in grassetto le frasi infelici, dal mio punto di vista, e poi cercherò di spiegare perché esse riconducono a una visione discriminatoria delle persone LGBT.

Il contesto era il seguente: si parlava di famiglie multietniche e di integrazione degli stranieri. Guido Barilla fa notare che la sua azienda aveva già fatto uno spot con una bambina cinese che mangiava spaghetti. Quindi Cruciani chiede perché non fare uno spot con una famiglia gay. Ecco come prosegue il dialogo tra i due:

Barilla: «Diciamo che noi abbiamo una cultura vagamente differente. Per noi…»
Cruciani: «In che senso, scusi?»
Barilla: «Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane uno dei fondamentali valori dell’azienda… eh la salute, la famiglia, il concetto di famiglia…»
Cruciani: «Cioè non fareste mai uno spot…»
Barilla: «No, non lo faremmo perché la nostra è una famiglia tradizionale.»
Altro ospite: «Eh ma la pasta la mangiano anche i gay pero!»
Barilla: «E va bene, se gli piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, se non gli piace e non ci piace quello che diciamo faranno a meno di mangiarla e ne mangeranno un’altra, ma uno non può piacere sempre a tutti per…»

Quindi, e lo dice Barilla stesso, per loro il concetto di famiglia è quello sacrale, ovvero, quello confessionale: fin qui nulla di male, nel senso che ognuno può credere ciò che vuole – anch’io posso far finta che la realtà non esista, ma ciò non impedisce alla realtà di esser tale – ma come è agevole vedere, il signore in questione fa una distinzione tra valori morali, legando per altro il concetto di famiglia tradizionale e sacra a quello di “salute”.

La mia domanda è: ma la famiglia fatta da persone dello stesso sesso è una famiglia non sana? Forse il patron del famoso marchio di pasta, nel suo intimo, pensa questo.

Non contento di aver fatto queste equazioni, forse a livello inconscio, rincara la dose: se ai gay piace questa realtà bene, altrimenti vadano altrove. Tipico atteggiamento dell’arrogante, con la verità assoluta in tasca. Come già detto, anche Rosy Bindi disse una cosa del genere alla festa dell’Unità di Roma due estati fa. L’Italia è questa, non c’è spazio per le rivendicazioni dei gay. Se vi piace è così, altrimenti ci sono gli altri paesi.

Mi chiedo quale sarebbe la reazione delle persone che si sono riconosciute in tali dichiarazioni se il loro capo, di fronte a una richiesta di miglioramento delle condizioni lavorative, avesse detto loro: “qui si fa così, se non vi piace potete sempre licenziarvi”.

Ma continuiamo con la vera chicca della vicenda:

Cruciani: «Cioè lei non farebbe mai uno spot con una famiglia omosessuale seduta a un tavolo.»
Barilla: «Non lo farei, non lo farei, ma non per mancanza di rispetto agli omosessuali che hanno diritto di fare quello che vogliono senza disturbare gli altri, ma perché non la penso come loro e penso che la famiglia a cui ci rivolgiamo noi è comunque una famiglia classica…»
Cruciani: «E che significa senza…»
Barilla: «Tra l’altro la donna, per tornare all’argomento di prima, ha un ruolo fondamentale che è la madre che è il centro concettuale di vita strutturale di questo…»
Cruciani: «Ma poi non è detto che la madre che serve la colazione come nei vostri spot poi non vada a fare il lavoro da manager magari.»
Barilla: «Scusi, ma ci mancherebbe altro, ma sua moglie non fa uguale? Mi moglie tutte le mattine…»
Cruciani: «Io vivo da solo.»
Barilla: «…fa la colazione per tutta la famiglia e poi va a fare il suo lavoro.»

Ebbene, a mio giudizio le frasi peggiori sono proprio queste. Tornerò dopo sul perché quel “disturbare gli altri” è irricevibile. Merita un approfondimento speciale, invece, la considerazione che ha il nostro della figura della donna. Soggetto – o forse dovremmo dire “oggetto”? – che può anche lavorare, se vuole, ma dopo aver assolto i suoi obblighi in cucina.

Angelo del focolare in primis. Visione tipicamente maschilista di chi, evidentemente incapace di metter sui fornelli una caffettiera, vuole che le donne siano al servizio degli uomini. Mi fa strano che nei commenti al mio articolo precedente, molte lettrici non si siano sentite offese da queste parole, ma d’altronde si sa, dopo un po’ ci si affeziona alle proprie catene. Abbastanza triste, converrete.

Ma andiamo avanti:

Cruciani: «Certo… ma infatti! Siamo alla follia. Senta però è interessante quello che mi ha detto lei: la famiglia gay no, però… ehm… io rispetto, però… qual è la frase?, mi sono scordato.»
Barilla: «No, io ho detto che rispetto… io rispetto tutti, facciano quello che vogliono senza infastidire gli altri.»
Cruciani: «E che vuol senza “dire infastidire gli altri”, scusi.»
Barilla: «Beh ognuno ha il diritto a casa sua di fare quello che vuole senza disturbare le persone che sono attorno ricchiedendo più o meno diritti che sono più o meno leciti, per esempio, qui ci addentriamo su fatti che sono un po’ lontani dalla pubblicità però che sono un fondamento comunque dei valori che…»
Cruciani: «Lei è contro il matrimonio omosessuale ad esempio, contro le unioni di uomini.»
Barilla: «No, il matrimonio omosessuale pensi che io lo rispetto, perché tutto sommato riguarda le persone che vogliono contrarre matrimonio, io una cosa che non rispetto assolutamente è l’adozione nelle famiglie gay, perché questo riguarda una persona che non sono le persone che decidono…»
Cruciani: «Però lei sa benissimo che i figli nati da famiglie omosessuali, ci sono tantissimi esempi, possono crescere tranquillamente e invece possono crescere male…»
Barilla: «Certo che crescono tranquillamente, devo dire che io che sono padre di alcuni più… primo padre… so le complessità che ci sono nel tirare su dei figli, spesso mi domando quali sono le complessità – già che ce ne sono tante così – quali sono le complessità di tirare su dei figli con una coppia dello stesso sesso
Cruciani: «Però non capivo l’espressione “purché non disturbino gli altri”…»
Barilla: «Esatto, un essere umano è un essere che può essere disturbato dalle decisioni di altri…»

Arriviamo quindi al nodo della vicenda. Essere omosessuali per Barilla è più o meno indifferente, ma ad alcune condizioni:

  1. vivere il più possibile in ombra il proprio modo di essere
  2. non richiedere diritti “più o meno” leciti
  3. non avere il diritto alla genitorialità.

Barilla sa che possono venir su dei bambini sani e felici anche nelle coppie omosessuali, ma il problema non è questo. Lui che è padre eterosessuale sa già quali sono le difficoltà per crescere un figlio. La condizione del gay o della lesbica, nella sua ottica, diviene uno svantaggio in più nel processo di crescita del bambino.

Ritorniamo sempre allo stesso punto: un gay o una lesbica non possono essere genitori come tutti gli altri perché, appunto, omosessuali. Ma proprio questa visione della realtà è di stampo omofobo. E, soprattutto, collide con una realtà di decine di migliaia di famiglie omogenitoriali che allevano i loro bambini e le loro bambine nel pienezza della dignità della persona.

E ritorna il discorso che una persona LGBT possa potenzialmente turbare, con la sua stessa esistenza, le vite degli “esseri umani”, operando anche una bella distinzione tra chi rientra nel rango umano (e si sente disturbato dalla presenza dei gay) e chi evidentemente è altra cosa.

Per quelli che “l’omofobia non esiste”, per quelli che “ha solo detto il suo pensiero, che male ha fatto”, per chi sostiene – e anche qualche omosessuale ha peccato, diciamo così, di ingenuità – che dobbiamo smetterla di “fare vittimismo”, questo impasto eterogeneo di perbenismo, di concessioni a corrente alternata e di dichiarazioni poco felici rientra nella libera e semplice libertà di espressione.

Il che può essere pure, nessuno lo mette in discussione. Ma le parole non sono mai neutre e hanno un valore molto specifico.

Le parole di Barilla non lasciano spazio a molte interpretazioni: per il nostro, puoi essere gay a determinate condizioni. Altrimenti dai fastidio. E ribadisco: se io dicessi a un nero o a un ebreo che possono essere tali ma fino a un certo punto, verrei tacciato di razzismo. In democrazia tutti e tutte possono essere ciò che vogliono, nei limiti della legalità semmai, e non certamente in modo parziale per non disturbare la maggioranza di chi si sente “normale”. Non si capisce perché per le persone LGBT si fanno deroghe, quando vengono insultate, in nome della semplice libertà di espressione.

O forse il perché si capisce, ma a quanto pare la pretesa del “rispetto” per le opinioni del signor Barilla coincide con il non tollerare che gay, lesbiche, trans, ecc, abbiano una propria idea in merito.

Tutto questo altrove ha un nome ben preciso. Comincerei, fossi in chi sostiene la legittimità delle parole riportate, a confrontarmi con questa realtà. Chissà che non abbia qualche sorpresa.

Famiglie tradizionali

Ho appreso con un certo orrore il caso della sposa-bambina yemenita, venduta dal patrigno a un quarantenne a soli otto anni, morta nella stanza d’hotel dove ha passato la “prima notte di nozze” in seguito alle conseguenze di un’emorragia interna.

I miei pensieri dopo l’annientamento rispetto a una vicenda così spietata, disumana e disumanizzante, mi hanno portato a riflettere su questioni che coinvolgono il significato di parole antiche, usate in modo nuovo e, soprattutto, in modo discriminatorio. Questi termini sono, appunto, “famiglia” e “tradizione”.

Cominciamo da quest’ultima: è tradizione in certe culture che a otto, nove e dieci anni le bambine si sposino – magari dopo compravendita – con adulti. Se la cultura dominante, a cominciare dalla nostra, considera la tradizione e la sua immutevolezza un valore, a rigor di logica sarà difficile sostenere che queste consuetudini siano sbagliate.

Tanto più, e ritorniamo all’altra parola, ovvero “famiglia”, che la consuetudine di cui si sta parlando – nel caso dello Yemen nella fattispecie, ma applicabile nel tempo e nello spazio a qualsiasi altra società – ricalca il modello eterosessuale: un maschio, una femmina, progetto riproduttivo e procreativo (di lungo corso, nel caso specifico).

Semplificando, e di molto: la situazione appena descritta – prescindendo dal suo epilogo tragico – corrisponderebbe in larghe linee a un modello generalmente accettato. La cultura occidentale rifiuta il fatto che ci sia una distanza di età così abnorme, ma lo rifiuta adesso! Dopo millenni in cui certe tipologie di accordo prematrimoniale rientravano nella norma del sistema giudaico-cristiano (si pensi alla differenza di età tra Maria vergine e san Giuseppe, per avere la reale dimensione della cosa di cui stiamo parlando).

Mi si dirà: ma ciò è successo in un paese “incivile”, con cultura e religione diverse dalla nostra. E questo è sicuramente vero. Ma il sostrato di quella diversità ha forti punti in comune con la nostra cultura: la rigida divisione tra generi e la differente rilevanza sociale dei sessi, la sottomissione culturale e quotidiana della donna nei confronti dell’uomo, il maschilismo diffuso, il modello della virilità come valore predominante, ecc. In una parola soltanto: il sessismo. Insieme all’eterosessismo, che è ciò che accade alla società se quel sistema valoriale di cui si è appena data descrizione diviene modello unico e dominante.

Sintetizzando, potremmo dire che questo è ciò che succede quando il paradigma eterosessista raggiunge l’apice della sua applicazione pratica.

Oggi in Italia parleremmo – e a ragione in un caso siffatto – di pedofilia, femminicidio, schiavismo e via discorrendo. Altrove si chiama “famiglia tradizionale”. Parole che, di fronte all’evidenza di ciò che riescono a produrre, non sono poi così rassicuranti.

Maschi che difendono maschi

io“Sei un maschio che difende altri maschi.”

Me lo hanno scritto, ultimamente. Non in tanti/e, ma in un paio di casi, qui sul blog come su Facebook. Perché difendevo un politico di sesso maschile vittima, a mio modo di vedere le cose, di una gogna mediatica sproporzionata per un errore (e siccome non voglio tornare sul caso Piras, diamo per pacifico, anche se non è il mio pensiero, che abbia peccato di odio verso le donne).

La cosa mi ha fatto riflettere. Per i miei detrattori e per le mie detrattrici, non ero un “maschilista” o un “misogino”; ero semplicemente un maschio (primo livello di insulto) che compiva il peccato supremo: difendere qualcuno del suo stesso sesso. E se è una colpa nascere in un certo modo, figuriamoci difendere un altro portatore di pene.

Non amo il maschilismo, per quanto sia consapevole che essere nati e cresciuti in un contesto in cui vige un sistema culturale che vede nelle donne delle creature inferiori possa portarmi a cadere nelle sue trappole (dalle battute, apparentemente innocue, agli “sfoghi” da volante). Mi è già successo e temo, anche se spero il contrario, che accadrà ancora. Credo di essere una persona, tuttavia, che impara dai propri errori e che si mette in discussione.

Credo altresì che il maschilismo sia una degenerazione del concetto stesso di umanità, perché crea solchi irrecuperabili tra una categoria specifica (l’essere adulti, di sesso maschile ed eterosessuale) e tutte le altre (bambini/e, donne, omosessuali, trans, ecc). Credo che la base di questa disumanizzazione stia nel sessismo, arricchito a seconda del contesto di altri ingredienti, quali la religione, il nazionalismo e via discorrendo.

Ma se la radice del male è il sessismo, non sarà utilizzando ulteriori categorie sessiste che si arriverà alla piena liberazione dei corpi, delle coscienze, delle sessualità, della dignità umana. Credo sia sbagliato sostituire un sessismo con un altro. Non vorrei vivere in un mondo alla rovescia, per cui essere maschi è sbagliato come adesso lo è, nella percezione comune dei più, sia essa inconscia o meno, essere donne.

Essere considerati di serie B perché appartenenti a un genere specifico è una violenza uguale e contraria a quella generata del maschilismo, nella sua declinazione machista, di cultura cristiana ed etnicamente connotata in senso “bianco”.

Se poi ci mettiamo in mezzo che per tutta la mia vita sono stato insultato e deriso poiché “maschio” quanto più vicino all’essere simile a una “femmina”, la cosa assume connotati ridicoli.

Vorrei vivere in un mondo migliore, dove ad avere la meglio sia il concetto di onestà intellettuale e la critica basata su argomentazioni politiche e culturali. Purtroppo viviamo in un pianeta dove l’attribuzione di valore in base agli organi sessuali che la natura ci ha dato è un dato più forte della valutazione della persona. E per me questo è un sintomo di profonda stupidità, sia che esso colpisca uomini, sia che colpisca donne, in egual misura.

P.S.: poiché questo post mi tocca corde molto profonde, che recuperano anche dolori antichi, come credo sia facilmente intuibile, ho preferito mettere come immagine il mio volto. Come se volessi parlarvi a quattr’occhi. Mettiamola così… ;)

Brooke Logan e il 9 luglio

Oggi la gente su Twitter ricorda la vittoria dei mondiali con l’hashtag ‎#9luglio2006. Un po’ come se un gruppo di casalinghe telematiche festeggiasse l’anniversario di un matrimonio di Brooke Logan, a ben vedere. Solo cose belle, insomma.

Mi si dice, a tal proposito: «vuoi mettere la rilevanza sociale del calcio nella società italiana con quella di una soap?».

Credo che la questione sia strettamente legata al genere. Siccome il calcio è uno sport maschile è naturalmente considerato come cosa nobile. Poiché la soap, invece, è relegata a una dimensione femminile è merda. Solo cose belle eh! Eppure il cicaleccio degli uomini al bar, la mattina, di fronte a cornetto e cappuccino non mi sembra, nelle dinamiche argomentative, molto diverso dal pettegolezzo sic et simpliciter. Ma ciò mi attirerà addosso il biasimo dei talebani del pallone. E anche sticazzi, giusto per rimanere nello stesso ambito di eleganza della cosa.

Ad ogni modo, oggi è il 9 luglio. E ricordiamo, insieme alla vittoria dei mondiali del 2006, alcuni fatti storici ugualmente rilevanti (ma anche no) quali:

455 – Il comandante militare romano Avito viene proclamato imperatore dell’Impero Romano d’Occidente
1357- Carlo IV del Sacro Romano Impero assiste alla posa della prima pietra del Ponte Carlo a Praga
1540 – Enrico VIII d’Inghilterra annulla il suo matrimonio con la quarta moglie, Anna di Cleves
1789 – A Versailles, l’Assemblea Nazionale Costituente viene formata dall’Assemblea Nazionale Francese e inizia a stilare la Costituzione francese
1793 – L’Atto contro la schiavitù passa nell’alto Canada e l’importazione di schiavi dal basso Canada viene proibita
1807 – Napoleone Bonaparte e il re Federico Guglielmo III si incontrano a Tilsit, località da cui prese nome il trattato di pace tra Prussia e Francia.
1816 – L’Argentina dichiara l’indipendenza dalla Spagna
1942 – Olocausto: La famiglia di Anna Frank si nasconde nell’attico sopra l’ufficio del padre in un magazzino di Amsterdam
1943 – Seconda guerra mondiale: Operazione Husky – forze alleate eseguono l’invasione anfibia della Sicilia
1955 – A Londra i due famosi scienziati Albert Einstein e Bertrand Russell firmano il Manifesto Russell-Einstein sul disarmo nucleare
1958 – A Lituya Bay, Alaska, si abbatte la più alta onda anomala mai documentata: 524 m
1978 – Sandro Pertini presta giuramento come settimo Presidente della Repubblica Italiana; è stato eletto l’8 luglio con 832 voti su 995
1997 – La licenza di pugile di Mike Tyson viene sospesa per almeno un anno ed egli viene multato per 3 milioni di dollari, per aver morsicato un orecchio a Evander Holyfield durante un incontro
2001 – Cile: la Corte d’appello di Santiago del Cile stabilisce che Augusto Pinochet non è processabile temporaneamente per “moderata demenza”
2002 – Fondata Unione Africana a Durban
2008 – Si verifica l’opposizione di Giove
2011 – Lo Stato del Sudan del Sud (o Sud Sudan) diventa ufficialmente indipendente.

Fonte Wikipedia, va da sé…

In tutto questo, concludo dicendo che per me ognuno è libero di vedere tutte le partite che vuole e di tifare quanto e come più gli piace. Dicesi libertà. E sottolineo anche che a me Beautiful sta bellamente sul culo, ma vero è pure che – giusto per cavalcare lo stereotipo esibito sin dall’apertura di questo articolo – non vedremo mai orde di donne che gettano motorini dai balconi sul terrazzo della vicina solo per dimostrare che Taylor Forrester è più o meno figa e sta tutta qui la differenza. Converrete.

La puttana regina

Triste destino quello della donna dell’eterosessuale che dice: «voi gay siete come noi, ma non potete adottare e fare i figli, perché in natura tra due uomini o due donne non funziona».

Mi spiego meglio, onde evitare che l’affermazione di cui sopra appaia oscura a chi legge.

Si parte dal concetto di “natura”. In natura, per l’eterosessuale, l’accoppiamento è funzionale alla riproduzione. Lo precede e, se possibile, si utilizza il sesso cercando di evitare la conseguenza della gravidanza. Per questa gente il mondo è “sessocentrico”.

Bisognerebbe poi vedere se i fautori di questa equivalenza “sesso=filiazione” si comportino coerentemente con la legge che vorrebbero imporre a milioni di gay e lesbiche. Evidentemente non è così. Se in Italia c’è la crescita zero ci sarà pure una ragione.

Eppure tale accostamento viene agitato come legge immutabile che deve fare i conti, però, con una pratica crapulatoria indiscriminata, per cui l’eterosessuale saggia e prova diverse femmine fino a quando, per errore, caso o scelta, ne elegge una destinata a sacralizzare l’atto sessuale con la benedizione di una gravidanza.

L’arrivo del bambino, quindi, dà valore all’atto primigenio della penetrazione. Senza quell’atto, per il maschio eterosessuale di un certo tipo, non esiste vita. E non può esserci altrimenti. Secondo un processo matematico per cui: (pene + vagina) • penetrazione = vita.

L’eterosessuale, quindi, sessualizza il suo rapporto con la genitorialità, per cui è il sesso che genera il figlio, ma non è quasi mai vero il contrario e cioè che un atto di volontà – volere essere genitore – si serva della sessualità come strumento conseguente.

La donna eterosessuale destinata a portare in grembo il frutto di quel caso, di quell’errore o di quella scelta che, per paradosso, procede – e non precede – l’atto sessuale, perché in esso ricordiamolo sta la significazione dell’intera identità dell’eterosessuale maschio, quella donna, dicevo, è solo la regina di una serie di puttane (sempre secondo l’ottica al maschile) destinata a produrre nuovi maschi o nuovi contenitori per maschi (altrimenti detti femmine).

Questa è la mentalità maschilista e il suo modo di intendere e creare l’esistenza. La genitorialità come conseguenza della sessualità.

Noi persone LGBT partiamo da una considerazione opposta: la genitorialità come scelta voluta che sta alla base di ogni nuova vita. Essa va raggiunta attraverso una serie di strumenti, sessualità inclusa (per chi la vuole).

Per questo, dicevo in apertura, una donna che si accompagna a un uomo siffatto – «voi gay i figli mai, quella è nostra prerogativa» – ha un destino davvero ingrato.

Grillo, quando sente parlare di cultura, mette mano alla pistola?

Credo che l'”invotabilità” per un personaggio di laida bruttezza istituzionale quale Beppe Grillo non stia tra i canoni classici di ineleggibilità di un candidato qualsiasi, ma sta racchiuso in poche e antiche parole: quel “vecchia puttana”, tanto per cominciare, che a suo tempo – nel 2003 – il leader dei Cinque Stelle indirizzò alla professoressa Rita Levi Montalcini, allora novantaquattrenne.

Un disprezzo verso la cultura, vista come espressione del vecchio senza comprendere che il nuovo di per sé non è un valore e che non coincide necessariamente con criteri rigidamente anagrafici. In mezzo a questo mettiamoci pure un linguaggio da cricca berlusconiana, da cui il comico si distanza per un fatto squisitamente prospettico: evidentemente per lui la donna è da etichettare in quel modo quando non rientra nei suoi canoni, mentre per certi simpatizzanti del PdL la donna è un oggetto da prostituire magari omologandola a certi canoni.

Il punto di vista è diverso, la vittima è sempre quella, la tristezza è tragicamente uguale. Ma siamo un popolo maschilista, per cui certe sottigliezze non appartengono all’italiano medio di qual si voglia schieramento.

Sta di fatto che adesso che la tragedia è vicina, il mondo degli intellettuali si mobilita per fare l’unica cosa che va fatta: un governo, e subito, per affrontare le emergenze reali del paese. Alcuni di questi hanno firmato un appello per fare in modo che il M5S dia la fiducia a un governo Bersani, magari con supporto esterno, per poter concretizzare quegli otto punti che ricalcano o richiamano il programma dei grillini. Secondo una logica di buon senso, per cui le forze presenti in parlamento dialoghino tra esse, in nome dell’interesse collettivo.

Vero è pure che Grillo si è presentato come voto anti-sistema, ma è pur vero che quel voto ha raccolto il consenso di quasi un italiano su quattro. Per gli altri tre italiani e più, il sistema è ancora valido. Va corretto nella sua applicazione pratica e su questo, credo, siamo tutti e tutte ampiamente d’accordo. Per questo si vede di buon occhio un accordo Pd-SEL-M5S. Non per fare inciuci, ma per fare del bene.

Grillo, al contrario, vede in questo invito alla ragione collettiva – e funzionale alla comunità – come uno scodinzolamento del mondo della cultura ai vertici del Pd. Accusando poi gli intellettuali di superbia, di mancanza di dubbio, di considerarsi detentori della verità assoluta: atteggiamento intollerabile, evidentemente, con chi pretende di possederla tutta.

Per Grillo gli intellettuali sono, in due parole, dei cani boriosi.

Sono tra quelli che, pur non avendo votato il M5S, ha sempre criticato coloro che dentro i partiti tradizionali hanno visto in quel movimento una sorta di riedizione del fascismo in salsa web. E credo tutt’ora che un governo di minoranza con l’appoggio esterno dei grillini sia salutare per i partiti, obbligati alla trasparenza, e al paese tutto.

Tuttavia, questo mettere mano alla pistola ogni qual volta si sente odor di cultura e la più totale sordità dei “dirigenti” stellati di fronte alle urgenze imposte dalla vita democratica e politica del paese in un balletto di dichiarazioni che, tra un insulto e l’altro, ripropongono marce sul parlamento – magari come ai bei vecchi tempi – qualche dubbio cominciano a farmelo venire. E il paese reale non ha certo bisogno dell’ennesima classe dirigente che per interessi di partito mandi in vacca le nostre vite. Magari solo per far dispetto a Bersani.

Il corpo delle donne, il cervello dei preti

controdonpieroNon ci sarebbe molto da aggiungere sulla vicenda del parroco di Lerici. Per chi (ancora) non lo sapesse, il sacerdote del paesino ligure ha pubblicato sulla bacheca parrocchiale una comunicazione ai fedeli in cui dichiarava che il femminicidio è la conseguenza dei comportamenti immorali del sesso femminile. A un giornalista del GR1 che chiedeva conto del fatto, il simpatico prete ha risposto: «ma lei prova qualcosa di fronte a una donna nuda o è frocio anche lei o meno?».

Il fatto, quindi, si commenta da solo. E palesa quel legame a tripla mandata tra maschilismo, sessismo e omofobia, cifra culturale dell’Italia di oggi, i cui promotori istituzionali più importanti stanno al vertice di partiti, istituzioni e presso i massimi rappresentanti della chiesa cattolica romana. Don Piero Corsi ha solo dato voce a un insieme di input. Non avrebbe neanche senso scandalizzarsi o prendersela con lui, così come non avrebbe senso, in una logica stringente e asettica, stupirsi se vediamo due gay impiccati a Teheran o una donna lapidata a Ryad. Rientrerebbe nella natura delle cose. Nella natura di certi sistemi culturali, monoteisti, patriarcali, intrinsecamente illiberali che Buffoni etichetta come “abramitici”.

Eppure, la logica non è qualcosa che esiste di per sé, ma passa attraverso un’interpretazione dei fatti e dei dati che è del tutto umana. E di fronte a tali constatazioni il senso della nausea e lo smarrimento per com’è diventata l’Italia dopo vent’anni di berlusconismo, alleato con i potentati vescovili e ben tollerato dall’attuale sinistra parlamentare, ci stanno tutti. E non è, si badi, reazione. Dovrebbe essere, semmai, spontanea condizione dell’animo contro chi considera il corpo della donna quale manufatto divino a disposizione della sua “creatura più riuscita”: il maschio.

E a ben vedere, questa è l’intima essenza del cristianesimo, almeno così come concepito a Roma, del corpo in generale. Qualcosa alla mercé di una forza superiore – Ratzinger stesso lo ha detto: non siamo noi a possedere la verità, è essa che possiede noi, attraverso la parola di Cristo. Peccato che questa verità sia, a sua volta, gestita in modo esclusivo da certi uomini di Dio…

In questa logica è più che “naturale” che si veda nel femminicidio la conseguenza di un atto dovuto dal sesso eletto (il maschio) contro chi esprime la propria libertà, soprattutto nell’esercizio dell’autodeterminazione del corpo attraverso la sessualità, la maternità, la riproduzione, ecc. Secondo la logica di don Corsi, che poi è la stessa del Vaticano (e che nutre e/o accompagna la pseudo-filosofia berlusconista tutt’ora imperante nel nostro paese), tutti questi atti hanno bisogno del benestare maschile, secondo una morale predisposta… da chi gestisce la verità che ci domina!

Se tutto questo manca, il sistema entra in default e bisogna rimuovere le cause del corto circuito. E siccome stiamo parlando di istinti primordiali, il ricorso alla violenza è la prima scelta possibile. Quella più “naturale”. Ciò dimostra, tra le altre cose, quanto il concetto di natura – non a caso agitato contro l’affettività e la sessualità di gay e lesbiche – sia solo un’arma ideologica e non una categoria dell’essere.

In base a tutto questo, noi non possiamo davvero pretendere dal signor Corsi, ormai di professione ex-prete,  di avere un sistema di pensiero più grande rispetto a quello che gli è stato inculcato dalla sua chiesa. Le idee, d’altronde, dovrebbero essere come uccelli: se le chiudi in gabbia, potranno solo passare da un bastoncino all’altro, dentro quel recinto. E no, don Corsi, sarò pure gay ma non stavo alludendo a ciò che lei penserebbe, a proposito di larghi orizzonti, se leggesse mai queste mie parole.

Quindi, riassumendo, non possiamo chiedere a certi preti di avere pensieri più elevati rispetto a quelli inculcati dalla gerarchia e riprodotti nel quotidiano sociale. Ma a coloro che ci circondano, sì: e non solo possiamo esigerlo, ma dobbiamo farlo. Perché costruire un mondo migliore, per le nostre madri, figlie, sorelle, amiche, colleghe, studentesse, ecc – per tutti e tutte noi in buona sostanza – è un dovere civile. Un esempio di democrazia. Un fatto di umanità.

Vauro sessista? Come chiunque. Di voi

Mi linciate se dico che secondo me la recente vignetta di Vauro su Fornero non mi sembra affatto maschilista? Forse è di cattivo gusto, o brutta o insulsa – personalmente, ritengo che il gioco di parole attorno al termine squillo abbia la stessa tensione comica di una barzelletta da scuola primaria – ma dubito fortemente che dietro quell’immagine vi sia un attacco al sesso di Elsa Fornero. Come per altro ha dimostrato Vauro, una vignetta analoga è stata indirizzata ad Alfano, dipinto – guarda un po’! – come una prostituta alla corte di re Silvio smentendo chi lo ha accusato di diverso trattamento nel caso si fosse trovato di fronte a un maschio.

Sempre per quel che mi riguarda, ho letto in quelle immagini una critica al “puttanesimo” di certa politica, per cui ci si prostituisce moralmente e intellettualmente in cambio di potere, fama e ricchezza.

Certo, mi si potrebbe dire a questo punto che si usa una figura femminile, e il relativo accostamento con il mondo delle operatrici del sesso, per screditare l’agire politico dell’avversario. Forse in tal senso Vauro è maschilista tout court così come lo è gran parte della società italiana, come cerca di dimostrare Scalfarotto in un suo articolo su I Mille.

Ma mi domando e rilancio: questa stigmatizzazione della prostituzione, non è essa stessa un atteggiamento perbenista, sessista e discriminatorio? Non è per caso una forma di maschilismo che prevede che una donna, per essere rispettabile, non debba esercitare specifiche forme di sessualità, fosse anche a pagamento?

Credo che dietro la prostituzione vi siano problemi enormi che non dovrebbero portarci a ironizzare sul fenomeno in questione con tale leggerezza. E se questo vale per Vauro, che non dovrebbe permettersi certi accostamenti, dovrebbe valere in egual misura per chi ritiene che le operatrici del sesso siano, sic et simpliciter, delle mignotte.

Queste persone potrebbero essere, di volta in volta, donne libere o ridotte in schiavitù. Ma in entrambi i casi, se le donne vanno rispettate per quello che sono e non certo vilipese per come agiscono, perché umiliare chi decide di fare un certo uso del suo corpo o chi, al contrario, vi è costretta? Rientra nel concetto di rispetto e di umanità condannare costoro – e attenzione, stiamo parlando esclusivamente di donne – a una sorta di damnatio verbalis?

Credo, infine, che Vauro dovrebbe ascoltare quella fetta del sesso femminile che si è sentita turbata da quell’immagine ma credo, in egual misura, che i contestatori e le contestatrici del vignettista – per altro criticato non per quello che ha fatto ma per quello che sarebbe, e qui emerge un’altra vistosa contraddizione – dovrebbero farsi un esame di coscienza sul proprio perbenismo: il problema che si pone, in altri termini, è l’aver accostato una donna “rispettabile” a una prostituta, dando perciò per scontato che essere accomunati all’umanità di una “puttana” è naturalmente un’offesa. Sostituiamo il termine incriminato con altri (gay, ebreo, rom, disabile, ecc) e capiremo l’esatta dimensione di questa colossale follia collettiva.

Comincerei perciò a indagare sulle reali ragioni del comune disprezzo per tali categorie. Chissà, magari qualcuno scoprirà, con grande stupore, che la difesa dell’universo femminile di cui si fa alfiere/a passa proprio per una forma mentis prettamente maschilista e, quindi, ironia della sorte, sessista.